Distopìa

Secondo il Vocabolario Treccani, nella sua seconda, ma più frequente accezione (nel linguaggio medico, la distopia è lo spostamento – in genere per malformazione congenita – di un viscere o di un tessuto dalla sua normale sede):

Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le distopie della più recente letteratura fantascientifica.

Amo la fantascienza e di conseguenza adoro le distopie, e mentre parlo molti esempi mi si affollano nella mente, a partire da Erewhon di Samuel Butler, che mi sono trovato a raccomandare a un amico ignaro qualche giorno fa.

Secondo l’OED, il termine è stato inventato da John Stuart Mill nel 1868, ma già Jeremy Bentham nel 1816 aveva introdotto (con lo stesso significato) cacotopia: ci deve dunque essere un nesso profondo tra distopie a utilitarismo, ma al momento mi sfugge quale possa essere.

Wikipedia propone una lunga lista di opere narrative distopiche (tra cui, curiosamente, non c’è Erewhon), anche se ne sono citate molte altre che non io avrei messo: o perché non le ho lette, o perché non penso siano una distopia). Ecco la lista (tra parentesi quadra i miei commenti se ho letto il libro o, talora, visto il film):

Mah, lista molto discutibile, piena di buchi …

Ma adesso veniamo alla storia che volevo raccontarvi fin dall’inizio e che ho trovato qui:

Letters of Note: 1984 v. Brave New World

George Orwell

George Orwell / wikipedia.org

Ottobre 1949. 1984 è stato pubblicato da pochi mesi. George Orwell riceve una lettera da Aldous Huxley. Momento “forse non tutti sanno che …”: i due si conoscevano, perché oltre trent’anni prima, nel 1917, Huxley era stato per qualche tempo insegnante di francese di Orwell, a Eton. Huxley aveva pubblicato la sua distopia , Il mondo nuovo (Brave New World) 17 anni prima, nel 1932.

Quella che inizia come una lettera di lode diventa ben presto un confronto tra le prospettive presentate nelle due opere, e (prevedibilmente) Huxley resta convinto che la sua previsione sia più realistica. Ne sono convinto anch’io, dopo 80 anni, e resto anche convinto che Brave New World sia più bello di 1984.

Aldous Huxley

Wrightwood. Cal.
21 October, 1949

Dear Mr. Orwell,

It was very kind of you to tell your publishers to send me a copy of your book. It arrived as I was in the midst of a piece of work that required much reading and consulting of references; and since poor sight makes it necessary for me to ration my reading, I had to wait a long time before being able to embark on Nineteen Eighty-Four.

Agreeing with all that the critics have written of it, I need not tell you, yet once more, how fine and how profoundly important the book is. May I speak instead of the thing with which the book deals — the ultimate revolution? The first hints of a philosophy of the ultimate revolution — the revolution which lies beyond politics and economics, and which aims at total subversion of the individual’s psychology and physiology — are to be found in the Marquis de Sade, who regarded himself as the continuator, the consummator, of Robespierre and Babeuf. The philosophy of the ruling minority in Nineteen Eighty-Four is a sadism which has been carried to its logical conclusion by going beyond sex and denying it. Whether in actual fact the policy of the boot-on-the-face can go on indefinitely seems doubtful. My own belief is that the ruling oligarchy will find less arduous and wasteful ways of governing and of satisfying its lust for power, and these ways will resemble those which I described in Brave New World. I have had occasion recently to look into the history of animal magnetism and hypnotism, and have been greatly struck by the way in which, for a hundred and fifty years, the world has refused to take serious cognizance of the discoveries of Mesmer, Braid, Esdaile, and the rest.

Partly because of the prevailing materialism and partly because of prevailing respectability, nineteenth-century philosophers and men of science were not willing to investigate the odder facts of psychology for practical men, such as politicians, soldiers and policemen, to apply in the field of government. Thanks to the voluntary ignorance of our fathers, the advent of the ultimate revolution was delayed for five or six generations. Another lucky accident was Freud’s inability to hypnotize successfully and his consequent disparagement of hypnotism. This delayed the general application of hypnotism to psychiatry for at least forty years. But now psycho-analysis is being combined with hypnosis; and hypnosis has been made easy and indefinitely extensible through the use of barbiturates, which induce a hypnoid and suggestible state in even the most recalcitrant subjects.

Within the next generation I believe that the world’s rulers will discover that infant conditioning and narco-hypnosis are more efficient, as instruments of government, than clubs and prisons, and that the lust for power can be just as completely satisfied by suggesting people into loving their servitude as by flogging and kicking them into obedience. In other words, I feel that the nightmare of Nineteen Eighty-Four is destined to modulate into the nightmare of a world having more resemblance to that which I imagined in Brave New World. The change will be brought about as a result of a felt need for increased efficiency. Meanwhile, of course, there may be a large scale biological and atomic war — in which case we shall have nightmares of other and scarcely imaginable kinds.

Thank you once again for the book.

Yours sincerely,

Aldous Huxley

(Source: Letters of Aldous Huxley)

Non ci sono stelle verdi

Io sono molto miope e vivo in una città che produce un sacco di inquinamento luminoso, e dunque mi è molto difficile parlare del colore della stelle. Ma so che le stelle sono colorate.

Betelgeuse

Betelgeuse / wikipedia.org

Rigel

Rigel / wikipedia.org

Capella

Capella / wikipedia.org

Vega

Vega / wikipedia.org

Antares

Antares 7 wikipedia.org

Apprendo però da un articolo su Discover che non ci sono stelle verdi, e perché:

Why are there no green stars? | Bad Astronomy | Discover Magazine

Prendete un lanciafiamme e scaldate una barra di ferro (è un esperimento mentale, non fatelo realmente!): dopo un po’ diventerà rossa, poi arancione, poi bianco-bluastra. Poi fonderà.

Perché? Perché ogni oggetto al di sopra dello zero assoluto (circa –273 °C ) emette “luce”. Quanta luce, e con quale lunghezza d’onda, dipende dalla temperatura: più l’oggetto è caldo, più breve è la lunghezza d’onda della “luce” che emette. Gli oggetti più freddi emettono onde radio, quelli più caldi luce ultravioletta o raggi X. Soltanto entro un range molto piccolo di temperature gli oggetti caldi emettono luce visibile all’occhio umano (grosso modo le lunghezze d’onda tra i 300 e i 700 nanometri).

Ma gli oggetti non emettono luce di una sola lunghezza d’onda, ma emettono fotoni in una gamma di lunghezze d’onda, che formano una “firma” caratteristica: lo spettro del corpo nero. Più o meno così. In ascissa avete le lunghezze d’onda della luce emessa, in ordinata la loro intensità. La curva è a campana, ma asimmetrica. All’aumentare della temperatura di un oggetto, la curva si trasla verso sinistra, verso lunghezze d’onda più corte.

Blackbody curves

discovermagazine.com

Un oggetto a 4.200 °C ha il picco del suo spettro in corrispondenza dell’arancione. Scaldiamolo a 5.700 °C, la temperatura del Sole, e il picco si sposta tra verde e blu. Scaldiamolo ancora e ci muoviamo al blu, al violetto, e infine all’ultravioletto: le stelle più calde non emettono luce a noi visibile.

Un momento: ho detto che il Sole ha un picco tra verde e blu. E allora perché non lo vediamo verde-blu?

Ma allora non eravate attenti! Abbiamo detto che non emette una sola lunghezza d’onda, ma una gamma di lunghezze d’onda che, come vedete nel grafico, abbraccia tutta la luce visibile. Come abbiamo imparato a scuola dall’esperimento del prisma, quando mescoliamo i colori dell’iride il risultato è il bianco. Sì, il bianco: la luce solare è bianca, non gialla come disegnano il sole i bambini, e infatti le nubi e la neve (e le pagine bianche) le vediamo bianche.

OK, tutto chiaro, adesso. Ma, mi direte, sicuramente posso girare le manopole della temperatura in modo da produrre una gamma di lunghezze d’onda che mi produca una stella rossa come Betelgeuse, blu come Rigel, gialla come Capella, zaffiro come Vega, arancio come Antares, verde come …

No, verde no. Ma non è colpa delle stelle, è (prevalentemente) colpa del nostro sistema nervoso.

I nostri occhi hanno due tipi di recettori, i coni e i bastoncelli. I bastoncelli sono fondamentalmente sensibili all’intensità della luce, non alla sua lunghezza d’onda, e quindi qui non ci interessano. Ci sono 3 varietà di coni, ognuno particolarmente sensibile a una lunghezza d’onda (cioè a un colore): al rosso, al verde, al blu.

Una fragola, ad esempio, eccita dannatamente i “coni del rosso” e lascia indifferenti quelli del verde e del blu. Ma, come abbiamo detto, la maggior parte degli oggetti non emette o riflette una sola lunghezza d’onda (un solo colore.) Un’arancia eccita i coni del rosso circa il doppio di quanto non ecciti i coni del verde, e lascia in quiete i coni del blu. Quando il cervello riceve questo tipo di messaggio dai tre tipi di coni lo interpreta come “arancio”. Se gli arriva eccitazione dai coni del rosso e del verde in misura grosso modo eguale, lo interpreta come “giallo”, e così via.

Dai color primari all'intera gamma

wikipedia.org

Adesso tornate a guardare il primo grafico e osservate come si modifica la curva, spostandosi verso sinistra e diventando più appuntita quando la stella si riscalda, spostandosi verso destra e appiattendosi quando la stella si raffredda. Per avere una stella verde sarebbe necessaria una stella di media temperatura ma con uno spettro appuntito e centrato sul verde. Ma questo non è possibile. Niente stelle verdi.

L’Irlanda senza nubi

Anche se non ci siete stati, vi renderete subito conto che è un’immagine rarissima. Sarebbe difficile anche per l’Italia, ma neppure una nuvola sul cielo d’Irlanda è il modo migliore per festeggiare San Patrizio, anche se con un giorno di ritardo.

Eire

dailydish.typepad.com

LA foto è della NASA e io l’ho trovata qui.

La colonna sonora, ovviamente, è questa:

Troppo facile (sulle spalle dei giganti 2.0)

Le palle dei giganti

Arnaldo Pomodoro

gallery.cortesi.info

Alle spalle dei gitanti

Costa Concordia

wikipedia.org

Sulle spalle dei giganti

Come molti (immagino) attribuivo la frase “sulle spalle dei giganti” (“on the shoulders of giants”) a Isaac Newton che, in una lettera a Robert Hooke del 5 febbraio 1676 (per l’esattezza, Newton ha scritto “If I have seen further it is by standing on ye sholders of Giants” e c’è il fondato sospetto che stesse prendendo Hooke per i fondelli a proposito della loro diatriba sull’ottica e la teoria dei colori, tant’è vero che i due non si parlarono né corrisposero mai più).

Sono stato scalzato dalla mia convinzione, alcuni anni fa, da un mio coltissimo collega (vorrei ringraziarlo pubblicamente, ma poiché è un giurista e un esperto di privacy mi limiterò a darne le iniziali: grazie, R. T.) che mi ha fatto presente che la metafora è medievale, se non più antica.

L’immagine è derivata dalla mitologia greco-romana: il gigante Orione (così detto perché nato dall’orina di Giove, Nettuno e Mercurio) durante un periodo della sua vita era stato accecato ma Efesto, impietositosi, lo affidò alla guida Cedalione, che gli si sedette sulle spalle e lo guidò a est, dove Eos, dea dell’aurora, gli ridonò la vista.

Orione

wikipedia.org

Il primo a utilizzare la metafora sarebbe stato Bernardo di Chartres. Scrive Giovanni da Salisbury nel suo Metalogicon del 1159:

Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos, gigantium humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvenimur et extollimur magnitudine gigantea.

Diceva Bernardo di Chartres che siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca.

Nel transetto meridionale della Cattedrale di Chartres (ho cercato la foto ma non l’ho trovata), proprio sotto il rosone, quattro vetrate lunghe e strette rappresentano visivamente il concetto: i 4 evangelisti (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) sono seduti sulle spalle di 4 giganteschi profeti dell’Antico testamento (Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele) ma, per quanto più piccoli, hanno potuto vedere meglio e riconoscere il Messia grazie alle parole e profezie dei loro giganteschi predecessori.

La porta occidentale della Cattedrale di Chartres

bluffton.edu

In realtà, è altrettanto probabile che Bernardo di Chartres facesse riferimento alla sintesi tra rivelazione delle scritture e pensiero greco (che proprio in quel XII secolo veniva riscoperto, tradotto dalle fonti arabe e studiato): sulla porta occidentale della Cattedrale sono rappresentate le 7 arti liberali, all’interno di un vertiginoso gioco di rimandi a suo tempo esplorato da Titus Burckhardt [“The Seven Liberal Arts and the West Door of Chartres Cathedral“, Studies in Comparative Religion, Vol. 3, No. 3 (Summer, 1969)]

Le 7 arti liberali

Sia come sia, la metafora doveva essere una specie di luogo comune nel Medioevo, se la usa anche Isaia di Trani, un commentatore del Talmud vissuto tra il 1180 e il 1250:

Non ho mai dichiarato arrogantemente “La mia saggezza mi ha servito. Ho invece applicato a me stesso la parabola che ho sentito narrare dei filosofi. Il più saggio dei filosofi chiese: “Ammettiamo che i nostri predecessori erano più saggi di noi. E tuttavia critichiamo i loro commenti, rigettandoli e sostenendo che abbiamo ragione noi. Come è possibile?” Il saggio filosofo rispose: “Chi vede più lontano, un nano o un gigante? Di certo un gigante, perché i suoi occhi sono a un livello più alto di quelli del nano. Ma se il nano è seduto sulle spalle del gigante, che vede più lontano? … Anche noi siamo nani a cavalcioni sulle spalle di giganti. Possediamo tutta la loro saggezza e poi proseguiamo oltre. Diventiamo saggi e siamo in grado di affermare quanto affermiamo grazie alla loro saggezza, non perché siamo più grandi di loro.

Nonostante la popolarità medievale, il detto scompare per qualche centinaio d’anni. Riaffiora nel XVII secolo: Robert Burton, nella sua Anatomia della melancolia del 1621, l’attribuisce al mistico spagnolo Diego de Estella o Didacus Stella (“I say with Didacus Stella, a dwarf standing on the shoulders of a giant may see farther than a giant himself”) e i commentatori più tardi confondono il riferimento di Diego al Vangelo di Luca con un commento alla Pharsalia di Lucano (ma nessuno dei due testi è pertinente).

Il poeta gallese George Herbert, più o meno nello stesso periodo, introduce nella sua raccolta di proverbi Jacula Prudentium del 1651 il detto: “A dwarf on a giant’s shoulders sees farther of the two.”

Dopo la citazione newtoniana, che abbiamo già ricordato, la metafora diventa luogo comune.

  • La riprende Samuel Taylor Coleridge, in The Friend (1828): “The dwarf sees farther than the giant, when he has the giant’s shoulder to mount on.”
  • La contesta (e che altro v’aspettavate) Friedrich Nietzsche, opinando che un nano (cioè un accademico) non può che portare al suo livello di comprensione persino i più elevati pensieri. Nel capitolo di Così parlò Zarathustra intitolato “Della visione e dell’enigma”, Zarathustra scala una montagna con un nano sulle spalle (“Verso l’alto: – sebbene mi stesse addosso, quello spirito, metà nano, metà talpa; storpio, storpiante; facendo gocciolare piombo nelle mie orecchie, e pensieri pesanti come piombo nel mio cervello”). Giunti in vetta, il nano con capisce nulla e Zarathustra si imbufalisce: “O spirito della gravità – dissi con ira. – Non prender con leggerezza la cosa! Se no ti abbandono sul tuo sasso, o sciancato – e pure ti portai ben in alto!” D’altra parte, una decina d’anni prima, ne La filosofia nell’epoca tragica dei Greci (1873) Nietzsche aveva affermato che se nella storia della filosofia c’era qualche cosa che assomigliasse al progresso, non poteva che venire dai rari giganti, ognuno dei quali chiamava il suo fratello attraverso i desolati intervalli del tempo.
  • La usa Umberto Eco ne Il nome della rosa, per la risposta di Guglielmo da Baskerville alla lamentela di Nicola da Morimondo, il vetraio, sulla perdita della sapienza degli antichi e la fine dell’era dei giganti,
  • La parafrasa il Dr. Ian Malcom in Jurassic Park: “I’ll tell you the problem with the scientific power you’re using here: it didn’t require any discipline to attain it. You read what others had done, and you took the next step. You didn’t earn the knowledge for yourselves, so you don’t take any responsibility for it. You stood on the shoulders of geniuses to accomplish something as fast as you could, and before you even knew what you had, you, you’ve patented it, and packaged it, you’ve slapped it on a plastic lunchbox, and now [pounds table with fists] you’re selling it. [pounds table again] You want to sell it, well… […] your scientists were so preoccupied with whether they could that they didn’t stop to think if they should.”
  • È inscritta (STANDING ON THE SHOULDERS OF GIANTS) sul bordo della moneta bimetallica da 2 sterline del 1997, come implicito omaggio a Newton che fu, negli ultimi anni della sua vita, Warden e Master della Royal Mint).
    2 pounds
  • È il titolo di un libro curato da Stephen Hawking: On The Shoulders of Giants. The Great Works of Physics and Astronomy.
  • I R.E.M. usano la frase “Standing on the shoulders of giants leaves me cold” (circa 0:30 nel video) nella canzone King of Birds:

Tutta questa fatica (che mi è costata quasi un’intera domenica di lavoro, in cui però ho imparato molte cose) per dirvi che ho scoperto un blog/rivista online/fiera delle delizie dedicato alla storia della scienza che si chiama The Giant’s Shoulders. Qui di seguito il link al numero più recente, il 45. Buon divertimento.

Le lezioni sulla musica di Leonard Bernstein

Nel 1972, il compositore e direttore d’orchesta Leonard Bernstein tornò alla sua alma mater, l’Università di Harvard come Charles Eliot Norton Professor di Poesia, nell’accezione più vasta del termine.

Leonard Bernstein

wikipedia.org

Le lezioni di Bernstein furono tenute nell’autunno del 1973, portano complessivamente il titolo “La domanda senza risposta” (“The Unanswered Question”) e durano oltre 11 ore.

Per nostra fortuna sono tutte su YouTube e le potete guardare e ascoltare con vostro comodo (ma non siate pigri!).

Potete anche acquistarle, in libro o in DVD.

Leonard Bernstein’s Masterful Lectures on Music (11+ Hours of Video Recorded in 1973) | Open Culture

Hurley-Dennett-Adams – Inside Jokes: Using Humor to Reverse-Engineer the Mind

Hurley, Matthew M., Daniel C. Dennett, Reginald B. Adams Jr. (2011). Inside Jokes: Using Humor to Reverse-Engineer the Mind. Cambridge MA: The MIT Press. 2011. ISBN 9780262015820. Pagine 359. 29.95$

Inside Jokes

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Un libro serissimo, naturalmente, anche se spesso capitoli e paragrafi sono introdotti da una barzelletta (ma joke è un po’ più polisemico di barzelletta).

All’origine del libro c’è la tesi di dottorato completata nel 2006 da Matthew Hurley, che può dunque essere considerato l’autore principale del volume. Adams e Dennett sono stati i suoi supervisors alla Tufts University. Inoltre, Dennett si era impegnato, nel suo Consciousness Explained del 1991, a fornire “a proper account of laughter” che andasse al di là della pura fenomenologia: sotto questo profilo si tratta dunque anche di una promessa tardivamente mantenuta.

Gli stessi autori introducono la loro tesi a partire da una nota nursery rhyme e anch’io seguirò le loro tracce:

There was an old woman who lived in a shoe.
She had so many children, she didn’t know what to do;
She gave them some broth without any bread;
Then whipped them all soundly and put them to bed.
[The Oxford Dictionary of Nursery Rhymes]

Old Woman in a Shoe

wikipedia.org

Soltanto che la storiella raccontata dai 3 autori prende una piega diversa:

(Their rooms where piled high with the playthings of boys:
comic books, fishing rods, discarded toys,
model planes, model trains and the dirt that goes with them
and huge piles of laundry that flowed out to the kitchen.
And try as she may to get them to sweep –
she’d scold them, and threaten, implore them, and weep;
she’d given them dust-cloths, and vacuums and brooms –
she just could not get them to clean up their rooms.)

… and, then, one night the old woman got a new idea:

She made them pajamas and bed socks of Swiffer cloth, and the next night while they slept she hid lots of candies around in their rooms, under the beds, under the piles of toys and clothes. In the morning when the children discovered the first of these candies, they went on a gleeful rampage, piling and sorting their belongings in the hunt for all the candies. By noon they were stuffed with candy-and their rooms were as orderly and clean as Martha Stewart’s front parlor. [59-64: il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle]

La tesi di fondo del libro è ben illustrata da questa metafora o parabola o filastrocca riveduta e corretta: la selezione naturale (impersonata da quella vecchia signora di Madre Natura) usa un trucco simile per indurre il nostro cervello a occuparsi del noioso debugging assolutamente necessario per sopravvivere (ancorché pericolosamente) all’accumularsi di scoperte ed errori accumulati dai nostri processi euristici. Non potendo semplicemente “comandare” al cervello di mettere in atto subroutine di pulizia (l’evoluzione non funziona così!), ha dovuto “corrompere” il cervello con il piacere: rendendo piacevole un dovere (o meglio una necessità). L’allegrezza che ci dà la scoperta di un errore d’inferenza è il senso dell’umorismo, che – una volta evolutosi – può essere “sfruttato” dagli stimoli supernormali inventati dai comici nel corso dei millenni. Come accade per il nostro gusto smodato per i dolci (e la pornografia).

Humor, we will try to show, evolved out of a computational problem that arose when our ancestors were furnished with open-ended thinking.

Il volume sviluppa questa idea di fondo in modo molto articolato, ponendo e dando risposta a 20 domande sulla “teoria cognitiva ed evoluzionistica dell’umorismo” proposta dagli autori. Ma per avere tutte le risposte dovete per forza leggere il libro.

Resta il dubbio – ma mi potrete dare una mano a scioglierlo soltanto dopo avere letto l’opera – se una teoria così ingegnosa sarebbe potuta venire in mente ad autori non anglosassoni di madrelingua, per i quali l’aggettivo funny ha due accezioni principali (cito dal Merriam-Webster online):

  1. a : affording light mirth and laughter : amusing
    b : seeking or intended to amuse : facetious
  2. : differing from the ordinary in a suspicious, perplexing, quaint, or eccentric way : peculiar — often used as a sentence modifier «funny, things didn’t turn out the way we planned»

Questi gli esempi (sempre dal Merriam-Webster):

  • He told a funny story.
  • He’s a very funny guy.
  • What are you laughing at? There’s nothing funny about it.
  • There’s something funny going on here.
  • She has some funny ideas about how to run a company.
  • “I can’t find my keys.” “That’s funny — they were here a minute ago.”
  • My car has been making a funny noise lately.
  • A funny thing happened to me the other day.
  • It feels funny to be back here again.
  • It’s funny that you should say that — I was just thinking the same thing myself.

* * *

Pignolerie: a un certo punto [1687] si dice che Being There (Oltre il giardino), del 1979, è l’ultimo film di Peter Sellars:

  1. il nome del grandissimo attore è Peter (oddio, Richard Henry detto Peter) Sellers!
  2. il suo ultimo film è il (peraltro non memorabile) Diabolico complotto del Dr. Fu Manchu (The Fiendish Plot of Dr. Fu Manchu), di cui sarebbe anche il regista (uncredited), anche se poi compare anche in Sulle orme della pantera rosa (Trail of the Pink Panther).

Trascuratezza imperdonabile per una casa editrice così importante. E dire che l’agente di Dennett è il leggendario John Brockman. In un libro sull’umorismo, poi!

Clouseau

wikipedia.org

* * *

Come al solito, vi propongo anche una selezione di citazioni – meno noiosa del solito, mi auguro, perché molte sono storielle e barzellette raccontate nel testo.

The most exciting phrase to hear in science, the one that heralds new discoveries, is not “Eureka!” (I found it!) but “That’s funny….” – Isaac Asimov [98]

Q: How do you tell the sex of a chromosome?
A: Pull down its genes. [189]

Circular definition: see Definition, circular.[358]

There are only 10 kinds of people in the world – those who read binary and those who don’t. [483: una delle mie preferite]

Email is the happy medium between male and female. (Hofstadter 2007) [621]

Photons have mass? I didn’t even know they were Catholic. [621]

The face of a child can say it all, especially the mouth part of the face. [622]

An atheist explorer in the deepest Amazon suddenly finds himself surrounded by a bloodthirsty group of natives. Upon surveying the situation, he says quietly to himself “Oh God, I’m screwed!”
There is a ray of light from heaven and a voice booms out: “No, you are not screwed. Pick up that stone at your feet and bash in the head of the chief standing in front of you.”
So the explorer picks up the stone and proceeds to bash the living heck out of the chief.
As he stands above the lifeless body, breathing heavily and surrounded by a hundred natives with a look of shock on their faces, God’s voice booms out again: “Okay … Now you’re screwed.” [730]

We know why we are born curious: We are, as George Miller once said, informavores. Our hunger for novelty drives us to fill our heads with facts we might need some day […] [895: questa è una cosa seria, e un argomento su cui avrei molto da dire. Non qui e non ora: vi prego di avere pazienza …]

If insight is like orgasm as Gopnik’s metaphor declares, then, likewise, curiosity might be the analogue of lust. The epistemic hunger of curiosity – a burning desire to find reason and order – prompts us to fervently advance upon situations that require explanatory exertion (often to exhaustion) that ultimately leads to that religiously adored moment of insight. And just as lust suddenly dissolves into triviality with orgasm, so does the hungry feeling of curiosity hastily retreat upon the achievement of insight. Though it may have killed the cat, curiosity more than compensates for its cost: Without it we mightn’t seek answers or theories at all. [1037]

Epistemic uncertainty – the lack of a persuasive answer to a pressing question – has its own emotional accompaniment, also called uncertainty […] [1048]

Love is like pi – natural, irrational, and very important.
– Lisa Hoffman [1052]

To say that you believe something is to say that that information successfully passed through your mind without triggering the emotions of confusion or humor, but quite possibly having triggered the sense of insight. [1190]

A mental space is a region of working memory where activated concepts and percepts are semantically connected into a holistic situational comprehension model. [1249]

People do generate – ceaselessly – a bounty of pertinent anticipations about the world, but such anticipations are not created through effortful enumeration of all possibilities followed by the comparisons of individual assessments of likelihoods for each possible future. Rather, the expectations we have at hand each are the result of current situation-pertinent thought or recollections of other pertinent-at-the-time thoughts […] [1315]

The answer “I don’t know” is a perfectly reasonable one, though perhaps less likely, empirically, given the social pressure to provide an answer when confronted with an interrogation. [1338]

A belief is a commitment to a fact about the world. [1345]

What gets us into trouble is not what we don’t know; it’s what we know for sure that just ain’t so.
– Mark Twain [1410]

Our brains are for “producing future” (as the poet Valery once put it) […] [1541: non sono riuscito a trovare la citazione esatta. Qualcuno mi può aiutare?]

One might even venture the maxim: The more arduous and even dangerous the job, the more intense the reward system must be to ensure its completion. [1631]

Did you hear about the fellow whose whole left side was cut off? He’s all right now. [1709]

Gravity makes a big difference. [1735: qui è rilevante la nota, ma non sono capace di citare le note con il Kindle. Geoffrey Hinton ha proposto un interessante puzzle sull’argomento. Supponete di prendere una manciata di bastoncini di Shanghai, di lanciarli in aria e di fotografarli mentre cadono. Quanti, grosso modo – decidete voi il grado di approssimazione – sono orizzontali e quanti verticali? più o meno lo stesso numero, vero? No, falso! Ci sono infiniti modi di essere orientati orizzontalmente, N E S W NE SE SW NW eccetera, ma un solo modo di essere verticali. Rifate l’esperimento con una paccata di CD: la risposta è invertita]

We see some traces of an analytic mode of construction in the deliberate editing of jokes, making them more streamlined, punching up the punchline by changing the word order, adding a beat here, a sly misdirecting digression there; but this is, in effect, “postproduction” […] [2010]

[…] in hearing a fiction, we enjoy it for its storytelling value, but we never commit to it as being reality and subsequently discover that it is not […] [2495]

What did the 0 say to the 8?
“Nice belt.” [2626]

When you look at the picture that has no woman in it (in fig. 11.1), you cannot stop yourself from seeing a woman there even if you are told ahead that she is not there. The only power the high-level belief has is in telling you that it’s not really true, after you’ve already seen her. [2944]

Sandro Del Prete. Sunrise in the Nature Reserve

© Sandro Del Prete. Sunrise in the Nature Reserve

Huron (2006) argues persuasively that most if not all excellence in music involves the artful alternation of fulfilled expectations and unexpected (not entirely predictable) variations. [3039: Huron, David (2006). Sweet Anticipation: Music and the Psychology of Expectation. Bradgord Books. 2008]

If you want to tell people the truth, make them laugh, otherwise they’ll kill you.
One should always play fairly when one has the winning cards.
I am not young enough to know everything.
Morality, like art, means drawing a line someplace. [3119. Tutte e 4 di Oscar Wilde]

People often make the mistake of thinking that “humorous” and “serious” are antonyms. They are wrong. “Humorous” and “solemn” are antonyms. I am never more serious than when I am being humorous. [3151. È una citazione di Bertrand Russell]

“It is not enough to succeed. Others must fail.” [3154. È una citazione di Gore Vidal]

Everybody anticipates, in mental spaces, as much of the relevant future as possible, to the best of their ability given the specific knowledge they have already collected. We aspire to decide on the basis of “all things considered,” but of course we must always truncate our considerations in order to meet the deadlines of effective action. So each of us is engaged in a never-ending round of heuristic search, building partial, and risky, structures-mental spaces-that depend on jumping to conclusions-as deftly as possible. [3329]

Both knowledge and ignorance are valuable strategic secrets. [3339]

(A “quidnunc” – from the Latin for “what now?” – is a person obsessed with the very latest news. We all have-and should have-quidnunc tendencies, since the latest news creates an information gradient that may be exploited by others at our expense.) [3343]

The pastime of permeating casual conversation with witticisms not only serves the simple selfish goal of flaunting one’s wit, but is also a method of trade in the currency of social capital. [3401]

[…] “Skinnerian” as opposed to “Darwinian” hard-wired organisms […] [3651: subito dopo introduce i concetti di creature “Popperiane” e “Gregoriane”]

To be precise, you can’t give yourself gargalesis – the laughter-inducing kind of tickling we usually think of as related to humor. But, you can self-induce knismesis, which is the kind of uncomfortable tickling sensation felt when an insect crawls on your skin or even when you drag a feather lightly across your skin (Hall and Allin 1897). [4754]

Roger Shepard

planetperplex.com / Roger Shepard

12-18 marzo: la settimana del cervello

È in corso (12-18 marzo 2012) la Brain Awareness Week. Seguende l’esempio di Cell, la festeggiamo con 10 stupefacenti immagini a colori di tessuti cerebrali.

Ippocampo

cell.com / Tamily Weissman, Harvard University

Retinal Fireworks

cell.com / Josh R. Sanes, Harvard University

L’intero slide show lo trovate qui.

Un modello digitale dell’antica Roma

Rome Reborn è un’iniziativa internazionale volta a creare un modello tridimensionale dell’antica Roma. L’idea è quella di ricostruire lo sviluppo e la decadenza della città dalla fondazione alla caduta dell’Impero romano d’occidente, ma il progetto ha scelto di partire da una data convenzionale, per poi procedere a ricostruire i cambiamenti all’indietro e in avanti, in una sorta di macchina del tempo virtuale. La scelta è caduta sul 320 (anzi, per l’esattezza, sul 21 giugno 320): all’epoca la città aveva raggiunto il massimo della sua dimensione demografica (oltre 1 milione di persone) e della sua estensione territoriale. Dopo quella data furono costruiti ben pochi edifici pubblici, ma all’epoca era già stato realizzato tutto ciò che sopravvive ancora oggi, riducendo al minimo possibile la componente speculativa delle ricostruzioni.

Il progetto è stato avviato nel 1997 e vede la collaborazione dell’Università della Virginia (Virtual World Heritage Laboratory), dell’Università della California-Los Angeles (Experiential Technology Center), del Politecnico di Milano (Laboratorio di Virtual Prototyping e Reverse Modeling del Dipartimento di industrial design, delle arti, della comunicazione e della moda-INDACO), dell’Institut Ausonius (CNRS e Università di Bordeaux-3), e dell’Università di Caen.

Scopo del modello è di rappresentare le informazioni e le teorie disponibili sull’aspetto della città antica, con un’infrastruttura digitale che permetta aggiornamenti, incrementi e correzioni. Le conoscenze disponibili consentono da un lato di rappresentare la topografia e le infrastrutture (strade, ponti, acquedotti, mura, …), dall’altro di dare conto contestualmente della metainformazione sulle fonti archeologiche, documentali e teorico-speculative. In questo modo, il modello è anche una rappresentazione dello stato delle conoscenze sulla topografia della città in vari periodi. Il modello si presta anche allo studio di aspetti altrimenti difficili da approfondire, quali l’allineamento dei diversi edifici, l’esposizione, la ventilazione, l’illuminazione, la circolazione di persone e merci.

Le fonti del modello digitale possono essere ricondotte a due grandi classi:

  1. i dati “archeologici” su edifici specifici, per i quali le fonti sono gli scavi e la relativa documentazione, ma anche monete, iscrizioni, fonti letterarie antiche, immagini dal Rinascimento al secolo scorso, …
  2. dati quantitativi sulla distribuzione di particolari tipologie di edifici nelle 14 regioni in cui era suddivisa la città, per i quali le fonti principali sono due “regionari” del IV secolo (Curiosum e Notitia).

Di conseguenza, il modello digitale comporterà 2 tipi di materiali:

  1. ricostruzione di circa 200 singoli edifici per i quali si dispone di evidenze archeologiche attendibili (i Fori, l’Anfiteatro Flavio, i templi, …);
  2. rappresentazione di edifici e altri “oggetti” (stimati in 7-10.000) di cui sono note soltanto la tipologia e la frequenza nelle diverse zone.

Finora sono stati modellati circa 40 edifici e monumenti della prima classe, inclusi i 22 della parte occidentale del Foro romano: ad esempio, il Tabularium, il Foro di Cesare, le Basiliche di Massenzio e Costantino, il Tempio di Venere e Roma, gli archi di Tito e Costantino, il Colosseo e il Circo Massimo, ricostruiti con l’ausilio di un comitato di esperti. I restanti edifici e monumenti della prima classe sono per il momento rappresentati da “segnaposti” ricostruiti nello stesso modo schematico adottato per quelli della seconda classe.

Il procedimento adottato per la modellazione digitale degli elementi della seconda classe ha comportato le seguenti fasi:

  1. la digitalizzazione del Grande plastico di Roma imperiale a scala 1:250 realizzato tra il 1933 e il 1974 per impulso e sotto la direzione di Italo Gismondi e conservato al Museo della civiltà romana dell’Eur (questa fase è quella realizzata, in particolare, da Politecnico di Milano);
  2. la sostituzione dei dati “scanditi” dal Grande plastico di Roma imperiale con forme geometriche semplificate (porte, finestre, colonne, tegole, …);
  3. il disegno particolareggiato dei dettagli architettonici (porte, finestre, balconi) sulle superfici delle forme geometriche semplificate;
  4. le correzioni degli errori noti del Grande plastico di Roma imperiale (ad esempio, l’altezza dei colli fu incrementato di proposito del 20% per facilitare la visione).

Ho trovato il video e l’accesso alle altre informazioni a partire da questo sito:

Rome Reborn – An Amazing Digital Model of Ancient Rome | Open Culture

Grande plastico di Roma imperiale

museociviltaromana.it

Carisma: Mara Carfagna

Seduce se tace, seduce se dice.

Grazie Makkox:

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Mara Carfagna

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