Micromotives and Macrobehavior

Schelling, Thomas C. (1978). Micromotives and Macrobehavior. New York: W. W. Norton. 2007.

Schelling è un economista americano, nato nel 1921 e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2005, insieme a Robert Aumann. La motivazione del Nobel: “having enhanced our understanding of conflict and cooperation through game-theory analysis.” Secondo molti, il suo libro più influente è The Strategy of Conflict del 1960. Quel libro è stato interpretato come una giustificazione dell’equilibrio del terrore nucleare: nel 2005 una petizione all’Accademia svedese delle scienze protestò contro l’assegnazione del Nobel a Schelling e Aumann. Quest’ultimo, accusato di sionismo e di essere un membro di vecchia data del think-tank d’estrema destra Professors for a Strong Israel, era il bersaglio numero uno. Ma anche Schelling fu accusato di essere un guerrafondaio:

Schelling’s theory encourages the coercive use of military force, used to induce desired behavior in an adversary, rather than simply to destroy the enemy’s military capacity. His ideas were the direct inspiration for US strategy in Vietnam, of indiscriminantly bombing the North in order to persuade Ho Chi Minh to stop supporting the Vietcong in the South. This strategy resulted in 2 million civilian deaths and was a complete failure in realizing its objectives.

Confesso di non aver ancora letto quel libro. Quando lo avrò letto vi dirò che ne penso.

Secondo me, piuttosto, Schelling è il padre di una nuova disciplina, quella che diventerà la modellizzazione basata su agenti e che ora, con le simulazioni al computer, è diventata molto diffusa. Per me Schelling è legato anzitutto al suo modello della segregazione. L’idea partì dalla constatazione che negli Stati Uniti è frequente incontrare aree urbane o suburbane quasi completamente segregate, cioè composte da famiglie bianche o nere: i ghetti, diremmo noi, ma anche aree quasi integralmente bianche. Ci sono ovviamente molte spiegazioni, economiche, sociologiche, di classe, culturali eccetera. Ma Schelling ebbe un’intuizione: e se dipendesse – si chiese – dell’effetto aggregato indesiderato di preferenze individuali non segregazioniste? Verso la fine del 1960, su un volo Chicago-Boston, si trovò a giocare con un’idea: supponiamo che le abitazioni siano disposte su una griglia regolare a scacchiera. Ogni lotto avrà 4 vicini (non consideriamo quelli in diagonale). Supponiamo che l’occupante di ogni lotto abbia una certa preferenza: ad esempio, che 2 dei lotti vicini siano occupati da persone con la medesima caratteristica (diciamo razziale, per comodità). Se la condizione è soddisfatta, l’occupante è soddisfatto e non si muove; ma se non lo è, sarà indotto a spostarsi in un altro lotto vuoto, o a scambiarsi di posto con un altro occupante insoddisfatto, ma di colore diverso. Arrivato a Boston, Schelling ebbe la sensazione di essersi imbattuto in un’idea interessante. Continuò le sue simulazioni usando una scacchiera e delle monete. E ne trasse un modello che pubblicò nel 1971 (Dynamic Models of Segregation) e che è discusso anche in questo libro.

Traggo l’illustrazione che ne faccio da Seeing Around Corners, un articolo divulgativo pubblicato da The Atlantic Monthly nell’aprile del 2002.

Nel primo riquadro della figura abbiamo rappresentato schematicamente uno spazio (immaginiamo che sia la proiezione sul piano di una sfera, cioè che il bordo superiore sia collegato a quello inferiore, e quello destro a quello sinistro). I pallini blu e rossi rappresentano le abitazioni di due gruppi, i rossi e i blu (appunto). Tutti i lotti sono occupati. Nel primo riquadro, dicevamo, blu e rossi sono distribuiti a caso. Adesso ipotizziamo che i singoli “agenti” abbiano una preferenza (ad esempio, di avere almeno 2 vicini su 4 dello stesso colore) e che se questa preferenza non è soddisfatta siano “infelici”. Adesso supponiamo che gli agenti infelici possano cambiare casa, cioè scambiarsi con un altro agente infelice di colore opposto. Molto presto comincia a emergere la segregazione (secondo riquadro): rossi e blu tendono a gravitare in aree in cui la maggioranza è già dello stesso colore. Rapidamente, la segregazione diventa pressoché completa e rossi e blu vivono in due quartieri diversi (terzo riquadro). Dopodiché i confini si spostano perché sia i rossi sia i blu cercano di allontanarsi dalla linea di confine (quarto riquadro).

Il modello di simulazione non è deterministico: la distribuzione iniziale è casuale e anche gli scambi tra coppie di “infelici” è casuale (all’interno delle regole di scambio). Il risultato finale è sempre diverso nei dettagli (per effetto della casualità), ma la macro-struttura di segregazione emerge sempre.

Emerge perché gli agenti sono razzisti? No, emerge perché la preferenza individuale (micro-motivo) e l’agire del caso producono un effetto complessivo inaspettato (macro-comportamento). Una perfetta alternanza di rossi e blu, disposti in una griglia regolare (righe o colonne dello stesso colore), risulterebbe in una macrostruttura non segregata, in cui nessun agente sarebbe infelice

Andiamo a vedere che cosa succede se la preferenza per vicini dello stesso colore è più modesta: ogni agente desidera un solo vicino omogeneo, e tanto gli basta per non essere infelice.

Più lentamente, la segregazione emerge lo stesso. Le aree di segregazione emergono egualmente, anche se sono più piccole: i rossi vivono in aree prevalentemente rosse, e i blu in aree blu. Eppure ognuno di loro sarebbe perfettamente “felice” di essere minoranza tra i suoi vicini, nella proporzione di 3 a 1. Ogni singolo agente è un modello di tolleranza, ma la segregazione permane.

Il modello di Schelling implica che persino la più semplice delle società possa produrre risultati al tempo stesso ordinati e inattesi; risultati non accidentali, ma nemmeno deliberati.

The interplay of individual choices, where unorganized segregation is concerned, is a complex system with collective results that bear no close relation to the individual intent. [… Knowing individuals’ intent] does not allow you to foresee the social outcome, and knowing the social outcome does not give you an accurate picture of individuals’ intent.

Per di più, un osservatore esterno non è in grado di prevedere il risultato finale più degli agenti stessi. L’unico modo di scoprire se emergerà una certa configurazione è operare una simulazione: definire delle regole e osservare i risultati.

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Una Risposta to “Micromotives and Macrobehavior”

  1. Gli individui non informati alla base del consenso democratico « Sbagliando s’impera Says:

    […] delle decisioni di agenti singoli (ne abbiamo parlato anche noi a proposito di Thomas Schelling – qui, qui e qui – e di Mark Buchanan) è di grande interesse “ideologico” sia per chi si […]


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: