Gli individui non informati alla base del consenso democratico

Un articolo pubblicato su Science nel numero dello scorso 16 dicembre 2011 ha suscitato un enorme interesse anche tra i non addetti ai lavori.

È bene dire subito, per non cadere anche noi in un errore frequente, che abbiamo puntualmente denunciato, che la parte sperimentale della ricerca di Iain Couzin e dei suoi colleghi fa riferimento al comportamento dei pesci (anche se gli stessi autori concludono che “i loro risultati suggeriscono l’esistenza di un principio che potrebbe essere esteso alle decisioni auto-organizzate di agenti umani” – “these results suggest a principle that may extend to self-organized decisions among human agents.”)

Seguiamo il ragionamento degli autori: quando si tratta di assumere decisioni collettive, sono frequenti i conflitti d’interesse tra diversi membri del gruppo e il mancato raggiungimento del consenso può essere costoso. In queste circostanze, i singoli individui possono essere vittime della manipolazione di minoranze estremiste o comunque fortemente orientate. In passato, si è sostenuto – con riferimento tanto agli esseri umani quanto agli animali – che i gruppi sociali che comprendono individui disinformati o con preferenze deboli sono particolarmente vulnerabili alle manipolazioni. Nel loro articolo, gli autori sostengono – con argomentazioni teoriche ed evidenze sperimentali – che in molte situazioni una minoranza fortemente orientata può determinare la scelta dell’intero gruppo, ma che la presenza di individui disinformati inibisce spontaneamente questo processo e restituisce il controllo alla maggioranza numerica. I risultati presentati, in altre parole, sottolineano il ruolo degli individui disinformati nel raggiungimento del consenso democratico in contesti caratterizzati da vincoli informativi e da conflitti all’interno del gruppo.

L’articolo può essere raggiunto dal link qui sotto e (contrariamente alle abituali politiche di Science) scaricato integralmente.

Uninformed Individuals Promote Democratic Consensus in Animal Groups

Conflicting interests among group members are common when making collective decisions, yet failure to achieve consensus can be costly. Under these circumstances individuals may be susceptible to manipulation by a strongly opinionated, or extremist, minority. It has previously been argued, for humans and animals, that social groups containing individuals who are uninformed, or exhibit weak preferences, are particularly vulnerable to such manipulative agents. Here, we use theory and experiment to demonstrate that, for a wide range of conditions, a strongly opinionated minority can dictate group choice, but the presence of uninformed individuals spontaneously inhibits this process, returning control to the numerical majority. Our results emphasize the role of uninformed individuals in achieving democratic consensus amid internal group conflict and informational constraints.

Iain D. Couzin

icouzin.princeton.edu

Il CouzinLab dell’università di Princeton (eh sì, temo che Couzin, che compirà 38 anni il prossimo 11 febbraio, sia molto consapevole della sua bravura …) ha un programma di ricerca affascinante e ambizioso, che tocca corde a me molto care (chi mi conosce, soprattutto tra chi è stato mio studente, lo sa).

Animal groups such as bird flocks, fish schools and insect swarms frequently exhibit complex and coordinated behaviors that result from social interactions among individuals. A fundamental problem in a wide range of biological disciplines is understanding how functional complexity at a macroscopic scale (such as the functioning of a biological tissue) results from the actions and interactions among the individual components (such as the cells forming the tissue). Since they can be readily observed and manipulated animal groups present unrivaled opportunities to link the behavior of individuals with the functioning and efficiency of the dynamic group-level properties. The CouzinLab is a highly interdisciplinary environment with a closely integrated experimental and theoretical research program to elucidate the fundamental principles that underlie collective behavior across levels of biological organization.

Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano. Torniamo all’articolo sul ruolo degli individui disinformati nel raggiungimento del consenso democratico.

Notemigonus crysoleucas

wikipedia.org

La parte sperimentale dell’articolo è condotta su pesci appartenenti alla specie Notemigonus crysoleucas, un pesce d’acqua dolce che vive in branchi ed è naturalmente attratto dal colore giallo. I collaboratori di Couzin ne hanno addestrato la maggioranza ad andare contro i propri istinti e a nuotare verso un bersaglio blu a un’estremità dell’acquario e una minoranza a seguire la loro preferenza naturale nuotando verso il bersaglio giallo all’altra. Quando i ricercatori hanno messo insieme i due gruppi, la minoranza (chiamiamolo il “partito giallo”) ha prevalso sulla maggioranza (il “partito blu”) trascinando l’intero branco verso il bersaglio giallo nell’80% dei casi. L’attrazione naturale verso il giallo si traduce in una motivazione più forte dei singoli individui, che prevale anche quando sono una minoranza. Ma la situazione cambia radicalmente quando si aggiungono esemplari di Notemigonus crysoleucas che non sono stati sottoposti a nessun addestramento: al crescere dei pesci “disinformati” l’influenza del “partito giallo” declina rapidamente e la maggioranza del “partito blu” riprende il controllo di tutto il branco.

Ha commentato lo stesso Couzin:

Adding those individuals dramatically changes the outcome of group decision-making. They inhibit the minority and support the majority view, and this allows the majority to be heard and that view to dominate. We thought, ‘Wow, that’s kind of interesting,’ because you don’t normally think that adding uninformed individuals to decision-making processes would have that sort of democratizing effect.

Abbastanza prevedibilmente, l’articolo ha avuto una forte esposizione mediatica, soprattutto negli Stati Uniti. Un primo motivo è che, come abbiamo visto, Couzin e i suoi sono molto attenti alla loro immagine (e nel competitivo mondo dell’accademia statunitense non può essere altrimenti). In secondo luogo, il campo del modelli in cui comportamenti collettivi emergenti sono l’effetto delle decisioni di agenti singoli (ne abbiamo parlato anche noi a proposito di Thomas Schelling – qui, qui e qui – e di Mark Buchanan) è di grande interesse “ideologico” sia per chi si colloca “a destra”, nell’area dei super-liberisti fautori della supremazia del mercato come regolatore super-efficiente, sia per chi si schiera “a sinistra”, sul versante liberal e con qualche tinta anarchica dello schieramento democratico.

Peraltro il dibattito è stato stimolato da Science nello stesso numero, in un “editoriale” (Perspective) di Jevin D. West e Carl T. Bergstrom che si chiedeva se l’ignoranza può promuovere la democrazia (Can Ignorance Promote Democracy?):

Ideas are like fire, observed Thomas Jefferson in 1813 — information can be passed on without relinquishing it. Indeed, the ease and benefit of sharing information select for individuals to aggregate into groups, driving the buildup of complexity in the biological world. Once the members of some collective — whether cells of a fruit fly or citizens of a democratic society — have accumulated information, they must integrate that information and make decisions based upon it. When these members share a common interest, as do the stomata on the surface of a plant leaf, integrating distributed information may be a computational challenge. But when individuals do not have entirely coincident interests, strategic problems arise. Members of animal herds, for example, face a tension between aggregating information for the benefit of the herd as a whole, and avoiding manipulation by self-interested individuals in the herd. Which collective decision procedures are robust to manipulation by selfish players? On page 1578 of this issue, Couzin et al. show how the presence of uninformed agents can promote democratic outcomes in collective decision problems.

Lo stesso sito del CouzinLab tiene aggiornato una pagina dedicata alla reazione dei media all’articolo, completo dei link necessari a leggere gli articoli:

Media attention following our recent Science paper

Mi limito a segnalare l’articolo del Wall Street Journal, pubblicato lo scorso 7 gennaio 2012, che non mi pare sia stato incluso nella rassegna del CouzinLab ed è stato scritto da Jonah Lehrer, l’autore di How We Decide:

Why Ignorance Is Democracy’s Bliss

Le conclusioni di Lehrer mi lasciano molto perplesso:

Of course, many political scientists have criticized this extrapolation from golden shiners to democratic government, noting that not all independent voters are ignorant—some are simply moderate—and that a minority doesn’t always represent an extreme view.

Nevertheless, this research helps to explain the importance of indifference in a partisan age. If every voter was well-informed and highly opinionated, then the most passionate minority would dominate decision-making. There would be no democratic consensus—just clusters of stubborn fanatics, attempting to out-shout the other side. Hitler’s rise is the ultimate parable here: Though the Nazi party failed to receive a majority of the votes in the 1933 German election, it was able to quickly intimidate the opposition and pass tyrannical laws.

So the next time a poll reveals the ignorance of the voting public, remember those fish. It’s the people who don’t know very much who make democracy possible.

Camera dei deputati

wikipedia.org

Charles Yu – How to Live Safely in a Science Fictional Universe

Yu, Charles (2010). How to Live Safely in a Science Fictional Universe. New York: Vintage. 2010.

How to Live Safely in a Science Fictional Universe

io9.com

Un romanzo di profonda introspezione, che ho avuto la sfortuna di leggere, sul finire dell’estate scorsa, in un momento per me piuttosto difficile. E la lettura del romanzo di Yu ha contribuito ad aumentare la mia tristezza. Sono situazioni, però, in cui senti quello che leggi più tuo, e maturi una sorta di affinità e complicità con l’autore, come se lo conoscessi da tempo.

L’autore (Charles Yu) e il protagonista del libro (Charles Yu: omonimo, l’opposto di eteronimo, naturalmente) sono molto lontani da me, in realtà, quali che siano le metriche che si intende applicare: Yu l’autore è nato nel 1976 a Los Angeles, si è laureato a Berkeley all’University of California e alla Columbia Law School e vive a Santa Monica (sempre in California, vicino a Los Angeles) con la moglie Michelle e due figli.

Charles Yu

© 2011 Larry D. Moore - wikipedia.org

Yu il protagonista del libro vive in un piccolo universo completo soltanto al 93% (MU31, Minor Universe 31) dove lavora come riparatore di macchine del tempo, autonomo ma affiliato alla Time Warner Time, proprietaria dell’universo che gestisce come un complesso spazio-temporale d’intrattenimento. Yu vive in una sorta di roulotte con un cane (per lo più ipotetico) e un computer intelligente dalla sexy voce femminile di cui è innamorato.

Ma c’è poco da ridere. O meglio, come nella vita vera, si ride, si piange e si riflette, tutto insieme. In MU31, apparentemente, la tecnologia conta poco e anche il divertimento, nonostante l’approccio della Time Warner Time, è secondario. Quello che gli umani di MU31 fanno con le macchine del tempo è soprattutto tornare nel proprio passato, soprattutto nei punti percepiti come momenti decisivi (eh sì, sempre l’ergodicità), per cercare di rimettere in carreggiata la propria vita disastrata. Ma questo non si può proprio fare. Il risultato è spesso quello di aggiungere disastro a disastro.

Lo stesso Yu non è immune da questo tipo di casini. L’anziana mamma è parcheggiata in un loop temporale, dove continua a cucinare il pranzo della domenica. Yu è alla ricerca del padre – ecco un altro novello Telemaco-Stephen Dedalus – che dopo avere scoperto i principi e le tecnologie che consentono i viaggi nel tempo, incompreso, si è perduto nel cronoverso. Yu, poi, incontra il suo sé futuro e gli spara …

* * *

Concludo la mia breve recensione, come faccio sempre, con le citazioni che mi sono appuntato durante la lettura: danno comunque un’idea dell’atmosfera e dello stile del romanzo. Come di consueto il riferimento è alla posizione sul Kindle:

Time isn’t an orderly stream. Time isn’t a placid lake recording each of our ripples. Time is viscous. Time is a massive flow. It is a self-healing substance, which is to say, almost everything will be lost. We’re too slight, too inconsequential, despite all of our thrashing and swimming and waving our arms about. Time is an ocean of inertia, drowning out the small vibrations, absorbing the slosh and churn, the foam and wash, and we’re up here, flapping and slapping and just generally spazzing out, and sure, there’s a little bit of splashing on the surface, but that doesn’t even register in the depths, in the powerful undercurrents miles below us, taking us wherever they are taking us. [225]

[…] what my mother felt, all the way right up to the end, before she stopped having new feelings and became content to have the old feelings over and over again. [271]

The workweek was a structure, a grid, a matrix that held him in place, a path through time, the shortest distance between birth and death. [471]

[…] it’s true: time does heal. It will do so whether you like it or not, and there’s nothing anyone can do about it. If you’re not careful, time will take away everything that ever hurt you, everything you have ever lost, and replace it with knowledge. Time is a machine: it will convert your pain into experience. Raw data will be compiled, will be translated into a more comprehensible language. The individual events of your life will be transmuted into another substance called memory […] [719]

As if I were an incense stick incrementally burning off, first into smoke, and then becoming a part of the room. [1444]

The present incense will become the very stuff that props itself up, and allows other, future incense to stand vertically, for a time, each current incense unable to stand alone, only able to perform its function with the help of all other past incense, like time itself, supporting the present moment, as it itself turns into past, each burning stick transmitting the prayers sent through it, releasing the prayers contained within it, nothing but a transitory vehicle for its contents, and then releasing itself into the air, leaving behind only the burnt odor, the haze and residue of uncollectible memory, and at the same time becoming part of the air itself, the very air that allows the present to burn, to combust, to slowly work itself down into nothingness. [1476]

This isn’t the past or the future tense, it’s the subjunctive. [1538]

Are you sure you’re you? Are you sure you didn’t slip out of yourself in the middle of the night, and someone else slipped into you, without you or you or any of you even noticing? [1624]

Living is a form of time travel. Time travel is a physical process. [1814]

My father had begun asking my opinion about the world. He was admitting, in his way, what he didn’t know, what confused him, what frustrated him in this country, at work, in this town, both close and far from the center of everything. He was asking me if I was ready to be part of our family, ready to help him, ready to be a numerator. [1923]

Everyone has a time machine. Everyone is a time machine. It’s just that most people’s machines are broken. The strangest and hardest kind of time travel is the unaided kind. People get stuck, people get looped. People get trapped. But we are all time machines. We are all perfectly engineered time machines, technologically equipped to allow the inside user, the traveler riding inside each of us, to experience time travel, and loss, and understanding. [1955]

This man is someone for whom the world isn’t a mystery. The world is a boulder, but it has levers and he knows when and where and how to apply just the right amount of force, and it moves for him, while my father and I, pushing up against it, don’t have any angle, any torque, no grip or traction or leverage. My father thinks success must be in direct proportion to effort exerted. He doesn’t know where or how to exert the least amount for the most gain, doesn’t know where the secret buttons are, the hidden doors, the golden keys. He thinks that, even if you have a great idea, there have to be trials and tribulations, errors and failures, a dark night of the soul, a slog, a time in the desert, a fallow period, a period of quiet, a period of silent and earnest and frustrated toiling before emerging, victorious, into the sunshine and acclaim. [2070]

[…] for a brief moment at the top of the arc, we weigh nothing and it seems like maybe the arc wasn’t an arc after all, but a straight shot, up to where we have been looking, not aiming, afraid to even admit our aim could ever be so high, but looking, secretly, at a different trajectory of life, and in that moment I think maybe we might have escaped the pull of our lives […] [2147]

Failure is easy to measure. Failure is an event. Harder to measure is insignificance. A nonevent. [2158]

Hitting the peak of your life’s trajectory is not the painful part. The painful day comes earlier, comes before things start going downhill, comes when things are still good, still pretty good, still just fine. It comes when you think you are still on your way up, but you can feel that the velocity isn’t there anymore, the push behind you is gone, it’s all inertia from here, it’s all coasting, it’s all momentum, and there will be more, there will be higher days, but for the first time, it’s in sight. The top. The best day of your life. There it is. Not as high as you thought it was going to be, and earlier in your life, and also closer to where you are now, startling in its closeness. That there’s a ceiling to this, there’s a cap, there’s a best-case scenario and you are living it right now. [2163]

At some point in your life, this statement will be true: Tomorrow you will lose everything forever. [2450]

Holy Mother of Ursula K. Le Guin. [2481: come esclamazione. Chi conosce la fantascienza e le sue divinità sa che è un’invocazione appropriata alla grande musa]

[…] Grand Unified Theory of Chronodiegetic Forces—a governing law that would serve as a common root for the disparate forces that operate in the axes of past, alternate present, and future, or more formally, the matrix operators of regret, counterfactual, and anxiety. [2611]

Eresia

Ho la sensazione di essere stato troppo “buonista” in questi giorni: ieri la maggior parte dei contatti mi è arrivata dal sito cyberteologia.it, probabilmente per l’aggiornamento al post Beati gli hacker, perché loro è il regno dei cieli. Per questo ho bisogno di un po’ di eresia e di libero pensiero.

Secondo il Vocabolario Treccani:

1. Dottrina che si oppone a una verità rivelata e proposta come tale dalla Chiesa cattolica e, per estensione, alla teologia di qualsiasi chiesa o sistema religioso, considerati come ortodossi.

2. per estensione e in senso figurato:

a. Idea o affermazione contraria all’opinione comunemente accettata: eresia poetica; eresia artistica; un articolo, un discorso pieno di eresie; i suoi giudizî sul nostro Risorgimento sono grosse eresie; in riferimenti politici, atteggiamento che contrasta con i principî dottrinali e le linee direttive (di un partito, di un regime, ecc.).

b. Grosso sproposito, richiesta esagerata: stai dicendo eresie; mille euro per la riparazione? ma è un’eresia!

c. familiare: Bestemmia: non mi far dire eresie!

3. anticamente: Discordia; con questo significato anche nel proverbio: la prima è moglie, la seconda compagnia, la terza eresia.

Jan Hus al rogo

wikipedia.org

Come spesso accade, l’etimologia ripulisce il termine dal senso “denigratorio” assunto nel tempo (ovviamente per responsabilità di chi gli eretici, potendo, li bruciava vivi) e lo nobilita riportandolo alla libertà di scelta e di pensiero.

Eresia, infatti, ci giunge – attraverso il latino haerĕsis, che ha già il significato ecclesiastico – dal greco αἵρεσις, che significa «scelta» e deriva dal verbo αἱρέω «scelgo».

Sono parenti di eresia anche aferesi (soppressione di una vocale o sillaba iniziale: la Puglia invece di Apulia), dieresi (la divisione di un gruppo vocalico nel corpo di una stessa parola, in modo che le due vocali non formino dittongo ma appartengano a due sillabe diverse – pa-ùra – e il segno diacritico con cui in determinati casi si segna tale divisione – rëale, atrïo) e la sineresi (che è il contrario della dieresi: pau-roso per pa-u-roso).

Due mappe della scienza

La prima fa vedere quali argomenti chi visita una pagina web di contenuto scientifico visita immediatamente dopo. L’ha realizzata Hilary Mason, chief scientist a bitly (sapete, quel servizio che “accorcia” le URL delle pagine web), su incarico di Scientific American. Ha esaminato i 600 indirizzi relativi a pagine di argomento scientifico inviate a bitly il 23 e 24 agosto 2011 da utenti che stavano richiedendo il servizio, i 6.000 indirizzi che gli utenti hanno visitato subito dopo e li ha riportati sul grafo che vedete qui sotto.La lunghezza degli archi rappresenta connessioni più labili.

Alcune curiosità. Ci sono scienze poco connesse, come la chimica (ma neppure la statistica sta benissimo), e scienze molto connsesse, come la biologia. Le scienze della salute sono legate più all’economia che all’alimentazione: e non mi sorprende. Ma perché la fisica è così connessa con la moda? Conoscete qualche fisico vanesio? Che cosa lega astronomia e genetica?

Riporto qui sotto la versine statica del grafo, quella dinamica la trovate sul sito di Scientific American.

What science lovers link to most

Scientific American - Hilary Mason

La seconda mappa l’hanno realizzata Johan Bollen et. al (l’articolo integrale è qui). Il lavoro non è basato sulle citazioni di un articolo dentro un altro articolo, come è ormai consueto, ma sulle interazioni (in pratica i click, cioè i link attivati) sui principali portali scientifici e accademici. Bollen e i suoi colleghi hanno raccolto circa un miliardo di click, tra 2007 e 2008, e li hanno modellizzati. Il vantaggio, secondio gli autori, è di avere una mappa molto più dettagliata che quelle ottenute con le citazioni, che per di più sottorappresentano alcune discipline scientifiche.

Non ci sono tantissime sorprese, a differenza che nel caso precedente, ma il quadro che ne emerge è affascinante. Questa è una mappa a bassa risoluzione, ma potete accedere a quelle a risuluzione maggiore a partire da qui.

Map of science derived from clickstream data

plosone.org - Bollen et al.

Isaac Newton

Buon compleanno, Isaac (Woolsthorpe-by-Colsterworth, 4 gennaio 1643 – Londra, 31 marzo 1727), gigante sulle cui spalle siamo tutti saliti.

Isaac Newton

wikipedia.org

Ritmo

Secondo il Vocabolario Treccani (reggetevi forte che c’è un sacco di roba):

Il succedersi ordinato nel tempo di forme di movimento, e la frequenza con cui le varie fasi del movimento si succedono; tale successione può essere percepita dall’orecchio (con alternanza di suoni e di pause, di suoni più intensi e meno intensi, ecc.), o dall’occhio (come alternanza di momenti di luce e momenti di ombra, di azioni e pause, di azioni fra loro simili e azioni di diverso tipo, ecc.), oppure concepita nella memoria e nel pensiero: avere, non avere il senso del r.; r. regolare, costante; r. continuo, intermittente; r. lento, veloce, sempre più veloce e, iperb., r. concitato, frenetico, indiavolato; accelerare, rallentare il r.; in relazione all’impressione psicologica che esso produce: r. monotono, stanco, ossessionante. In partic.:

1.a. Con riferimento a impressioni acustiche: r. di una nenia, r. di un tamtam; colpi, spari che si succedono con r. costante. Per metonimia, nell’uso corrente, composizione di musica leggera, per lo più jazz, in cui la cadenza ritmica ha, nell’esecuzione, la prevalenza sulla melodia: un r. lento, vivace; l’orchestra ha eseguito un r. jazzistico, brasiliano. Per il sign. partic. del termine nel linguaggio musicale, v. oltre.
1. b. Con riferimento a impressioni visive: il faro si accende e si spegne con r. regolare; spec. di movimenti: l’ingranaggio si muove con un r. velocissimo; r. di un’oscillazione, di un pendolo; r. di danza; camminare, muoversi a r. di danza, con passi, mosse studiati in modo che ne risulti un movimento armonico, come di danza; r. di un esercizio ginnico.
1. c. Con riferimento a più impressioni o sensazioni concomitanti: r. cadenzato di marcia; battere il tamburo con r. rapido; r. della respirazione; r. della pulsazione delle vene, delle arterie; r. del cuore, o delle pulsazioni cardiache; disturbi di r., l’irregolare succedersi delle contrazioni cardiache, dovuto a cause diverse (v. aritmia).

2. a. Successione ordinata, a regolari intervalli di tempo, con cui si svolge un fenomeno, si sviluppa un organismo: ritmo delle stagioni; il r. di crescita di un organismo, animale o vegetale; il r. dell’eosinofilia nel sangue, nell’uomo; il r. del ciclo mestruale; r. biologico, sinon. di bioritmo; il r. delle migrazioni, dell’ibernazione, per alcuni animali; il r. di apertura o di chiusura dei fiori, degli stami, ecc., in certe piante, in determinate ore del giorno.
2. b. Con riferimento ad attività varie, lo svolgersi più o meno celere e intenso delle loro varie fasi: r. di gioco, r. di lavoro; il r. della vita, delle attività umane, e un r. di vita tranquillo, affannoso; la vita moderna si svolge con ritmi frenetici; aumentare, diminuire il r. della produzione; imprimere un nuovo r. a un’associazione, a un’organizzazione. Riferito ad azioni narrate o rappresentate: lo scrittore espone la vicenda con r. incisivo; la narrazione procede a r. serrato, susseguendosi cioè rapidamente le sue varie fasi (e, per estens., le indagini proseguono a r. serrato); r. di un romanzo, di un dramma, di un film.
2. c. Frequenza di successione di un fatto, di un fenomeno, cioè il numero delle volte che esso si ripete entro un certo tempo: r. delle vendite; r. delle partenze e degli arrivi; r. delle nascite. R. di un’arma da fuoco automatica, il numero di colpi che può sparare in un minuto primo (lo stesso che celerità di tiro).

3. In senso fig., di forme statiche che si succedono armonicamente nello spazio e non nel tempo (motivi ornamentali, linee di un disegno, masse architettoniche, ecc.), quasi che il loro succedersi fosse un’immagine di movimento: r. di un fregio, di una composizione pittorica; r. di un colonnato, di una serie di archi; r. delle linee di una facciata, di un edificio. In sedimentologia, regolare e ripetuta alternanza di due o più tipi litologici, che si succedono costantemente a causa del ripetersi e del perdurare delle medesime condizioni di disposizione.

4. In musica, uno degli elementi costitutivi (insieme alla melodia e all’armonia) del linguaggio musicale, ossia quello che si riferisce ai rapporti di durata intercorrenti tra i suoni in successione diacronica, nonché all’organizzazione, ordinata o no, di tali durate; il ritmo organizzato e dotato di un’accentuazione periodica prende il nome di metro o tempo: r. (o metro o tempo) binario, ternario, a seconda che il valore complessivo della battuta sia di due o di tre unità di tempo. Il termine è anche, talvolta, sinon. di inciso ritmico: r. anacrustico, r. tetico, r. acefalo a seconda che l’inciso cominci, rispettivam., in levare, in battere o con una pausa che sostituisce la prima nota; r. maschile, r. femminile, a seconda che l’inciso conclusivo di una frase musicale sia, rispettivam., tronco (cioè si concluda in battere) o piano (in levare).

5. a. Nella metrica, l’alternarsi, in un verso, di sillabe toniche e sillabe atone secondo determinate leggi: scandire il r. di un verso, leggerlo in modo da mettere in risalto tale alternanza; riferito alla metrica classica, e in partic. alla lettura moderna (in cui si accentano le arsi, generalmente lunghe, dei metri): r. trocaico, r. giambico e anapestico, ecc., a seconda che si accenti la prima o l’ultima sillaba del piede o del metro di quel tipo. In prosa, il succedersi degli accenti di frase, in genere senza leggi fisse (eccetto in qualche caso come nel cursus della prosa d’arte medievale), ma secondo il gusto e la sensibilità di chi scrive o parla.
5. b. Il componimento stesso che è caratterizzato dall’opposizione di sillaba tonica a sillaba atona, rispetto al verso classico basato sulla quantità sillabica e vocalica. In partic., nome di alcuni componimenti poetici medievali in volgare, che somigliano ai ritmi latini soprattutto perché costituiti da più o meno lunghe serie di versi senza schema metrico fisso, distribuiti in lasse disuguali tra loro, in ciascuna delle quali c’è o di gran lunga prevale una sola rima o assonanza: R. cassinese; R. laurenziano; R. di s. Alessio.

Tutto interessantissimo, devo dire. Ma i motivi che mi hanno spinto a scrivere questo post sono altri due.

Il primo è l’etimologia: ritmo ci arriva, attraverso il solito latino (rhythmus), dal greco ῥυϑμός, che deriva dal verbo ῥέω, “scorro”. Da cui vengono anche rima (partente del ritmo, no?) e reuma (forse una conseguenza del bagnarsi in un rio?).

Il secondo è una curiosità: in inglese, rhythm è un bisillabo, pur non avendo nessuna vocale (y è una semi-vocale).

George Gershwin in persona suona “I Got Rhythm”.

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Troppa informazione?

La sovrabbondanza di informazione implicita nell’era del web è un’inondazione in cui il nostro cervello rischia di annegare? David Weinberger, nel suo nuovo libro (Too Big to Know) pensa di no. Anzi, sostiene, stiamo entrando in una nuova età dell’oro. Salon l’ha intervistato.

Too Big to Know

amazon.com

Are we on information overload? – Internet Culture – Salon.com

The last two decades have completely transformed the way we know. Thanks to the rise of the Internet, information is far more accessible than ever before. It’s more connected to other pieces of information and more open to debate. Organizations — and even governmental projects like Data.gov — are putting more previously inaccessible data on the Web than people in the pre-Internet age could possibly have imagined. But this change raises another, more ominous question: Is this deluge overwhelming our brains?

In his new book, “Too Big to Know,” David Weinberger, a senior researcher at Harvard’s Berkman Center for Internet and Society, attempts to answer that question by looking at the ways our newly interconnected society is transforming the media, science and our everyday lives. In an accessible yet profound work, he explains that in our new universe, facts have been replaced by “networked facts” that exist largely in the context of a digital network. As a result, Weinberger believes we have entered a new golden age, one in which technology has finally caught up with humans’ endless curiosity, and one that has the potential to revolutionize a wide swath of occupations and research fields.

Non ci sono più i vecchi cari Saturnali di una volta

 

Bacco di Guido Reni

salon.com

Why we get wasted on New Year’s – Eatymology – Salon.com

Across ancient Europe, the yuletide holidays were a free-for-all, made dicey by role reversals: The poor invaded the homes of the rich, men dressed as women, and the lord bowed to the peasant. The 12 days of Christmas, from Dec. 25 to Jan. 7, were set in the mold of the Roman holiday Saturnalia: The holidays were a period of truce, when old grudges should be forgotten (at least temporarily), and anger swallowed. But despite all this brotherly love, the Christmas season had a sinister playfulness, similar to the original concept of trick-or-treating. Echoing Saturnalia’s public ridicule of society’s laws and customs, rowdy bands of peasants invaded the manor, demanding food and drink. In exchange, the lord received his subjects’ blessings and goodwill for the coming year.

Lo spazio fiscale, le festività e l’anno che verrà

Secondo molti, e anche secondo i mercati, i risultati del recente vertice europeo non hanno cambiato significativamente le prospettive dell’eurozona. Secondo un blog dell’Economist, citato qui sotto, nessuno però ha interesse a far scoppiare il bubbone sotto le vacanze di natale. Ma il massacro ricomincerà dopo capodanno. Auguri, allora.

Sovereign debt: The outer limits | The Economist

The conclusion of both markets and commentators would seem to be that the outcome of the recent summit has not meaningfully changed the dynamic in the euro zone. It appears that funding conditions for banks and sovereigns continue to worsen. But no one really wants everything to blow up around the holidays, so markets and governments seem to have crawled out of their trenches to sing Silent Night for now, and will resume the bloodshed in the new year.
[…]
Greece, Portugal, Italy, and Ireland already sport 10-year yields above the make-or-break level.
[…]
Rising yields elsewhere will impact Spain—and other parts of the euro zone—in any number of ways. As Italian yields rise, debt costs for Spanish banks, which have substantial exposure to Italy, may also rise. That, in turn, will place more pressure on the sovereign’s borrowing costs. As the most troubled economies embrace austerity and plunge into recession, the growth outlook for their neighbours worsens, hitting the GDP side of the debt-to-GDP ratio and contributing to a deterioration in debt sustainability.
This is the vortex into which we will resume our descent come January. Happy holidays!

Tanto pessimismo nasce dall’uscita di un rapporto di Moody’s pubblicato il 13 dicembre 2011 (Fiscal Space: A New Gauge of Sovereign Risk, di Mark Zandi, Xu Cheng e Tu Packard; il testo completo è qui). A sua volta il concetto di Fiscal Space è ripreso da un paper omonimo pubblicato dall’IMF il 1° settembre 2010.

Provo a riassumere il ragionamento degli autori.

Il rischio che un governo non riesca a soddisfare i suoi creditori non è facile da quantificare. Il governo può agire sul lato delle entrate (aumentando la pressione fiscale) e delle uscite (tagliando la spesa pubblica), e in genere dà priorità al mantenimento della sua solvibilità. Ma in democrazia gli elettori possono arrivare a un punto in cui (anche se non è vero) percepiscono i costi dell’austerità come più elevati di quelli del fallimento. Quello che è successo in Argentina, per capirci.

Questo punto di non-ritorno è “storicamente determinato”, perché cambia da paese a paese e da democrazia a democrazia; può dunque essere calcolato (con tecniche econometriche). Lo spazio fiscale è la differenza tra il rapporto debito/Pil attuale e il limite oltre il quale un paese fallisce a meno che il suo governo assuma misure fiscali che non hanno precedenti storici. Dire che il punto di non-ritorno è storicamente determinato equivale a dire che certi paesi (ad esempio, Corea del Sud e Canada) hanno dimostrato in passato di saper reagire a aumenti del debito pubblico con politiche dolorose, e hanno di conseguenza una soglia critica del debito più elevata e dunque più spazio fiscale. Altri (Portogallo e Giappone) hanno mostrato in passato meno determinazione nell’affrontare i loro problemi fiscali e quindi hanno una soglia più bassa e meno spazio fiscale.

Altri aspetti che influiscono su soglia e spazio fiscale sono il tasso di crescita e il tasso d’interesse pagato sul debito sovrano. Chi cresce a ritmi più sostenuti e paga interessi più contenuti ha una soglia più elevata e maggiore spazio fiscale. Pagare tassi d’interesse più bassi significa un costo di finanziamento del debito più basso. Una crescita più elevata del Pil comporta più gettito fiscale e meno domanda di servizi pubblici. In definitiva, sono gli oltre 10 anni di bassa crescita che rendono particolarmente gravi i problemi che l’Italia fronteggia.

Ma qui si instaura un circolo vizioso. Quando il rapporto debito/Pil si avvicina al punto di non-ritorno, i tassi d’interesse crescono e, a loro volta, soffocano la crescita. C’è un tasso d’interesse di sopravvivenza, al di sopra del quale il debito va fuori controllo perché il costo del servizio del debito cresce più rapidamente del Pil.

Dire che lo spazio fiscale e la soglia critica del debito di un paese sono storicamente determinati significa anche che non sono immutabili, cioè che politiche fiscali aggressive possono spostare la soglia. Ma la soglia stessa, come fissata dai comportamenti precedenti di un paese, non corrisponde a un livello ottimale di debito pubblico. Il governo, anzi, dovrebbe porsi l’obiettivo di starne ben lontano, perché essa rappresenta il livello al quale il paese è percepito come a rischio d’insolvenza. Se gli investitori perdono fiducia nella capacità del governo di stare lontano dalla soglia, si può innescare una rapida salita dei tassi d’interesse o addirittura una crisi di liquidità.

E allora, quanto ci si può avvicinare alla soglia? Ahimè, dipende. Dipende dalla valutazione degli investitori. E sugli investitori (i famosi mercati) e sulla loro capacità di assumere decisioni razionalmente abbiamo molti buoni motivi per non fidarci (come, per la verità, loro hanno più di un motivo per non fidarsi di noi). Non ultimo, che non credano alla capacità del nostro governo “tecnico” di stimolare la crescita, oltre che di mettere i conti in ordine, cosa che – l’abbiamo appena visto – è necessaria ma non sufficiente. Non per mancanza di competenza, ma per il timore che venga meno il sostegno delle forze politiche assai disparate che lo sostengono e che potrebbero essere tentate di far venir meno il loro sostegno al primo segnale di allentamento del pericolo più immediato. O anche perché questo governo viene percepito, se non come “di sinistra”, quanto meno come “non abbastanza di destra” e dunque incapace di introdurre quelle “riforme strutturali” che sono la ricetta gradita agli investitori (anche se non necessariamente le sole o le più adatte a far riprendere la nostra crescita).

Insomma un bel casino.

Ecco la tabella pubblicata sul blog dell’Economist:

Fiscal space

economist.com

Il 2011 di Sbagliando s’impera

WordPress.com mi ha mandato un rapporto annuale sulle attività di questo blog nel 2011. Lo condivido volentieri con voi.

Here’s an excerpt:

Madison Square Garden can seat 20,000 people for a concert. This blog was viewed about 63.000 times in 2011. If it were a concert at Madison Square Garden, it would take about 3 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.