Edificio

Fabbricato, costruzione (De Mauro on line).

Dal latino ædificium, a sua volta composto di facĕre (fare, costruire) e ædes (abitazione, tempio). A sua volta, quest’ultima parola viene dal proto-indoeuropeo idh-, indh- (brucio, infiammo: nei templi si fanno i sacrifici), all’origine anche dell’irlandese aed (fuoco) e il greco aithos (fuoco, da cui vengono poi etiope, Etna, ètere, estate…).

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Bob Dylan – It Ain’t Me Babe

Canzoni cattive (e questa è una canzone davvero cattiva, leggete le parole!), per scaricare la rabbia e ripartire (o forse, al postutto, una canzone sincera e costruttiva?).

Le prove:

In studio:

Con Joan Baez dal vivo:

Go ‘way from my window,
Leave at your own chosen speed.
I’m not the one you want, babe,
I’m not the one you need.
You say you’re lookin’ for someone
Never weak but always strong,
To protect you an’ defend you
Whether you are right or wrong,
Someone to open each and every door,
But it ain’t me, babe,
No, no, no, it ain’t me, babe,
It ain’t me you’re lookin’ for, babe.

Go lightly from the ledge, babe,
Go lightly on the ground.
I’m not the one you want, babe,
I will only let you down.
You say you’re lookin’ for someone
Who will promise never to part,
Someone to close his eyes for you,
Someone to close his heart,
Someone who will die for you an’ more,
But it ain’t me, babe,
No, no, no, it ain’t me, babe,
It ain’t me you’re lookin’ for, babe.

Go melt back into the night, babe,
Everything inside is made of stone.
There’s nothing in here moving
An’ anyway I’m not alone.
You say you’re looking for someone
Who’ll pick you up each time you fall,
To gather flowers constantly
An’ to come each time you call,
A lover for your life an’ nothing more,
But it ain’t me, babe,
No, no, no, it ain’t me, babe,
It ain’t me you’re lookin’ for, babe.

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Allarme democrazia elementare

Roma, 7 giugno 2008, ore 19. C’è stato il corteo del Gay Pride. Ormai tutti sono entrati a Piazza Navona, molti ballano, i più chiacchierano tra loro, s’incontrano, si abbracciamo. Tanti cominciano ad andarsene, alla spicciolata. E a piedi, perché i mezzi pubblici non hanno ripreso a funzionare. Tra loro anch’io, un tranquillo signore di mezza età, capelli grigi, pacifico e disarmato. Vado verso Piazza Venezia e, a Piazza del Gesù, mi accingo a imboccare Via del Plebiscito. Ma un cordone di polizia mi impedisce il passaggio a piedi, per motivi di ordine pubblico.

A me pare molto grave. Primo, per quanto una sfilata di gay e lesbiche possa essere sgradita all’attuale maggioranza – incrinandone le granitiche certezza sull’ortodossia dei comportamenti sessuali – dubito che possa rappresentare un qualsivoglia rischio per l’ordine pubblico. Secondo, in Via del Plebiscito non vi è alcuna sede istituzionale, ma l’abitazione privata del Presidente del consiglio pro tempore. Questa è una violazione dello spirito e della lettera non soltanto della nostra Costituzione repubblicana, ma degli stessi principi affermati dalla Rivoluzione francese del 1789, di abolizione dei privilegi e di eguaglianza dei cittadini, cui anche il Popolo delle libertà (sic!) dice di ispirarsi.

È un problema che ci riguarda tutti, perché se restiamo acquiescenti le libertà elementari ci saranno sfilate sotto il naso prima che ce ne accorgiamo. Principiis obsta, direbbero Ovidio e mia madre.

SVEGLIA!, dico io.

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Quella cosa in Lombardia

Quella Cosa In Lombardia

Sia ben chiaro che non penso alla casetta
due locali più i servizi, tante rate, pochi vizi,
che verrà quando verrà…
penso invece a questo nostro pomeriggio di domenica,
di famiglie cadenti come foglie…
di figlie senza voglie, di voglie senza sbagli;
di millecento ferme sulla via con i vetri aoppannati
di bugie e di fiati, lungo i fossati della periferia…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Non ho detto “andiamo a passeggiare”
e neppure “a scambiarci qualche bacio…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Dico proprio quella cosa che sai,
e che a te piace, credo, quanto a me!”
Vanno a coppie, i nostri simili, quest’oggi
per le scale, nell’odore di penosio alberghi a ore…
anche ciò si chiama “amore”;
certo, è amore quella fretta tutta fibbie, lacci e brividi
nella nebbia gelata, sull’erbetta;
un occhio alla lambretta, l’orecchi a quei rintocchi
che suonano dal borgo la novena; e una radio lontana
dà alle nostre due vite i risultati delle ultime partite…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Non ho detto “andiamo a passeggiare”
e neppure “a scambiarci qualche bacio…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Dico proprio quella cosa che sai,
e che a te piace, credo, quanto a me!”

La canzone (di cui non ho travato il clip: qualcuno ce l’ha?) è di Franco Fortini, e non di Enzo Jannacci. E fu portata al successo, originariamente, da Laura Betti.

Ne parla lo stesso Fortini:

Sul libro Musica e parole di Mario De Luigi e Michele L. Straniero (Gammalibri; Milano 1978, p. 17) si legge: “Non molto tempo fa Franco Fortini in un suo articolo espresse la convinzione che l’avvenire della poesia fosse nella canzone. Non è un caso che Fortini, uno dei nostri maggiori poeti contemporanei abbia spesso scelto per esprimersi il linguaggio della canzone: e a lui dobbiamo, infatti testi di canzoni fra le migliori che la produzione italiana ci abbia dato negli ultimi quindici anni (basti ricordare Quella cosa in Lombardia lanciata da Jannacci e Canzone del bel tempo incisa da Milly). Come valuta queste affermazioni?

Qui evidentemente si esagera, si esagera di molto. Si dice anche una cosa non giusta: infatti Quella cosa in Lombardia non è stata lanciata da Jannacci. Le cose andarono diversamente. Bisogna tornare indietro ai tempi di Cantacronache. Cantacronache era un gruppo torinese che cominciò la sua attività in modo occasionale verso la fine degli anni ’50. In occasione di una campagna elettorale furono fatte delle canzoni, che poi furono registrate e diffuse con gli altoparlanti, provocando dei putiferi. Una delle più belle era Dove vola l’avvoltoio? di Italo Calvino. Io feci una cosa scherzosa intitolata Fratelli d’Italia, tiriamo a campare. In seguito Cantacronache diventò un gruppo abbastanza consistente. Si facevano due generi di canzoni: quelle lugubri a base di morti nelle miniere e quelle scherzose. Quelle burlesche erano le migliori. Uno dei componenti del gruppo era Fausto Amodei. Con lui partecipai alla prima marcia per la pace, la Perugia-Assisi. C’era anche Calvino. Mi ricordo che improvvisavamo delle strofette: per queste strofette io poi fui denunciato al Tribunale militare di Torino. In seguito, un gruppo di letterati romani pensò di produrre delle canzoni i cui testi fossero composti da scrittori veri e propri. Era interessata all’iniziativa la cantante Laura Betti d’accordo con Alberto Moravia. Laura Betti cominciò a chiedere questi testi, per fare una sua serata. Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini scrissero subito delle cose per lei. Io fui messo in rapporto con il musicista Fiorenzo Carpi: e cosi nacque Quella cosa in Lombardia, che fu cantata molto bene da Laura Betti, e poi incisa in un disco. Qualche anno più tardi Enzo Jannacci (senza chiedermi nulla) riprese la canzone, interpretandola però in un modo che io (pur essendo un suo ammiratore) francamente non condivido. Egli infatti ha usato un tono violento e beffeggiante, che proprio non si accorda con la tonalità un po’ crepuscolare del testo.

Il 4° segreto di Fatima

Alla vigilia del suo incontro con Benedetto XVI, Berlusconi rivela all’Italia (dalla compiacente tribuna del tg1) il contenuto del 4° segreto di Fatima (riprendo la notizia da Il Giornale).

Alla vigilia dell’incontro con Benedetto XVI il premier ricorda, in un’intervista al Tg1, il suo rapporto con il predecessore, quel Karol Wojtyla «protagonista della storia» anche per il suo «contributo alla caduta dell’impero sovietico». E ricorda anche un complimento di Giovanni Paolo II e dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano: «Che il governo Berlusconi, nei nostri precedenti 5 anni di governo, era stato quello con cui lo Stato vaticano aveva risolto meglio tutti i problemi tra le due entità statali».

Stella del mattino

Wu Ming 4 (2008). Stella del mattino. Torino: Einaudi. 2008.

Romanzo ambizioso, non c’è che dire. A Oxford, alla fine della Prima guerra mondiale le strade di 4 reduci d’ecczione si incrociano, insieme a quelle di alcuni personaggi minori. Sono Robert Graves, T.E Lawrence, C.S Lewis e J.R.R. Tolkien. Tutti a me cari, in un modo o nell’altro, ma sopra tutti Robert Graves.

Tutti portano dentro di sé, ancora aperte, le ferite della guerra, che ha portato via gli amici e le prospettive di una vita tranquilla da borghese dell’impero, fatta di professioni liberali, insegnamento, arte, conversazioni paludate. Tutti, soprattutto, profondamente toccati, amputati di una parte di sé oltre che delle proprie certezze, spostati fuori centro e alla ricerca di un nuovo equilibrio o di una nuova strada. Che tutti, in un modo o nell’altro, troveranno lasciandosi alle spalle il destino che sembrava preparato per loro e seguendo una strada lontana, a volte geograficamente (Graves dice Goodbye to All That e sceglie di andare in esilio a Maiorca), più spesso in un mondo parallelo (come la Narnia di Lewis o la Terra di mezzo di Tolkien). Chi si è trovato a dover compiere una scelta come questa, sa che è dura. E se ci si è trovato per una tragedia privata e individuale, sa che è ancora più dura, perché la dimensione collettiva (come quella della guerra) almeno, paradossalmente, ti fa sentire meno solo. Ma questa è tutta un’altra storia.

Poi c’è Lawrence l’enigma. L’eroe che gli altri non hanno saputo o voluto essere. Tutti ne subiscono il fascino ma intuiscono, più o meno oscuramente, che devono sapere vedere le ambiguità dell’eroe, le sue crepe, il suo lato oscuro, se vogliono fare i conti con se stessi.

Il romanzo è lento a partire. Troppi personaggi, viene da dirsi, troppa cura nell’ambientazione. Troppi aggettivi e (forse) troppe note di colore incollate ai luoghi comuni. E va da sé che scrivere – romanzare – personaggi storici è molto più difficile che creare personaggi di fantasia, non foss’altro che perché occorre fare i conti con l’immagine stereotipa che preesiste nella mente del lettore. Ma quando finalmente il romanzo decolla, vola alto, e le ultime 100 pagine sono bellissime.

Qualche omaggio.

Robert Graves

The Naked and the Nude

For me, the naked and the nude
(By lexicographers construed
As synonyms that should express
The same deficiency of dress
Or shelter) stand as wide apart
As love from lies, or truth from art.

Lovers without reproach will gaze
On bodies naked and ablaze;
The Hippocratic eye will see
In nakedness, anatomy;
And naked shines the Goddess when
She mounts her lion among men.

The nude are bold, the nude are sly
To hold each treasonable eye.
While draping by a showman’s trick
Their dishabille in rhetoric,
They grin a mock-religious grin
Of scorn at those of naked skin.

The naked, therefore, who compete
Against the nude may know defeat;
Yet when they both together tread
The briary pastures of the dead,
By Gorgons with long whips pursued,
How naked go the sometime nude!

Manticor in Arabia

(The manticors of the montaines
Mighte feed them on thy braines.–Skelton.)

Thick and scented daisies spread
Where with surface dull like lead
Arabian pools of slime invite
Manticors down from neighbouring height
To dip heads, to cool fiery blood
In oozy depths of sucking mud.
Sing then of ringstraked manticor,
Man-visaged tiger who of yore
Held whole Arabian waste in fee
With raging pride from sea to sea,
That every lesser tribe would fly
Those armed feet, that hooded eye;
Till preying on himself at last
Manticor dwindled, sank, was passed
By gryphon flocks he did disdain.
Ay, wyverns and rude dragons reign
In ancient keep of manticor
Agreed old foe can rise no more.
Only here from lakes of slime
Drinks manticor and bides due time:
Six times Fowl Phoenix in yon tree
Must mount his pyre and burn and be
Renewed again, till in such hour
As seventh Phoenix flames to power
And lifts young feathers, overnice
From scented pool of steamy spice
Shall manticor his sway restore
And rule Arabian plains once more.

T. E. Lawrence:

C. S. Lewis:

J.R.R. Tolkien:

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3 giugno – Josephine Baker

Nata il 3 giugno 1906 a St. Louis nel Missouri, ottenne uno straordinario successo in Francia, soprattutto per la famosa Danse Sauvage in cui indossava un gonnellino di banane (finte).

Non tutti sanno, però, che Josephine fu membro attivo della resistenza francese durante l’occupazione nazista e ricevette per questo la Croce di guerra, la Legion d’onore e la Rosetta della resistenza.

Negli anni 50, pur residente in Francia, fu attiva nel movimento per i diritti civili americano e nella NAACP. Nel 1963 partecipò alla marcia su Washington e parlò a fianco di Martin Luther King. La sua famiglia multietnica era composta di 12 figli adottivi: Akio (Korea), Janot (Giappone), Luis (Colombia), Jarry (Finlandia), Jean-Claude (Canada), Moïse (Israele), Brahim (Algeria), Marianne (Francia), Koffi (Costa d’Avorio), Mara  (Venezuela), Noël (Francia) e Stellina (Marocco).

Se avete pazienza, ecco un documentario di una mezzoretta (in inglese).

Firmin

Savage, Sam (2006). Firmin. Adventures of a Metropolitan Lowlife. Minneapolis: Coffee House Press. 2006.

Raggiunto un certo successo oltreoceano, da noi è stato salutato come un capolavoro (è stato la grande scoperta della recente Fiera del libro di Torino, come ci racconta La Stampa). Non lo è.

L’idea generatrice è certamente avvincente: un ratto antropomorfo ma non troppo, che non è carino come Topolino e meno che mai ne condivide il perbenismo americano; piuttosto un ratto dickensiano, un po’ hobo e un po’ maudit. Gran divoratore di libri (sia in senso letterale, sia nell’accezione metaforica), ma anche pornofilo accanito, perdigiorno, spia, perverso polimorfo (da un punto di vista rattesco, naturalmente) e persino potenzialmente incestuoso. Fin qui, tutto bene: spostati di tutto il mondo unitevi. Tutti noi bibliofili, o meglio divoratori onnivori di libri, siamo un po’ perversi e per soprammisura antisociali nel senso gucciniano del termine (qui la rara versione dell’Equipe 84).

Dove il libro mostra la corda (a parte la lingua sempre un po’ sciatta) è quando si passa dall’autobiografia del ratto al quadro sociologico della neighborhood di Scollay Square destinata alla distruzione: qui l’autore imbocca una strada nostalgica e mielosa (la vena dal duls, diceva il mio maestro Martinoli) e passa dal sano e cinico realismo a una nostalgia che sa di zucchero filato. E, dopo aver dimostrato di saper iniziare un libro con un incipit memorabile, finisce nel modo più scontato possibile.

Peccato. D’altra parte l’autore, giunto tardivamente al suo primo romanzo, pubblicato presso una piccola casa editrice, non aveva probabilmente grandi ambizioni. La sensazione è che il lancio in grande stile sia opera di Einaudi-Stile libero, alla ricerca di un caso letterario da imporci a suon di marketing (negli Stati Uniti il libro è al di sotto del 160.000° posto nella classifica dei best-seller di Amazon).

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