Obituary: Nora Ephron 1941-2012

Da: Harry ti presento Sally, 1989

Harry Burns: I love that you get cold when it’s 71 degrees out. I love that it takes you an hour and a half to order a sandwich. I love that you get a little crinkle above your nose when you’re looking at me like I’m nuts. I love that after I spend the day with you, I can still smell your perfume on my clothes. And I love that you are the last person I want to talk to before I go to sleep at night. And it’s not because I’m lonely, and it’s not because it’s New Year’s Eve. I came here tonight because when you realize you want to spend the rest of your life with somebody, you want the rest of your life to start as soon as possible.

Quando Noioso si gemella con Monotono | Daily Mail Online

La notizia è comparsa sul Daily Mail online il 7 giugno 2012: due località, una statunitense (Boring nell’Oregon) e una scozzese (Dull nel Perthshire) hanno deciso di gemellarsi. Il fatto è che il significato di entrambe è “noioso, monotono”.
Grazie a Lolo per la segnalazione.

Exciting times as U.S. town of Boring approves plan to ‘twin’ with Scottish village of Dull | Mail Online

L’idea di gemellare le due comunità è venuta a Elizabeth Leighton, che vive ad Aberfeldy, vicino a Dull, passando per Boring durante una vacanza in bicicletta negli Stati Uniti. Ha telefonato subito alla sua amica Emma Burtles, che vive proprio a Dull e che ha interessato al progetto il consiglio comunale della sua cittadina (Dull and Weem Community Council) e quello di Boring (Boring Community Planning Organisation).

Dull & Boring

Exciting times: They may be more than 9,000 miles apart but the communities of Dull and Boring are set to become close friends / dailymail.co.uk

Qualche problema è legato al fatto che Boring è una cittadina di circa 10.000 abitanti, mentre Dull è un villaggio minuscolo (84 residenti)

Naturalmente il progetto ha la sua bella pagina su Facebook.

Escrementi commestibili: l’ambra grigia

L’ambra grigia è stata a lungo una sostanza misteriosa, e come tale soggetta a innumerevoli leggende. Come l’ambra, la si ritrovava spinta a riva dalla risacca. Ma a differenza dell’ambra comune – sostanza dura e giallo dorata (di colore ambrato, appunto) – qui si parla di una massa grigiastra e tenera, che si scioglie al calore della mano.

Gli arabi la ritennero la concrezione prodotta dai sali disciolti nelle sorgenti del fondo marino o l’escremento del leggendario uccello Rokh.

Rokh

wikipedia.org

I cinesi, invece, ritenevano si trattasse di sputo di drago coagulato dall’acqua marina. In occidente, più prosaicamente, fu descritto come vomito di capodoglio.

Capodoglio sì, ma non vomito: escremento. Non propriamente le feci ordinarie, ma una sostanza escreta dallo stomaco per proteggerne le pareti dall’azione irritante dei becchi di calamaro, che i capodogli ingurgitano in grande quantità. La secrezione ingloba i taglienti becchi e poi si solidifica. Resta a lungo nello stomaco e nell’intestino del cetaceo, ma prima o poi viene espulsa. Galleggia sulle onde finché non giunge a riva, dove – seccandosi – libera il suo gradevole profumo.

Ambra grigia

smithsonianmag.com

Non sto scherzando: il profumo gradevole è la principale caratteristica della sostanza e il motivo dell’interesse commerciale che la circondava in passato, soprattutto per i suoi usi in cosmetica e in profumeria. Ora che il capodoglio è specie protetta, l’ambra non può più essere estratta dall’intestino di un animale ucciso all’uopo, ma si deve contare sulle minime quantità che giungono a riva. Un tempo, invece, il commercio della sostanza aveva enorme importanza economica (era, ad esempio, una delle principali esportazioni della colonia italiana della Somalia). Hermann Melville dedica all’ambra grigia il capitolo 92 di Moby Dick:

Now this ambergris is a very curious substance, and so important as an article of commerce, that in 1791 a certain Nantucket-born Captain Coffin was examined at the bar of the English House of Commons on that subject. For at that time, and indeed until a comparatively late day, the precise origin of ambergris remained, like amber itself, a problem to the learned. Though the word ambergris is but the French compound for grey amber, yet the two substances are quite distinct. For amber, though at times found on the sea-coast, is also dug up in some far inland soils, whereas ambergris is never found except upon the sea. Besides, amber is a hard, transparent, brittle, odorless substance, used for mouth-pieces to pipes, for beads and ornaments; but ambergris is soft, waxy, and so highly fragrant and spicy, that it is largely used in perfumery, in pastiles, precious candles, hair-powders, and pomatum. […]
Who would think, then, that such fine ladies and gentlemen should regale themselves with an essence found in the inglorious bowels of a sick whale! Yet so it is. By some, ambergris is supposed to be the cause, and by others the effect, of the dyspepsia in the whale. How to cure such a dyspepsia it were hard to say, unless by administering three or four boat loads of Brandreth’s pills, and then running out of harm’s way, as laborers do in blasting rocks.
I have forgotten to say that there were found in this ambergris, certain hard, round, bony plates, which at first Stubb thought might be sailors’ trowsers buttons; but it afterwards turned out that they were nothing more than pieces of small squid bones embalmed in that manner.
Now that the incorruption of this most fragrant ambergris should be found in the heart of such decay; is this nothing? Bethink thee of that saying of St. Paul in Corinthians, about corruption and incorruption; how that we are sown in dishonour, but raised in glory. […]

Capodoglio

wikipedia.org

L’odore gradevole e pungente dell’ambra grigia è dovuto «al grande contenuto di feromone, analogamente ad altre sostanze aromatiche di origine animale (castoreo, muschio).» [Wikipedia]

Pertanto, oltre a essere utilizzata in profumeria (ove la sostanza è apprezzata anche come fissatore, cioè come «composto che può abbassare il tasso di evaporazione delle sostanze più volatili di una composizione di essenze, oppure dare una nota particolare o, ancora, amalgamandosi con gli altri ingredienti, esaltarli e renderli più incisivi»), l’ambra grigia ha avuto fama di potente afrodisiaco. Secondo Melville, i musulmani la portavano alla Mecca (allo stesso modo in cui i pellegrini portavano incenso a San Pietro a Roma) ma non disdegnavano di usarlo in cucina, mentre alcuni mercanti di vino ne aggiungevano qualche grano al chiaretto per esaltarne il sapore. Nel Medioevo veniva usato nelle tinture medicinali, Insieme ad acqua, zucchero e limone, compariva nella ricetta tradizionale persiana del sorbetto. Casanova l’aggiungeva alla mousse au chocolat (come tonico e afrodisiaco, naturalmente).

Paradise regained

wikipedia.org

Anche John Milton ne parla, nel suo Paradise Regained, quando Satana tenta Gesù Cristo con un banchetto luculliano:

He spake no dream; for, as his words had end,
Our Saviour, lifting up his eyes, beheld,
In ample space under the broadest shade,
A table richly spread in regal mode,
With dishes piled and meats of noblest sort
And savour—beasts of chase, or fowl of game,
In pastry built, or from the spit, or boiled,
Grisamber-steamed; all fish, from sea or shore,
Freshet or purling brook, of shell or fin,
And exquisitest name, for which was drained
Pontus, and Lucrine bay, and Afric coast. [vv. 337-347]

Brillat-Savarin

openlibrary.org

Il grande Jean Anthelme Brillat-Savarin – patriarca e vate di tutti noi gastronomi intellettuali – raccomandava di sostituire il caffè (che aveva l’effetto collaterale di rendere nervosi e insonni) con un tonico a base di zucchero e cioccolato con un pizzico d’ambra grigia:

C’est ici le vrai lieu de parler des propriétés du chocolat à l’ambre, propriétés qui j’ai vérifiées par un grand nombre d’expériences, et dont je suis fier d’offrir le résultat à mes lecteurs.
Or donc, que tout homme qui aura bu quelques traits de trop à la coup de la volupté; que tout homme qui aura passé à travailler une portion notable du temps qu’on doit employer à dormir; que tout homme d’esprit qui se sentira temporairement devenu bête; que tout homme qui trouvera l’air humide, le temps long, et l’atmosphère difficile à porter; que tout homme qui sera tourmenté d’une idée fixe qui lui ôtera la liberté de penser; que tous ceux-là, disons-nous, s’administrent un bon demi-litre de chocolat ambré, a raison de soixante à soixante-douze grains d’ambre par demi-kilogramme, et ils verront merveille.
Dans ma manière particulière se spécifier les choses, je nomme le chocolat à l’ambre chocolat des affligés, parce que, dans chacun des divers états que j’ai désigné, on éprouve je ne sais quel sentiment qui leur est commun, et qui ressemble à l’affliction. [Physiologie du gout; ou, Méditations de gastronomie transcendante, pp. 225-226]

Sulla storia dell’ambra grigia ha scritto un libro (che mi sono appena affrettato a comprare) il biologo molecolare Christopher Kemp, Floating Gold: A Natural (and Unnatural) History of Ambergris. Risparmiamoci pure la scontata ironia sulla coprofagia coatta di chi voglia fare ricerca seriamente, in questo e in altri paesi: resta il fatto che Kemp la sua brava ambra grigia se l’è cucinata:

It crumbles like truffle. I fold it carefully into the eggs with a fork. Rising and mingling with curls of steam from the eggs, the familiar odor of ambergris begins to fill and clog my throat, a thick and unmistakable smell that I can taste. It inhabits the back of my throat and fills my sinuses. It is aromatic — both woody and floral. The smell reminds me of leaf litter on a forest floor and of the delicate, frilly undersides of mushrooms that grow in damp and shaded places.

Il primo spunto per questo post l’ho trovato sul blog dello Smithsonian Food & Think: A heaping helping of food news, science and culture, nel post A Taste of Edible Feces, pubblicato il 4 giugno 2012.

Le password più diffuse

Mark Burnett è il massimo esperto di uso delle password. È l’autore di Perfect Passwords, un libro del 2005. In quell’occasione pubblicò una lista delle 500 password più diffuse (e quindi peggiori).

Il suo database ne contiene ormai 6 milioni e Burnett ha appena pubblicato la lista aggiornata delle 10.000 più diffuse. Di seguito le prime 10:

  1. password
  2. 123456
  3. 12345678
  4. 1234
  5. qwerty
  6. 12345
  7. dragon
  8. pussy
  9. baseball
  10. football

Anche da noi si è parlato di questa classifica: lo ha fatto Linkiesta con questo articolo, in cui si scherza sulla posizione e il significato di pussy.

Mark Burnett

Mark Burnett

La notizia vera, però, mi pare quella che, rispetto al precedente studio di Mark Burnett del 2005, “pussy” sia crollata dalla quinta all’ottava posizione. Che sia un effetto indiretto della caduta del berlusconismo? O è l’universale calo della libido?

Il coprifuoco dei gatti giapponesi

Una delle poche parole giapponesi che so è neko, che significa gatto. E so anche che i giapponesi adorano i gatti: anche Hello Kitty (ハローキティ Harō Kiti) è nata lì, nell’ormai lontano 1974.

Con tutto questo, a Tokyo non è facile poter tenere un gatto in casa: gli appartamenti sono piccoli e gli affitti esosi; spesso si lavorano orari impossibili, cui si aggiungono tempi dedicati al tragitto casa-lavoro-casa per noi inconcepibili; per di più, spesso i contratti d’affitto vietano esplicitamente di tenere animali domestici in casa.

Ecco allora nascere i cat café (猫カフェ): il primo apre a Osaka nel 2004; un anno dopo, il primo di Tokyo è il Neko no Café. Secondo il Ministero dell’ambiente nipponico, i cat café sono attualmente 150 in tutto il Paese, e almeno 25 a Tokyo.

Cat café

theatlanticwire.com

Andare in un cat café e giocare con i gatti costa 1500 ¥ l’ora (circa 15 €) – caffè e bevande non incluse.

I cat café sono un po’ come i locali dove operano le entreneuse: i gatti hanno tutti un nome, e sono elencati su un book con tanto di fotografia. I clienti hanno delle preferenze esplicite, e possono comprare loro dei croccantini al posto dello champagne. Non si possono prendere in mano o in braccio i gatti, ma se loro vengono da te e si strofinano o ti vengono in grembo li puoi lasciar fare. I minorenni (per la verità, i bambini e le bambine con meno di 13 anni) non possono entrare. I gatti (come le entreneuse) fanno perfino i turni: al Calico Cat Café, aperto dal 2009 nella centrale Shinjuku di Tokyo, in una tipica serata 53 gatti si mescolano ai clienti nei due piani del locale, mentre altri 40 riposano nel giardino sul retro.

Ma tutto questo è destinato a finire. Il 1° giugno è entrata in vigore la Legge per la gestione e il benessere degli animali, che vieta di vendere ed esporre animali, compresi cani e gatti, dopo le ore 20: il timore è che gli animali, chiusi in piccole gabbie ed esposti al caldo e alla luce abbagliante, possano soffrire gravemente. La lobby dei cat café è riuscito a ottenere 2 ore di più, fino alle 22. Ma finora erano aperti fino all’1 di notte, e si riempivano soltanto la sera, con una clientela composta soprattutto di giovani impiegate. Adesso, si teme che il coprifuoco possa portare alla chiusura dei cat café e alla crescita del randagismo.

La fonte di questa storiella sui gatti è un articolo di Atlantic Wire (Goodnight Kitty: Curfew Curtails Tokyo’s Cat Cafés).

Il magico mondo delle entreneuse ce lo ricordano invece, a modo loro, I Gufi:

Si chiamava Ambroeus
e faceva l’entreneuse
in un trani con balera
proprio in fondo a Via Marghera

Festa della Repubblica e parata militare

È partita dalla blogosfera (o facebook-sfera, non so) ed è poi stata raccolta da alcuni partiti la proposta di non fare la sfilata militare celebrativa del 2 giugno a via dei Fori imperiali a Roma. Quasi subito, il Quirinale ha detto che la sfilata ci sarà, ma sarà sobria. Ecco la dichiarazione ufficiale (che trovate qui):

“Le celebrazioni del 2 giugno per rafforzare la fermezza e la fiducia con cui affrontare problemi di oggi e di domani, a cominciare da quelli del terremoto”

Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati e il Presidente del Consiglio per un ampio informale scambio di opinioni su problemi di comune interesse e urgenza istituzionale: in primo luogo quelli connessi alla condizione dei territori e delle popolazioni dell’Emilia su cui si è abbattuto un violento e distruttivo evento sismico, e relativi all’esigenza del massimo impegno delle forze dello Stato e della più ampia solidarietà nazionale per un’efficace risposta a bisogni acuti di assistenza e a prospettive di rapida ricostruzione. Tale impegno e solidarietà avrà modo di esprimersi ancora in occasione delle imminenti celebrazioni dell’anniversario della nascita della Repubblica.

Le tradizionali celebrazioni saranno improntate a criteri di particolare funzionalità e sobrietà, sia per i limiti entro cui si svolgerà la rassegna militare, sia per i caratteri che assumerà l’incontro in Quirinale con i rappresentanti del Corpo Diplomatico, di tutte le istituzioni e di significative espressioni della società civile. […]

Già prima di lasciare Pordenone, anticipando il rientro a Roma per il confronto istituzionale, il Presidente Napolitano aveva sottolineato perché la Repubblica non possa rinunciare a celebrare l’anniversario della sua nascita: “Credo che anche in questo momento la Repubblica, lo Stato e le Istituzioni debbono dare prova di fermezza e di serenità : non possiamo soltanto piangerci addosso. Una cosa è abbracciare le famiglie che piangono per i loro lutti; altra cosa è piangerci addosso come italiani e come istituzioni. Questo non possiamo farlo: abbiamo il dovere di dare un messaggio di fiducia, e ci sono le ragioni per poter dare questo messaggio di fiducia”. […]

Con tutto il rispetto e la deferenza, mi permetto di fare 2 osservazioni.

La prima è di carattere generale, e vuol essere un invito a riflettere sul significato del binomio Festa della Repubblica e parata militare. L’istituzione della Repubblica può essere celebrata in molti modi, e la parata militare non è certo l’unico. Peraltro, la forma repubblicana fu scelta per pacifico e democratico referendum popolare, e non propiziato da una sollevazione del popolo in armi (come fu in Francia per il 14 luglio 1789) o, peggio, imposta da un putsch militare. Questo basterebbe a rendere la scelta di incentrare le celebrazioni su una imponente sfilata di uomini e mezzi sull’ex-via dell’Impero piuttosto curiosa. A meno che – come spesso accade nei tortuosi ma non del tutto incomprensibili meandri della politica – la scelta non sia stata a suo tempo motivata dalla necessità di cooptare le forze armate (tradizionalmente fedeli alla monarchia savoiarda) alle neonate istituzioni repubblicane.

2 giugno

wikipedia.org

Resta il fatto che, personalmente, l’idea della parata militare mi sembra inopportuna, oltre che ripugnante, quando la Costituzione repubblicana afferma con palmare chiarezza il ripudio della guerra:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. [articolo 11]

A conclusione di questa prima osservazione, mi sembra condivisibile il punto di vista presentato da un altro blogger, metilparaben, nel suo post del 30 maggio 2012:

Bellezza e necessità

Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
iò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un’alzata d’ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.

La seconda osservazione è di carattere storico. Stanno provando a farci credere (ahimè, anche il Quirinale, e un bel po’ di organi d’informazione e di forze politiche, anche di sinistra o sedicenti tali) che la sfilata militare del 2 giugno c’è sempre stata e che sospenderla quest’anno sarebbe un insidioso precedente. Per nostra fortuna, l’agenzia giornalistica AGI racconta (anche se in modo un po’ confuso, che potete andare a leggere qui, “la tormentata storia della parata militare“). Provo a semplificare e a mettere in ordine cronologico, avvalendomi anche di wikipedia.

  • La prima parata si tenne il 2 giugno 1948 su via dei Fori imperiali.
  • Nel 1949, con l’ingresso dell’Italia nella NATO, si svolsero 10 sfilate in altrettante città d’Italia.
  • Nel 1950 la parata fu inserita per la prima volta nel protocollo delle celebrazioni ufficiali.
  • Nel 1963, papa Giovanni XXIII sta malissimo (morirà il 3 giugno) e la sfilata viene sospesa.
  • Nel 1976 – come ormai sanno anche i sassi – viene sospesa dal Ministro della difesa Arnaldo Forlani “a seguito della grave sciagura del Friuli e per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.”
  • Nel 1977 (egge 5 marzo 1977, n.54), soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica è spostata alla prima domenica di giugno (data in cui, curiosamente, durante la monarchia si celebrava la festa nazionale dello Statuto albertino) e una sobria celebrazione delle Forze armate si svolge a piazza Venezia.
  • Nel 1978, nel suo discorso d’insediamento al Quirinale, Sandro Pertini pronuncia l’ormai celebre frase: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.”
  • Dal 1983, però, le sfilate riprendono, in tono minore e non su via dei Fori imperiali (salvo che nel 1984).
  • Nel 1989 La parata militare è sostituita da una Mostra Storico Rievocativa in Piazza di Siena.
  • Nel 1990 e 1991 si torna a Piazza Venezia.
  • Nel 1991, nuova sospensione.
  • Nel 1992 il neo-eletto Oscar Luigi Scalfaro assiste alla sfilata su via dei Fori imperiali (ma senza cingolati per proteggere i monumenti: l’Italia ipocrita è anche questa!).
  • Ma poi è lo stesso Scalfaro a fermare la parata, sostituita dall’apertura alla popolazione dei giardini del Quirinale.
  • Nel 2001, il presidente Carlo Azeglio Ciampi la ripristina.

Nel 1976 Ugo Tognazzi è un tragicomico “generale in ritirata”.

… e adesso è ora che io vada …

Perché il Bayern ha perso la finale di Champions’ League

Olaf Storbeck è il corrispondente da Londra dell’Handelsblatt, il principale quotidiano economico tedesco, e l’autore (insieme a Norbert Häring) di Economics 2.0: What the Best Minds in Economics Can Teach You About Business and Life (tradotto anche in italiano: Economics 2.0).

Dopo la sconfitta subita dal Bayern di Monaco nella finale di Champions’ League contro il Chelsea ha pubblicato un articolo sul suo blog Economics IntelligenceAn economic explanation of Bayern’s failure – cercando di capire le ragioni economiche della sconfitta della squadra tedesca (e anche le ragioni della sua previsione errata: sempre ricorrendo al ragionamento economico, aveva infatti previsto, pochi giorni prima, la vittoria del team bavarese – The Economics of Success – Why Bayern Munich will beat Chelsea).

La prima previsione era stata basata su una stima della forza relativa delle due squadre: il valore di mercato dei giocatori del Bayern era circa del 30% superiore a quello del Chelsea (291 contro 203 milioni di euro). La metodologia in questione era già stata adottata con successo dal think-tank tedesco DIW, che in questo modo aveva previsto i vincitori degli Europei del 2008 e dei Mondiali del 2006 e del 2010.

Penalty

wikipedia.org

Il pensiero economico, per fortuna, ha più di una freccia nella sua faretra. Oltre a spiegare perché il Bayern avrebbe dovuto vincere, può spiegare anche perché abbia perso.

Secondo la teoria proposta da Thomas Dohmen, un economista tedesco che insegna all’Università di Maastricht nei Paesi Bassi, il Bayern ha perso ai rigori proprio perché giocava in casa. In un suo paper del 2005 (Do Professionals Choke under Pressure?), Dohmen ha analizzato 3.619 rigori tirati tra il 1963 (1ª stagione della Bundesliga) e la stagione 2003-2004 nel massimo campionato tedesco. In media, non vengono realizzati 26 tiri dal dischetto su 100 (19 sono parati dal portiere, 7 mancano lo specchio della porta). Nella finale di coppa, il Bayern ne ha sbagliato la metà (3 sui 6 tirati, 1 nei supplementari e 5 nella “lotteria dei rigori”).

Questo, secondo Dohmen, è un problema tipico della squadra di casa, ed è particolarmente evidente nei casi in cui il rigore è tirato fuori o si stampa sui legni:  succede nel 5,6% dei casi alla squadra in trasferta, ma nel 7,5% dei rigori tirati dalla squadra che gioca in casa. In altre parole, i professionisti soccombono alle aspettative dei tifosi.

Penalty

Dohmen 2005

Argomenta Dohmen:

The evidence suggests that the social environment has an impact on the performance of individuals. In particular, players of the home team are more likely to choke. This is a very robust finding in the data. It provides evidence against the social support hypothesis, but in support of the hypothesis that positive public expectations induce choking.

E conclude:

The finding, which is consistent with the hypothesis that positive public expectations or a friendly environment induce individuals to choke, has ramifications for questions of workplace design and performance measurement. The empirical result of this paper implies, for example, that workers who might feel being observed, especially by well disposed co-workers or spectators, perform worse than they otherwise would.

L’aquila con il coltello: Hitchcock e Jannacci avevano ragione

Non è un fotomontaggio. Almeno così ci assicura il Daily Mail.

Il fotografo olandese Han Bouwmeester, a Västerbotten in Svezia per un reportage fotografico sulle aquile, aveva usato il coltello per preparare dei pezzi di carne come esca. Il coltello – dimenticato a terra dal fotografo (eppure la mamma glielo diceva sempre che chi è disordinato si mette nei guai) – si è dimostrato per l’aquila un’esca più attraente della carne. Doveva aver sentito famoso apologo del pesce e della canna da pesca: aiuti più una persona insegnandogli a pescare che non fornendogli ogni tanto un pesce da mangiare.

Golden eagles: Picture shows bird of prey soaring away clutching a KNIFE | Mail Online

A forgetful photographer had the shock of his life when this soaring golden eagle made off with his knife.

Dutch snapper Han Bouwmeester had been using the utensil, in Västerbotten, Sweden, to carve up chunks of meat in a bid to attract the birds of prey.

But, busy with the task in hand, the wildlife aficionado clumsily dropped it in the snow.

L'aquila e il coltello

dailymail.co.uk

Il coltello

dailymail.co.uk

Hitchcock aveva ragione:

E anche Enzo Jannacci, naturalmente (qui in una versione aggiornata nelle immagini rispetto a quella che ho già messo altrove):

Metropolitana di Roma, fermata Termini

Dopo oltre 2 anni di disagi, i lavori per il rifacimento della stazione Termini delle linee metropolitane A e B – iniziati il 10 aprile del 2010 – si avviano alla conclusione. Da sabato 12 maggio è stato riaperto uno degli accessi alla linea A. I lavori dovrebbero essere completati entro l’anno.

Questa la descrizione dei lavori che ho trovato sul sito romametropolitane.it (c’è anche una bella brochure in .pdf che potete scaricare qui):

L’adeguamento del nodo di Termini, di corrispondenza tra la Linea A e la Linea B della Metropolitana di Roma, consiste nel miglioramento e potenziamento complessivo delle sue caratteristiche, sia funzionali che prestazionali. L’intervento è compreso [nel] programma predisposto dal Sindaco in qualità di Commissario Delegato per l’emergenza traffico e mobilità. Le opere previste riguardano l’ammodernamento e il potenziamento dell’impiantistica di stazione e di sicurezza, l’eliminazione di tutte le barriere architettoniche, la realizzazione di opere che accrescano la potenzialità di scambio e il miglioramento della distribuzione dei flussi anche ai fini di facilitare l’evacuazione in caso di emergenza, nonché la riqualificazione degli ambienti interni e della sovrastante piazza dei Cinquecento.

Gli obiettivi dell’intervento possono essere così sintetizzati:

  • potenziamento, riorganizzazione e razionalizzazione dei percorsi al fine di evitare le congestioni, gli intralci e le conflittualità che oggi si manifestano, particolarmente nel collegamento in uscita dalla Linea A alla Linea B;
  • adeguamento alle prescrizioni delle norme sul rischio incendi;
  • superamento delle barriere architettoniche e miglioramento delle caratteristiche di accessibilità al servizio, con particolare riguardo agli utenti a ridotta capacità motoria e visiva;
  • generale ristrutturazione impiantistica e tecnologica;
  • rinnovo delle finiture.

La principale caratteristica funzionale della soluzione progettuale adottata consiste nella separazione dei flussi in ingresso e uscita, mediante la riorganizzazione di tutte le percorrenze interne e soprattutto con la realizzazione di un nuovo percorso di collegamento tra la banchina della Linea A, il piano sottopasso e le banchine della Linea B: vengono così raddoppiati i flussi in uscita dalla Linea A, che dalle simulazioni effettuate risultano l’effettivo aspetto critico fra tutte le percorrenze interne. La realizzazione della nuova galleria è prevista con scavo realizzato in profondità, sotto gli strati archeologicamente fertili. A ciò va aggiunta, sotto il profilo funzionale, la meccanizzazione di tutte le percorrenze interpiano, con inserimento di nuove rampe mobili, sostituzione di quelle esistenti e realizzazione di nuovi ascensori, che permetteranno agli utenti a ridotta capacità motoria di accedere a tutti i livelli del nodo.

Dal punto di vista tecnologico, l’intervento prevede l’istallazione [sic!] di una serie di attrezzature impiantistiche, quali centrali di estrazione fumi, barriere d’aria e impianti di spegnimento, che, unitamente all’utilizzo di materiali ed elementi costruttivi resistenti al fuoco, permette di rispettare pienamente la normativa antincendio vigente. Quanto all’immagine architettonica, lo scopo dell’intervento è di rinnovare le finiture senza però stravolgere l’immagine ormai consolidata, puntando soprattutto su un accorto utilizzo dei materiali, della segnaletica e dei criteri di illuminazione. Pertanto nella Stazione Linea B si è optato per il restauro e la conservazione degli spazi e dei materiali esistenti, mentre nella Stazione Linea A si è optato per la riqualificazione degli spazi e il rinnovo delle finiture, mediante l’impiego di materiali pregiati e di nuova generazione, caratterizzati da ottimo comportamento nei confronti dell’incendio, notevoli proprietà meccaniche nei confronti dell’uso e buona resistenza al vandalismo.

Sono previste inoltre alcune opere di sistemazione dell’area di piazza dei Cinquecento [vi risparmio l’elenco].

Il valore totale dell’investimento ammonta a circa 63 milioni di euro [questo lo lascio perché sarà interessante vedere, a consuntivo, quali siano stati i costi effettivamente sostenuti].

Fermata Termini

wikipedia.org

Sono sicuro che erano tutti interventi necessari, e rinviati per troppo tempo. In particolare, i percorsi di accesso, d’uscita e di collegamento tra le due linee non erano stati progettati per nulla, o erano stati progettati da un incompetente, con il risultato dello “scontro” tra correnti di traffico che procedono in senso contrario in spazi ristretti.

Epperò già si vedono i limiti dell’intervento attuale. Mi limiterò a quelli che tocco con mano nella mia quotidiana esperienza:

  1. continua a piovere nei passaggi sotterranei, in particolare nell’uscita dalla banchina della linea B direzione Rebibbia, appena prima della scala mobile;
  2. la pavimentazione nei classici “bolloni” di gomma sintetica nera, forse giudicati brutti, ma di produzione (e invenzione) italiana e con caratteristiche leggendarie di comfort (spessore e elasticità costanti, per un eccellente comfort durante la camminata; attenuazione efficace del rumore generato dal calpestio; riduzione della scivolosità), durata (resistenza all’usura e all’abrasione, alle bruciature senza segni permanenti e agli agenti chimici e ai prodotti di pulizia, con ridotte esigenze di manutenzione) e sicurezza (oltre a essere dotate di proprietà batteriostatiche e antimicrobiche naturali, in caso d’incendio, i fumi emessi non contengono gas tossici o corrosivi), è stata sostituita con marmettoni di pietra color antracite. Non ne conosco la provenienza e se la cave rispettino criteri ecologicamente sani, ma quel che è certo è che sono scivolosissimi con il bagnato (esperienza condotta di persona!);
  3. le nuove finiture alle pareti – con “l’impiego di materiali pregiati e di nuova generazione, caratterizzati da ottimo comportamento nei confronti dell’incendio, notevoli proprietà meccaniche nei confronti dell’uso e buona resistenza al vandalismo” – sono pannelli di metallo porcellanato bianco applicati sul rivestimento di travertino esistente: il risultato è che aggiungono alle pareti un ingombro di una quindicina di cm, che riduce ulteriormente il già inadeguato spazio disponibile sulle banchine della linea A, affollatissima ogni mattina. Non voglio sembrare menagramo, ma l’incidente è quotidianamente in agguato.

Franck e Ferrè: ancora su creatività, debiti e spalle gigantesche

Al suo ingresso, mentre la signora Verdurin, mostrando le rose che lui aveva mandato il mattino, diceva: «Vi devo sgridare», e gl’indicava un posto vicino a Odette, il pianista suonava per loro due la piccola frase di Vinteuil, che era come l’inno nazionale del loro amore. Attaccava coi tremoli di violino protratti, che durante qualche battuta si sentono soli, occupando tutto il primo piano; poi di colpo sembravano farsi da parte, e molto lontano, d’un colore diverso, nel vellutato d’una luce interposta, come in quei quadri di Pieter de Hooch resi più profondi dalla stretta inquadratura di una porta socchiusa, la piccola frase appariva, danzante, pastorale, intercalata, episodica, appartenente a un altro mondo. Passava in pieghe semplici e immortali, distribuendo qua e là i doni della sua grazia, con un sorriso identico e ineffabile; ma adesso Swann credeva distinguervi del disinganno. Essa sembrava conoscere l’inconsistenza di quella felicità di cui mostrava la via. Nella sua grazia leggera aveva qualche cosa di compiuto, come il distacco che subentra al rimpianto. Ma a lui poco importava, la considerava meno in se stessa — in ciò che poteva esprimere per un musicista che, quando l’aveva composta, ignorava l’esistenza e di lui e di Odette, e per tutti coloro che l’avrebbero ascoltata nei secoli —, e più come un pegno, un ricordo del proprio amore che, anche per i Verdurin e per il giovane pianista, faceva pensare a Odette nello stesso tempo che a lui, li univa; fino al punto che, come Odette lo aveva pregato per capriccio, aveva rinunciato al progetto di farsi eseguire da qualcuno la sonata intera, e continuò a conoscerne solo quel passaggio. «Che bisogno avete del resto?, gli aveva detto lei, il pezzo nostro è questo.» E anzi, soffrendo al pensiero che, nel momento in cui passava così vicina e tuttavia infinitamente lontana e in cui si rivolgeva a loro, essa non li conosceva, Swann arrivava quasi a rammaricarsi del fatto che avesse un significato, una bellezza intrinseca e fissa, estranea a loro; come nei gioielli avuti in dono, e perfino nelle lettere scritte da una donna amata, ce la prendiamo con l’acqua della gemma e con le parole del linguaggio, di non essere fatte unicamente dell’essenza di quel legame passeggero e di quell’essere particolare.





Tutte le volte che ascolto la Sonata per violino e pianoforte di César Franck, non posso fare a meno di pensare alla celebre “piccola frase” che è l’inno nazionale dell’amore tra Odette e Swann. Naturalmente, che lo stesso Proust abbia scritto che la “piccola frase”, il Leitmotiv (o l’idée fixe) sotteso a un amore tra i più celebri della letteratura non è un tema della Sonata di Franck è un dato di fatto (che io rispetto proprio perché assolutamente irrilevante). Su un piano più elevato della realtà (sto parodiando una certa critica e una Weltanschauung idealistica, ma non senza una piccola vena di serietà), quello cioè delle associazioni profondamente radicate, la Sonata di Franck e quella di Vinteuil restano sovrapposte per sempre, perché anche noi ci rammarichiamo, con Swann, che possa esistere un significato, una bellezza intrinseca e fissa, una realtà, estranei alla nostra esperienza e alla nostra memoria. Tempo perduto e ritrovato.

Scrive lo stesso Proust in una lettera ad Antoine Bibesco:

Tra il 21 settembre e il 4 ottobre 1915 ?
Caro Antoine,
solo due righe perché sto malissimo. Volevo ringraziarti e dirti che la Sonate di Vinteuil non è quella di Franck. Se la cosa ti interessa, ma non penso, ti dirò con il testo alla mano tutte le opere che hanno “posato” per la mia Sonata.
La “piccola frase” è una frase della Sonata per piano e violino di Saint-Saëns che ti canterò (trema!).
I sovrastanti tremoli sono di un Preludio di Wagner, gli alti e bassi lamentosi dell’inizio sono della Sonata di Franck, i movimenti spaziati della Ballata diFauré, e via dicendo. E la gente crede che queste cose si scrivano per caso, per facilità di vena.
Affettuosità ai due fratelli. [Antoine ed Emmanuel Bibesco]
Marcel

Come commenta questo bel sito su Proust:

La Sonata di Franck ha sicuramente ispirato quella di Vinteuil, ma la piccola frase nella quale si riflette la passione di Swann per Odette non appartiene ad un solo musicista. Per immaginarla, bisognerebbe “comporla” con la musica di Saint-Saëns, Fauré, Franck, Wagner, Schubert. [http://www.marcelproust.it/musica/franck.htm]

C’é molto di César Franck, nel personaggio di Vinteuil.
Sono entrambi insegnanti di pianoforte e organisti: Vinteuil ha composto la “Variation religieuse pour orgue” così come Franck i corali per organo; Vinteuil è modesto come lo era Franck, come lui misconosciuto per molto tempo pur avendo scritto opere la cui ricchezza e novità non le rendevano accessibili che a una piccola cerchia di musicofili. [http://www.marcelproust.it/musica/franck.htm]

Basta là. Tutta questa è una lunga digressione. C’è un altro prestito di César Franck alla cultura del Novecento, forse meno importante in assoluto, ma con una certa importanza per me, che penso di averla scoperta (ma forse mi illudo di essere stato il primo). E che in ogni caso ci permette di riprendere il discorso su creatività e debiti verso i predecessori su cui sono intervenuto più volte: ad esempio, su Italo Calvino cantautore, Fabrizio De André debitore e la creatività combinatoria e Sulle spalle dei giganti.

Forse vale la pena di seguire il percorso che mi ha portato alla scoperta.

Nel 1970 il cantautore francese Léo Ferrè registrò una canzone che aveva scritto l’anno prima. La canzone divenne un classico (in Francia l’eseguirono, tra gli altri, Catherine Sauvage, Dalida, Jane Birkin, Philippe Léotard, Renée Claude, Henri Salvador, Catherine Ribeiro, Juliette Gréco,Alain Bashung, Michel Jonasz, Belinda Carlisle, Abbey Lincoln, Mônica Passos). In Italia la cantarono Patti Pravo e Dalida e, mi pare, anche Gino Paoli.

Io, vi devo confessare, la trovavo allora e la trovo ancora una canzone deprimente. Però è stata per un po’ un tormentone (tutti dicevano che Léo Ferrè era una grande profeta anarchico e ne contrapponevano la presunta profondità alla superficialità della musica che ascoltavamo noi – il 1970 è stato l’anno di Bridge over Troubled Waters di Simon & Garfunkel, di Let It Be dei Beatles, di Layla dei Derek and the Dominoes con Eric Clapton, di Voodoo Chile di Jimi Hendrix, e mi pare quindi che la musica che ascoltavamo noi non fosse seconda a quella di Léo Ferrè).

Qualche anno dopo ho trovato sorprendente che la “piccola frase” di Avec le temps sia tratta da un’altra composizione di César Franck, il Preludio Corale e Fuga. Godetevelo nell’interpretazione di Sviatoslav Richter (la piccola frase la si sente la prima volta dopo 20″ dall’inizio del secondo video).