Neve granulosa / Gresil / Graupel

In italiano, non abbiamo una singola parola per denotare la neve granulosa (avete presente la leggenda, non so se metropolitana o rurale, secondo la quale gli eschimesi hanno 70 parole per dir neve?).

Secondo il Vocabolario Treccani, in realtà, una parola ce l’avremmo, ma è un prestito dal francese:

grésilġreìl› s. m., fr. [der. di grès «gres»]. – Caratteristica precipitazione atmosferica, costituita da granelli bianchi, opachi e friabili, del diametro di pochi millimetri, formati da un nucleo di neve granulosa con un sottile involucro di ghiaccio, che cade di frequente nelle burrasche primaverili.

Gres, una ceramica vetrificata e molto dura, e originariamente equivalente ad arenaria, viene a sua volta dal franco *greot “ghiaia”.

Graupel

wikipedia.org

In inglese si usa invece una parola derivata dal tedesco, graupel.

Graupel

wikipedia.org

La parola è stata usata per la prima volta nel significato meteorologico in un bollettino del 1889 ed è propriamente il diminutivo di Graupe, “orzo perlato”, che a sua volta viene dallo slavo krupa, che ha il medesimo significato.

Niente di meglio che una zuppa bollente, dopo una nevicata …

Zuppa d'orzo

cucinaitaliana.inf

Google Image Search – Boing Boing

Il mio suggerimento è che prima guardiate questo video, e poi ne discutiamo.

Allora: Sebastian Schmieg è (penso) un artista olandese sperimentale (io l’informazione l’ho trovata su Boing Boing, qui: What happens if you ask Google Images what’s most similar, starting with a blank image, repeating the process 2951 times? – Boing Boing).

Schmieg ha sottoposto a Google Image Search un foglio trasparente (quello che quando si facevano le video-proiezioni si chiamava – impropriamente – un “lucido”) senza niente sopra. Quindi, se c’era qualche cosa (macchioline, imperfezioni) era puro rumore bianco, che non rappresentava nulla. L’immagine originaria era un .png di 400 x 225 pixel. Quindi Google Image Search ha cercato immagini simili. Schmieg ha preso la prima della lista e l’ha sottoposta nuovamente a Google Image Search. Così iterativamente per 2951 volte. Ogni volta un fotogramma del clip, 12 fotogrammi al secondo. Il video è del 9 dicembre 2011 e lo trovate qui.

Tre considerazioni:

  1. Noi siamo macchine molto brave a riconoscere pattern. Ne è la prova l’abilità che abbiamo nel riconoscere le facce, tanto che ne vediamo una anche sulla luna, per esempio. Si è sempre detto che i computer questo non lo sanno fare bene. Ma mi sembra che Google Image Search lo sappia fare anche lui molto bene, e sospetto (anche se non ne ho la certezza, e anzi manco del tutto delle informazioni necessarie) che ci sia una dose impressionante di intelligenza artificiale nell’algoritmo.
  2. Trovo fantastico che la ricerca interpreti dapprima il rumore come cielo stellato, e poi galassie, e luci della città, e finalmente umani e manufatti eccetera. Ma nessun nudo o immagine pornografica (un paio di tette verso 1:07). Eppure la pornografia sul web è onnipresente e pervasiva. E allora Google Image Search ha incorporato un meccanismo di censura? Basta SafeSearch? O è stato Schmieg (ma mi chiedo come)?
  3. Un sacco di statistiche! From stars to stats.

Boing Boing

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Murakami Haruki – 1Q84

Murakami Haruki (2009). 1Q84 (Libro 1 e 2. Aprile-settembre). Torino: Einaudi. 2011.

1Q84 (1-2)

einaudi.it

Murakami Haruki (2010). 1Q84: Book 3. London: Vintage. 2011.

1Q84

knopfdoubleday.com

Tanto vale dirlo subito: libro molto molto bello. Di quelli che – come dice la pubblicità più trita e iperbolica – non ti restituiscono al mondo eguale a quando avevi cominciato a leggerlo.

Scritto l’essenziale, posso dedicarmi alle divagazioni, come piace a me.

* * *

Prima variazione (ancora molto vicina al tema). Non è il primo romanzo di Murakami che leggo (anche se è il primo che recensisco qui, perché all’epoca non scrivevo un blog). Ho letto anni fa Tokyo blues / Norwegian wood (non ricordo nemmeno se nella traduzione di Feltrinelli con il primo titolo, o quella di Amitrano per Einaudi con il secondo) su istigazione di uno dei miei figli (era molto di moda) e non mi era piaciuto. E quindi mi ero testardamente tenuto lontano dai suggerimenti degli amici (ma soprattutto delle amiche, perché Murakami piace particolarmente alle donne) che mi dicevano: “Ma non puoi non leggere /non avere letto Dance Dance Dance /Kafka sulla spiaggia.

Quello che mi ha convinto a leggere 1Q84 è stata questa recensione dell’Economist. Non perché fosse particolarmente encomiastica: anzi dice, sostanzialmente, che Murakami si è un po’ snaturato rispetto a quello che ne aveva fatto una voce molto personale e amata dai giovani. Non perché rinviasse a 1984 di George Orwell, libro che ho doverosamente letto ma non particolarmente amato (la mia distopia è Brave New World di Aldous Huxley). Ma perché secondo l’Economist era influenzato dalla trilogia di Philip Pullman, His Dark Materials, che ho molto amato.

HARUKI MURAKAMI filches from George Orwell’s “Nineteen Eighty-Four” for the title of his new novel, “1Q84”, making a play on kyu, the Japanese word for nine, by transposing the letter “Q” for the number “9”. Significantly, the action also takes place over the last nine months of 1984. But it would be a mistake to conclude from this that Japan’s magical postmodernist has spent nearly 1,000 pages writing about a dystopian world where couples make love in an ash glade, hardly daring to speak because of the all-listening microphones in the trees. Mr Murakami’s main influence here is not so much Orwell as Philip Pullman; his “1Q84” less a stairway to another world than a heave-ho into a whole new universe.

* * *

Seconda variazione. Avrete notato, all’inizio, due riferimenti bibliografici e due copertine. Murakami racconta (nelle sue conversazioni con l’autore di questo bell’articolo del New York Times) di essere stato impegnato nella stesura del romanzo per 3 anni, dopo aver concepito il gioco di parole multilingue del titolo (9 in giapponese si pronuncia chiù come la lettera Q in inglese) e la sequenza iniziale. Il romanzo è in 3 volumi, ognuno dei quali copre alcuni mesi dell’anno fatale. In Giappone sono tutti usciti come oggetti fisici distinti: i primi 2 il 29 maggio 2009, il terzo il 16 aprile 2010. Per la verità, Murakami racconta che dapprima la storia avrebbe dovuto concludersi alla fine del secondo libro, ma poi è cresciuta a comporre il terzo.

Tutto questo per dire che questa vicenda editoriale si è riflessa sulla storia delle traduzioni. Negli Stati Uniti l’editore Knopf l’ha pubblicato in un unico volume il 25 ottobre 2011, avvalendosi però dell’opera di due diversi traduttori. Nel Regno Unito l’editore Harvill Secker (sempre del gruppo editoriale Random House) ha pubblicato la medesima traduzione in 2 volumi, il primo comprensivo dei primi due libri e uscito il 18 ottobre 2011, il secondo con il terzo libro uscito il 25 ottobre 2011. Einaudi, da noi, ha fatto una scelta ancora diversa, facendo tradurre tutto il romanzo dal traduttore Giorgio Amitrano, ma mandando nelle librerie soltanto il volume comprensivo dei primi 2 libri l’8 novembre 2011, e annunciando l’uscita del terzo per novembre 2012.

Non voglio entrare nella discussione di scelte che mi sembrano tutte lecite. È vero che in Giappone tra il secondo e il terzo libro i lettori hanno dovuto aspettare un anno. Ma è anche vero che nessuno di noi si sogna di leggere i feuilleton una puntata alla settimana, comunque li abbiano originariamente pubblicati Dumas o Sue.

Semplicemente, non potevo aspettare un anno per sapere come andava a finire. E non l’ho aspettato, andando a leggere il terzo libro in inglese. Traduzione per traduzione, tanto vale, mi sono detto.

* * *

Come va a finire, naturalmente, non ve lo racconto. Però, vi faccio vedere i trailer del romanzo.

Terza variazione. Ho letto molto di recente (per l’esattezza il 6 gennaio 2012) su Brain Pickings (un blog che vi suggerisco sinceramente di tenere d’occhio) la recensione di un libro del 1928, Plotto: The Master Book of All Plots, ripubblicato di recente. Già nel 1895 il critico francese Georges Polti aveva catalogato (Les trente-six situations dramatiques, ma qui potete leggere anche online la traduzione in inglese) 36 situazioni drammatiche, tipo la supplica, la ricerca, il sacrificio di sé, l’adulterio, la rivolta, l’enigma, il rapimento e il disastro. Qualche anno dopo, nel 1928, un romanziere seriale da quattro soldi, William Wallace Cook scrisse Plotto con l’intenzione esplicita di automatizzare il processo della scrittura attraverso un meccanismo combinatoriale, che lo portò a catalogare 1462 possibili trame. Doveva funzionare, dal momento che arrivò a scrivere 54 romanzi in un solo anno.

Tutto questo divagare per dire che 1Q84 è un romanzo che in parte sfugge all’universo delle trame di Plotto, ma che dall’altro vi ricade in pieno.

Lo stesso Murakami, nell’articolo del NYT citato in precedenza, racconta che questo romanzo di quasi 1000 pagine è nato dal più piccolo dei semi:

This giant book, however, grew from the tiniest of seeds. According to Murakami, “1Q84” is just an amplification of one of his most popular short stories, “On Seeing the 100% Perfect Girl One Beautiful April Morning,” which (in its English version) is five pages long. “Basically, it’s the same,” he told me. “A boy meets a girl. They have separated and are looking for each other. It’s a simple story. I just made it long.”

E volendo essere ancora più radicali (a questo punto, do per scontato che siate corsi a leggere il racconto) è il mito platonico-aristofaneo dell’uomo dimezzato e dell’amore predestinato.

Ma poi Murakami procede a costruire il suo romanzo non con una procedura combinatoria, ma per aggregazione e sovrapposizione di materiali, come in un’opera di pittura materica.

Alberto Burri - Rosso plastica, 1964

wikipedia.org

* * *

Quarta variazione, e ultima.

Inaspettatamente, ma come invece si sarebbe potuto prevedere, all’accumulazione vertiginosa di materiali e simboli (ma saranno simboli? o solo elementi?) di Murakami non corrisponde nessuno scioglimento, se non di quella che potremmo chiamare la vicenda-seme.

In altre parole, le trame di Murakami non vanno a comporre un tessuto complesso ma formalmente concluso (completo di cimosa), ma lasciano volutamente aperte tutte le questioni che ci aveva posto. Quando il mondo parallelo di 1Q84 si chiude, è per sempre, e si porta con sé tutti i suoi misteri e tutti i suoi interrogativi.

Se qualcuna delle domande ci turba il sonno, non ci resta che intraprendere anche noi il viaggio.

Alberto Burri - Sacco5P, 1953

wikipedia.org

* * *

Ho, come sempre, un florilegio di citazioni, in parte dall’edizione italiana di Einaudi e in parte dal Kindle.

Citazioni: sono miei personali appunti che non siete obbligati a leggere, ma se siete curiosi qualcosa di utile e stimolante certamente lo troverete. Come di consueto il riferimento è alla posizione sul Kindle:

Perché da noi è come agli uffici del Comune: la gente è pagata per rendere le cose più complicate del necessario. [p. 336]

– […] Perciò è bene allacciare ben strette le cinture.
– Signor Komatsu, se ci si trova a viaggiare su un aereo che sta precipitando, per quanto uno possa stringere bene le cinture, servirà a ben poco.
– Ma almeno darà un certo conforto.
Tengo suo malgrado sorrise. Anche se debolmente.

«Nessuno è in grado di capire, – pensò Aomame. – Ma io sì. Ayumi aveva un grande vuoto dentro di sé, simile a un deserto ai confini del mondo. Per quanta acqua vi si potesse versare, veniva subito assorbita dal fondo sabbioso. Non restava la minima traccia di umidità. Nessuna forma di vita vi attecchiva. Sopra quel deserto, non passavano in volo nemmeno gli uccelli. […] Col tempo, per arginare quel vuoto si era costruita il suo personaggio. Se si fossero strappati via uno dopo l’altro gli strati che componevano quell’io fittizio, sarebbe rimasto solo l’abisso del vuoto insieme alla sete ardente che esso portava con sé. […]» [p. 453]

Any secret known by more than ten people isn’t a secret anymore. [284]

“No, I’ve never been in jail, or had to hide out for a long time. Someone once said unless you have those kinds of opportunities, you can’t read the whole of Proust.” [631: io infatti l’ho letto quando mi sono sfracellato un ginocchio]

This is what it means to live on. When granted hope, a person uses it as fuel, as a guidepost to life. It is impossible to live without hope. [1328]

[…] I don’t like it when there are mistakes.”
“But the world is full of mistakes.”
“The world can be that way, but I have my own way of doing things, […]” [2214]

The wind blew, almost as an afterthought, and the white curtains waved in the breeze. [2625]

“I was confident that I was a special person. But time slowly chips away at life. People don’t just die when their time comes. They gradually die away, from the inside. […]” [4068]

Be thick-skinned, have a hard shell around my heart, take one day at a time, go by the book. I’m just a machine. A capable, patient, unfeeling machine. A machine that draws in new time through one end, then spits out old time from the other end. It exists in order to exist. [4645]

“[…] Every person has his set routines when it comes to thinking and acting, and where there’s a routine, there’s a weak point.”
“It sounds like a scientific investigation.”
“People need routines. It’s like a theme in music. But it also restricts your thoughts and actions and limits your freedom. It structures your priorities and in some cases distorts your logic. […]” [4837]

“[…] To rephrase Tolstoy’s famous line, all happiness is alike, but each pain is painful in its own way. […]” [7140]

“[…] I never count on luck. That’s how I’ve survived all these years.” [7504]

[…] living in a place where questions outnumbered answers. [7856]

[…] not the sharpest pencils in the box. [8085]

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Tinker Tailor …

È abbastanza naturale che in questi giorni, in cui nelle sale italiane esce la versione cinematografica del romanzo La talpa di John le Carré (mi viene da scrivere il remake, perché tutti abbiamo in mente la versione televisiva BBC del 1979, trasmessa anche dalla tv italiana, con Alec Guinness nella parte di Smiley), si parli anche del titolo originale, Tinker, Taylor, Soldier, Spy.

Molti hanno ricordato l’origine del titolo (viene da una “conta” inglese, che individua nel libro 5 sospettati di essere la talpa), tra cui di recente il merlo canterino. Inoltre, wikipedia è (come al solito) molto esauriente.

Guinness as Smiley

guardian.co.uk

Perciò mi limiterei a riproporre la canzone degli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui e qui), in cui Jimmy Page fa delle cose interessanti e sperimentali, suonando la chitarra con l’archetto, come un violino.

La seconda cosa che vorrei dire, e che non ho proprio trovato da nessuna parte, nemmeno nella documentatìssima voce di wikipedia citata poco fa, è il riferimento che (secondo me) fa alla filastrocca James Joyce, alla fine del penultimo capitolo dell’Ulysses, quello scritto a domande e risposte come un interrogatorio di polizia o il vecchio catechismo:

[…] Narrator: reclined laterally, left, with right and left legs flexed, the index finger and thumb of the right hand resting on the bridge of the nose, in the attitude depicted in a snapshot photograph made by Percy Apjohn, the childman weary, the manchild in the womb.

Womb? Weary?

He rests. He has travelled.

With?

Sinbad the Sailor and Tinbad the Tailor and Jinbad the Jailer and Whinbad the Whaler and Ninbad the Nailer and Finbad the Failer and Binbad the Bailer and Pinbad the Pailer and Minbad the Mailer and Hinbad the Hailer and Rinbad the Railer and Dinbad the Kailer and Vinbad the Quailer and Linbad the Yailer and Xinbad the Phthailer.

When?

Going to dark bed there was a square round Sinbad the Sailor roc’s auk’s egg in the night of the bed of all the auks of the rocs of Darkinbad the Brightdayler.

Where?

A Francesco Merlo il premio giornalistico Kazzenger 2012 per l’irrilevanza

Il nuovo anno, questo 2012 insidiato dalle profezie Maya (mayavverate) e dal più tradizionale essere bisesto e dunque funesto, è iniziato da meno di 15 giorni, e Francesco Merlo – un editorialista che Corriere e Repubblica si contendono che nemmeno Inter e Milan per Tevez – ha già pesantemente ipotecato il premio per l’articolo più irrilevante e irritante dell’anno. Cui vorrei intestare un nuovo premio, di mia istituzione, il prestigioso premio Kazzenger per il giornalismo.

L’articolo è stato pubblicato su la Repubblica del 13 gennaio 2012 (riproduzione riservata), ma poiché il Merlo l’ha anche “postato” sul suo blog lo riproduco – citando beninteso la fonte – con la coscienza tranquilla. Le parti dell’articolo di Merlo, che riprodurrò per intero, sono in blu; i miei commenti intercalati e altre citazioni restano in nero.

Francesco Merlo » Inchini e baciamano, la rivincita del sangue blu / QUANTI NOBILI NEL GOVERNO MONTI

Cominciamo dal titolo.

Inchini e baciamano, la rivincita del sangue blu / QUANTI NOBILI NEL GOVERNO MONTI

Di solito quando qualcuno fa notare a un giornalista che ha pubblicato un articolo con un titolo imbarazzante, il giornalista stesso, spesso spalleggiato dal suo direttore, scarica elegantemente la colpa sul “titolista” (che immagino venga pagato dal giornale per svolgere le mansioni che Benjamin Malaussène svolgeva al grande magazzino creato da Pennac). Qui Merlo non ha scampo: il titolo è suo (a meno che non paghi un titolista per il suo blog).

Molti hanno pensato che fosse costruito ‘massone su massone’ e ora scopriamo che, ‘quarti su quarti’, girano più nobili nel governo Monti, con il suo format salva Italia, di quante patonze giravano nel governo Berlusconi, con il suo format sfascia Italia. C’è insomma un tracciato araldico che neppure negli esecutivi di sua maestà Elisabetta II. I nobili sono infatti almeno sei, tra ministri e sottosegretari, tutti di antichissime famiglie.

Permettetemi prima una piccola parentesi seria. La XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana dispone:

I titoli nobiliari non sono riconosciuti. I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome. L’Ordine mauriziano è conservato come ente ospedaliero e funziona nei modi stabiliti dalla legge. La legge regola la soppressione della Consulta araldica.

Giusto per sottolineare che non si tratta di una questione di colore, ricordo a tutti che questa disposizione è in attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce il principio fondamentale dell’eguaglianza. Insomma: non si scherza.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Naturalmente, benché la Corte costituzionale abbia sentenziato che i titoli nobiliari “non costituiscono contenuto di un diritto e, più ampiamente, non conservano alcuna rilevanza” (sentenza n. 101 del 26 giugno 1967), i “nobili” non si rassegnano. Carlo Mistruzzi di Frisinga, nel suo Trattato di diritto nobiliare italiano [Vol. I, Giuffrè, Milano, p. 23] afferma: “La Costituzione repubblicana del 1948 non ha – si noti bene – né abolito né proibito i titoli nobiliari. Si è limitata a non riconoscerli ufficialmente e a togliere di conseguenza quella protezione legale di cui essi godevano in regime monarchico. Per contro protegge in pieno i predicati nobiliari che vengono a far parte del nome con funzione ‘individuatoria’.”

Vabbè, dico io, e non da ora. Se vogliono ricordare all’universo mondo, e soprattutto ai discendenti (se ne sono sopravvissuti) delle loro vittime, che per generazioni i loro antenati si sono appropriati con l’uso della forza del frutto del lavoro dei miei e di quelli della stragrande maggioranza dei miei compatrioti, si accomodino pure. Sono tollerante persino nei confonti dei vari carnevali che si rappresenteranno in mezzo mondo nei prossimi giorni (e che pure trovo ributtanti) e considero sacra persino la libertà d’espressione di Casa Pound.

L’incipit dell’articolo di Merlo è folgorante, scoppiettante di idee fresche e originali. “Massone su massone”. Il contrasto dei “format” (ma che vuol dire esattamente?) salva-Italia e sfascia-Italia. La compiaciuta conferma che il termine “patonza” è stato sdoganato per sempre …

Una precisazione però sulle “antichissime famiglie”. Siamo tutti di antichissime famiglie. Tutti gli esseri umani che popolano il pianeta in questo momento, 7 miliardi e dispari, tutti nessuno escluso discendono da antichissime famiglie. Anzi tutti, nessuno escluso, vantano una discendenza diretta e ininterrrotta dalla famosa Lucy africana, di cui portano in ogni cellula una copia del DNA mitocondriale.

È ora di continuare con Merlo, senza infierire ulteriormente. Ma non sono capace di non attirare la vostra attenzione sul bizzarro contrasto tra i “quarti su quarti” di nobiltà del primo capoverso e il Terzi del secondo. Che ne pensa Odifreddi? c’è terreno per qualche elaborazione matematica sulle frazioni? per un’equazione diofantea?

Terzi di Santagata

iagiforum.info

E hanno lo stemma al dito come il ministro degli esteri Giulio Maria Terzi di Santagata, secco, alto, verticale che, appena nominato, fu festeggiato dal presidente del suo circolo, “evviva, uno di noi”, il circolo appunto ‘della caccia’, che è l’oasi, l’enclave, l’addio al mondo del vecchio frack [in italiano si dice “marsina”, ma se si vuole usare il termine francese, allora è frac, come Modugno sapeva ma Merlo ignora] dei vari Torlonia, Borghese, Ruspoli, Aldobrandini, Colonna, Odescalchi, Boncompagni, Orsini, Pallavicini, Barberini, Theodoli, Massimo, Chigi, Grazioli, Lancellotti e tutte le maschere dell’orrendo aristocafonal di Dagospia. Oppure sono discreti ed eleganti tecnici del baciamano come Enzo Moavero Milanesi. “La qualità del baciamano” mi spiega sorridente Sergio Boschiero, il simpatico leader dei monarchici italiani, “è tutta nell’inchino”. Basta fermare un attimo l’immagine e osservare appunto l’elegante riverenza [ma sarà andato a scuola dalle Orsoline?] che il ministro Moavero Milanesi, il Gianni Letta di Monti, ha offerto in omaggio ad Angela Merkel, e paragonarla per esempio a quella, ovviamente più famosa ma “tecnicamente reboante”, di Chirac a Condoleeza Rice. Nel rapido fotogramma di Moavero c’è il lignaggio del principe mentre in quella vecchia istantanea ormai fissata nella memoria c’è la squillante esuberanza del moschettiere. Boschiero nota che Moavero Milanesi ha un cognome aragonese ma, per avventura migratoria, è signore del Lodigiano sin dal 1400 e sul quotidiano di Lodi “il Cittadino” viene celebrato come “il diretto discendente dei Bocconi, fondatori prima della Rinascente e poi dell’Università” [ma insomma, qui c’è una caduta di stile, del Merlo e dello stesso Moavero: se sei nobile non devi occuparti di imprese commerciali da vil meccanico, come direbbe il Manzoni, pena la contaminazione del famoso sangue blu]. Dice Boschiero, il quale per la verità disprezza [ma naturale! se sei monarchico, ai semplici nobili non puoi che sentirti superiore] i cacciatori di simboli araldici e gli esperti in gigli: “Capisco bene che a Bruxelles questi qui facciano tutti carriera: in fondo è la capitale di un regno”.

E qui è difficile resistere alla tentazione e astenersi dal chiedere l’opinione del leggendario capo indiano di 610.

Mario Monti però non li ha scelti sfogliando il Libro d’oro dell’Araldica, quello edito prima del 1922 quando non c’erano i ‘conti di maggio’ e neppure i tanti nomi che il fascismo plebeo poi titolò per meriti civili, come i Marzotto, i Barilla i Ciano. Adesso invece questi nobili al governo sono tornati fuori per via naturale, come una discreta eruzione di lava: i nobili come rimedio al cucù, alle barzellette e alla degradazione trimalcionesca della borghesia italiana?

Domanda retorica e un po’ furbetta. Perché dovete capirlo, Francesco Merlo: deve scrivere un pezzo di colore compiaciuto sulla nobiltà per un quotidiano sedicente progressista, ma avvezzo a strizzare l’occhio ai “vari Torlonia, Borghese, Ruspoli, Aldobrandini, Colonna, Odescalchi, Boncompagni, Orsini, Pallavicini, Barberini, Theodoli, Massimo, Chigi, Grazioli, Lancellotti” (ne fanno fede le cronache mondane delle pagine dell’edizione romana). E quindi non deve irritare troppo i giacobini come me, ma neppure dispiacere agli ambienti radical-chic della capitale. Bene così, allora: “tornati fuori per via naturale, come una discreta eruzione di lava”. O come un rigurgito di subalterno provincialismo? o per altre vie naturali che non oso nemmeno suggerire?

Di sicuro la quota araldica al governo è maggiore di quella che il manuale Cencelli attribuiva ai piccoli partiti di una volta, ed in fondo è la riprova che l’Italia è in crisi visto che sia pure inconsapevolmente cerca l’antidoto persino nelle presunte virtù ereditarie che, come un liquore, impreziosiscono il liquido seminale. “Si tratta – dice ancora Boschiero – quasi sempre di alti burocrati dello Stato”.

No, qui siamo al delirio. Le “presunte virtù ereditarie che, come un liquore, impreziosiscono il liquido seminale”? Ma bevitelo tu! L’Italia merita antidoti migliori!

Quel giorno più non vi leggemmo avante.

Memoria corta

Umberto Bossi, 12 gennaio 2012: “La Lega non è mai stata forcaiola.”

16 marzo 1993, Montecitorio, Luca Leoni Orsenigo (deputato storico della Lega Nord all’epoca; dimessosi dal partito nel 1996):

Orsenigo

polisblog.it

Le possibilità economiche delle donne

Richard Florida, l’autore di The Rise of the Creative Class: And How It’s Transforming Work, Leisure, Community and Everyday Life (la traduzione italiana, La classe creativa spicca il volo. La fuga dei cervelli: chi vince e chi perde, pubblicata da Mondadori negli Oscar studio, è al momento indisponibile),  con l’aiuto di due colleghe del Martin Prosperity Institute, Charlotta Mellander and Zara Matheson, ha pubblicato alcune mappe tematiche sulle possibilità economiche delle donne nel mondo.

Guardatele anche se l’inglese non è il vostro forte, perché sono molto esplicite anche soltante le figure!

The Geography of Women’s Economic Opportunity – Jobs & Economy – The Atlantic Cities

Gender Gap

Zara Matheson, Martin Prosperity Institute

E già qui siamo i fanalini di coda d’Europa.

10 credenze scientificamente infondate ma tenaci

Se la conoscenza è potere, allora la disinformazione ci rende più deboli

Pubblicato da lifehacker: 10 Stubborn Body Myths That Just Won’t Die, Debunked by Science

  1. Capelli e peli ricrescono più folti se li tagli o li radi.
    Falso. Smentito da uno studio clinico dal lontano 1928. E peraltro si taglia soltanto la parte morta e cheratinosa del pelo. Il fatto è che i capelli corti sono più ruvidi e più duri e per questo ci sembrano più folti e forti.
  2. Tenere conto del bilancio calorico è tutto quello che serve per mantenere sotto controllo il peso.
    C’è una parte di verità. Ma le calorie sono semplicemente un modo di misurare il calore. Ma il combustibile usato dal corpo è ottenuto dal cibo e dalle bevande che digerisci. Tenere conto della loro composizione dà risultati migliori.
  3. Sono necessarie 8 ore di sonno al giorno.
    C’è un’enorme variabilità individuale, in parte legata al gene ABCC9 (chi ce l’ha ha molto meno bisogno di ore di sonno di chi non ce l’ha). Inoltre è stato scoperto un ormone (orexin A) capace di compensare la privazione di sonno.
  4. Leggere con poca luce rovina gli occhi.
    Certamente li affatica, ma non provoca danni permanenti.
  5. Pisciare su un’ustione di medusa lenisce il dolore.
    Al contrario. L’urina (come l’ammoniaca o l’alcol) potrebbero indurre i nematocisti ancora vivi a rilascaire il veleno residuo, peggiorando la gravità dell’ustione e il dolore. Invece bisognerebbe cercare di togliere tutti i tentacoli dalla pelle (con i guanti ovviamente!) e uccidere con l’aceto (o lavare via con acqua salata) i nematocisti ancora a contatto della pelle.
  6. Sono grasso perchè il mio metabolsimo è lento.
    Intanto se sei grasso sei anche più grosso, e quindi la quantità di energia che ti serve a continuare a funzionare (il metabolismo basale è semplicemente questo) è più di quello che serve a mantenere in funzione un corpo più piccolo. La cosa è molto complessa (sono in gioco anche fattori nutrizionali, come dicevamo al punto 2.) ma la singola causa più importante è sicuramente la scarsa attività fisica.
  7. Si busca il raffreddore perché si prende freddo (e umido).
    Il raffreddore è provocato da un virus e si becca per contagio. Certo, avere il sistema immunitario indebolito (poco sonno, cibo scarso o cattivo) non aiuta. Ma il contagio, soprattutto attraverso il contatto tra le mani e le mucose del viso, è la causa principale. E allora perché d’inverno? Perché si passa più tempo al chiuso e in spazi ristretti con molte persone.
  8. Quando fa freddo la maggior parte del calore si perde dalla testa, quindi è fondamentale portare il cappello.
    La leggenda nasce dal fatto che l’esercito americano fece un esperimento in clima artico con soldati coperti di tutto punto con indumenti invernali ma senza cappello. La maggior parte del calore si perdeva dalla testa perché era l’unica parte non coperta! se li avessero tenuti in costume da bagno avrebbero perduto la maggior parte del calore dal torso, dalle braccia e dalle gambe!
  9. Un elevato livello di colesterolo è il primo fattore alla base dell’insorgere di malattie cardiache.
    Apparentemente, secondo lo studio MONICA dell’OMS, non c’è correlazione tra livelli di colesterolo e di mortalità cardiaca. Mentre c’è correlazione tra mortalità cardiaca e pressione sanguigna e, soprattutto, tra vendita di statine e profitti delle case farmaceutiche.
  10. È pericoloso svegliare un sonnambulo.
    No, solo che probabilmente si spaventerà, perché non capirà dove si trova. La cosa migliore è riportarlo a letto, svegliandolo se necessario.

L’accesso a Internet è un diritto umano?

Questo articolo, scritto da Vinton G. Cerf (pioniere di Internet, membro dell’IEEE – Institute of Electrical and Electronics Engineers – e vice-presidente di Google) e pubblicato sul New York Times del 4 gennaio 2012, è stato criticatissimo senza che nessuno si sia preso la briga di leggerlo.

Anche se le argomentazioni di Cerf non mi sembrano del tutto convincenti, sono però logiche e comunque degne di rispetto. Per questo lo riproduco integralmente e ve ne raccomando la lettura.

Internet Access Is Not a Human Right – NYTimes.com

FROM the streets of Tunis to Tahrir Square and beyond, protests around the world last year were built on the Internet and the many devices that interact with it. Though the demonstrations thrived because thousands of people turned out to participate, they could never have happened as they did without the ability that the Internet offers to communicate, organize and publicize everywhere, instantaneously.

It is no surprise, then, that the protests have raised questions about whether Internet access is or should be a civil or human right. The issue is particularly acute in countries whose governments clamped down on Internet access in an attempt to quell the protesters. In June, citing the uprisings in the Middle East and North Africa, a report by the United Nations’ special rapporteur went so far as to declare that the Internet had “become an indispensable tool for realizing a range of human rights.” Over the past few years, courts and parliaments in countries like France and Estonia have pronounced Internet access a human right.

But that argument, however well meaning, misses a larger point: technology is an enabler of rights, not a right itself. There is a high bar for something to be considered a human right. Loosely put, it must be among the things we as humans need in order to lead healthy, meaningful lives, like freedom from torture or freedom of conscience. It is a mistake to place any particular technology in this exalted category, since over time we will end up valuing the wrong things. For example, at one time if you didn’t have a horse it was hard to make a living. But the important right in that case was the right to make a living, not the right to a horse. Today, if I were granted a right to have a horse, I’m not sure where I would put it.

The best way to characterize human rights is to identify the outcomes that we are trying to ensure. These include critical freedoms like freedom of speech and freedom of access to information — and those are not necessarily bound to any particular technology at any particular time. Indeed, even the United Nations report, which was widely hailed as declaring Internet access a human right, acknowledged that the Internet was valuable as a means to an end, not as an end in itself.

What about the claim that Internet access is or should be a civil right? The same reasoning above can be applied here — Internet access is always just a tool for obtaining something else more important — though the argument that it is a civil right is, I concede, a stronger one than that it is a human right. Civil rights, after all, are different from human rights because they are conferred upon us by law, not intrinsic to us as human beings.

While the United States has never decreed that everyone has a “right” to a telephone, we have come close to this with the notion of “universal service” — the idea that telephone service (and electricity, and now broadband Internet) must be available even in the most remote regions of the country. When we accept this idea, we are edging into the idea of Internet access as a civil right, because ensuring access is a policy made by the government.

Yet all these philosophical arguments overlook a more fundamental issue: the responsibility of technology creators themselves to support human and civil rights. The Internet has introduced an enormously accessible and egalitarian platform for creating, sharing and obtaining information on a global scale. As a result, we have new ways to allow people to exercise their human and civil rights.

In this context, engineers have not only a tremendous obligation to empower users, but also an obligation to ensure the safety of users online. That means, for example, protecting users from specific harms like viruses and worms that silently invade their computers. Technologists should work toward this end.

While the United States has never decreed that everyone has a “right” to a telephone, we have come close to this with the notion of “universal service” — the idea that telephone service (and electricity, and now broadband Internet) must be available even in the most remote regions of the country. When we accept this idea, we are edging into the idea of Internet access as a civil right, because ensuring access is a policy made by the government.

Yet all these philosophical arguments overlook a more fundamental issue: the responsibility of technology creators themselves to support human and civil rights. The Internet has introduced an enormously accessible and egalitarian platform for creating, sharing and obtaining information on a global scale. As a result, we have new ways to allow people to exercise their human and civil rights.

In this context, engineers have not only a tremendous obligation to empower users, but also an obligation to ensure the safety of users online. That means, for example, protecting users from specific harms like viruses and worms that silently invade their computers. Technologists should work toward this end.

Il rapporto dell’ONU, pubblicato il 16 maggio 2011, lo trovate qui nella sua versione integrale.

Qui invece un’opinione opposta a quella di Cerf (che, ahimè, a me pare ancora meno convincente, fondamentalmente perché è basato su un argomento storico, e non su un argomento logico) scritta da Clay Johnson su Information Diet il 6 gennaio 2011.

Information Diet | Why Horses Are Not in the Constitution

Neither the word “gun” nor “rifle” appear in the Constitution, the Bill of Rights, or Federalist Papers nor does the word “newspaper” or “web site.” But guns, rifles, newspapers and yes, websites are vital for the health of our nation. Of course, it does mention the words “press” in the first amendment to the constitution, and the word “arms” in the second, and those are the things that give us the right to have our guns, rifles, newspapers and websites.

That, to me, seems to be the conclusion of Vint Cerf’s op-ed in the New York Times yesterday — that we shouldn’t tie a particular technology with fundamental rights. Unfortunately he used a particularly bad example to demonstrate this:

At one time if you didn’t have a horse it was hard to make a living. But the important right in that case was the right to make a living, not the right to a horse. Today, if I were granted a right to have a horse, I’m not sure where I would put it.

The reason this example is bad is because it conflates a right with an entitlement with a requirement. Cerf is also given the right to bear arms, but he is neither required to own a gun, nor is gun industry compelled to give him one. These are, of course, the differences between rights, requirements, and entitlements.

But one underlying thing that Cerf misses, is how vital universal network access is to civilization and democracy. When we look at the history of information technology, we often talk about language, stone tablets, papyrus, and the printing press, but in the middle there is the function of the Post, invented by Cyrus the Great to create the largest empire the world had ever seen, in about 500 BC. Since then, every thriving civilization has had a strong and universal network at its underpinnings.

While the word “network” in the scope of being an interconnected group of people until our grandparent’s generation, our framers were deeply committed to the idea that there should be “a network” and that everybody should have access to it. The right to assemble, of course, assures it, but it goes further than that. Look at what James Madison had to say about Article 1, Section 8 of the Constitution, giving Congress the power of the post:

“The power of establishing post roads must, in every view, be a harmless power, and may, perhaps, by judicious management, become productive of great public conveniency. Nothing which tends to facilitate the intercourse between the States can be deemed unworthy of the public care.”

Inscribed above the Postal Museum is this quote as well:

“The Post Office Department, in its ceaseless labors, pervades every channel of commerce and every theatre of human enterprise, and while visiting, as it does kindly every fireside, mingles with the throbbings of almost every heart in the land. In the amplitude of its beneficence, it ministers to all climes and creeds and pursuits with the same eager readiness and with equal fullness of fidelity. It is the delicate ear trump through which alike nations and families and isolated individuals whisper their joys and their sorrows, their convictions and their sympathies to all who listen for their coming.”

Indeed, the United States Postal Service is one of the few government agencies required by the United States Constitution. Just as our framers knew not to require every person to have a horse, but to build instead a document that could last through centuries of rapid technical advancement, I deeply suspect that if Vint Cerf — upon sailing west and deciding with his colleagues to found a new country — would not write a constitution giving Congress the authority to develop post roads without first giving it the authority to lay fiber. Who, knowing of today’s technology when starting a country, would invest in yesterday’s?

This country was founded upon the principles of universal access to a network. It’s been vital to the underpinnings of commerce and democracy, and while “access to the Internet” may not specifically be a human right, connection to the network of citizens has been a civil right that’s been vital to our democracy since the very beginning.

The New Post Office Building

By Richard E. Miller, October 23, 2011

Simon & Garfunkel – Kathy’s Song

Emerge dal pozzo della memoria una canzone bellissima e malinconica, che non riascoltavo da tempo. Chissà perché nemmeno Paul Simon si ricorda di metterla nei suoi concerti.

Per di più ha delle parole memorabili, tra cui spicca questa quartina:

And so you see I have come to doubt
All that I once held as true
I stand alone without beliefs
The only truth I know is you.

C’è stato un periodo della mia vita in cui questa canzone, e in particolare questa strofa, sono stati un mantra che canticchiavo tra me e me e mi dava la forza di andare avanti, anche se la ragazza che allora amavo (e che naturalmente non ho mai smesso d’amare, poiché sono costante anche se non sempre fedele …) era lontana e la mia giovinezza era tormentata da dubbi esistenziali (ora è tormentata di dubbi esistenziali la mia età matura).

Ho già parlato in passato di canzoni che hanno avuto per me questa importanza (per esempio qui a proposito di un brano dei Pink Floyd).

Ecco il testo completo:

I hear the drizzle of the rain
Like a memory it falls
Soft and warm continuing
Tapping on my roof and walls.

And from the shelter of my mind
Through the window of my eyes
I gaze beyond the rain-drenched streets
To England where my heart lies.

My mind’s distracted and diffused
My thoughts are many miles away
They lie with you when you’re asleep
And kiss you when you start your day.

And a song I was writing is left undone
I don’t know why I spend my time
Writing songs I can’t believe
With words that tear and strain to rhyme.

And so you see I have come to doubt
All that I once held as true
I stand alone without beliefs
The only truth I know is you.

And as I watch the drops of rain
Weave their weary paths and die
I know that I am like the rain
There but for the grace of you go I.

Quest’ultimo verso riprende una frase divenuta proverbiale in inglese: “There but for the grace of god go I.” Il significato è più o meno questo: quando un altro viene colpito da una disavventura o da una disgrazia, si può commentare che noi stessi potremmo esserci trovati nelle stesse condizioni se non fosse stato per la provvidenza.

Secondo i più (ma si levano anche voci scettiche) la frase sarebbe stata coniata dal predicatore inglese John Bradford (circa 1510–1555), che ne avrebbe pronunciato una variante (“There but for the grace of God, goes John Bradford”) vedendo dei criminali avviati al patibolo. La sua fede nella divina misericordia, peraltro, non era del tutto ben riposta, giacché egli stesso fu condannato al rogo come eretico nel 1555.

E dato che il vizio delle frasi memorabili non gli era passato, si racconta che le sue ultime parole, dette al suo compagno di supplizio, siano state: “We shall have a merry supper with the Lord this night.”

John Bradford

wikipedia.org