Sono passati 20 anni dal primo SMS

Tutti siamo soggetti a una distorsione temporale, per cui le tecnologie di successo, quelle che sono entrate nella nostra vita quotidiana, ci sembrano più antiche di quello che sono realmente. Accade così per il web, per la posta elettronica, per i telefoni cellulari. C’è addirittura chi ha scritto (Alan Kay) che la tecnologia è tutto ciò che è stato introdotto dopo la nostra nascita.

Il telefono cellulare, per esempio: ci sembra così primitivo che un tempo i telefoni connettessero i luoghi – la casa e l’ufficio – e non le persone. Si rispondeva: «Qui è casa Rossi», non «Sono Mario Rossi»; «Studio dell’avvocato Bianchi», non «Sono l’assistente dell’avvocato Bianchi». In Provaci ancora, Sam di Woody Allen (1972), il marito di Linda Christie (Diane Keaton), Dick (Tony Roberts), è un manager nevrotico che dovunque vada comunica il numero di telefono dove si trova – una gag oggi quasi incomprensibile:

Dick: I’ll be at 362-9296 for a while; then I’ll be at 648-0024 for about fifteen minutes; then I’ll be at 752-0420; and then I’ll be home, at 621-4598. Yeah, right George, bye-bye.
Linda: There’s a phone booth on the corner. You want me to run downstairs and get the number? You’ll be passing it.

E naturalmente, insieme ai telefoni cellulari – poco dopo, in realtà, perché la tecnologia analogica e-tacs non lo consentiva, e c’è voluto il GSM – sono arrivati gli SMS.

Il primo SMS , racconta smithsonian.org (The First Text Message, Sent Twenty Years Ago, Was ‘Merry Christmas’ | Smart News), fu inviato nel Regno Unito il 3 dicembre 1992 da Neil Papworth, un informatico, a Richard Jarvis, direttore di Vodafone. Era un messaggio natalizio di auguri. Papworth inviava da un PC; Jarvis ricevette su un portatile dell’epoca, l’Orbitel 901:

Orbitel 901

oebl.de

Secondo l’articolo dello Smithsonian, che cita diverse altre fonti come CNN e Chicago Tribune:

  • secondo Forrester Research, negli Stati uniti sono inviati ogni giorno 6 miliardi di SMS, ogni anno più di 2,2 milioni di milioni;
  • secondo Portio Research gli SMS inviati ogni anno nel mondo sono 8,6 milioni di milioni;
  • secondo uno studio di Experian, l’85% degli americani d’età compresa tra i 18 e i 24 anni si scambia SMS, in media 4.000 al mese; la quota scende all’80% per la classe 25-34 (ma soltanto 2.000 messaggi al mese). Per chi ha 55 anni o più la quota scende al 20% e gli SMS scambiati a 500 al mese;
  • potrebbe però essere questo l’anno di massimo, perché la crescita del traffico SMS è fortemente rallentata per effetto della concorrenza di iMessage e sistemi di messaggeria analoghi.

Per celebrare la ricorrenza, la BBC ha avuto la bella idea di intervistare un pioniere degli SMS, il finlandese Matti Makkonen. Naturalmente l’intervista è stata condotta scambiandosi SMS: Texting SMS pioneer Matti Makkonen 20 years on.

Presto negli Stati Uniti smartphone e tablet connessi anche in volo

Presto negli Stati Uniti potrebbe essere permesso un uso più ampio dei dispositivi elettronici, inclusi smartphone e tablet, durante il volo, anche con il wi-fi acceso e anche nelle fasi di decollo e atterraggio. Non verrebbe invece permessa la conversazione, probabilmente per non disturbare gli altri passeggeri.

È quanto chiede il presidente della FCC (la Commissione federale per le comunicazioni), Julius Genachowski, in una lettera pubblica di giovedì 6 dicembre 2012 al presidente della FAA (la Commissione federale per l’aviazione civile), Michael Huerta.

Apparentemente, la proibizione non è sostenuta da alcuna prova scientifica convincente che questi dispositivi elettronici interferiscano, abbiano mai interferito o possano interferire con il funzionamento degli aerei e dei loro sotto-sistemi. La motivazione del divieto è sostanzialmente basata sull’argomentazione: «Perché qui comando io e io dico di no».

In positivo, sostiene Genachowski nella sua lettera, l’uso del web e dei social network è diventato parte della nostra vita e ampliarne i confini ha effetti benefici sull’economia:

[…] mobile devices are increasingly interwoven in our daily lives. They empower people to stay informed and connected with friends and family, and they enable both large and small businesses to be more productive and efficient, helping drive economic growth and boost U.S. competitiveness.

salon.com / Credit: iStockphoto/franckreporter

La notizia l’ho trovata qui: The price of airline iPad freedom – Salon.com.

Per ulteriori dettagli: FCC to FAA: Allow ‘greater use’ of electronic devices during flights – The Hill’s Hillicon Valley.

1Q84 e Lohengrin

Del mio amore per Richard Wagner in questo blog si trovano molti indizi, soltanto a volerli cercare. Solamente per fare un esempio, trovate qui un post di 5 anni fa, motivato da un’altra inaugurazione wagneriana della stagione scaligera, il memorabile Tristano e Isotta di Daniel Baremboim (direttore) e Patrice Chéreau (regista) con la grandissima (e bellissima e intensissima) Waltraud Meier.

Lohengrin

wikimedia.org/wikipedia/commons

Non avevo mai fai un coming out esplicito (in alcuni ambienti essere wagneriano è qualche cosa di un po’ vergognoso, don’t ask don’t tell, si cambia discorso immediatamente, con un filo d’imbarazzo, e tutti ripetono la battuta di Woody Allen sull’invasione della Polonia). È arrivato il momento di farlo, perché ieri sera, seguendo alla televisione il Lohengrin

Un inciso: la regia non mi è piaciuta neanche un po’, con Lohengrin che sembrava un eroinomane che ti chiede le proverbiali ciento lire grattandosi nervosamente il collo ed Elsa che cadeva continuamente per terra, in un’ambientazione ottocentesca che scopiazzava la celebre edizione dell’Anello del nibelungo di Patrice Chéreau e Pierre Boulez).

Ieri sera, dicevo, ho avuto una modesta illuminazione: ho capito il senso del Lohengrin, che mi sfuggiva, o almeno un possibile senso del Lohengrin grazie a 1Q84 di Murakami Haruki.

Per prima cosa, però, devo spiegare che cosa in Lohengrin mi ha sempre lasciato perplesso. Lohengrin non è considerata una della grandi opere wagneriane, è un’opera di transizione tra le prove giovanili e la concezione (musicalmente e drammaturgicamente rivoluzionaria) della maturità. Musicalmente, l’invenzione secondo me più bella è quella del preludio del primo atto, con quei leggerissimi violini nel registro acuto, che entusiasmaronno (tra gli altri) Charles Baudelaire:

Mi sentii liberato dai legami di pesantezza e ritrovai la straordinaria voluttà che circola nei luoghi alti. Dipinsi a me stesso lo stato di un uomo in preda ad un sogno in una solitudine assoluta, con un immenso orizzonte e una larga luce diffusa. Un’immensità con il solo sfondo di se stessa. Allora concepii l’idea di un’anima mossa in un ambiente luminoso, ondeggiante al di sopra e molto lontano dal mondo naturale.

Questa è l’interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan (forse, la versione che avevo affisso prima non è più disponibile):

Quello che lascia perplessi, del Lohengrin, è che la storia è insensata. In epoca storica, nel IX secolo, un re tedesco, Enrico l’Uccellatore (una volta i re si chiamavano così, chissà se questo era dedito alla caccia o al bunga bunga) sta facendo una cosa politico-militare assolutamente prosaica: reclutare un esercito per combattere gli ungheresi. Va in Belgio, o comunque si chiamasse allora, nella regione del Brabante, e trova una situazione un po’ strana ma anch’essa tutto sommato credibile: il vecchio re o duca che sia è morto lasciando due figli in tenera età, Elsa e Goffredo, e lasciando detto che fino alla maggiore età della figlia il trono sia retto dal conte Federico di Telramondo. Ma, appena arrivato Enrico, Federico accusa Elsa di aver ucciso il fratellino: per questo non l’ha sposata, maritando invece una certa Ortruda, anche lei di antica schiatta, ma pagana e un po’ fattucchiera. Enrico, un po’ scocciato (ma guarda un po’ se per reclutare un plotone in più mi dovevo trovare in queste beghe dinastiche di provincia, si sarà detto) manda a chiamare Elsa e, dopo aver constatato che straparla, ordina un giudizio di dio: Federico, l’accusatore, si batterà in duello con un campione di Elsa e chi vincerà avrà detto la verità. Il problema è che nessuno vuole battersi per Elsa. Allora arriva una barchetta trainata da un cigno, ne scende un bellissimo misterioso cavaliere (avete indovinato, è Lohengrin) e dice che sarà il campione di Elsa e che dopo aver vinto (cosa su cui non ha nessun dubbio) la sposerà pure e vivranno sempre felici e contenti, ma a una sola precisa condizione: Elsa non dovrà chiedergli mai, ma proprio mai, chi è e da dove viene:

Nie sollst du mich befragen,
noch Wissens Sorge tragen,
woher ich kam der Fahrt,
noch wie mein Nam und Art!

Mai devi domandarmi
né a palesar tentarmi
ond’io ne venni a te
e il nome mio qual è!

Lo canta a 2’52” del clip qui sotto:

È il brano che dà il titolo a una raccolta di saggi di Natalia Ginzburg ed era originariamente un articolo pubblicato su La Stampa del 18 maggio 1969 con il titolo Il nome di Lohengrin. Ne riporto un brano:

La prima opera di cui ebbi notizia nella mia vita, fu il Lohengrin. Me ne parlò mia madre; ed è stata l’unica opera la cui storia m’abbia commosso. Provai e provo ancora per la storditaggine commessa da Elsa un fortissimo dispiacere. Non chiedere niente era così facile. Sono quelle cose di cui non ci si consola mai, come, avendo letto Guerra e pace, non ci si consola mai che Natascia abbandoni il principe Andrej per fuggire con quello stupido di Anatol.
Riguardo alla vicenda di Elsa nel Lohengrin, rodendomi di rabbia pensavo, da bambina, che io mai avrei dato retta alla cattiva Ortruda, mai avrei chiesto a Lohengrin il suo nome. Mi stupivo che un nome potesse destare tanta curiosità (trascuravo il fatto che in me non destava curiosità semplicemente perché io già lo sapevo). Le parole di Lohengrin a Elsa, «Mai devi domandarmi», ancora oggi non posso udirle o sillabarle in me senza un brivido nella schiena. Esse vibrarono per me nell’infanzia del presagio che sarebbero state inutili; suonarono come un comando straziante perché conscio che non sarebbe stato obbedito, carico dell’annuncio d’una catastrofe che avrebbe separato quei due esseri, e di fronte alla quale il ritorno del fratello era una ben magra consolazione per Elsa e per tutti.
«Mai devi domandarmi – né a palesar tentarmi – ond’io ne venni a te – e il nome mìo qual è». La sciocca Elsa invece volle sapere come si chiamasse lui. Pensavo come aveva dovuto rimaner male dinanzi alla deludente rivelazione («Mio padre Parsifal in esso regna – io son Lohengrin suo figlio e cavalier»), dopo la quale s’erano scatenati disastri. Usavo ricostruire la storia dei due a modo mio. Elsa non chiedeva nulla e vivevano felicissimi Oppure lui, Lohengrin, rimaneva con lei nonostante lei gli avesse disobbedito. Perché a un certo punto il fatto che lui se ne andasse per così poco, mi apparve forse ancora più imbecille dell’insensatezza di lei.
Tuttavia capii a un tratto che, con un finale felice, quella storia crollava a terra, ne spariva ogni fuoco. Il segreto della tua grandezza vampeggiava nell’errore e nell’irrevocabilità dell’errore. Era una verità elementare, ma ne rimasi trasecolate, e l’istante in cui ne presi coscienza è stampato nella mia memoria, avendo io allora per la prima volta nella vita intraveduto una superiorità della sventura sulla felicità.
Quando andai a vedere il Lohengrin a teatro, rimasi delusa. Trovai che il cigno era piccolo, una specie di oca, Lohengrin vecchiotto e imbruttito da un elmo troppo grosso, Elsa bassa e vecchiotta e con due code gialle, per niente simile alla alata creatura che soggiornava nella mia immaginazione. Dissi a mia madre che non mi piaceva l’opera a teatro perché la musica copriva le parole. Preferivo quelle parole nella voce di mia madre.
In realtà quelle parole non le riconoscevo a teatro non solo a causa della musica, ma anche perché inghiottite dai gorgheggi e dai trilli. Le trecce d’oro di Elsa e le trecce nere di Ortruda continuarono a vivere in me per mio uso domestico, e persi la speranza di ritrovarle mai a teatro. È possibile che, all’origine del mio scarso interesse per le opere, vi sia quella antichissima delusione. Più tardi, mio marito mi disse che il Lohengrin è una grande opera ma non fra le più grandi. Non gli credetti. Conservo la persuasione che sia l’opera più grande di Wagner. Le parole «Mai devi domandarmi», che mia madre cantava bevendo il caffè al mattino, hanno il magico potere di riportarmi ai felici mattini della mia infanzia e a mia madre.

Resta inspiegato il motivo di questa proibizione. Lohengrin nella scena finale dice che se ne deve andare una volta noti il suo nome e la sua missione, in quanto cavaliere del Graal, ma non spiega un bel niente:

Anche colui che dal Gral è in lontano paese inviato,
ed eletto a campione in difesa della virtù,
non viene punto spogliato della sua santa forza,
finché quale suo cavaliere colà non sia riconosciuto.
Di tale augusta natura infatti è la virtù del Gral,
che, scoperto… ei deve fuggire agli occhi dei profani.
E perciò nessun dubbio dovete nutrire intorno al suo cavaliere;
ma se lo riconoscete… allora se ne deve da voi partire…
Ora udite, com’io ricompenso la vietata domanda!
Dal Gral fui io dunque presso di voi mandato:
Parsifal mio padre ne porta la corona,
e suo cavaliere io sono… chiamato Lohengrin.

Quello che invece ho capito ieri, grazie a 1Q84, è il perché della proibizione: il castello di Montsalvat, dove si conserva il sacro Graal, è in un universo parallelo, eguale al nostro se non per pochi, apparentemente insignificanti dettagli. Ma si tratta di un universo parallelo, collegato al nostro soltanto in uno stato di sovrapposizione quantica, come il gatto di Erwin Schrödinger:

Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione \Psi dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono stati puri, ma miscelati con uguale peso.

Il gatto di Schrodinger

wikimedia.org/wikipedia/commons

Elsa e Lohengrin (a differenza di Aomame e Tengo) possono coesistere nella stessa «scatola d’acciaio» soltanto finché essa non è aperta, cioè soltanto fino a che il nome e la natura di Lohengrin sono ignoti …

Se poi, a questo punto, vi è venuta voglia di vedere e sentire tutta l’opera, qui c’è l’edizione del 2011 di Bayreuth:

Perché i passerotti raccolgono i mozziconi di sigaretta

Un articolo pubblicato ieri (5 dicembre 2012) sulle Biology Letters della gloriosa Royal Society britannica getta nuova luce su un comportamento noto da tempo: passeri e fringuelli, uccelli onnipresenti nelle nostre città, raccolgono i mozziconi di sigarette, e per l’esattezza i filtri delle sigarette consumate, per estrarne la cellulosa e foderarne i nidi.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Lo studio di Monserrat Suárez-Rodríguez, Isabel López-Rull e Constantino Macías Garcia del Dipartimento di ecologia evolutiva della Universidad Nacional Autónoma de México (si può gratuitamente scaricare il .pdf dell’articolo Incorporation of cigarette butts into nests reduces nest ectoparasite load in urban birds: new ingredients for an old recipe?) ipotizza che i filtri usati siano ricercati non soltanto per sfruttare le loro proprietà termiche per coibentare le pareti dei nidi, ma anche perché i residui della distillazione e combustione del tabacco di cui sono imbevuti agiscono come battericidi e antiparassitari e proteggono dunque le nidiate dalle infezioni e dai pidocchi. Qualche preoccupazione, però, per la presenza di sostanze tossiche …

La notizia l’ho trovata qui: Marlboro Chicks | The Scientist Magazine®.

Scientists have discovered what many ex-smokers already realized: that cigarettes are for the birds. And some birds are happy to take them. According to a study published today (December 5) in Biology Letters, two songbirds species—the house finch and house sparrow—regularly line their nests with the innards of discarded cigarette butts. Some birds collected upwards of 40 butts for a single nest. And the result of their ashtray-style abode: fewer mites and lice to pester their chicks.

I pilastri della pigrizia mentale

Non soltanto le parole possono essere abusate. Le metafore sono ancora più a rischio, perché sono fondanti del nostro modo di pensare, ma lo sono in modo sottile e insidioso. George Lakoff se ne è occupato a lungo, dal classico Metaphors We Live By del 1980 (scritto con Mark Johnson; la traduzione italiana è Metafore e vita quotidiana) al più recente ma popolarissimo Don’t Think of an Elephant (Non pensare all’elefante).

La metafora abusata di oggi è quella dei pilastri. Non so se ci avete prestato sufficiente attenzione, ma da un po’ di tempo tutto si regge sui pilastri. Potrebbero anche essere uno solo o due, ma allora la metafora non verrebbe bene. E allora sono sempre almeno 3. Mai 6 od 8 però, altrimenti la metafora perde di efficacia: e qui, come vedremo, sorgono alcuni problemi.

Se non mi ricordo male, la prima volta che questa metafora è stata utilizzata in Italia è stato a proposito della riforma delle pensioni: il primo pilastro era la previdenza pubblica obbligatoria (il messaggio era che non sarebbe stata sufficiente a campare dignitosamente, o a campare tout court), il secondo i fondi pensione gestiti collettivamente, il terzo la previdenza integrativa individuale. Non mi ricordo bene se fossero il secondo o il terzo pilastro a suscitare le preoccupazioni maggiori. Mi ricordo però che il terzo pilastro non mi faceva venire in mente un tempio greco, ma piuttosto (ma io sono notoriamente un porco, e dei più lubrichi) le battute da spogliatoio maschile sulla “terza gamba”.

Per aiutare quelli come me (suppongo) a visualizzare meglio la metafora hanno cominciato a essere onnipresenti le immagini. Ed è subito apparso chiaro che il riferimento era, per l’appunto, al tempio classico, greco o romano che fosse.

Il primo problema, e il più serio, è che usare una metafora (questa è la lezione principale dello studio di Lakoff e Johnson) serve fondamentalmente a collegare una cosa ignota a una nota, in modo da capire la prima. Se dico che in Maremma piove meno che in Lucchesia perché la Maremma è “all’ombra” delle montagne della Corsica, sto applicando metaforicamente un concetto familiare (sono all’ombra perché qualche cosa mi scherma dal sole) a una situazione meno familiare “mappando” i diversi elementi della situazione familiare con quella nuova (come un muro alto fa ombra schermando dai raggi del sole, allo stesso modo le alte montagne della Corsica riducono la piovosità schermando la Maremma dalle perturbazioni che provengono da Occidente). Attraverso questa mappatura, faccio un’operazione teorica: applico un modello noto a una situazione ignota, e la spiego. Il bello delle metafore, del ragionare per metafore e modelli, è che posso costruire una catena di spiegazioni che mi può portare a una teoria coerente: capire che la metafora che ho usato prima (l’ombra e la pioggia in Maremma) si applica a una classe di fenomeni che hanno degli elementi e una spiegazione in comune (la creazione di una spiaggia tra due promontori, la funzione di una diga foranea, il comportamento degli animali quando proteggono la prole, la falange macedone e la testuggine romana, il feudalesimo, l’invenzione dell’ombrello e dello scudo, …).

Naturalmente, quella del tempio greco è una metafora consueta e potente. Si presta a essere applicata a una situazione in cui voglio tenere una struttura sollevata da terra in un contesto in cui opera la forza di gravità: la funzione dei pilastri è quella di separare la struttura dalle fondamenta, e devono essere abbastanza forti da contrastare la forza di gravità senza cedere; le fondamenta, a loro volta, devono essere abbastanza forti da sostenere il peso del tetto e anche quello dei pilastri.

Ma l’uso sciatto e corrivo della metafora intorbida le acque invece di renderle più limpide (sì, anche questa è una metafora, e precisamente una metafora su segnale e rumore). Tanto per cominciare, nella presentazione della metafora del tempio greco che ho fatto nel capoverso precedente, ho trascurato un elemento cruciale: la funzione di tutta la struttura del tempio, che è quella di disporre di uno spazio coperto. Nelle situazioni in cui la metafora viene normalmente utilizzata, invece, lo spazio tra fondamenta e timpano non conta niente, la struttura è fine a sé stessa. Per parafrasare Lao Tzu, è come ridurre la coppa all’argilla di cui è fatta (cito a memoria):

Si plasma l’argilla per formare una coppa, ma è dal suo non-essere che dipende la sua utilità. Per fare una stanza devi tagliare via dai muri le porte e le finestre: è dal suo non-essere che dipende la sua utilità. Perciò, trasforma l’essere in vantaggio e il non-essere in utilità.

Tacerò, per non sembrarvi più pedante di quanto già mi giudichiate, sulla circostanza che l’architettura ha trovato tecniche più efficienti per creare spazi coperti tra pavimento e soffitto, a cominciare dall’arco (una bella metafora, se ci pensate, in cui non conta la forza bruta, ma il risultato netto delle spinte e controspinte, in un gioco delle parti in cui nessuna può adempiere al suo compito da sola).

Ma anche trascurando questo, in quasi tutti gli esempi che mi vengono in mente, i pilastri non hanno la funzione di tenere distanti e separate le fondamenta e il tetto, ma al contrario di connetterli. Qualche volta staticamente, ma il più delle volte dinamicamente, come nell’esempio qui sopra. Insomma, sarebbe più efficace e più adeguato a trasmettere il messaggio il caro, vecchio, diagramma a blocchi, in cui i flussi sono rappresentati da frecce.

E qui potrei finire il post. Non fosse che ho ancora qualche sassolino da togliermi dalle scarpe.

Non pretendo che abbiate fatto tutti il liceo classico e abbiate studiato storia dell’arte, né che allo scientifico o al tecnico siate sempre stati attenti nelle lezioni di disegno. Ma penso che nella vostra vita qualche tempio greco o romano l’abbiate visto, dal vivo o in fotografia. Se non il Partenone ad Atene, almeno i templi di Agrigento o di Paestum o di Metaponto. Qualcosina a Roma? Tivoli?

Provate a fare mente locale. Pronti?

Prima cosa. I templi classici non hanno i pilastri, hanno le colonne. Secondo il Vocabolario Treccani, un pilastro è [i]n architettura, [un] elemento strutturale ad asse verticale di forma per lo più prismatica; è, in genere, ripetuto ritmicamente o inserito in pareti portanti continue e costituisce la struttura predisposta al sostegno di altre membrature, consentendo la riduzione degli ingombri e la concentrazione delle sollecitazioni su una limitata zona d’appoggio: p. quadrangolare, ottagonale, cruciforme; p. marmoreo; p. monolitico, a blocchi; p. a fascio o polistilo, detto anche piliere (v.). Una colonna, invece, è un [e]lemento verticale, a sezione per lo più circolare e composto di base, fusto e capitello, atto a resistere al peso di elementi sovrastanti (muro, solaio, tetto, arco, volta) e adoperato anche in funzione decorativa: c. di pietra, di marmo, di travertino; le c. di un tempio, di un palazzo, di un portico; c. accoppiate, appaiate,binate; c. scanalata, a spirale; c. tortile (o c. tòrta, o anche a tortiglione), col fusto ritorto a spirale; c. rudentata, con scanalature riempite fino a un terzo dell’altezza da bastoncini detti rudenti; c. bugnata (o rustica), con fusto rivestito di bugne; c. a balaustra, dal fusto a profilo mosso, variamente sagomato, come avviene spesso nel balaustro; c. coclide, con scala interna a chiocciola (v. anche coclide).

Il problema, lo avrete immaginato, è il solito. La metafora è di origine anglosassone e, come spesso accade, l’abbiamo adottata un po’ alla garibaldina (su questo, al solito, incide la cialtroneria dei giornalisti), traducendo con pilastro l’inglese pillar. Le due parole condividono l’etimologia latina (pila) ma non il significato: second l’OED online, [a pillar is] a tall vertical structure of stone, wood, or metal, used as a support for a building. Per contro, [a column is] an upright pillar, typically cylindrical, supporting an arch, entablature, or other structure. Insomma, mentre in inglese una column è, per così dire, una specie cilindrica del genus pillar, in italiano pilastro e colonna appartengono a due categorie diverse, distinte dalla sezione poligonale o tonda.

Seconda cosa. Io non ho presente nemmeno un tempio classico che abbia sulla facciata un numero dispari di colonne. Certamente non nella classica tassonomia tramandataci dal De Architectura di Vitruvio.

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Nate Silver – The Signal and the Noise

Silver, Nate (2012). The Signal and the Noise: Why So Many Predictions Fail-but Some Don’t. New York: The Penguin Press. 2012. ISBN 9781101595954. Pagine 545. 15,67 €

The Signal and the Noise

BARNES & NOBLE

Un libro molto bello, anche se tutt’altro che perfetto. Un libro pieno di eccessi, più che di difetti: Nate Silver sente il bisogno di scrivere di tutto quello che, nel tempo, lo ha interessato e appassionato – il baseball, il poker, la politica – e di tutti i campi in cui, a suo giudizio, la scienza delle previsioni ha accumulato errori e può fare progressi. Tutto questo fa di The Signal and the Noise un libro monstre, ma al tempo stesso uno dei libri più stimolanti dell’anno.

Nate Silver è salito alla ribalta della cronaca in queste ultime settimane, prima per le polemiche sulle sue previsioni sull’esito delle elezioni americane, e poi per il suo trionfo. Ne ho scritto su questo blog in più occasioni, sia a proposito proprio delle elezioni americane (Nate Silver, il vincitore morale delle elezioni americane), sia discutendo dell’affidabilità delle previsioni meteorologiche private (Le previsioni dei meteorologi privati sono distorte?).

Poiché leggendo il libro mi sono annotato una cinquantina di citazioni, mi asterrei dal fare una vera recensione – i temi del libro e le tesi di Silver emergono con sufficiente chiarezza dalle citazioni stesse. Ma vi regalo un paio di videoclip, dato che Silver è, secondo me, un tipo molto interessante, con una vaga rassomiglianza con Clark Kent, un prototipo del geek e del gay, il che ne ha naturalmente fatto il bersaglio dei sostenitori di Mitt Romney. [In un’intervista a The Observer (Nate Silver: it’s the numbers, stupid), a Carole Cadwalladr che gli chiede «What made you more of a misfit, […] being gay or a geek?», risponde: «Probably the numbers stuff since I had that from when I was six.»]

Il primo video è la presentazione del libro:

Il secondo una lunga conversazione (circa un’ora) tenuta a Google pochi giorni fa:

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Prima una curiosità: ho imparato leggendo questo libro (posizione Kindle 261) che la locuzione “information overload” è stata coniata da Alvin Toffler in Future Shock nel 1970.

* * *

Ecco le minacciate citazioni, che però vi suggerisco di leggere, o almeno di scorrere (riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle).

The instinctual shortcut that we take when we have “too much information” is to engage with it selectively, picking out the parts we like and ignoring the remainder, making allies with those who have made the same choices and enemies of the rest. [104]

A prediction was what the soothsayer told you; a forecast was something more like Cassius’s idea.
The term forecast came from English’s Germanic roots, unlike predict, which is from Latin. Forecasting reflected the new Protestant worldliness rather than the otherworldliness of the Holy Roman Empire. [134]

The human brain is quite remarkable; it can store perhaps three terabytes of information. And yet that is only about one one-millionth of the information that IBM says is now produced in the world each day. So we have to be terribly selective about the information we choose to remember. [257]

The printing press changed the way in which we made mistakes. Routine errors of transcription became less common. But when there was a mistake, it would be reproduced many times over, as in the case of the Wicked Bible. [275]

When you can’t state your innocence, proclaim your ignorance. [399]

“The major difference between a thing that might go wrong and a thing that cannot possibly go wrong is that when a thing that cannot possibly go wrong goes wrong it usually turns out to be impossible to get at or repair,” wrote Douglas Adams in The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy series. [478]

[…] even if the amount of knowledge in the world is increasing, the gap between what we know and what we think we know may be widening. [828]

“When the facts change, I change my mind,” the economist John Maynard Keynes famously said. “What do you do, sir?” [1169]

Olympic gymnasts peak in their teens; poets in their twenties; chess players in their thirties; applied economists in their forties, and the average age of a Fortune 500 CEO is 55. [1437]

[…] statheads can have their biases too. One of the most pernicious ones is to assume that if something cannot easily be quantified, it does not matter. [1626]

When we can’t fit a square peg into a round hole, we’ll usually blame the peg — when sometimes it’s the rigidity of our thinking that accounts for our failure to accommodate it. Our first instinct is to place information into categories — usually a relatively small number of categories since they’ll be easier to keep track of. (Think of how the Census Bureau classifies people from hundreds of ethnic groups into just six racial categories or how thousands of artists are placed into a taxonomy of a few musical genres.) [1808]

It’s not merely that there is no longer a signal amid the noise, but that the noise is being amplified. [2322]

The statistical reality of accuracy isn’t necessarily the governing paradigm when it comes to commercial weather forecasting. It’s more the perception of accuracy that adds value in the eyes of the consumer. [2326]

Forecasts “add value” by subtracting accuracy. [2335]

With four parameters I can fit an elephant,” the mathematician John von Neumann once said of this problem. “And with five I can make him wiggle his trunk.” [2865]

The government produces data on literally 45,000 economic indicators each year. Private data providers track as many as four million statistics. The temptation that some economists succumb to is to put all this data into a blender and claim that the resulting gruel is haute cuisine. There have been only eleven recessions since the end of World War II. If you have a statistical model that seeks to explain eleven outputs but has to choose from among four million inputs to do so, many of the relationships it identifies are going to be spurious. [3127]

But in fact real management is mostly about managing coalitions, maintaining support for a project so it doesn’t evaporate. [3421]

[…] sophisticatedly simple. [3836]

This is why our predictions may be more prone to failure in the era of Big Data. […] Most of the data is just noise, as most of the universe is filled with empty space. [4258-4266]

We can think of these simplifications as “models,” but heuristics is the preferred term in the study of computer programming and human decision making. It comes from the same Greek root word from which we derive eureka. A heuristic approach to problem solving consists of employing rules of thumb when a deterministic solution to a problem is beyond our practical capacities. [4542]

In many ways, we are our greatest technological constraint. The slow and steady march of human evolution has fallen out of step with technological progress: evolution occurs on millennial time scales, whereas processing power doubles roughly every other year. [4947]

[…] it is not really “artificial” intelligence if a human designed the artifice. [4972. In tema di fibre, si usa distinguere tra fibre artificiali – quelle ottenute modificando fibre naturali, come nel caso della viscosa – e fibre sintetiche – quelle ottenute per sintesi a partire dagli idrocarburi]

As Arthur Conan Doyle once said, “Once you eliminate the impossible, whatever remains, no matter how improbable, must be the truth.” This is sound logic, but we have a lot of trouble distinguishing the impossible from the highly improbable and sometimes get in trouble when we try to make too fine a distinction. [5196: un punto di vista nuovo e stimolante su una citazione che è da anni un mio cavallo di battaglia. La frase è pronunciata da Sherlock Holmes]

In the United States, we live in a very results-oriented society. If someone is rich or famous or beautiful, we tend to think they deserve to be those things. Often, in fact, these factors are self-reinforcing: making money begets more opportunities to make money; being famous provides someone with more ways to leverage their celebrity; standards of beauty may change with the look of a Hollywood starlet. [5519]

Smith’s “invisible hand” might be thought of as a Bayesian process, in which prices are gradually updated in response to changes in supply and demand, eventually reaching some equilibrium. Or, Bayesian reasoning might be thought of as an “invisible hand” wherein we gradually update and improve our beliefs as we debate our ideas, sometimes placing bets on them when we can’t agree. Both are consensus-seeking processes that take advantage of the wisdom of crowds. [5609]

“The market can stay irrational longer than you can stay solvent.” [6066: ancora Keynes]

[…] “the fight between order and disorder,” [6202: è di Didier Sornett]

We could try to legislate our way out of the problem, but that can get tricky. If greater regulation might be called for in some cases, constraints on short-selling — which make it harder to pop bubbles — are almost certainly counter-productive. [6218]

CO2 quickly circulates around the planet: emissions from a diesel truck in Qingdao will eventually affect the climate in Quito. [6285]

Climate refers to the long-term equilibriums that the planet achieves; weather describes short-term deviations from it. [6501]

Uncertainty in forecasts is not necessarily a reason not to act — the Yale economist William Nordhaus has argued instead that it is precisely the uncertainty in climate forecasts that compels action […] [6716]

When we advance more confident claims and they fail to come to fruition, this constitutes much more powerful evidence against our hypothesis. We can’t really blame anyone for losing faith in our forecasts when this occurs; they are making the correct inference under Bayesian logic. [6855]

The fundamental dilemma faced by climatologists is that global warming is a long-term problem that might require a near-term solution. [6864]

In science, progress is possible. In fact, if one believes in Bayes’s theorem, scientific progress is inevitable as predictions are made and as beliefs are tested and refined. […]
In politics, by contrast, we seem to be growing ever further away from consensus. The amount of polarization between the two parties in the United States House, which had narrowed from the New Deal through the 1970s, had grown by 2011 to be the worst that it had been in at least a century. […]
The dysfunctional state of the American political system is the best reason to be pessimistic about our country’s future. Our scientific and technological prowess is the best reason to be optimistic. [6913-6930]

To Wohlstetter, a signal is a piece of evidence that tells us something useful about our enemy’s intentions; this book thinks of a signal as an indication of the underlying truth behind a statistical or predictive problem. Wohlstetter’s definition of noise is subtly different too. Whereas I tend to use noise to mean random patterns that might easily be mistaken for signals, Wohlstetter uses it to mean the sound produced by competing signals. [6999]

[…] signal detection vs. signal analysis [7023]

There is a tendency in our planning to confuse the unfamiliar with the improbable. The contingency we have not considered seriously looks strange; what looks strange is thought improbable; what is improbable need not be considered seriously. [7035: è una citazione di Thomas Schelling]

[T]here are known knowns; there are things we know we know. We also know there are known unknowns; that is to say we know there are some things we do not know. But there are also unknown unknowns—there are things we do not know we don’t know.—Donald Rumsfeld [7060]

[…] detecting a terror plot is much more difficult than finding a needle in a haystack, he said, and more analogous to finding one particular needle in a pile full of needle parts. [7177]

The more often you are willing to test your ideas, the sooner you can begin to avoid these problems and learn from your mistakes. Staring at the ocean and waiting for a flash of insight is how ideas are generated in the movies. In the real world, they rarely come when you are standing in place. Nor do the “big” ideas necessarily start out that way. It’s more often with small, incremental, and sometimes even accidental steps that we make progress. [7593]

Sanford J. Grossman and Joseph E. Stiglitz, “On the Impossibility of Informationally Efficient Markets,” American Economic Review, 70, 3 (June 1980), pp. 393–408. http://www.math.ku.dk/kurser/2003-1/invfin/GrossmanStiglitz.pdf. [9526]

A conspiracy theory might be thought of as the laziest form of signal analysis. As the Harvard professor H. L. “Skip” Gates says, “Conspiracy theories are an irresistible labor-saving device in the face of complexity.” [11798]