Ezio Sinigaglia – Il pantarèi

Sinigaglia, Ezio (2019). Il pantarèi. Alberobello: TerraRossa Edizioni. ISBN: 9788894845075. Pagine 312. 14,00 €.

Anche questa lettura ha una storia, che parte da lontano.

Paolo Natale ha frequentato il mio stesso liceo. Di un paio d’anni più piccolo di me, e quindi due anni indietro. Uno dei piccoli, secondo le categorie impietose che si usavano allora (e forse si usano ancora). Per di più faceva lo scientifico, e io il classico. Però si faceva notare, perché era molto vivace, brillante, ironico (anzi sarcastico). Poi, nel 1971 ho fatto la maturità e ho seguito strade diverse. Però Paolo Natale ha assunto di recente una sua visibilità che me lo ha fatto incontrare di nuovo, anche se solo virtualmente: è un professore di scienze politiche a Milano, politologo e metodologo della ricerca sociale, esperto di elezioni e flussi elettorali. Scrive su Gli stati generali e io leggo sistematicamente i suoi interventi, sempre puntuali e stimolanti. Ricordo con piacere e con orgoglio di averlo incrociato da ragazzo.

Mi ha dunque stupito, poco più di un mese fa (il 5 febbraio 2019, per l’esattezza) leggere una sua recensione di un libro, entusiastica fin dal titolo: Un libro indimenticabile. Fidandomi del giudizio di Paolo Natale ed essendo un lettore vorace e compulsivo, mi sono affettato a ordinarlo (su carta: non c’è, per quanto ne so io, un’edizione digitale) e leggerlo. Sono forse un po’ meno entusiasta dell’inaspettato recensore, ma è un bel romanzo.

La tentazione di riprodurre qui per intero la recensione di Natale è forte, ma resisterò (almeno in parte). Chi è interessato se la vada a leggere al link che ho messo sopra. A me serve però riportarne almeno una parte, per mettere meglio in luce le sensazioni e le differenze che la lettura ha provocato in me. Allora, cominciamo da Natale (anche se oggi è il mercoledì delle ceneri: immagino che queste battute gliele facessero dai tempi dell’asilo, ma non so resistere).

Era il lontano 1985. Coltivavo tiepide velleità letterarie, a quei tempi, ipotizzando l’idea che il moribondo romanzo dovesse venir sostituito con racconti di una o due paginette, unica forma di scrittura adatta ai tempi brevi del secolo breve. Vedete?, dicevo, tutti i grandi romanzi sono già stati scritti, nella forma tradizionale ottocentesca e poi in quella più rivoluzionaria del Novecento, da Proust a Joyce, da Kafka a Musil. Che senso ha riproporne altri, che non raggiungeranno mai le vette di quei capolavori? Se qualcuno vuole leggersi un bel libro, vada a riprendersi quelli: non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Un amico, sentendomi puntualizzare spesso queste mie apodittiche argomentazioni giovanili, si presentò un bel giorno con un romanzo fresco di stampa, uscito da una piccola casa editrice, di un suo vecchio compagno di scuola. […] Leggilo, mi disse, forse ti farà cambiare idea sulla morte del romanzo.
Iniziai, un po’ scettico per la verità. Ma quell’iniziale scetticismo durò esattamente una pagina e mezzo, dopo le quali mi resi conto di star leggendo un piccolo capolavoro. Il racconto intenso e ironico delle avventure del suo protagonista, Daniele Stern, nella Milano degli anni Ottanta, interagiva con i brevi ma azzeccati intermezzi saggistici, che descrivevano l’opera fondamentale dei più rilevanti scrittori del Novecento, protagonisti della destrutturazione del romanzo classico.

[…]

Ma il romanzo, oh, il romanzo era un piccolo gioiello, scritto da un trentenne che pareva avere la maturità di un cinquantenne, di un consumato scrittore che riesca ad indovinare tutte le parole giuste al momento giusto, con ritmi e cadenze degne di un consumato forgiatore dell’anima, come ciò che voleva diventare il Dedalus di Joyce.

[…]

E oggi, rileggendolo per la terza o quarta volta, in questa nuova ri-edizione, il piacere della lettura si rinnova a distanza di quasi 35 anni, immutato. Di cosa parla questo libro quasi-inedito? Parla di noi, parla della scrittura, parla dell’evoluzione del romanzo, parla della nostra storia, del nostro rapporto con la vita, con l’amore, con se stessi e con chi gravita intorno a noi, della società e dei tristi o gioiosi protagonisti della nostra vita quotidiana, delle cadute e delle risalite, del coinvolgimento e del distacco, dell’ironia con cui vivere la nostra esistenza, e delle nostre paure di essere all’altezza di noi stessi, senza arretramenti e ignavie.
Non si può raccontare, non è possibile farne un breve riassunto. Bisogna leggerlo, immergersi nelle sue parole, nel racconto di una settimana che cambia la vita del suo protagonista e della storia del romanzo, della sua rinascita, proprio quando tutto pareva in via di estinzione. Il Pantarei è il più bel libro scritto negli ultimi 40 anni in Italia, e leggerlo è obbligatorio.
In my opinion.

Vabbè, alla fine l’ho riportata quasi tutta. Sono d’accordo su quasi tutto, fuorché su alcuni punti.

Il primo è che, secondo me, “i brevi ma azzeccati intermezzi saggistici” sono tutt’altro che intermezzi. Non lo dico io. Lo dice l’autore nella prefazione alla nuova edizione:

Il progetto nacque con una sua sorprendente unità da una meravigliosa notte d’insonnia durante la quale, disteso nella camera in penombra accanto alla mia sposa addormentata, vidi due ascensori percorrere quasi simultaneamente, dal basso verso l’alto, le due trombe delle scale parallele di un palazzone di sette o otto piani che si ergeva al di là del piccolo giardino di casa nostra. Ciascuna delle due gabbie illuminate degli ascensori rischiarava via via il finestrone di vetro smerigliato di un pianerottolo e, mentre a sinistra si accendeva per esempio quello del quarto, del quinto, del sesto piano, a destra splendeva quello del terzo, del quarto, del quinto, in una sequenza ordinata della quale nessuno oltre a me poteva avere coscienza.

Uno spettacolo messo in scena per me soltanto, per illuminare la scaletta del mio romanzo, rivelandomi che le scalette, in realtà, erano due.

Così il mio progetto nacque già equipaggiato di uno schema pressoché completo e fornito di un titolo che riproduceva fedelmente la struttura binaria dell’insieme: I romanzi e i giorni.

I romanzi stavano sull’ascensore di sinistra, i giorni su quello di destra. I romanzi erano la scala saggistica, i giorni quella narrativa.

Semplicissimo, come sono quasi sempre i buoni progetti. (pp. 7-8)

Aggiungo io: i saggi non sono per niente banali e svolgono una funzione strutturale, come spiega lo stesso Sinigaglia. Inoltre, gli autori di cui si analizza l’opera (Proust, Joyce, Musil, Svevo, Kafka, Céline, Faulkner e Robbe-Grillet) influenzano il protagonista Daniele Stern sia in quello che è (e questo lo scrive anche Sinigaglia, sempre nella prefazione: “Se è vero che II pantarèi mette in scena nella sua metà narrativa la stessa storia raccontata nella metà saggistica, cioè la storia del romanzo del Novecento, è logico dedurne che Stern debba essere un personaggio emblematico, capace di incarnare un po’ Marcel e un po’ Dedalus, un po’ Ulrich e un po’ Bloom, un po’ Zeno e un po’ K. Personaggi certo assai diversi l’uno dall’altro, ma accomunati dalla loro natura di anti-eroi. Uomini senza qualità, per parafrasare Musil […] – p. 10), sia nella scrittura stessa della parte romanzesca, che mima via via lo stile degli autori citati, anche se non in una corrispondenza uno-a-uno tra capitolo del saggio e parte della vicenda narrata. Questo è a volte un punto di forza, ma altre un punto di debolezza, perché spesso, e soprattutto nella parte finale, la mimesi stilistica mi sembra prendere il sopravvento sulla storia, che a questo punto ci ha catturato. My humble opinion, va da sé. Chissà se qualcuno l’ha scritto anche a proposito dell’Ulysses…

Questo poi è il mio secondo punto, tutto sommato. Perché la mia impressione è che il romanzo inizi magnificamente (anch’io – come Natale – non riuscivo a metterlo giù, e per di più tormentavo la mia compagna infliggendoli brani più o meno lunghi letti ad alta voce), ma finisca in modo deludente. Desinit in piscem, come diceva Orazio.

Però, in conclusione, leggetelo e scopritelo, questo piccolo gioiello.

Mario Missiroli – Fedeltà

Missiroli, Mario (2019). Fedeltà. Torino: Einaudi. ISBN: 9788858430392. Pagine 230. 9,99 €.

Fedeltà (Supercoralli) di [Missiroli, Marco]
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Mi era molto piaciuto, di Mario Missiroli, il precedente Atti osceni in luogo privato. Non ne conoscevo l’autore, ma ero stato attratto da una copertina clamorosa e maliziosa, che rimescolava in una specie di Gestalt switch un culo femminile e il simbolo della croce.

Atti osceni in luogo privato di [Missiroli, Marco]
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Atti osceni in luogo privato è un romanzo di formazione, di educazione sentimentale, filtrata (con leggerezza e crudezza) dall’erotismo, dalla formazione erotica. Tra Parigi e Milano – città entrambe da me molto amate – seguiamo la vita di Libero Marsell dall’adolescenza alla maturità. Lo stile è leggero, ironico, colto: vengono in mente certi film di Truffaut.

Nell’estate del 2015 ero anche stato a un incontro con l’autore, e avevo trovato anche lui affascinante, piacione (come si dice a Roma) e anche un po’ paraculo.

Anche Fedeltà orbita intorno ai sentimenti e si svolge in due città (questa volta Milano e Rimini, dove l’autore è nato). Il tema è la fedeltà del titolo, intesa sia come fedeltà coniugale nel senso più corrente e consumato (“Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento. Rispetto a cosa avrebbe tradito?” si chiede Carlo, uno dei protagonisti – pos. 874), sia come fedeltà a sé stessi (“Con lui aveva intuito che l’infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa.” gli fa contrappunto in un altro passo Margherita, moglie di Carlo, un’altra dei protagonisti – pos. 1797).

Ma il romanzo alla fine non mi sembra riuscito, a differenza del primo. Forse il punto principale è che non ha un centro. Troppo affollato di persone: oltre a Carlo e Margherita, ci sono Anna (la madre di Margherita), Sofia e Andrea (le “infedeltà”), e altri pezzi di famiglia, e amanti reali o anche soltanto desiderati. E per ognuna di queste persone, Missiroli si sente in dovere (o in diritto) di raccontarci qualcosa, di dare loro uno spessore raccontandoci storie, memorie, monologhi interiori… Alla fine, secondo me, solo i cinque personaggi principali (Carlo, Margherita, Sofia, Andrea e Anna) sono veramente necessari e sarebbero stati sufficienti a un romanzo compiuto. Ah, quasi dimenticavo, tra le comparse c’è anche Marella Agnelli, provvidenzialmente scomparsa durante il lancio del romanzo.

Troppo affollato anche di luoghi: un’attenzione maniacale a Milano, alle sue vie, ai suoi scorci, alle sue trasformazioni. E poi anche a Rimini.

Infine, troppo affollato di riferimenti letterari: dal Philip Roth di Pastorale americana (che compare nell’esergo), a Beppe Fenoglio, a Irène Némirovsky, a Ernest Hemingway (di sfuggita), a Dino Buzzati (di sguincio), a Leonard Michaels (ho dovuto controllare che il suo Sylvia esistesse davvero), ad Andre Dubus (anche qui sono dovuto andare a controllare), ai fumetti. E a quelli non menzionati ma presenti (citati da Loredana Lipperini, di cui parleremo dopo): Le affinità elettive di Goethe e Doppio sogno di Schnitzler.

Troppo affollato anche di situazioni – di cui almeno una, quella dei combattimenti tra cani, mi è sembrata inopportuna e anche un po’ ripugnante.

Insomma, mi è parso che Missiroli abbia avuto l’ambizione di scrivere un “romanzo importante” – e anche un romanzo a tesi – e che nella sostanza non ci sia riuscito. L’ho letto d’un fiato, ma non con l’urgenza del romanzo che ti prende, ma con un certo fastidio e la voglia di arrivare alla fine per levarselo di torno.

Missiroli è bravo e interessante, e nel romanzo ci sono cose molto belle. A me è piaciuto in modo particolare, sotto il profilo stilistico, il passaggio senza soluzione di continuità da un personaggio all’altro. Un virtuosismo ricercato, ma molto efficace. Qui sotto un esempio tra i più vertiginosi (si passa da Sofia ad Andrea):

Avrà avuto sette o otto anni e sentiva il profumo del suo babbo che si arrampicava sulla scala e le diceva Ti occuperai tu del negozio quando sarò vecchio?

Andrea rispondeva: – Ma tu papà non sarai mai vecchio, – poi continuava a colorare l’album di He-Man mangiando la focaccia avanzata dalla ricreazione. Anche adesso, ogni volta che sedeva sullo sgabello dell’edicola, gli veniva in mente suo padre giovane. (pos. 1205)

***

Dopo avere scritto questa recensione, sono andato a sentirmi la conversazione tra l’autore e Loredana Lipperini (Fahrenheit di qualche giorno fa: lo potete riascoltare qui). Emergono molte cose che avevo colto anch’io (ma vi giuro che non lo faccio per vantarmi): i riferimenti letterari, la (le) tesi del romanzo (fedeltà alla coppia/a sé stessi, differenze generazionali, mobilità sociale bloccata, …), la tecnica della dissolvenza.

Ma quello che mi ha impressionato di più (ascoltatelo nel podcast) è che Mario Missiroli dice in continuazione: “In verità”. E io, da consumato miscredente, mi insospettisco per molto meno.

***

Qualche altra citazione:

Era vero, lui era tutti i maschi dei romanzi che amava, cosí prevedibili […] (pos. 890)

Aveva esteso il desiderio oltre il suo matrimonio, se avesse tentato di riconfinarlo avrebbe finito per vivere sua moglie come ripiego. (pos. 1081)

[…] i piacentini mangiano carne di cavallo e sono possenti e gentili. (pos. 1141)

[…] i maschi insospettabili che ci riescono e i maschi sospettabili che non ci riescono. (pos. 1149)

[…] un attaccapanni a forma di albero, i rami senza giubbotti […] (pos. 1486)

[…] tutti quei pezzi di Italia in caduta libera gli erano parsi la sua caduta libera. (pos. 2043)


Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore

Calvino, Italo (1979). Se una notte d’inverno un viaggiatore. Torino: Einaudi. 2012. ISBN 9788852027352. Pagine 304. 6,99 €

Se una notte d'inverno un viaggiatore

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Sto mantenendo fede a un quasi-impegno, preso recensendo pochi giorni fa Cloud Atlas di David Mitchell: ho dunque riletto il classico di Calvino, che avevo letto alla sua uscita nel 1979. Naturalmente in 33 anni la mia sensibilità è cambiata, ho fatto molte altre letture e anche il romanzo di Italo Calvino è invecchiato.

Ma andiamo in ordine. Quando il romanzo uscì, nel 1979, c’era molta attesa e, se non ricordo male, serpeggiò anche un po’ di delusione. Calvino era già considerato un autore italiano molto importante, ma non era ancora il “mostro sacro” che sarebbe diventato con le Lezioni americane e la morte prematura. Soprattutto, nonostante Il castello dei destini incrociati e Le città invisibili (che con Se una notte d’inverno un viaggiatore costituiscono la sua trilogia combinatoria), Calvino era all’epoca noto al grande pubblico – e io all’epoca ne facevo parte – soprattutto per l’altra trilogia, quella composta da Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, che si leggeva a scuola. Di mio, poi, avevo letto e amato Marcovaldo, le opere fantascientifiche (Le cosmicomiche o Ti con zero) e la raccolta delle Fiabe italiane, che avevo letto alla mia sorellina.

Circle Limit

Non ricordo, per la verità, se avessi già letto, nel 1979 Il castello dei destini incrociati e Le città invisibili. Ma certamente non avevo letto Queneau, nemmeno Esercizi di stile e Zazie nel metro, né Georges Perec (La vita, istruzioni per l’uso fu pubblicata in italiano, se non ricordo male, soltanto nel 1984). E certamente nulla sapevo dell’OuLiPo (l’Ouvroir de Littérature Potentielle, l’Officina di letteratura potenziale) di cui Calvino faceva parte. Comunque sia, e proprio per questo, Se una notte d’inverno un viaggiatore mi colpì allora come un romanzo di sfolgorante fantasia, mentre oggi non posso evitare di notare i suoi dettagli strutturali. Insomma, se nel 1979 leggere Se una notte d’inverno un viaggiatore fu come immergersi in un’opera di Escher, nel 2012 è stato più un guardare ammirato le impalcature a vista del Centre Pompidou.

Centre Pompidou

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C’è un’altra cosa da dire. Se una notte d’inverno un viaggiatore è anche un meta-romanzo (o, come avrebbe detto il Calvino delle Lezioni americane, un iper-romanzo) … – Abbiate un po’ di pazienza, qui mi serve una lunga citazione dalla 5ª lezione, quella sulla molteplicità:

Tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: d’una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia, come quella del Valéry saggista e prosatore. (E se ricordo Valéry in un contesto in cui dominano i nomi di romanzieri, è anche perché, lui che romanziere non era, anzi, grazie a una sua famosa battuta, passava per il liquidatore della narrativa tradizionale, era un critico che sapeva capire i romanzi come nessuno, proprio definendone la specificità in quanto romanzi.)
Nella narrativa se dovessi dire chi ha realizzato perfettamente l’ideale estetico di Valéry d’esattezza nell’immaginazione e nel linguaggio, costruendo opere che rispondono alla rigorosa geometria del cristallo e all’astrazione d’un ragionamento deduttivo, direi senza esitazione Jorge Luis Borges. Le ragioni della mia predilezione per Borges non si fermano qui; cercherò di enumerarne le principali: perché ogni suo testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’innumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico; perché sono sempre testi contenuti in poche pagine, con una esemplare economia d’espressione; perché spesso i suoi racconti adottano la forma esteriore d’un qualche genere della letteratura popolare, forme collaudate da un lungo uso, che ne fa quasi delle strutture mitiche. Per esempio il suo più vertiginoso saggio sul tempo, El jardín de los senderos que se bifurcan (Il giardino dei sentieri che si biforcano), si presenta come un racconto di spionaggio, che include un racconto logico-metafisico, che include a sua volta la descrizione d’uno sterminato romanzo cinese, il tutto concentrato in una dozzina di pagine.
Le ipotesi che Borges enuncia in questo racconto, ognuna contenuta (e quasi nascosta) in poche righe, sono: un’idea di tempo puntuale, quasi un assoluto presente soggettivo «… reflexioné que todas las cosas le suceden a uno precisamente, precisamente ahora. Siglos de siglos y sólo en el presente ocurren los hechos; innumerables hombres en el aire, en la tierra y el mar y todo lo que realmente pasa me pasa a mi…» [… riflettei che ogni cosa, a ognuno accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra o sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…]; poi una idea di tempo determinato dalla volontà, in cui il futuro si presenti irrevocabile come il passato; e infine l’idea centrale del racconto: un tempo plurimo e ramificato in cui ogni presente si biforca in due futuri, in modo di formare «una red creciente y vertiginosa de tiempos divergentes, convergentes y paralelos» [una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli]. Questa idea d’infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili non è una digressione del racconto ma la condizione stessa perché il protagonista si senta autorizzato a compiere il delitto assurdo e abominevole che la sua missione spionistica gli impone, sicuro che ciò avviene solo in uno degli universi ma non negli altri, anzi, che commettendo l’assassinio qui e ora, egli e la sua vittima possano riconoscersi amici e fratelli in altri universi.
Il modello della rete dei possibili può dunque essere concentrato nelle poche pagine d’un racconto di Borges, come può fare da struttura portante a romanzi lunghi o lunghissimi, dove la densità di concentrazione si riproduce nelle singole parti. Ma direi che oggi la regola dello «scrivere breve» viene confermata anche dai romanzi lunghi, che presentano una struttura accumulativa, modulare, combinatoria.
Queste considerazioni sono alla base della mia proposta di quello che chiamo «l’iper-romanzo» e di cui ho cercato di dare un esempio con Se una notte d’inverno un viaggiatore. Il mio intento era di dare l’essenza del romanzesco concentrandola in dieci inizi di romanzi, che sviluppano nei modi più diversi un nucleo comune, e che agiscono su una cornice che li determina e ne è determinata. Lo stesso principio di campionatura della molteplicità potenziale del narrabile è alla base d’un altro mio libro, Il castello dei destini incrociati, che vuol essere una specie di macchina per moltiplicare le narrazioni partendo da elementi figurali dai molti significati possibili come un mazzo di tarocchi. Il mio temperamento mi porta allo «scrivere breve» e queste strutture mi permettono d’unire la concentrazione nell’invenzione e nell’espressione con il senso delle potenzialità infinite.
Un altro esempio di ciò che chiamo «iper-romanzo» è La vie mode d’emploi di Georges Perec, romanzo molto lungo ma costruito da molte storie che si intersecano (non per niente il suo sottotitolo è Romans al plurale), facendo rivivere il piacere dei grandi cicli alla Balzac. Credo che questo libro, uscito a Parigi nel 1978, quattro anni prima che l’autore morisse a soli 46 anni, sia l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo. E questo per molti motivi: il disegno sterminato e insieme compiuto, la novità della resa letteraria, il compendio d’una tradizione narrativa e la summa enciclopedica di saperi che danno forma a un’immagine del mondo, il senso dell’oggi che è anche fatto di accumulazione del passato e di vertigine del vuoto, la compresenza continua d’ironia e angoscia, insomma il modo in cui il perseguimento d’un progetto strutturale e l’imponderabile della poesia diventano una cosa sola.
Il puzzle dà al romanzo il tema dell’intreccio e il modello formale. Altro modello è lo spaccato d’un tipico caseggiato parigino, in cui si svolge tutta l’azione, un capitolo per stanza, cinque piani d’appartamenti di cui s’enumerano i mobili e le suppellettili e si narrano i passaggi di proprietà e le vite degli abitanti, nonché di ascendenti e discendenti. Lo schema dell’edificio si presenta come un «biquadrato» di dieci quadrati per dieci: una scacchiera in cui Perec passa da una casella (ossia stanza, ossia capitolo) all’altra col salto del cavallo, secondo un certo ordine che permette di toccare successivamente tutte le caselle. (Sono cento i capitoli? No, sono novantanove, questo libro ultracompiuto lascia intenzionalmente un piccolo spiraglio all’incompiutezza.)
Questo è per così dire il contenitore. Quanto al contenuto, Perec ha steso delle liste di temi, divisi per categorie, e ha deciso che in ogni capitolo dovesse figurare, anche se appena accennato, un tema d’ogni categoria, in modo da variare sempre le combinazioni, secondo procedimenti matematici che non sono in grado di definire ma sulla cui esattezza non ho dubbi. (Ho frequentato Perec durante i nove anni che ha dedicato alla stesura del romanzo, ma conosco solo alcune delle sue regole segrete.) Queste categorie tematiche sono nientemeno che 42 e comprendono citazioni letterarie, località geografiche, date storiche, mobili, oggetti, stili, colori, cibi, animali, piante, minerali e non so quante altre, così come non so come ha fatto a rispettare queste regole anche nei capitoli più brevi e sintetici.
Per sfuggire all’arbitrarietà dell’esistenza, Perec come il suo protagonista ha bisogno d’imporsi delle regole rigorose (anche se queste regole sono a loro volta arbitrarie). Ma il miracolo è che questa poetica che si direbbe artificiosa e meccanica dà come risultato una libertà e una ricchezza inventiva inesauribili. Questo perché essa viene a coincidere con quella che è stata, fin dal tempo del suo primo romanzo, Les choses (1965), la passione di Perec per i cataloghi: enumerazioni d’oggetti definiti ognuno nella sua specificità e appartenenza a un’epoca, a uno stile, a una società, e così menus di pasti, programmi di concerti, tabelle dietetiche, bibliografie vere o immaginarie.
Il demone del collezionismo aleggia continuamente nelle pagine di Perec, e la collezione più «sua» tra le tante che questo libro evoca direi che è quella di unica, cioè di oggetti di cui esiste un solo esemplare. Ma collezionista lui non era, nella vita, se non di parole, di cognizioni, di ricordi; l’esattezza terminologica era la sua forma di possesso; Perec raccoglieva e nominava ciò che fa l’unicità d’ogni fatto e persona e cosa. Nessuno è più immune di Perec dalla piaga peggiore della scrittura d’oggi: la genericità.
Vorrei insistere sul fatto che per Perec il costruire il romanzo sulla base di regole fisse, di «contraintes» non soffocava la libertà narrativa, ma la stimolava. Non per niente Perec è stato il più inventivo dei partecipanti all’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle) fondato dal suo maestro Raymond Queneau. Queneau che già molti anni prima, ai tempi della sua polemica con la «scrittura automatica» dei surrealisti scriveva:
Une autre bien fausse idée qui a également cours actuellement, c’est l’équivalence que l’on établit entre inspiration, exploration du subconscient et libération, entre hasard, automatisme et liberté. Or, cette inspiration qui consiste à obéir aveuglément à toute impulsion est en réalité un esclavage. Le classique qui écrit sa tragédie en observant un certain nombre de règles qu’il connaît est plus libre que le poète qui écrit ce qui lui passe par la tête et qui est l’esclave d’autres règles qu’il ignore.
[Un’altra falsissima idea che pure ha corso attualmente è l’equivalenza che si stabilisce tra ispirazione, esplorazione del subconscio e liberazione; tra caso, automatismo e libertà. Ora, questa ispirazione che consiste nell’ubbidire ciecamente a ogni impulso è in realtà una schiavitù. Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo di altre regole che ignora] (Segni, cifre e lettere).
Sono giunto al termine di questa mia apologia del romanzo come grande rete. Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…
Non era forse questo il punto d’arrivo cui tendeva Ovidio nel raccontare la continuità delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose? [pp. 115-120]

Ecco: se accettiamo l’ipotesi (che d’altronde fa lo stesso Calvino) che Se una notte d’inverno un viaggiatore sia un meta-romanzo/iper-romanzo, allora non è rilevante soltanto la circostanza che all’epoca non avessi letto certi altri libri di Calvino o di autori oulipisti che mi avrebbero aiutato a capire meglio la struttura del romanzo, ma anche che non avessi letto qualcuno dei romanzi di cui più o meno trasparentemente Calvino fa la parodia (nel senso bachiano del termine: «Parodia indica la trascrizione di un brano musicale con la sostituzione dell’orchestrazione e/o del testo cantato. Celebre parodia è il Salmo 51 BWV 1083 di Johann Sebastian Bach, che riutilizza la musica dello Stabat Mater di Pergolesi. In questo genere di parodia, non vi è alcun intento satirico, anzi, si tratta, in genere, di testimonianze di sincera ammirazione fra autori.» – da Wikipedia). È il caso, ad esempio, dello stile hard-boiled del belga Bertrand Vandervelde o della prosa pasternakiana di Ukko Athi o dei trasparenti debiti nei confronti de La signora di Shanghai del brano “In una rete di linee che s’intersecano” di Silas Flannery.

Ma oltre a essere cresciuto (almeno per volume di letture) e invecchiato io, è invecchiato anche il romanzo di Calvino? Direi di sì, anche oggettivamente, cioè anche dopo aver sottratto – nella misura del possibile – gli effetti del mio invecchiamento e delle mie letture.Ma è invecchiato male? In una certa misura sì, soprattutto nelle parti iniziali, dove il gioco del Lettore e della Lettrice è troppo scoperto e troppo didascalico. Via via che si procede e la trama si infittisce, cresce anche il romanzo, come se – per usare una frase trita e piuttosto imprecisa – in Calvino l’arte prevalesse alla fine sull’intento programmatico e didascalico.

L’ultima questione che mi resta da chiarire è se davvero ci sia una parentela tra Se una notte d’inverno un viaggiatore e Cloud Atlas. Se c’è è molto tenue. In primo luogo perché, come ho scritto nella recensione a quest’ultimo, «a differenza che in Calvino […]  in cui ognuna delle storie si interrompe e il romanzo-cornice si sviluppa linearmente, in Mitchell e nella Weltanschauung di questo suo romanzo la ciclicità, e dunque la permanenza delle pulsioni umane, è assolutamente essenziale.» In secondo luogo, posso aggiungere ora, in Calvino prevale l’esercizio di stile sulla necessità di raccontare una storia dotata di un qualche senso (anche se, e per fortuna, qualche volta la storia prende il sopravvento e conduce a un racconto o a un mini-romanzo sostanzialmente compiuto), mentre in Mitchell è la storia narrata a “chiamare a sé” lo stile più adatto per raccontarlo (non senza un po’ di compiacimento virtuosistico).

Questo ci porta diritto a un altro aspetto in cui Se una notte d’inverno un viaggiatore mostra l’usura del tempo: ed è legato agli sviluppi che hanno avuto in questi anni la complessità delle trame e il modo di narrare. Secondo me, cioè, si applica anche alla letteratura, il processo che Steven Johnson ha raccontato nel suo Everything Bad Is Good for You: How Today’s Popular Culture Is Actually Making Us Smarter (Tutto quello che fa male ti fa bene) a proposito della televisione (cito, per pura pigrizia, la sintesi di Wikipedia):

Earlier television, Johnson says, simplified narrative and human relationships, while modern trends not only in reality shows but in “multiple threading” in scripted programs such as The Sopranos improve the audience’s cognitive skills. He suggests too that modern television and films have reduced the number of “flashing arrows”, narrative clues to help the audience understand the plot, and require audiences to do more cognitive work paying attention to background detail and information if they wish to follow what they are viewing.

* * *

Di seguito alcune mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

Ma prima una piccola notazione impertinente: Calvino scrive valige, non valigie [1236]

[…] (la parola «isoscele» per averla una volta associata al pube d’Irina si carica per me d’una sensualità tale che non posso pronunciarla senza battere i denti). [2214]

Così apprendo che in una boîte di Place Clichy Sibylle fa un numero coi caimani; lì per lì la cosa m’ha fatto un così brutto effetto che non ho chiesto altri particolari. Sapevo che lavorava nei locali notturni, ma questa di prodursi in pubblico con un coccodrillo mi pare sia l’ultima cosa che un padre possa augurarsi come avvenire dell’unica figlia femmina; almeno per uno come me che ha avuto un’educazione protestante. [2589]

Si legge da soli anche quando si è in due. [3085: ma è poi vero? non lo penso]

[…] tutto quel che lui tocca se non è già falso lo diventa. [3157]

(Cominciare. Sei tu che l’hai detto, Lettrice. Ma come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d’ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci o cento pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo. Le vite degli individui della specie umana formano un intreccio continuo, in cui ogni tentativo d’isolare un pezzo di vissuto che abbia un senso separatamente dal resto – per esempio, l’incontro di due persone che diventerà decisivo per entrambi – deve tener conto che ciascuno dei due porta con sé un tessuto di fatti ambienti altre persone, e che dall’incontro deriveranno a loro volta altre storie che si separeranno dalla loro storia comune.) [3180]

[…] l’esplorazione dell’immensità degli spazi carezzabili e reciprocamente carezzevoli, […] [3195]

Sono un uomo con molti nemici a cui devo continuamente sfuggire. Se credono di raggiungermi colpiranno soltanto una superficie di vetro su cui appare e si dilegua un riflesso tra i tanti della mia ubiqua presenza. [3322]

I lettori sono i miei vampiri. [3432]

Vorrei poter scrivere un libro che fosse solo un incipit, che mantenesse per tutta la sua durata la potenzialità dell’inizio, l’attesa ancora senza oggetto. Ma come potrebb’essere costruito, un libro simile? S’interromperebbe dopo il primo capoverso? Prolungherebbe indefinitamente i preliminari? Incastrerebbe un inizio di narrazione nell’altro, come le Mille e una notte? [3533]

Il libro è sbriciolato, dissolto, non più ricomponibile, come una duna di sabbia soffiata via dal vento. [4209]

David Mitchell – Cloud Atlas

Mitchell, David (2004). Cloud Atlas. London: Hodder & Stoughton. 2008. ISBN 9781844568819. Pagine 545. 6,04 €

Cloud Atlas

wikipedia.org

Di David Mitchell ho parlato non molto tempo fa, per parlare dell’unico suo romanzo che avevo letto, The Thousand Autumns of Jacob de Zoet, che mi era piaciuto moltissimo. Mi ripromettevo, ovviamente, di leggera altre opere di Mitchell, e soprattutto questo Cloud Atlas che è il suo romanzo più famoso. Avrei però lasciato passare più tempo (non mi mancano, per fortuna, né le cose da leggere né la voglia di farlo), non fosse che è imminente l’uscita del film tratto dal romanzo. Mia moglie aveva letto un post che invitava a leggere subito il romanzo e anch’io l’ho fatto subito dopo.

Nel frattempo è uscito il trailer del film dei fratelli due Wachowski (quelli di Matrix, per capirsi). Non guardatelo, se pensate vi possa impoverire il gusto della lettura.

Il talento di Mitchell è fuori dal comune: questo si capiva anche nei Mille autunni di Jacob de Zoet, ma qui siamo al limite, e forse al di là del virtuosismo. Il romanzo è costruito su 6 storie che si dispiegano fino a un certo punto, per poi interrompersi e cedere il passo alla successiva. soltanto la sesta storia si sviluppa integralmente. Conclusa la sesta storia si torna (e si conclude) la quinta, e così via fino alla conclusione della prima e dell’intero romanzo. Ogni storia si svolge in un periodo diverso, dal 1850 al lontano futuro, ed è scritta in uno stile e in un linguaggio differente. Alcuni fili tengono insieme le storie, dall’artificio abbastanza ovvio per cui i personaggi di una storia temporalmente successiva vengono in possesso del “testo” della precedente, a collegamenti più sottili come la “voglia” a forma di cometa sulla spalla dei protagonisti, al riferimento (polisemico) all’atlante delle nuvole del titolo, a una riflessione filosofica (e tensione morale) che è il vero connettivo del romanzo.

È un gioco abbastanza facile e piuttosto sterile cercare le somiglianze di famiglia del romanzo di Mitchell. Ma per quanto sterile e forse trito, è pur sempre un gioco, e si è mai visto che io mi perda un’occasione per giocare?

La prima cosa che viene in mente è Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, per l’inanellarsi delle storie. Ma qui, a differenza che in Calvino (che ho letto quando uscì, nell’estate del 1979, ad Acquafredda di Maratea, ma che non ricordo bene e dovrei rileggere) in cui ognuna delle storie si interrompe e il romanzo-cornice si sviluppa linearmente, in Mitchell e nella Weltanschauung di questo suo romanzo la ciclicità, e dunque la permanenza delle pulsioni umane, è assolutamente essenziale.

Quest’ultimo aspetto è anche collegato a una simbologia ricorrente nei vari episodi, quella dell’ascesa e della discesa, dal senso abbastanza trasparente.

Un altro tema importante e ricorrente, come abbiamo accennato, è quello della voglia a forma di cometa che suggerisce che i protagonisti siano reincarnazioni l’uno dell’altro e che i temi della Storia (e delle storie che ne sono gli avatar contingenti) si ripetano, anche se in configurazioni sempre mutevoli, che impediscono di realizzare una mappa statica, un atlante delle nuvole. Ha detto lo stesso Mitchell, in un’intervista alla BBC:

All of the [leading] characters are reincarnations of the same soul […] identified by a birthmark. […] The “cloud” refers to the ever-changing manifestations of the “atlas”, which is the fixed human nature. […] The book’s theme is predacity […] individuals prey on individuals, groups on groups, nations on nations.

Non penso di essere il primo a dirlo, ma il tema della “voglia” come rinvio alla reincarnazione è il connettivo utilizzato nel capolavoro di Mishima Yukio, Il mare della fertilità, in cui il protagonista Honda Shigekuni insegue per tutta la vita (e per tutta la tetralogia) le reincarnazioni di Matsugae Kiyoaki, con le sue 3 voglie sul fianco. Lo stesso Mishima, che terminò la tetralogia il giorno stesso del suo suicidio, lascia aperto il dubbio se la reincarnazione sia realtà o illusione. [Che Mishima si sia suicidato ritualmente (seppuku) il giorno del mio diciottesimo compleanno è soltanto una coincidenza e io non ho nessuna “voglia”.]

Ma più che Calvino e Mishima, a me Cloud Atlas ha fatto pensare a Chapter 24, una canzone di Syd Barrett (a sua volta ispirata agli I-Ching, direi) che compare sul primo album dei Pink Floyd, The Piper at the Gates of Dawn.

All movement is accomplished in six stages,
and the seventh brings return.
The seven is the number of the young light.
It forms when darkness is increased by one.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.

The time is with the month of winter solstice,
when the change is due to come.
Thunder in the Earth, the course of Heaven.
Things cannot be destroyed once and for all.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.
Sunrise.

All movement is accomplished in six stages,
and the seventh brings return.
The seven is the number of the young light.
It forms when darkness is increased by one.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.
Sunrise.

Se volete leggere altre recensioni oltre alla mia, vi rimando alla pagine dedicata al romanzo da the complete review , che trovate qui. Ho anche preparato una pagina di recensioni su Storify.

* * *

Fine della recensione. Di seguito le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

That love loves fidelity, she riposted, is a myth woven by men from their insecurities. [1182]

[…] pretty frightful at 1st sight, still worse at the 2nd. [1410]

Several dead bottles of Trappist beer later, I asked Elgar about the Pomp & Circumstance Marches. ‘Oh, I needed the money, dear boy. But don’t tell anyone. The King might want my baronetcy back.’ Ayrs went into laughter-spasms at this! ‘I always say, Ted, to get the crowd to cry Hosanna, you must first ride into town on an ass. Backwards, ideally, whilst telling the masses the tall stories they want to hear.’ [1415]

I’ve never loved anyone except myself and have no intention of starting now […] [1453]

Anything is true if enough people believe it is. [1668]

[…] every scientific term you use represents two thousand readers putting down the magazine […] [1691]

[…] every conscience has an off-switch hidden somewhere. [1734]

“‘Power.” What do we mean? “The ability to determine another man’s luck.” [2232]

Yet how is it some men attain mastery over others while the vast majority live and die as minions, as livestock? The answer is a holy trinity. First: God-given gifts of charisma. Second: the discipline to nurture these gifts to maturity, for though humanity’s topsoil is fertile with talent, only one seed in ten thousand will ever flower – for want of discipline.’ Grimaldi glimpses Fay Li steer the troublesome Luisa Rey to a circle where Spiro Agnew holds court. The reporter is prettier in the flesh than her photograph: So that’s how she noosed Sixsmith. He catches Bill Smoke’s eye. ‘Third: the will to power. This is the enigma at the core of the various destinies of men. What drives some to accrue power where the majority of their compatriots lose, mishandle, or eschew power? Is it addiction? Wealth? Survival? Natural selection? I propose these are all pretexts and results, not the root cause. The only answer can be, “There is no ‘Why’. This is our nature.” “Who” and “What” run deeper than “Why.” [2236]

‘A piece of advice, Richter, on how to succeed in the security business. Would you like to hear this piece of advice, son?’
‘I would, sir.’
‘The dumbest dog can sit and watch. What takes brains is knowing when to look away. […]’ [2467]

Normandy: Cornwall with something to eat. [2899]

“‘Unlimited power in the hands of limited people always leads to cruelty.”’ [3117: è una citazione di Solženicyn]

If that sounds unlikely, Hae-Joo said, I should remember that many major events in the history of science were the results of similar serendipitous accidents. [3951]

‘What if the differences between social strata stem not from genomics or inherent xcellence or even dollars, but differences in knowledge?’
The professor asked, would this not mean that the whole Pyramid is built on shifting sands? [3981]

Prejudice is permafrost. [3994]

All revolutions are the sheerest fantasy until they happen; then they become historical inevitabilities. [6005]

Every nowhere is somewhere. [6065]

My fifth Declaration proposes how the law was subverted. It is a cycle as old as tribalism. In the beginning there is ignorance. Ignorance engenders fear. Fear engenders hatred, and hatred engenders violence. Violence breeds further violence until the only law is whatever is willed by the most powerful. What is willed by the Juche is the creation, subjugation and tidy xtermination of a vast tribe of duped slaves. [6337]

How lazily ‘xperts’ dismiss what they don’t understand! [6374]

Seneca’s warning to Nero: No matter how many of us you kill, you will never kill your successor. [6419]

Amateurs talk strategy, professionals talk logistics. [6555]

‘We – by whom I mean anyone over sixty – commit two offences just by existing. One is Lack of Velocity. We drive too slowly, walk too slowly, talk too slowly. The world will do business with dictators, perverts and drug barons of all stripes, but being slowed down, it cannot abide. Our second offence is being Everyman’s memento mori. [6564]

‘The most singular difference between happiness and joy is that happiness is a solid, and joy a liquid’ [6601: è una citazione di J. D. Salinger]

It’s true, reading too many novels makes you go blind. [6610]

(Know thine Enemy trumps Know thyself.) [6687]

[…] Chelsea Hotel in Washington Square […] [6732: curioso errore, non so se di Mitchell o di Timbo Cavendish. C’è un altro errore alla posizione 8343, quando Frobisher attribuisce a Franz Schubert un incidente alla mano intervenuto suonando, che è invece accaduto a Robert Schumann]

[…] from insider to liability. [7381]

Eva. Because her name is a synonym for temptation: what treads nearer to the core of man? Because her soul swims in her eyes. Because I dream of creeping through the velvet folds to her room, where I let myself in, hum her a tune so – so – so softly, she stands with her naked feet on mine, her ear to my heart and we waltz like string-puppets. After that kiss, she says, ‘Vous embrassez comme un poisson rouge!’ and in moonlit mirrors we fall in love with our youth and beauty. Because all my life, sophisticated, idiotic women have taken it upon themselves to understand me, to cure me, but Eva knows I’m terra incognita, and explores me unhurriedly, like you did. Because she’s lean as a boy. Because her scent is almonds, meadow-grass. Because if I smile at her ambition to be an Egyptologist she kicks my shin under the table. Because she makes me think about something other than myself. Because even when serious she shines. Because she prefers travelogues to Sir Walter Scott, prefers Billy Mayerl to Mozart and couldn’t tell C-major from a sergeant-major. Because I, only I, see her smile a fraction before it reaches her face. Because Emperor Robert is not a good man – his best part is commandeered by his unperformed music – but she gives me that rarest smile, anyway. Because we listened to nightjars. Because her laughter spurts through a blow-hole in the top of her head and sprays all over the morning. Because a man like me has no business with this substance ‘beauty’, yet here she is, in these soundproofed chambers of my heart. [8130-8140]

Reputation is everything. [8168]

Reputation is king of the public sphere, not private. [8181]

Not quite déjà vu, more jamais vu. [8205]

To wit: history admits no rules; only outcomes.
What precipitates outcomes? Vicious acts & virtuous acts.
What precipitates acts? Belief. [9023]

Yet what is any ocean but a multitude of drops? [9046: le parole conclusive, e la chiave, di tutto il romanzo]