Il galateo di Lorenzo Milani e i poliziotti

Dal momento che, molto prevedibilmente, dopo gli incidenti occorsi in molte città, ma soprattutto a Roma, il 14 novembre 2012, tutti i conformisti si sono sentiti in dovere di ricordare la poesia scritta da Pier Paolo Pasolini dopo Valle Giulia (Pasolini, grande polemista, poeta interessante, regista discontinuo e intellettuale discusso, era un uomo profondamente di destra), mi permetto di riprendere un brano dagli Appunti per un nuovo galateo di Lorenzo Milani che ho già citato qui:

Dalla cartella numero 10, sottotitolata CON LE AUTORITÀ:
i poliziotti sono l’unica categoria che si può trattare come da padrone a servo.
Come educazione alla fede nella sovranità popolare e come educazione dei poliziotti stessi. [pp. 218-219]

Per i più duri di comprendonio e per quelli in malafede (e, poveri noi, non so chi è maggioranza o chi stia peggio): non c’è nessuna simmetria e nessuna par condicio tra poliziotti e manifestanti. I poliziotti sono a tutti gli effetti civil servants, retribuiti con i proventi della tassazione generale per svolgere un servizio (in questo caso di ordine pubblico) a nostro beneficio. Sono, quindi, accountable nei confronti di tutti i cittadini, in quanto contribuenti (o contribuenti potenziali). Ai manifestanti chiediamo il rispetto delle regole, naturalmente: ma è cosa ben diversa dall‘accountability: possiamo sanzionarli, naturalmente, ma la forza di un ipotetico “contratto sociale” è molto più debole del rapporto principal/agent che si instaura tra cittadino e civil servant. Per il manifestante, limitiamoci a chiedere che non occulti l’evidenza della sua identità (no a caschi e passamontagna); per il celerino, come per il controllore ferroviario, esigiamo l’evidenza dell’identità.

ACAB

paesesera.it

* * *

Controcanto: Uguaglianza, di Paolo Pietrangeli.

È stata una colonna sonora della mia Klassenbewusstsein:

Ci dicon siete uguali, ma io vorrei sapere: uguali davanti a chi? uguali perché e per chi?
È comodo per voi, che avete in mano tutto, dire che siamo uguali davanti a Dio.
È un Dio ch’è tutto vostro, è un Dio che non accetto e non conosco.

Anzi, alla radice della mia Klassenbewusstsein: mi perdoni, se può, György Lukács.

Ti ho visto lì per terra
al sole del cantiere
le braccia e gambe rotte dal dolore
dicevan ch’eri matto
ma debbo ringraziare la tua pazzia.

Ti ho visto un sol momento
poi ti ha coperto il viso
la giacca del padrone che ti ha ucciso
ti hanno nascosto subito
eri per loro ormai da buttar via.

Ci dicon siete uguali
ma io vorrei sapere
uguali davanti a chi
uguali perché e per chi.

E’ comodo per voi
dire che siamo uguali
davanti a una giustizia
se non la vostra guardia quotidiana.

Ci dicon siete uguali
ma io vorrei sapere uguali
davanti a chi uguali
perché e per chi.

E’ comodo per voi
che avete in mano tutto
dire che siamo uguali davanti a Dio
è un Dio ch’è tutto vostro
è un Dio che non accetto e non conosco.

Dicevi questo ed altro
e ti chiamavan matto
ma quello in cui credevi verrà fatto
alla legge del padrone
risponderemo con rivoluzione.

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