The Departed

The Departed, 2006, di Martin Scorsese, con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson (e tanti altri, bravissimi: Mark Wahlberg, Martin Sheen, Alec Baldwin, Vera Farmiga…).

Un bel film, recitato splendidamente, prima di tutti da DiCaprio (non perché sia il più bravo, ma perché era quello su cui nutrivamo più dubbi), e splendidamente girato. Lascia qualche dubbio il finale, in cui il “tutti morti” (in fin dei conti, questo evoca il titolo) è un po’ troppo freddo e seriale, senza lo humor nero di Quentin Tarantino, né l’epica di Sergio Leone. Ma questo è Martin Scorsese, asciutto, essenziale, documentaristico.

Quando sei un piccolo irlandese cresciuto nei quartieri poveri di Boston hai soltanto due strade davanti a te: poliziotto o criminale. Bill e Colin sono la stessa storia, addirittura la stessa persona, l’uno il doppelgänger dell’altro. Da questa dinamica si dipana tutta la storia, fatta di tradimenti e di doppi giochi: chi tradisce chi? si tradisce la legge o la propria storia? e la legge, poi, è al di sopra o fuori della storia? chi è corrotto e chi corruttore? Frank Costello è il male, certo, ma il bene dov’è?

Ma il film non si può cogliere se non lasciando andare fuori fuoco la vicenda, senza lasciare che Bill/Colin si fondano in un personaggio solo, senza lasciarsi trasportare da questo cupo Attraverso lo specchio (o anche: A Scanner Darkly di Philip K. Dick). Come dice il poeta: “era proprio il mio gemello, però ci volevo bene come fosse mio fratello. Stessa strada, stessa osteria, stessa donna, una sola, la mia”.

Molto bella la colonna sonora. Vi segnalo, in particolare, Comfortably Numb interpretata da Van Morrison, nella versione di The Wall dal vivo messa in scena da Roger Waters nella Potsdamer Platz di Berlino il 21 luglio 1990 davanti a 250.000 persone.

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Tre sono le cose misteriose

Avoledo, Tullio (2005). Tre sono le cose misteriose. Torino: Einaudi. 2006.

Un Avoledo diverso e, secondo me, migliore. Certo, gli ingredienti di Avoledo ci sono tutti: l’inquietudine che attraversa la vita quotidiana, così difficile da definire e da precisare; un rapporto difficile con la moglie, ai limiti della rottura; una presenza infantile, cui è affidato il compito di farci vedere le cose con uno sguardo diverso; gli incontri, sempre obliqui e incompleti, sempre importanti, anche se spesso non riusciamo a capire perché; un protagonista – giovane, maschio, amante della musica e con problemi d’alcool – che si interroga sulla sua inadeguatezza.

La differenza è tutta nel tono della narrazione. Qui è volutamente alto, anche perché lo è il tema trattato: l’esercizio della giustizia internazionale ci mette in questione. Con il processo al Mostro espelliamo da noi le nostre responsabilità, l’incapacità e l’impotenza nel far rispettare i diritti umani, le libertà elementari, il diritto alla vita (altro che pursuit of happiness!). “Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Non che gli altri romanzi di Avoledo siano disimpegnati: ma è scanzonato il tono e, a volte, il chiacchiericcio e l’intento satirico prevalgono su tutto il resto.

Purtroppo, non sempre il registro alto tiene: a tratti, emerge la fatica della scrittura (Avoledo ci aveva abituato alla leggerezza e alla “facilità”) e anche un po’ di retorica (sempre fastidiosa).

Dal punto di vista della struttura, è molto efficace che sia mantenuta l’unità di tempo e di spazio (i giorni e le ore che precedono la partenza per il processo) e che sia affidato al monologo interiore dell’io narrante il compito di spaziare tra i ricordi, gli antefatti e le aspettative.

Un bel libro.

CANZONE DEL MAGGIO

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciamoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c’eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credente ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

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28 giugno

Quante cose sono successe il 28 giugno!

Nel 1577 è nato Peter Paul Rubens. Il mio leggendario quantomenesbàttometro sarebbe fisso sullo zero, se non fosse che via Rubens era vicino a casa mia e che quindi, da bambino, conoscevo la strada prima del pittore (che non mi piace). Ho però avuto un puzzle con una sua opera, piena di donnone rosee e cicciotte.

Nel 1712 è nato Jean-Jacques Rousseau. Ho letto Il contratto sociale, molti anni fa, ricevendone una forte impressione. Ne ho un ricordo molto vago, ma vivo nella convinzione (o nell’illusione) che quella lettura abbia mantenuto un’importanza fondamentale, ancorché sotterranea, nella mia formazione democratica.

Nel 1902 è nato John Dillinger, il bandito. Non so nulla di lui, ma ho sempre amato tantissimo il film di Ferreri, Dillinger è morto.

Il 28 giugno 1914, Gavrilo Princip ha ucciso a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, dando l’avvio alla catena di avvenimenti che – oltre a decretare la finis Austriae cara a Cacciari – sfociò nella prima guerra mondiale. Nel 1919, esattamente 5 anni dopo, il 28 giugno fu firmato il Trattato di Versailles, dando l’avvio alla catena di avvenimenti che sfociò nella seconda guerra mondiale. Caro vecchio secolo breve! Il secolo lungo è appena iniziato e ne abbiamo già le tasche piene.

John Zorn: Complete Masada (3)

Un concerto memorabile. Tre modi diversi di intendere la musica in generale, e la musica di John Zorn in particolare. Alla fine, ben oltre la mezzanotte, eravamo tutti felici e convinti di aver partecipato (partecipato, non assistito) a qualcosa di speciale.

Uri Caine, pianoforte. Nonostante l’indubbia bravura di Uri Caine – o forse soprattutto perché, conoscendo altre operazioni talora discutibili, ma sempre di altissimo livello, le mie aspettative erano molto elevate – è stata la sezione più deludente del concerto di stasera (ma non certamente dell’insieme delle tre serate). A differenza di quanto accade per le Variazioni Goldberg, o per Mahler, o per Wagner, non mi è sembrato che Uri Caine sia entrato in sintonia con la musica di John Zorn. Forse sono troppo vicini culturalmente, forse a Caine serve un po’ più di distacco, di lontananza, di libertà, per misurarsi con un compositore. Non è la stessa cosa (qui su piano elettrico) ma comunque potete farvi un’idea.

Masada String Trio: Mark Feldman, violino; Erik Friedlander, violoncello; Greg Cohen, contrabbasso. John Zorn, seduto su un cuscino per terra, dirigeva. Un’interpretazione libera e attenta, acustica, “classica” con venature di musica antica, dei temi di Masada. A tratti assolutamente ipnotico. Mi ha fatto venire in mente, per le venature orientali e le sonorità arcaiche, il concerto di Sarband con i King’s Singers.

Electric Masada: John Zorn, sassofono; Marc Ribot, chitarra; Jamie Saft, tastiere; Ikue Mori, elettronica; Trevor Dunn, basso; Cyro Baptista, percussioni; Joey Baron, batteria; Kenny Wollesen, batteria. La versione “corrente” del progetto Masada e, insieme, la sintesi di tutto quello che abbiamo sentito nelle tre serate. Immaginatevi la densità e la compattezza del suono di un organico che ha una sezione ritmica con basso elettrico, due batterie e percussioni. Immaginate il dialogo tra Ribot e Zorn, due pazzi. A tratti sembrava di sentire il Miles Davis del 1974-1975 (il primo pezzo che hanno fatto era, vi giuro, funky), a tratti (come già con Bar Kokhba) la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin (e anche le sue incisioni con Carlos Santana), a tratti stralunati boleri o habanere, a tratti puro klezmer… Sono uscito con la sensazione che questa sia la musica (non il jazz, la musica tout court) più eccitante del momento. All’uscita, Roma era piena di macchine e moto che tornavano dal concertone di Vasco: per quanto lo ami, mi sono sentito tra gli happy few che condividevano un segreto.

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John Zorn: Complete Masada (2)

Asmodeus: Marc Robot, chitarra; Trevor Dunn, basso; Calvin Weston, batteria. Un trio rock classico, chitarra basso e batteria. Come i Cream e, ancora di più, come Jimi Hendrix, più quello di Band of Gypsies che quello di Experience. Heavy Klezmer. A me è piaciuto moltissimo. Questa la presentazione dell’ultimo disco (Book of Angels Vol. 7):

Three of the most intense musicians on the planet come together in one of the most explosive and rockin’ ensembles around. An original member of the Masada family since its inception, no one is more keenly equipped to handle a rock trio interpretation of the Book of Angels than Marc Ribot. Joined here by the versatile Trevor Dunn (Fantomas, Moonchild) on bass and the legendary G.Calvin Weston (Ornette Coleman, James Blood Ulmer) on drums, Marc plays like never before, referencing Hendrix, Sharrock, McLaughlin, Ulmer and more. Masada music takes on a whole new dimension. Passionate and powerful, this is one of the most compelling installments in the entire Masada series and contains some of Ribot’s wildest and best playing ever. This CD will blow your mind.

Mark Feldman (violino) e Sylvie Courvoisier (pianoforte). Sperimentazione interessante, un po’ rarefatta. Bello, ma il pezzo debole della serata.

Masada Quartet: John Zorn, sassofono; Dave Douglas, tromba; Greg Cohen, contrabbasso; Joey Baron, batteria. La formazione storica del progetto Masada. John Zorn finalmente suona (con Bar Kokhba e Asmodeus aveva fatto il direttore d’orchestra a modo suo). Entusiasmante. IUl bel video qui sotto vale mille commenti.

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Peter Lorre

Nato il 26 giugno 1904 in Ungheria, come László Löwenstein.

Una filmografia sconfinata (metto qui solo quelli che ho visto e ricordo):

  • M – Il mostro di Dusseldorf (M), regia di Fritz Lang (1931)
  • L’uomo che sapeva troppo (The Man Who Knew Too Much), regia di Alfred Hitchcock (1934)
  • Ho ucciso! (Crime and Punishment), regia di Josef von Sternberg (1935) (interpreta Raskolnikov)
  • L’agente segreto (The Secret Agent), regia di Alfred Hitchcock (1936)
  • Il mistero del falco (The Maltese Falcon), regia di John Huston (1941)
  • Arsenico e vecchi merletti (Arsenic and Old Lace), regia di Frank Capra (1944)
  • I cospiratori (The Conspirators), regia di Jean Negulesco (1944)

Cribbio, stavo dimenticando Casablanca (Ugarte)!

John Zorn: Complete Masada (1)

Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli, 26 giugno 2007.

3 serate in cui si esibiscono 9 (sotto)gruppi del progetto Masada di John Zorn.

Masada era una fortezza israelita che fu assediata per 2 anni dall’esercito romano: dopo la caduta di Gerusalemme, nel 70, vi si rifugiarono gli ultimi ribelli zeloti; al termine dell’assedio, caduta ogni speranza, si suicidarono tutti. Un simbolo della resistenza ebraica: ancora oggi, le reclute dell’esercito israeliano ci vanno a giurare “Mai più Masada cadrà”. Masada significa semplicemente “fortezza”.

John Zorn è un grande del jazz e della musica contemporanea. Uno di quelli che cambiano la musica definitivamente. Masada è un progetto musicale in corso da 14 anni, e si articola in diverse formazioni.

Non scriverò una vera recensione, ma vi darò la possibilità di vedere e ascoltare.

Erik Frielander, violoncello solo. Emozionante, molto bello.

Jamie Saft Trio: Jamie Saft, pianoforte; Greg Cohen, contrabbasso; Kenny Wollesen, batteria. Un po’ deludente. Non ho trovato video, qui un mp3.

Bar Kokhba: Marc Ribot, chitarra; Mark Feldman, violino; Erik Friedlander, violoncello; Greg Cohen, contrabbasso; Cyro Baptista, percussioni; Joey Baron, batteria. Straordinario.

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Chi è morto alzi la mano

Vargas, Fred (1995). Chi è morto alzi la mano (Debout les morts). Torino: Einaudi. 2006.

Sto mantenendo la promessa. Me li sono comprati tutti (quelli pubblicati in italiano, per lo meno – il mio francese non è abbastanza buono da leggerli in originale) e vado in ordine di pubblicazione.

Prima delusione: la traduttrice non è la bravissima Yasmina Melaouah, ma una più grigia Maurizia Balmelli che, oltre a essere meno brillante e scorrevole, incappa in qualche errore: “medievista” (in italiano è più comune “medievalista”). E a Ginevra non c’è la Commissione europea (la Svizzera non fa parte dell’Unione europea!), ma la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni unite (UN-ECE).

Il libro, però – fatte salve tutte le mie riserve sul genere (che non sono per nulla smentite, anzi! ma non posso raccontarvi nulla per non rovinarvi il piacere della lettura) – è molto godibile e si legge d’un fiato. L’idea del terzetto di storici (più lo zio/padrino) disposti sui piani di una casa come strati archeologici è divertente, come i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Forse restano un po’ sottili, più fotografie che ologrammi, ma non si può pretendere troppo.

Mi piace molto la normalità del delitto raccontato nel romanzo. Proprio in questi giorni (20 giugno 2006), il Ministero dell’interno ha pubblicato il Rapporto sulla criminalità in Italia – Analisi, Prevenzione, Contrasto. “Un dato impressionante che emerge dal rapporto – afferma il comunicato-stampa del Ministero – è l’aumento dei reati ‘familiari’, a fronte della significativa riduzione degli omicidi volontari, a partire dal 1992, e di quelli ad opera della criminalità organizzata. Il fenomeno denota, ha osservato Amato, una situazione molto brutta, ‘di cui qualcuno si deve occupare’. ‘Sono assolutamente sconvolto dal capitolo della violenza sulle donne, non solo sessuale’, ha proseguito il ministro a proposito dell’aumento dei reati commessi nei confronti delle sole donne, come lesioni e maltrattamenti, il 62% dei quali commessi dal partner.

Qualche citazione dalla Sintesi del Rapporto:

Negli ultimi anni il numero di omicidi commessi in Italia è notevolmente diminuito. Dal 1991, anno in cui si registra il picco più alto con 1.901 omicidi, la parabola discende fino a registrare nel 2005 il minimo storico di 601 unità, per poi attestarsi a 621 nel 2006, un livello comunque più basso del 2004 e di tutti gli anni precedenti. […] Gli omicidi scaturiti in ambito familiare o per passioni amorose sono invece aumentati drasticamente negli ultimi anni, registrando la massima frequenza negli anni 2002 e 2003, rispettivamente con 211 e 207 omicidi.

Sono 6 milioni 743 mila, pari al 31,9% della classe di età considerata, le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita […]. Tre milioni 961 mila donne, pari al
18,8%, sono state vittime di violenze fisiche, 5 milioni (il 23,7%) hanno subito violenze sessuali. Più in particolare, nell’ambito delle violenze sessuali, 482 mila donne sono state vittime di stupro e 703 mila di tentato stupro nel corso della loro vita. Complessivamente, circa 1 milione di donne (il 4,8%), quindi, ha subito stupri o tentati stupri.

Negli ultimi dodici mesi sono 1 milione 150 mila le donne che hanno subito violenza, pari al 5,4% delle donne dai 16 ai 70 anni. In particolare il 2,7% delle donne ha subito violenza fisica, il 3,5% violenza sessuale e lo 0,3% stupri o tentati stupri.

Spingere, strattonare, afferrare, storcere un braccio o tirare i capelli sono i comportamenti subiti dalla maggioranza delle vittime di violenza fisica (dal 56,7%); una quota quasi altrettanto elevata, il 52%, ha subito minacce di essere colpita, il 36,1% è stata schiaffeggiata, presa a calci, pugni o morsi, il 24,6% è stata colpita con oggetti. Appaiono, invece, meno diffuse alcune forme più gravi, comunque presenti, come l’uso o la minaccia di usare una pistola o il coltello (8,1%) o il tentativo di strangolamento, di soffocamento o di ustione (5,3%).

Tra le violenze sessuali, invece, sono le molestie fisiche sessuali a rappresentare la forma decisamente più frequente (per il 79,5% delle vittime di violenze sessuali), seguite dai rapporti sessuali non desiderati (19,0%), dai tentati stupri (14,0%), dagli stupri (9,6%) e dai rapporti sessuali vissuti dalla donna come degradanti ed umilianti (6,1%).

Le violenze fisiche sono state commesse dal partner nel 62,4% dei casi, le violenze sessuali, senza considerare la molestia, nel 68,3% dei casi e gli stupri nel 69,7% dei casi. I partner sono dunque responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica e delle forme più gravi di violenza sessuale.

Un milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale e fisica prima dei 16 anni in famiglia. Complessivamente, i parenti sono responsabili del 23,8% delle violenze sessuali subite prima dei 16 anni.

Due milioni 77 mila donne, il 18,8% delle donne che hanno avuto un partner in passato e che si sono separate da lui, al momento della separazione e/o dopo di essa hanno subito forme di stalking, cioè di persecuzione che le hanno particolarmente spaventate.

Agghiacciante, vero? Family Day, una bella festa! Un inferno gli altri 364 giorni!

Antoni Gaudí (e Romina Power)

Antoni Plácid Guillem Gaudí y Cornet è nato il 25 giugno 1852 (quindi compirebbe oggi 155 anni), non a Barcellona, ma a Reus (comunque in Catalogna).

Considerato un esponente del modernismo catalano, era in realtà abbastanza isolato.

Girare Barcellona alle ricerca delle sue opere, cercando di entrare e di visitare soprattutto le meno note, è un’esperienza esaltante (ricordo, molti anni fa, di aver suonato campanelli per visitare gli appartamenti all’ultimo piano della Pedrera e vedere da vicino quei fantastici comignoli…).

La Sagrada Familia, cui dedicò gli ultimi anni della sua vita, è una delle sue cose meno convincenti. A me provoca anche molto fastidio l’uso del genio di Gaudí per farne un’icona del cattolicesimo catalano, che si spinge fino a chiederne la beatificazione. Gaudí visse i suoi ultimi anni da eremita, posseduto da una specie di mania religiosa; morì travolto da un tram.

Secondo me, la sua cosa più bella è il Parque Güell, forse anche perché – passeggiando – si gode meglio l’affastellarsi dei dettagli e delle invenzioni architettoniche e decorative.

Nel Parque Güell furono girati gli esterni di un film divenuto leggendario, Justine and Juliette (in Italia noto come: Justine, ovvero le disavventure della virtù). Il film è diretto da Jess Franco e ha un cast d’eccezione: Klaus Kinski, Jack Palance, Akim Tamiroff, Sylva Koscina e una giovanissima Romina Power.

A lungo censurato in Italia, e mai uscito in versione integrale, nei primi anni delle televisioni private lo passavano talvolta a tarda notte, in versioni selvaggiamente tagliuzzate, finché Romina Power (ormai in odore di santità, come Gaudí ) non è riuscita a farlo sparire. Qui sotto riporto la trama, ripresa da Wikipedia.

Nella Francia del XVIII secolo, Justine e Juliette, due giovani sorelle rimaste improvvisamente orfane, sono costrette ad abbandonare il collegio e a procurarsi da vivere.
Scelgono vie opposte. La bionda e viziosa Juliette va a lavorare nel bordello di Madame de Buisson, a Parigi e di lì fa fortuna passando di delitto in delitto, uccidendo senza esitare chiunque si ponga sulla sua strada, fino a diventare la mantenuta di un Conte.
La mora e virtuosa Justine si stabilisce dapprima a casa di Monsieur de Harpin, lavorando come sguattera, ma per aver rifiutato le avances di Monsieur Desroches viene accusata ingiustamente di furto, mandata in prigione e condannata a morte. Evasa al seguito della più celebre delinquente di Francia, Madame Dubois, deve difendersi dalla foia degli accoliti dell’assassina. Durante la fuga ha la fortuna di imbattersi nel romantico pittore Raymond, che la ospita nella sua casa. Ricercata dalle guardie, deve però abbandonare il nido d’amore e nascondersi nel palazzo del marchese de Bressac, lavorando come cameriera personale della marchesa. Ma il marchese, divenuto omosessuale, assassina la moglie e si libera della sua cameriera, in quanto pericolosa testimone, non prima di averle impresso sul petto la lettera “M”, quale marchio d’infamia. A Justine non resta che cercare ricovero in un convento, dove è accolta molto calorosamente da fratello Antonello e dagli altri confratelli, che però si rivelano un manipolo di sadici e iniziano a torturarla insieme alle altre graziose ospiti. Fuggita anche dal convento, Justine è intercettata da Madame Dubois, che la fa esibire nuda su un carro teatrale. Ma alla vista del marchio, il pubblico la addita come assassina e Justine è sul punto di essere arrestata, non fosse che per il tempestivo intervento della sorella Juliette che ottiene dal suo potente amante di farla liberare.
Così Justine e Juliette si riuniscono, e grazie alle scelleratezze della sorella Justine può coronare il suo sogno d’amore e abbandonare la scena mano nella mano con Raymond.

L’ingresso del Parque Güell è la casa di Raymond, mentre i portici all’interno sono il chiostro del convento in cui si pratica ogni sorta d’efferatezza.

Su questo bel sito russo trovate alcune immagini del film (che mi vergogno di riportare qui!).

Il labirinto del fauno

Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno), 2006, di Guillermo del Toro, con Ivana Baquero.

Una favola cupa e disperata, che rivela tutto l’orrore e il vuoto del fascismo.

Un film tecnicamente perfetto, e molto di più.

L’ossessione del tempo accomuna i due mondi. La tragedia del reale è così intollerabile che il mondo dell’oltretomba è meglio. Alla fine, Ofelia-Proserpina sceglie, e non sbaglia.

La nuova Europa è morta prima di nascere. E ce lo doveva dire un messicano.

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