David Wolman – The End of Money

Wolman, David (2012). The End of Money: Counterfeiters, Preachers, Techies, Dreamers – and the Coming Cashless Society. Boston: Da Capo Press. 2012. ISBN 9780306819469. Pagine 240. 12,83 €

The End of Money

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Una delle prime cose da dire su questo libro, è che il titolo è un po’ fuorviante. Non si dovrebbe chiamare The End of Money, ma The End of Cash – Non La fine del denaro, ma La fine del contante: questo è quello che l’autore ha fatto (con successo quasi totale) per un anno intero, e questo è il tema che sviluppa nei diversi capitoli.

C’è un sentore di gonzo journalism nel libro: ogni capitolo è segnato dall’incontro con un personaggio, spesso (ma non sempre) un estremista fanatico, detrattore o profeta di un futuro senza contante. A tratti, David Wolman sembra un Hunter S. Thompson senza additivi chimici.

Direi che è piuttosto chiaro che a Wolman il contante non piace – è proprio la fisicità del danaro che gli fa un po’ schifo. A me fa venire in mente un carissimo zio, morto ahimè da quasi vent’anni, che faceva il farmacista in un paese della bassa, che raccontava che la sera del martedì, giorno di mercato, giorno dunque di massimo affollamento della farmacia e dunque di maggiore incasso, gli piaceva prendere dal cassetto le banconote stropicciate e aspirarne l’odore. «Puzzano proprio di merda,» mi diceva, tutto compiaciuto (perché a lui i soldi piacevano anche nella loro materialità). E non pensava certo a Freud (che sicuramente non aveva letto) e nemmeno alla ragione più ovvia (quelle mani di allevatori che le avevano toccate mandavano un inesorabile odore di merda di vacca e concime, che non andava via neppure dopo accurati lavacri): pensava piuttosto a un mistico richiamo allo “sterco del diavolo” della tradizione cristiana (anche se mi sembra che sia una definizione di Martin Lutero).

Scrooge McDuck

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Il libro di Wolman è piacevole e si fa leggere volentieri (qualche momento di stanchezza e qualche ripetizione c’è, a ricordarti che l’industria culturale statunitense ha delle regole inesorabili).

L’elemento di maggior interesse, per noi, è che contribuisce a chiarire i termini del dibattito che in Italia si è aperto quando il governo Monti ha (re)introdotto un tetto alle transazioni in contanti, che il governo Berlusconi aveva invece innalzato (una dei primissimi provvedimenti dopo essere tornato al potere nel 2008 dopo la breve parentesi di Prodi). Naturalmente – in Italia come negli Stati Uniti – un cavallo di battaglia della destra è che il contante è libertà economica (e anzi libertà tout court, quanto meno nell’accezione di “libertà di fare quello che ci pare e piace”) e che gli altri mezzi di pagamento, più agevolmente “tracciabili”, sono un gravame sul libero scambio e soprattutto un’incarnazione tra le più odiose del “grande fratello” nella sua versione stalinista. [Dave Birch, direttore di Hyperion Consulting ed evangelista delle transazioni elettroniche, dice la parola definitiva sull’argomento: «People say anonymity is an advantage of cash, but what they really want is privacy.»]

[Va da sé che stiamo anche sommersi dalla fuffa e dalle lacrime di coccodrillo: tutto per farci credere che le vere vittime delle restrizioni nell’uso del contante erano i pensionati. Mentre Wolfan ci illustra molto chiaramente che in realtà il contante è un nemico dei poveri – lo chiarisce molto bene nella video-intervista che riporto sotto.]

Una seconda, apparentemente più meditata, linea di opposizione a ogni limitazione delle transazioni in contanti faceva leva sull’argomentazione che i mezzi di pagamento digitali costano: il riferimento era, per esempio, alle commissioni bancarie e a quelle applicate alle transazioni con le carte di credito. E naturalmente, la confusione (e non si sa mai se creata ad arte, per influenzare il popolo bue e ignorante, o se veramente i nostri giornalisti e politici sono così sprovveduti) era tra i costi e i benefici economici, e tra chi li pagava e ne godeva. Perché il costo delle commissioni è il risultato della forza contrattuale relativa della banca o dell’operatore finanziario, da una parte, e del cittadino o dell’impresa, dall’altra. Mentre il costo “reale” dell’uso del contante sopportato dall’economia e dalla società nel loro complesso è molto elevato. Wolman lo spiega molto bene in questa conversazione pubblicata da Gizmodo (Let’s Kill Cash: Q&A With Author David Wolman on Our Moneyless Future):

Everyone always thinks cash is cheap and fast and safe. It’s not cheap, and it’s not fast, and it’s not safe!
It can seem to be fast. If I owe you a ten dollars lunch and we’re sitting right there, and I give you the ten dollar bill, that is fast. But if you unpack that a little, to do that you have to make that ten available in an ATM from which you withdrew it, you have to secure the building that has that ATM and to make sure that money is circulating back to a place where it can be inspected so ensure it’s not deteriorated too much and has to be pulled from circulation. Every concentric circle outward, there are all these greater and greater costs. Distributing, inspecting, securing, reinspecting, threading, reissuing. And then eight years later, say we need some souped up security features. So let’s redesign and then we can reissue and reprint and reinspect and ship it all out again in our Belgian cash trucks. It’s one of those things—and that was why I wanted to do this project and the kind of writing I’m excited about—that’s staring you in the face and hiding in plain sight.

E per chi vuole approfondire l’argomento, segnalo l’articolo del 2004 di Daniel D. Garcia Swartz, Robert W. Hahn e Anne Layne-Ferrar, The Economics of a Cashless Society: An Analysis of the Costs and Benefits of Payment Instruments.

Se volete vedere che faccia ha David Wolman, ecco una sua intervista di presentazione del libro:

* * *

Qualche citazione. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

In God we better trust. [399]

Cash is a black hole for tax revenue. [854]

Noncompliance, or taxes not paid, can result from underreporting (accidental or intentional), underpayment (accidental or intentional), and nonfiling (accidental or intentional […] [876]

The Wall Street Journal reported in July 2010: “Gangsters, drug dealers and money launderers appear to be playing their part in helping shore up the financial stability of the euro zone. That is thanks to their demand, according to European authorities, for high-denomination euro bank notes, in particular the €200 and €500 bills. The European Central Bank issues these notes for a hefty profit that is welcome at a time when its response to the financial crisis has called its financial strength into question.” Banking executives as mainstream as Citigroup’s chief economist have taken note of the euro’s role as “currency of choice for underground and black economies.” [922]

One such forger was William Chaloner, an enterprising seventeenth-century British charlatan and sex-toy salesman. After his capture and conviction by Sir Isaac Newton, then head of the Royal Mint, Chaloner was hanged, drawn, and quartered. [1009]

That warring countries try to exploit paper money’s fragile worth is a reminder that without a supply of authentic cash—and trust in it—countries fall apart. Most money may be digital nowadays, but I don’t think anyone wants to run the experiment of obliterating the integrity of the greenback with a massive flood of fakes to see just how uncritical paper money’s trustworthiness has become. Do we really want to eliminate one of the last remaining tactile symbols that ties us together as one nation, under God, transacting peacefully? [1042]

The technology quest must be fun for the engineers, but I feel sorry for the cops and central bankers who have to spend their careers speaking out of both sides of their mouths. They have to make us simultaneously vigilant about counterfeits and ignorant of them. Put another way: Please keep a sharp eye out for this threat, even though it isn’t a threat because we have everything under control. Our currency is totally trustworthy. [1284]

A tax incorporated into a price tag on supermarket shelves makes us more frugal, whereas an equivalent tax added at checkout is virtually ignored. [1431]

Cash and electronic money may both be liquid, but they differ in their degree of slipperiness […] [1453]

Words, a dictionary editor once told me, are a palimpsest. Their etymologies contain the shadows of words and people from ages past. [1707]

Money and currency don’t discriminate between what we might describe as real versus virtual currencies, the way an online avatar is virtual but a hole in your roof is real. Currency is simply that which is accepted as payment, and its legitimacy and global reach is only limited by the extent of that acceptability. [2199]

[…] money is really more like a verb than a noun […] [2249]

People say anonymity is an advantage of cash, but what they really want is privacy. [2915]

There is no perfect equilibrium between the individual need for privacy and government interest in information. The best we can do is try to engineer systems that are as fair as possible and chockablock with checks and balances. [2932]

C’è anche qualche buffo errore (Caucuses per Caucasus [1655]) e qualche curiosità che fa sorridere (i figli di Bernard von NotHaus si chiamano Random e Xtra! [1981]), ma anche qualche errore un po’ più grave: “100 kWh is how much energy you need – exactly – to keep a 100-watt light bulb illuminated for 100 hours.” [2123: spiacente, per 1000 ore!]

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Anche in questo caso ho “curato” una pagina di recensioni del libro su Scoop.it – The End of Money.

Continua l’incubo di 2666

Abbiamo già parlato, in questo blog, della scomparsa e dell’uccisione di centinaia di donne a Ciudad Juárez, nello stato messicano di Chihuahua, vicino al confine degli Stati Uniti, a partire dal 1993. Ne avevamo parlato recensendo lo sterminato romanzo 2666 di Roberto Bolaño, di cui quei fatti sono un’ispirazione importante.

La strage non è mai cessata, anche se sono passati vent’anni e Bolaño non è più qui a parlarcene.

Ne scrive Damien Cave sul New York Times di oggi, 24 giugno 2012: Wave of Violence Swallows More Women in Juárez.

Ciudad Juárez

nytimes.com

See on Scoop.itSpigolature

Ciudad Juárez became infamous for attacks beginning in the 1990s that left hundreds of women dead, but as international attention moved on, the killings have continued.

See on www.nytimes.com

Martin Amis – Lionel Asbo

Amis, Martin (2012). Lionel Asbo: State of England. London: Jonathan Cape. 2012. ISBN 9780224096201. Pagine 288. 14,28 €

Lionel Asbo

totallydublin.ie

Quanto a me piaccia Martin Amis l’ho già detto altrove (qui e qui), come ho già detto che capita, e abbastanza spesso, di restare un po’ delusi.

Direi che nel caso di Lionel Asbo è anche peggio: Amis torna a raccontare la Londra contemporanea (come il sottotitolo, che era stato anche il titolo con cui il romanzo era noto nei circoli letterari mentre Amis lo stava scrivendo) e la mia speranza era che si tornasse ai fasti di quello che io considero il suo capolavoro (London Fields). Invece, nonostante l’indiscussa capacità mimetica e il perfido sarcasmo, sparsi a piene mani, il libro è molto deludente. Anzi, se mi permettete il francesismo, fa proprio incazzare. Tutto questo talento sprecato, Martin Amis: potresti essere il più grande scrittore inglese vivente, come praticamente ti scrivi da solo sui risvolti di copertina, e invece ti abbandoni alla strada più facile.

Fa rabbia vedere sprecato un talento che è capace di scrivere frasi memorabili come questa:

He took one last look around. Yes, the luxury of the garden was the luxury of space and silence; and the luxury of the library was the luxury of thought and time. [3308]

Come ha scritto Amanda Craig nella sua recensione pubblicata sull’Independent del 10 giugno 2012:

A satirical novel needs archetypes, not clichés.

E per me questa è l’ultima parola e la condanna definitiva di un romanzo che vorrebbe essere morale, e riesce a essere soltanto profondamente angosciante e spesso compiaciutamente disgustoso.

Se siete di animo sensibile, non leggete questo romanzo: non vi piacerà e vi risparmierete un bel po’ di angoscia.

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Non sto a raccontarvi la vicenda. Vi basti la presentazione di Einaudi, che lo sta traducendo e lo pubblicherà a fine anno:

Lionel vince il primo premio della lotteria. È una cifra astronomica che lo trasforma di colpo in uno degli uomini più ricchi del Regno, un’improbabile figura pubblica tallonata dai paparazzi, dai tabloid e dall’ormai proverbiale circo mediatico di “nani e ballerine”. L’ignorante, rozzo, sboccato, volgare, criminale (e forse assassino), cafonissimo ma irresistibile Lionel, del resto, è esattamente quello che il pubblico brama, accogliendolo con la stessa morbosa attenzione che fino a quel momento era stata dedicata ai calciatori e alle loro mogli, ai membri della famiglia reale e alle loro amanti. Un Martin Amis mai così polemico, disperatamente divertente e sarcastico, intinge la penna nell’inchiostro della grande tradizione inglese della satira sociale (da Swift a Ballard) e disegna il ritratto ultra realistico di una vera e propria “egemonia sottoculturale globale”.

Lionel si chiama in realtà Pepperdine, come la mamma Grace (una ragazza-madre con 7 figli), ma al compimento del diciottesimo anno d’età cambia il suo cognome in Asbo, l’acronimo per Anti-Social Behaviour Order.

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Giusto un paio di citazioni. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

Well, Grace Pepperdine, Granny Grace, had not attended all that closely to her education, for obvious reasons: she was the mother of seven children by the age of nineteen. Cilla came first. All the rest were boys: John (now a plasterer), Paul (a foreman), George (a plumber), Ringo (unemployed), and Stuart (a seedy registrar). Having run out of Beatles (including the ‘forgotten’ Beatle, Stuart Sutcliffe), Grace exasperatedly christened her seventh child Lionel (after a much lesser hero, the choreographer Lionel Blair). Lionel Asbo, as he would later become, was the youngest of a very large family superintended by a single parent who was barely old enough to vote. [277]

NEETs were those Not in Employment, Education or Training. NEDs were Non-Educated Delinquents. [4369]

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Piccola innovazione. Ho “curato” una pagina di recensioni del romanzo su Scoop.it – Lionel Asbo.

“Is Modern Capitalism Sustainable?” by Kenneth Rogoff | Project Syndicate

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Today’s capitalist systems vastly undervalue the welfare of unborn generations. For most of the era since the Industrial Revolution, this has not mattered, as the continuing boon of technological advance has trumped short-sighted policies. By and large, each generation has found itself significantly better off than the last. But, with the world’s population surging above seven billion, and harbingers of resource constraints becoming ever more apparent, there is no guarantee that this trajectory can be maintained.

See on www.project-syndicate.org

Clamoroso errore dell’Encyclopedia Britannica: Maradona brasiliano!

Maradona

Il clamoroso errore sulla rubrica «On This Day for 6/22 – Diego Maradona scored his “Hand of God” goal, Meryl Streep is born, and more» su www.britannica.com.

L’errore però è sul numero odierno (22 giugno 2012) della newsletter On this day (ci si abbona qui). Grazie a .mau. per la segnalazione del mio errore.

Tartarughe fossilizzate durante l’atto sessuale

Nessuno dubita che le tartarughe copulino con estrema lentezza, ma da qui a restare fossilizzate durante l’atto sessuale ce ne corre …

Tartarughe fossili

news.bbcimg.co.uk

E infatti non è così: non sono morte di noia. Queste tartarughe, sorprese durante l’atto sessuale,  sono state uccise 47 milioni di anni fa, probabilmente da un’emissione vulcanica di anidride carbonica che ha coperto come una coltre le acque del lago sulla cui superficie si stavano riproducendo. Altre 8 coppie hanno subito lo stesso destino. Sono state trovate tra Francoforte e Darmstadt (Germania) nel famoso Messel Pit, un sito annoverato dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’umanità.

È rarissimo che gli animali fossilizzino durante un’attività quotidiana, e pertanto questa scoperta è importantissima.

Le tartarughe appartengono alla specie estinta Allaeochelys crassesculpta e sono lunghe circa 20 cm (i maschi sono un po’ più piccoli delle femmine).

Sono imparentate, tra le specie tuttora viventi, con la Carettochelys insculpta, tartaruga molto più grande che vive nelle acque dell’Australia e della Nuova Guinea.

Carettochelys insculpta

news.bbcimg.co.uk

La storia l’ho trovata qui: BBC News – Turtles fossilised in sex embrace.

L’articolo scientifico originario è stato pubblicato dalla rivista Biology Letters della Royal Society e può essere consultato gratuitamente.

Bourdieu e lo spazio dei consumi alimentari – un aggiornamento

Nel classico di Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, si parla di consumi alimentari per poco più di 20 pagine sulle quasi 600 del libro. Ma a pagina 199 dell’edizione che ho io c’è una figura interessante, che accompagna considerazioni come questa:

In quanto cultura divenuta natura, cioè incorporata, classe che si fa corpo, il gusto contribuisce a plasmare il corpo di ogni classe»

La figura è questa (metto quella dell’edizione in inglese, perché non ho modo di mettere quella della mia edizione):

Lo spazio dei consumi alimentari

gastronomica.org

Adesso Molly Watson su Gastronomica, The Journal of Food and Culture ha aggiornato il grafico, per adattarlo alla situazione americana di oggi.

L’originale è qui: Bourdieu’s Food Space – Gastronomica

Buon divertimento.

Bourdieu e lo spazio dei consumi alimentari – un aggiornamento

gastronomica.org / Illustration by Leigh Wells, http://leighwells.com

Dati: la metafora dell’acqua e il nuoto sincronizzato

Il post è di Nathan Yau, che l’ha pubblicato su Flowing Data il 21 giugno 2012:

Ma è troppo bello perché non mi cimenti nella sua traduzione (libera, consentitemelo):

L’alluvione. La valanga. Lo tsunami. Annegare nei dati.

Da alcuni anni, un paio di volte alla settimana, esce un articolo per raccontarci a quanti dati abbiamo accesso e quanto dobbiamo dibatterci per restare a galla in un mare di dati che si gonfia sempre più. Troppi dati, e crescono ancora, ci dicono.

La metafora dell’acqua va bene, ma la paura dell’inondazione di dati è irrazionale, e possiamo provare a nuotarci in scioltezza.

Cominciamo dalle alluvioni e dagli tsunami. Parole fatte apposta per darci l’impressione che l’afflusso di dati sia fuori controllo e che non ci sia modo di arginarli quando lambiscono la tua porta di casa. Ma puoi semplicemente chiudere il rubinetto. Fuor di metafora: filtrare, tagliar fuori, cercare quello che vuoi. Per di più, oggi come oggi, la capacità di storage è pressoché infinita: anche se l’acqua sale, la diga e il bacino possono crescere di pari passo.

Se i dati ti sembrano troppi, premi il tasto «DELETE». Oppure, imbottigliali e conservali per dopo.

Quando impari a nuotare, cominci dove si tocca e vai al largo solo quando ti senti più sicuro. Se sei più portato all’avventura, fai snorkeling o addirittura immersioni. Anche in questo caso non attraversi subito l’oceano a nuoto. Esplori un po’ per volta. Affronti il database pezzo per pezzo, e quello che hai imparato in un’immersione te lo porti nella successiva. Lo ammetto: nell’oceano si può annegare. Ma quando anneghi nei dati hai sempre un’altra chance: puoi riprovarci e imparare di nuovo.

Non devi per forza affrontare subito l’oceano. Stagni e laghi sono più piccoli, ma non meno interessanti. Pensa locale. E se proprio devi, fatti amico uno di quei marinai tosti del telefilm Deadliest Catch e fatti portare da lui il pesce che vuoi studiare. Meglio ancora: diventa il mozzo del miglior capitano che trovi e impara l’arte della navigazione tu stesso.

Alla fin fine, più dati vuol dire più possibilità, e se impari a tenerti a galla te la caverai. Sai nuotare meglio di così? Tanto meglio. Continua a imparare …

E persino se non sai nuotare, ci sono tante alternative: salvagente, zattere, persino quelle poltroncine gonfiabili con il posto per metterci una birra ghiacciata. Annegare nei dati? Ma va là …

Even if you can’t swim, there are a variety of alternatives — life preservers, rafts, and those inflatable floating chairs with the cup holder to put your ice cold beer. Drowning in data? Nah…

Synchronized Swimming in Data and the Water Metaphor

by Nathan Yau

The flood. The avalanche. The tsunami. Drowning in data. For the past few years, a couple of times a week, there’s an article about all the data we have access to and how we’re struggling to stay afloat in the growing sea of data. Big data is getting too big they say.

The water metaphor is fine, but the fear of the data flow is irrational, so let’s run swim with the former.

First, the floods and tsunamis. This makes it sound as if the flows of data are uncontrolled, and there’s no way to contain them when they storm to our doorstep. However, you could just turn off the nozzle, or filter, cut, and query to what you want. And these days, we practically have infinite storage, so although the source of water increases, the reservoir and dam can grow with it.

Hit delete if the data gets too big, or bottle it and save it for later.

When you learn to swim, you start at the shallow end, and work your way towards the deep end. If you’re more adventurous, you snorkel or go deep sea diving. Even then you don’t swim the entire ocean right away. You explore a little bit at a time. You chip away at the database a little bit at a time, and what you learn during one dive carries over to the next. Sure, people drown in the ocean, but the good news is that when you drown in data, you still get more chances to learn and try again.

You don’t even have to go to the ocean right away. Although they’re small, ponds and lakes can be interesting too. (Think hyperlocal.) If you really must, make friends with one of those guys from Deadliest Catch and have him bring you what you want to study. Better yet, become a greenhorn with the best captain you can find and learn the subtleties of the sea.

At the end of the day, more data means more opportunity, and if you know how to doggy paddle, you’re going to be okay. Know how to do more than that? All the better. Keep learning.

Even if you can’t swim, there are a variety of alternatives — life preservers, rafts, and those inflatable floating chairs with the cup holder to put your ice cold beer. Drowning in data? Nah.

Tsunami

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Apologia della raccomandazione

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«Se tutti sono d’accordo su una questione socialmente rilevante, vuol dire o che non l’hanno capita veramente o che conviene a tutti, oppure entrambe le cose.»


Riprendo da libernazione.it

Postato da in società • 18 giu 2012
Negli ultimi anni si è scritto e detto fino alla nausea (mia) che una delle piaghe italiane, uno dei morbi da debellare, è l’assenza di meritocrazia.

Geniacci della carta stampata, politicanti di varia estrazione e sindacalisti di ogni sigla si sono dimostrati polifonicamente d’accordo e hanno ricondotto a questa mancanza fondamentale numerosi fenomeni, tra cui la fuga dei cervelli, l’incapacità dell’attuale classe politica e le esplosive carriere di giovani rampolli nel settore pubblico e privato.

Ebbene, una cosa credo d’averla imparata lungo il cammino: se tutti sono d’accordo su una questione socialmente rilevante, vuol dire o che non l’hanno capita veramente o che conviene a tutti, oppure entrambe le cose.
Nel nostro caso, mi pare che la storiella sia stata confezionata bene e resa commestibile e digeribile. È stata confezionata talmente bene che ha accontentato tutti: dai giovani precari, che hanno trovato una valida giustificazione alla loro precarietà, agli esclusi dai posti di rilievo, che hanno trovato una giustificazione alle loro carriere bloccate, fino ai giovani politici e sindacalisti, che si sono presentati come pronti a succedere ecologicamente ai vecchi trapani della Seconda Repubblica.

Ma il problema è davvero l’assenza di meritocrazia? Secondo il nuovo e pugnace Forum della Meritocrazia, ovviamente sì. Questi nuovi profeti del Merito con la emme maiuscola (ennesimi titolari di una giustezza quasi divina), sostengono che quest’ultimo riguardi nientepopodimeno che “ogni azione dell’uomo e non si fonda su risultati di breve periodo, ma è un valore che implica la persona nella sua interezza.”
Insomma, se uno è meritevole, è meritevole dalla testa ai piedi.

Il primo errore che commettono i novelli meritocratici è quello di attribuire al merito un carattere sempiterno (come ogni divinità che si rispetti, del resto), dimenticando che, come ogni cosa che riguarda la sfera dell’umano, anch’esso può svilupparsi, affermarsi e poi non esserci più.
La seconda fesseria è quella di trascurare la dimensione “tecnica” del merito a favore di quella strettamente valoriale.
Ebbene sì, perché il discorso intorno al merito non può fondarsi soltanto su una concezione condivisa, alla pari del bene e del male (moralisti!) ma deve seguire, a mio avviso inevitabilmente, la strada della formalizzazione, che è di natura tecnica: quali sono i parametri per stabilire se uno è meritevole oppure no? L’ha capito Roger Abravanel, che ha esposto nel suo libro “Meritocrazia” quattro proposte concrete per far sorgere il merito. Ma a loro non interessa perché è troppo complicato e non fa audience.

Tuttavia, oltre all’approccio moralistico, contesto pure il principio. Lasciando da parte che nel tempo è avvenuta una storpiatura bella e buona del termine “meritocrazia” (che sarebbe altra cosa dal semplice essere meritevoli), quel che proprio non mi piace è la natura totalizzante (sia concettualmente che socialmente) della questione, nonché la colpevole disattenzione verso l’individuo – sembra che siamo obbligati ad essere meritevoli nel senso comune. È chiaro che sia il singolo ad essere potenzialmente più o meno meritevole – questo gli va riconosciuto – ma chi può stabilire che lo sia per davvero? Allo stato dei fatti, cioè in un contesto che si disinteressa dell’aspetto “tecnico” e che predilige quello retorico-pubblicistico, nessuno. O, meglio, tutti. Perché non vi sono strumenti in grado di aiutare coloro che si trovano nella posizione di scegliere, per esempio in un colloquio di lavoro, a parità di titoli, chi sia il più meritevole.

Sebbene possa sembrarlo, non è una questione secondaria. Perché questi apostoli del merito diffondono il loro verbo, provando a convincerci tutti che coloro che si affidano ancora a strade alternative, come quella della raccomandazione, siano da fustigare pubblicamente, da scomunicare, da esiliare. Non meritano – scusate il gioco di parole – di far parte della vicenda storica collettiva, che è indubitabilmente pervasa dal loro spirito.

I cinesi utilizzano il termine guanxi per indicare il complesso gioco di relazioni sociali che aiutano l’individuo a superare gli ostacoli della pratica quotidiana (quindi, anche lavorativa). Qui in Italia si è parlato a lungo di clientelismo e familismo. Siamo stati abituati a sentirci dire che il nostro bel paese, che pure ha avuto un’economia interessante per quasi due decenni, si è fondato su un sistema moralmente deprecabile.

Ora, riconosco anch’io che un certo tipo di clientelismo ha condannato ampie zone del nostro paese all’immobilità; non sono ottuso. Ma voglio chiedervi: come pensate che si sia sviluppato il modello vincente della cosiddetta Terza Italia? Con la meritocrazia o con le reti sociali dei piccoli distretti industriali? Be’, sappiate che Renzo Rosso, patron della Diesel, negli anni ottanta andava a pescare nel bacino della provincia del nord-est, assumendo spesso parenti dei suoi dipendenti. Qualcuno ha il coraggio di parlare di mancanza di meritocrazia?

I modelli vincenti si costruiscono sulla base di variabili che non possono ricondursi esclusivamente al merito così come è inteso dai nostri scienziati della semplicità, e cioè come un “valore”. I modelli vincenti si fanno con le persone e le intelligenze e, talvolta, pure con le spintarelle.

Per questo, in assenza di criteri adeguati e di una discussione seria, che tenga conto della reale complessità delle cose, preferisco mille volte il vecchio sistema delle raccomandazioni. Per lo meno conosciamo il criterio e sappiamo cos’è che non funziona.

Complexity and Society :: Book Abstract – The Social Conquest of Earth

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E. O. Wilson’s book about how group selection processes might explain both the success of social insects and of human being on earth.

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