Paura e delirio a Las Vegas

Paura e delirio a Las Vegas (Fear and Loathing in Las Vegas), 1998, di Terry Gilliam, con Johnny Depp e Benicio Del Toro.

Prima di entrare nel merito, una parola d’avvertimento: non so se era soltanto la mia copia (ma penso di no), ma l’edizione in DVD in vendita in edicola in questo periodo è un’immane bufala. Funziona male. Impossibile (a me, almeno) intervenire sui menu e vedere il film in originale, come avrei desiderato. Tra l’altro, questo mi impedisce di dare un giudizio sulla recitazione dei due protagonisti: il doppiaggio italiano l’ho trovato un po’ fastidioso e forse enfatico. Se fosse così anche nell’originale non so.

Veniamo alla recensione. È sempre difficile recensire un film in cui essere ripugnante, disgustoso, è un obiettivo. Loathing significa questo: “disgusto”, “schifo”, non “delirio”! Come spesso accade con Terry Gilliam, non è riuscito fino in fondo. A volte ti fa infuriare e vorresti andartene. Ma molte sequenze sono memorabili, assolutamente visionarie, o piene di umor nero.

Me ne rendo conto adesso, con la tentazione di citarne tante (ne sceglierò qualcuna, ma YouTube è piena).

Penso che possa bastare. Inoltre, la colonna sonora è grandiosa.

Yardbirds, For Your Love

Jefferson Airplane, Somebody to Love + White Rabbit

Bob Dylan, Stuck Inside of Mobile With The Memphis Blues Again

Booker T & the MGs, Time is Tight

Ohio Express, Yummy Yummy Yummy

Buffalo Springfield, Expecting to Fly

The Rolling Stones, Jumpin’ Jack Flash

Può bastare?

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Florestano Vancini: in memoriam

Florestano Vancini, scomparso il 18 settembre a 82 anni (era nato a Ferrara il 24 agosto 1926), è stato uno di quei registi che ho conosciuto personalmente, grazie a Marco Ferronato, alla fine degli anni Sessanta.

Il miglior film di Vancini, o quantomeno quello che mi ha segnato di più, è La lunga notte del ’43, da un racconto di Giorgio Bassani (Una notte del ’43) comparso nel 1956 nelle Cinque storie ferraresi. Bassani è stato un altro autore che ha molto influenzato la mia adolescenza, più le storie ferraresi, appunto, e Gli occhiali d’oro, che Il giardino dei Finzi-Contini. Ricordo una gita a Ferrara fatta in solitudine, in treno d’estate, la passeggiata sulle mura, la visita al cimitero ebraico con un fazzoletto annodato in testa come kippah…

Purtroppo su YouTube non ne ho trovato traccia. Un bianco e nero nebbioso e angosciante, che fa sentire sulla pelle e capire con la testa quanto il fascismo fosse opprimente in tutti i significati della parola. Un cast clamoroso: Andrea Checchi, Belinda Lee, Enrico Maria Salerno, Gabriele Ferzetti, Gino Cervi, persino Raffaella Carrà. Pier Paolo Pasolini ed Ennio De Concini sceneggiatori. Cercatelo e vedetelo se vi capita.

Intanto accontentatevi di questa intervista in cui racconta come girò il film.

E questo discorso di Matteotti, che un po’ di memoria male non fa di questi tempi.

Se consideri le colpe

Bajani, Andrea (2007). Se consideri le colpe. Torino: Einaudi. 2007.

Non so se avete mai bevuto il Rabarbaro Zucca. Improbabile, perché dopo un periodo di gran voga – quantomeno milanese, dove l’aperitivo è un rito ed esisteva anche un famoso Bar Zucca – mi risulta sia sparito.

Secondo quanto dice chi lo commercializza (creato da Mario Pavesi, l’inventore dei Pavesini e degli autogrill a ponte, adesso il Rabarbaro Zucca è un marchio dello stesso produttore dell’amaretto di Saronno), è un aperitivo naturale a base di rabarbaro. Ha un gusto piacevole e delicato. Si può gustare Zucca al naturale, con acqua gassata o shakerato con cubetti di ghiaccio. È realizzato con i rizomi del rabarbaro, del genere Rheum, posti in infusione insieme a corteccia di china e d’arancio amaro, semi di cardamomo e altre erbe medicinali. Dopo dieci giorni di riposo, la bevanda è filtrata e imbottigliata. Ha un colore ebano e un gusto gradevolmente amaro che persiste a lungo nel palato.

Quando ero bambino esistevano delle caramelle al rabarbaro, sottili e perfettamente quadrate, con un gusto speciale, dolce-amaro, da grandi. Mi piacevano follemente. Quando ebbi l’età, con emozione, mi avvicinai all’aperitivo. Che delusione! Aveva una bassissima gradazione alcolica (16% in volume) e sembrava annacquato anche a berlo liscio.

Questo romanzo di Bajani è così. Senza nerbo, come diciamo noi critici. Non sa scegliere se vuole raccontare una storia d’amore e d’abbandono tra madre (Lula) e figlio (Lorenzo) ambientata in Romania, o se vuole raccontare la colonizzazione italiana della Romania a partire dalla vicenda Lula/Lorenzo. Alla fine, resta una storia patetica e dolciastra, piena di luoghi comuni.

La cosa più bella del libro è la definizione degli imprenditori italiani in Romania come “pionieri italiani del Far East” (quarta di copertina): peccato che l’idea non sia venuta a Bajani (che anzi nel libro parla più volte di Far West) ma ai creativi dell’Einaudi.

La cosa più brutta: il discorso diretto non è mai introdotto dagli artifici convenzionali (due punti e virgolette, o trattino) ma semplicemente dalla maiuscola, senza segni d’interpunzione. Che bisogno c’era? Questa è l’idea bajanica della sperimentazione linguistica?

L’occasione mancata: ho apprezzato fino quasi alla fine che fosse un libro senza scopate, che la proverbiale pistola appesa sulla panoplia all’inizio del testo non sparasse prima della fine (la bella Monica e il protagonista Lorenzo). Non lo fanno, ma un bacio, nelle ultime pagine, rovina tutto. Suvvia, Bajani!

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La grande fuga

La grande fuga (The Great Escape), 1963, di John Sturges, con Steve McQueen e un sacco d’altri attori famosi e famosissimi.

Un film di culto, rivisto (a distanza di anni) in televisione. Lo ricordavo miticamente, ed è stata una grande delusione.

Cominciamo dal culto: quando uscì il film ebbe un enorme successo commerciale. Fu anche nominato agli Oscar e ai Golden Globe, pur senza vincere. Tuttora, figura all’87° posto della classifica di IMDb, ha un pubnteggio medio di 8,4 punti su 10, cui hanno contribuito oltre 46.000 utenti.

Rivisto oggi, quanto meno a mio giudizio, è un polpettone ben recitato ma un po’ prolisso (quasi 3 ore, e la sensazione è che molti episodi siano inseriti per valorizzare ciascuna delle star del cast). Anche se il film è basato su vicende in gran parte vere, il registro narrativo è più quello del western: John Sturges è il regista de I magnifici sette {a sua volta una parodia [Nella musica colta, la parodia è la trascrizione di un brano musicale con la sostituzione dell’orchestrazione e/o del testo cantato. Celebre parodia è il Salmo 51 BWV 1083 di Johann Sebastian Bach, che riutilizza la musica dello Stabat Mater di Pergolesi. In questo genere di parodia, non vi è alcun intento satirico, anzi, si tratta, in genere, di testimonianze di sincera ammirazione fra autori. (Questa nota è un omaggio postumo al grande David Foster Wallace)] – in senso bachiano se volete – de I sette samurai di Akira Kurosawa}.

Ho visto non moltissimo tempo fa (ma evidentemente in era pre-blog, perché non ne ho fatto la recensione qui) Stalag 17 del grandissimo Billy Wilder. In quel film, che è di una decina d’anni precedente a questo, l’ambientazione è simile (un campo di prigionia, in cui sono reclusi prigionieri di guerra dell’aviazione alleata, americani in questo, per lo più inglesi ne La grande fuga). Stalag 17 non è tecnicamente un film di guerra: Wilder è piuttosto interessato alle dinamiche psicologiche di gruppo che emergono tra i reclusi, e il suo sguardo è eminentemente morale. Ma la guerra, l’estremizzazione dei comportamenti umani che la guerra porta con sé, è ben presente nel film di Wilder.

Dopo 10 anni da Stalag 17 (e dopo 20 dai fatti narrati) la ferita della guerra è sufficientemente rimarginata per il pubblico statunitense (a ogni buon conto e a scanso di ogni rischio si parla qui soprattutto della RAF, con l’eccezione di Steve McQueen e pochi altri) da spettacolizzarne le vicende, ancora più che mitizzarle. La psicologia dei personaggi è abbozzata in modo patetico (basta pensare alle crisi di claustrofobia di Charles Bronson!) e non a caso la scena più nota del film, quella rimasta nella memoria collettiva, è la corsa in moto di Steve McQueen (su YouTube, comunque, il film c’è tutto, in non so quanti pezzetti da 10 minuti!).

Nel 2000, Galline in fuga (Chicken Run), un film d’animazione inglese, riprende le vicende de La grande fuga e le traspone in un pollaio, con effetti esilaranti. Un’altra parodia. Paradossalmente, Galline in fuga induce a riflessioni sull’universo concentrazionario e sulla tragica alternativa tra libertà e morte ben più profonde dell’originale.

The Stuff of Thought

Pinker, Steven (2007). The Stuff of Thought. Language as a Window into Human Nature. New York: Viking. 2007.

Steven Pinker, studioso del linguaggio in una prospettiva cognitiva, insegna psicologia a Harvard (fino al 2003 insegnava al MIT). È anche un ottimo divulgatore (e polemista) e leggere i suoi libri è un piacere.

Il tema principale di questo è ben riassunto dal sottotitolo (oltre che dal lucidissimo capitolo finale, la parte migliore del libro): il linguaggio è una finestra sulla mente e sulla natura umana. Provo a tradurre le prime righe della Prefazione:

Nel modo in cui usiamo le parole è racchiusa una teoria dello spazio e del tempo. Anche una teoria della materia, e una della causalità. Il nostro linguaggio ha una teoria del sesso (ne ha due, a essere precisi) e concezioni in merito all’intimità, al potere, alla giustizia. La nostra lingua madre è imbevuta dei concetti di divinità, pericolo e degradazione, ma anche di una concezione del benessere e di una filosofia del libero arbitrio. Tutte queste concezioni variano nei dettagli da lingua a lingua, ma condividono una medesima logica complessiva. Ne emerge un modello della realtà tipicamente umano, che si allontana in modo significativo dalla comprensione oggettiva della realtà delineata dalla scienza e dalla logica. Benché queste idee siano intessute nel linguaggio, le loro radici sono più profonde del linguaggio stesso. Affondano nelle regole fondamentali con cui comprendiamo quello che ci circonda, con cui attribuiamo meriti o colpe ai nostri simili e con cui articoliamo le nostre relazioni con loro. [p. vii, traduzione mia]

Il libro è articolato in 9 capitoli. La maggior parte riprende, in veste divulgativa, ricerche condotte da Pinker negli ultimi anni, e questo è l’unico appunto che mi sento di fare al volume: a volte si perde il filo del discorso complessivo, proprio perché il materiale è così ricco e perché Pinker è un affabulatore che si diverte nel raccontare e che sa avvincere il lettore (e l’ascoltatore: è venuto qualche anno fa all’Auditorium di Roma nell’ambito di un festival e vi posso assicurare che è un grande intrattenitore). Per questo, come dicevo prima, il capitolo conclusivo (Escaping the Cave) è particolarmente opportuno, oltre che molto riuscito.

È troppo lungo per provare a tradurre anche questo, ma (per chi ha pazienza e segue bene l’inglese) questa lezione tenuta alla sede centrale di Google il 24 settembre 2007 riassume piuttosto bene le conclusioni del libro (la conferenza, dibattito compreso, dura più di un’ora).

Qualche anno fa (penso nel 2002, ai tempi di The Blank Slate) Pinker è anche stato intervistato da Robert Wright (quello di Nonzero) per la rivista online Slate: metto qui sotto il video, anch’esso interessante, e per i vostri esercizi d’inglese potete seguire con la trascrizione che trovate qui.

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L’ottava vibrazione

Lucarelli, Carlo (2008). L’ottava vibrazione. Torino: Einaudi. 2008.

L'ottava vibrazione

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Non sono d’indole tollerante. Anzi, per indole sono un iracondo, sempre pronto all’invettiva. Ma penso che la tolleranza sia un valore, sia il fondamento del rapporto tra persone libere ed eguali, una base della convivenza civile, una conquista del secolo dei lumi (l’ho pensato persino quando Marcuse consigliava di essere intolleranti). Di conseguenza, a forza di esercizio costante, ho imparato a essere tollerante, e, al prezzo di ferrea autodisciplina, controllo quotidianamente i miei istinti, tanto da avere fama di essere un saggio, un calcolatore piuttosto che un istintivo, un freddo, addirittura uno “senza palle”. Eppure “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge” è sempre lì, in agguato, e ogni tanto esplode.

O magari scoppietta soltanto, esaurendosi in un moto di fastidio, come questo che mi ha provocato la lettura di questo romanzo di Lucarelli. Non ho letto nessun altro romanzo di Lucarelli, e non l’avrei letto neppure stavolta (sono un po’ prevenuto, troppo pubblicizzato, troppa fama televisiva, addirittura imitato da Fiorello!) se non fosse stato presentato come un romanzo storico. Il secondo romanzo sull’avventura coloniale italiana (lo so che è una frase fatta, l’ho usata apposta) in pochi mesi, e tutti e due scritti da autori bolognesi: non può essere una coincidenza – mi sono detto –: vediamo.

Massaua, Eritrea, 1896, alla vigila di Adua. Non vi racconto niente della storia perché è pur sempre un poliziesco e io non sono una carogna. Mi limiterò a elencarei vezzi della scrittura di Lucarelli che mi hanno irritato e infastidito:

  • I vari personaggi che si intrecciano (è un romanzo “corale”, come dicono i critici) e che arrivano in Colonia da varie regioni d’Italia sono caratterizzati dalla loro cadenza, dal loro dialetto, dai loro tic verbali. Ma non occasionalmente, o la prima volta che parlano: tutte le volte che aprono bocca, o pensano. Così l’umbro, l’abruzzese, il veneto. Stucchevole.
  • Lo stesso accade per i personaggi indigeni e più in generale per il “colore coloniale”: Lucarelli ci elenca il termine locale e la traduzione italiana. Non basta: il termine locale ce lo propina in tigrino, bileno, amarico, kunama, arabo e così via.
  • Lucarelli usa in continuazione il verbo “agganciare” per significare “tenere con le mani o con i piedi”. OK, una volta va bene. Ma troppe diventa un artifizio retorico (lo stesso trucco che usa Genna nel suo Hitler con “esorbitare”).
  • Lucarelli mescola presente e passato (e, a volte, anche prima e terza persona singolare) nello stesso paragrafo. E se ne vanta pure! (“… discutendo con Simona Vinci, che scrive al presente, e con Eraldo Bladini, che scrive soprattutto al passato, e poi con Deborah Gambetta e con Giampiero Rigosi, e non sapendo io che parte prendere visto che tutti mi sembravano aver ragione – tempo della modernità, tempo della storia – mi è venuto in mente di provare a metterceli dentro tutti, i tempi verbali, a seconda delle mie esigenze, per fermare, muovere, rallentare, accelerare, anche zoomare su qualcosa” p. 456).

Basta così. Ne abbiamo parlato fin troppo. Vi risparmio gli altri luoghi comuni di cui il libro è intriso, dalla “cagna nera” alla misteriosa bambina che balla… Ma l’autore mi risponderebbe che il fumettone è nazional-popolare…

Un’ultima cosa: l’ottava vibrazione – spiega la poesia di Tsegaye Gabre Medhin, il poeta nazionale etiope, posta a conclusione del libro – è il nero, l’ottavo colore dell’iride. E devo ammettere (anche se la luce non è soltanto vibrazione, e anche se i colori dell’iride sono 7 per convenzione recente e perché il 7 è attraente, ma potremmo anche più ragionevolmente dire che sono 6, e anche se il nero è piuttosto l’assenza di luce) che l’immagine è molto bella, come è evocativa la copertina del libro.

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L’uomo di marketing e la variante limone

Fontana, Walter (1995). L’uomo di marketing e la variante limone. Milano: Bompiani. 2000.

Un libretto di qualche anno fa, segnalatomi e prestatomi da un amico: fresco e leggero come l’acqua, ma nulla di più. Alcuni ritratti e alcune situazioni sono ancora attuali. Non si ride a crepapelle, ma si sorride spesso.

Walter Fontana è (era?) uno degli autori della Gialappa’s. Ha inventato il personaggio di Carcarlo Pravettoni (interpretato da Paolo Hendel) e quello del dottor Frattale (interpretato da lui stesso).

Il romanzetto ha però un incipit veramente infelice, che mi ha fatto venire voglia di abbandonarlo alla seconda pagina. Il problema è che, apparentemente, Fontana non ha idea di come è fatto un pinolo. Giudicate voi, ecco il passo incriminato:

Si coglie una pigna, si mette in bocca intera, si biascica con un certo sforzo finché a linguate non si riesce a scapsulare i pinoli, si rumina qualche minuto con le sopracciglia aggrottate facendo attenzione a non ferirsi le labbra con le scaglie, si mandano giù i pinoli e si sputa a pezzi il torsolo rosicchiato sulla schiena del vicino.
[…]
Consapevole di essere al centro dell’attenzione, il nuovo arrivato colse una pigna e con il bastoncino frugò negli interstizi. In pochi attimi raggranellò una bella montagna di pinoli bianchi, puliti, pronti da mangiare. Senza fatica, senza labbra infiammate, senza scaglie nei denti. [pp.5-6]

Da quello che descrive, Fontana sembra credere che i pinoli si estraggano direttamente dalla pigna, e ignora che hanno un guscio. Evidentemente li ha sempre mangiati sgusciati, nel pesto alla genovese o sulla torta della nonna, o confezionati nel sacchetto del supermercato.

Allora, dottor Fontana, stia attento che adesso glielo spieghiamo io e Wikipedia:

I pinoli sono i semi commestibili di alcune specie di pini. In Europa, tra le specie di pino che producono semi grandi, il migliore è il pino domestico (Pinus pinea) che non a caso è anche chiamato “pino da pinoli”. I pinoli sono contenuti nello strobilo, volgarmente chiamato cono o pigna, che è una struttura vegetale formata da brattee legnose nelle quali alloggiano i semi delle Gimnosperme (in questo antico gruppo di piante non si può parlare ancora di frutti, che appaiono solo nelle Angiosperme). Quando la pigna è matura, le brattee legnose si aprono e i pinoli cadono o sono comunque facilmente accessibili. Ma attenzione, appena estratti dallo strobilo, i pinoli sono ricoperti da un involucro rigido. Per mangiarli è necessari sgusciarli.

Don Milani! Chi era costui?

Pecorini, Giorgio (1996). Don Milani! Chi era costui? Milano: Baldini & Castoldi. 1998.

Don Milani, chi era costui?

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Io non ho l’edizione rappresentata qui sopra, ma un’edizione tascabile di 10 anni fa, trovata fortunosamente su una bancarella (vi si dice che Pecorini “ha costruito la propria carriera di giornalista via via dimettendosi dai maggiori quotidiani e periodici”, invece del più sussiegoso “giornalista professionista dal 1945, è stato redattore o collaboratore di vari giornali e periodici, tra i quali il «Corriere della Sera», «Il Giorno», «L’Europeo», «L’Espresso», «Paese Sera»”).

Don Milani

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Pecorini è stato un amico di Don Lorenzo Milani, e il suo libro è pieno di affetto per il priore di Barbiana (e anche di livore per chi si è appropriato, in genere usurpandola, della sua eredità). Purtroppo, questo non è sufficiente a fare un buon libro.

Più interessanti, almeno per me, gli inediti di Don Milani che completano il volume. Alcuni meriterebbero da soli un commento approfondito.

Ad esempio, gli Appunti per un nuovo galateo:

  • “verso i genitori, l’ideale è una rispettosa disobbedienza”
  • “la parola urbanità è offesa ai contadini”
  • “i poliziotti sono l’unica categoria che si può trattare come da padrone a servo. Come educazione alla fede nella sovranità popolare e come educazione dei poliziotti stessi” [pp. 216-219]

Bellissimo anche il Progetto di un giornale-scuola, elaborato insieme ad Aldo Capitini. Il giornale era pensato come “un giornale che insegni a leggere il giornale”. L’idea era quella di prendere una notizia alla settimana e presentarla in riassunto. Poi, sempre in riassunto, far vedere come era presentata da tre testate di opposte tendenze politiche (destra/centro/sinistra). Poi illustrare (ma lasciamo parlare lo stesso Milani):

  • i fatti che bisognava già sapere (storia, geografia, politica)
  • analisi dell’articolo (stile, etimologia, significato)
  • fra le righe:
    • cui prodest?
    • cosa tace
    • cosa inventa
    • cosa (non) si può controllare
    • quanto importa [pp. 241-250]

A me pare un progetto attualissimo e particolarmente adatto all’era del web 2.0. Qualcuno ci vuole provare?

Il brano più interessante, per me, è Strumenti e condizionamenti dell’informazione, trascrizione di un incontro della scuola di Barbiana con un gruppo di aspiranti giornalisti. Oltre a presentare per la prima volta (penso) il metodo di scrittura collettiva che diventerà poi una pagina celebre di Lettera a una professoressa, si collega questo metodo a quello che Milani chiama “ricerca artistica della verità”:

Cioè, noi si parte dall’idea, si cerca la verità per scritto […] e la si corregge via via, la si perfeziona nella ricerca della massima efficacia col minimo di parole […]. Quando questo lavorio lo si protrae per settimane […] e si corregge, ricorregge, ricorregge, si lima, si toglie, si taglia, si taglia ripetizioni, si taglia aggettivi inutili, si abbrevia, si concentra sempre più… Quando è stato fatto questo lavorio a lungo, non solo si raggiunge il massimo di espressione, il massimo di efficacia, cioè di comunicazione, ma oltretutto si raggiunge la verità.
[…]
È automatico, nello stesso tempo si raggiunge la verità e l’arte, perché sono la stessa cosa. Se quella parola era da togliersi, vuol dire che non era vera; se era vera […] vuol dire che non era un’idea chiara. Quando una scrivendo ha fatto una ripetizione, vuol dire che le idee non le aveva chiare; quando scopre che una frase è una ripetizione, nell’attimo che chiarisce il testo per il lettore, lo chiarisce anche a se stesso, perché se lo avesse avuto chiaro lui non gli scappava nemmeno la ripetizione. [pp. 357-359]

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Sea of Poppies

Ghosh, Amitav (2008). Sea of Poppies. London: John Murray. 2008.

Il romanzo di Ghosh converge su due mie grandi passioni, una antica e una più recente: le storie marinare dei mari del sud e la letteratura anglo-indiana.

Sulla prima penso di avere ben poco da dire, perché penso che sia qualcosa di comune a molti ragazzi della mia generazione, e delle generazioni precedenti e, mi auguro, anche di quelle dopo la mia. Ho subito il fascino del mare a partire da Verne (20.000 leghe sotti i mari e L’isola misteriosa), e poi via via ho incontrato Stevenson e poi il grande Conrad (e Salgari, direte voi? No, Salgari no, non mi ha mai attratto e non l’ho mai letto!).

Sulla letteratura anglo-indiana forse c’è da dire qualcosa di più. Per letteratura anglo-indiana intendo gli scrittori del sub-continente indiano che scrivono in inglese. Non so se è la definizione corretta, e mi viene subito in mente che alcuni di questi scrittori non vivono in India o in Pakistan o in Bangla-desh, e che altri sono di seconda o terza generazione (Kureishi per me fa parte del gruppo, eppure …) e che altri ancora sono nati in Paesi toccati dalla diaspora indiana (gli inglesi deportavano gli indiani in altre loro colonie, quando avevano bellamente sterminato i “nativi” o li ritenevano incapaci di lavorare ai loro ordini, come in Sudafrica).

In realtà, gli autori accomunati dalla mia etichetta sono molto diversi tra loro, né potrebbe essere altrimenti. Si va da Salman Rushdie, forse il più celebre (più per la fatwa degli ayatollah iraniani che per il bellissimo I figli della mezzanotte) alla delicata Arundhati Roy de Il dio delle piccole cose. Ghosh non è un autore prolifico: il suo primo romanzo (mi correggo, il primo che ho letto), The Shadow Lines, è del 1990. È un’intricato e affascinante viluppo di memorie a più voci: per me è stato amore a prima vista. 5 anni dopo è arrivato The Calcutta Chromosome, che io non esiterei a definire uno dei più bei romanzi di fantascienza (molti non saranno d’accordo, ma per me questa attribuzione di genere non è riduttiva) di tutti i tempi, ed è anche il più “sperimentale” dei romanzi di Ghosh. A partire da The Glass Palace (2000) e The Hungry Tide (2004), la diaspora e l’identità indiana divengono sempre più temi centrali di Ghosh.

Anche Sea of Poppies parla di questo, tra molte altre cose. Il libro non è facile da leggere. È il primo volume di una trilogia e, come spesso accade, ti lascia sul più bello ad aspettare l’uscita della prossima parte. I personaggi e le storie che si intrecciano sono moltissimo (e i nomi indiani, inglesi e cinesi non aiutano). C’è una grande attenzione alla lingua, e soprattutto al vocabolario: all’inglese di Ghosh si assommano in questo libro l’indiano (o quanto meno l’indiano inglesizzato) e la terminologia marinara dei mari del sud nella prima metà dell’800. Non facile per me. Sono curioso di vedere come se la caverà il traduttore!

Non voglio dire di più per non guastarvi il piacere della lettura. Ma se non siete abituati a leggere in inglese, non cominciate da qui, aspettate la traduzione!

Qui sotto Ghosh parla del suo libro (e d’altro):

La vita agra

La vita agra, 1964, di Carlo Lizzani, con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli

Il romanzo di Luciano Bianciardi è un capolavoro, secondo molti, e un libro che per molti motivi (alcuni personali) mi è molto vicino. Come ho già raccontato, via Domenichino (dove abitava Bianciardi e come si vede nel filmato qui sotto) ha avuto uno spazio importante nella mia vita milanese: il giornalaio di piazza Amendola si chiamava Agostino Gobetto (l’edicola c’è ancora, ma lui non più; anche il bar-tabacchi e la farmacia, l’uno di fronte all’altro all’inizio di via Previati ci sono ancora). Il buco misterioso, poi ricoperto con una cupola di plastica blu, è la stazione della metropolitana di Amendola-Fiera.

Nel 1962, dopo il primo successo della Vita Agra la RAI realizza un breve filmato sul libro e sul suo autore. Girato per la serie ARTI E SCIENZE, scritto da Luigi Silori, il film mostra Luciano Bianciardi nella sua casa mentre batte freneticamente sulla macchina da scrivere.

Difficile, a queste condizioni, che il film mi sia potuto piacere senza riserve.

Forse è più onesto considerare il film per quello che è. Lizzani si cimenta con una commedia post-realista, in un’Italia in transito dall’industrializzazione forzata e forzosa del dopoguerra e del miracolo economico (quella delle morti in miniera e del lavoro politico in fabbrica) alla terziarizzazione cinica e imparaticcia, qui nella sua veste milanese. Le parti più deboli del film (paradossalmente anche le più fedeli al libro!) sono quelle in cui la voce fuori campo di Luciano commenta amara i guasti della modernità, dal restringersi dei marciapiedi, alle buche per terra, dai quartieri satellite della speculazione edilizia alle banalità sull’uomo medio.

L’interpretazione di Tognazzi è perfetta, anche se la scelta dell’attore cremonese costringe a spostare la provincia d’origine da Grosseto a Guastalla, con qualche effetto comico (ve l’immaginate una miniera a Guastalla, dove basta scavare 4 metri per trovare la falda acquifera? e perché mai da Guastalla la moglie dovrebbe trovare così difficile andare a Milano?). Bravissima e bellissima anche Giovanna Ralli.

Tra i comprimari, molto bravo anche Giampiero Albertini (Libero). Memorabile la sua pernacchia al presidente e al direttore della miniera. Ci sono anche Enzo Jannacci (che interpreta sé stesso e canta Ti te se no) e il dimenticato Pippo Starnazza.

Molto belle anche alcune soluzioni tecniche, come un lungo piano-sequenza in una piazza milanese e anche le scene di movimento in ufficio.

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