Evgenij Zamjatin – Noi

Zamjatin, Evgenij (1921). Noi (trad. Barbara Delfino). Milano: Lupetti. 2007-2011. ISBN 9788883912283. Pagine 191. 14,00 €

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Mi sono chiesto molte volte perché ci siano opere dell’ingegno umano (libri, ma anche brani musicali e pièces teatrali) che sono considerate pietre miliari (della letteratura, della musica o del teatro) ma che nessuno sembra leggere, ascoltare o rappresentare mai. Non ho una risposta universale, ma nel caso specifico di questo romanzo ce l’ho.

Strano destino quello di questo romanzo di Evgenij Ivanovič Zamjatin, ingegnere navale e scrittore. Ha avuto l’indiscutibile onore di essere stato il primo romanzo a essere bandito dal Glavlit, l’ente sovietico preposto alla censura letteraria. Per intercessione di Gorkij, Stalin gli concesse di andare in esilio nel 1931. Non gli fosse stato concesso l’espatrio, sarebbe probabilmente morto malamente nelle grandi purghe del 1937 in qualche gulag. Invece morì libero a Parigi: nel 1937. Come nella canzone più famosa di Vecchioni, quella nera signora lo raggiunse anche là.

Noi è considerato un capostipite del romanzo distopico: il romanzo fu tradotto in inglese già nel 1924 e influenzò Brave New World di Aldous Huxley, Anthem di Ayn Rand e – prevedibilmente – 1984 di George Orwell. Secondo il risvolto di copertina di questa edizione, Noi “incarna una delle più sofisticate e lucide anti-utopie della letteratura novecentesca”. Eppure, nessuno sembra interessato a leggerlo: l’edizione pubblicata da Feltrinelli nel 1963 nella traduzione di Ettore Lo Gatto è da tempo immemorabile fuori catalogo. Lupetti ne ha pubblicato una nuova traduzione (questa) nel 2007, in una collana opportunamente chiamata “i rimossi“:

Riproporre opere letterarie che sono state sacrificate dal tradizionale circuito editoriale; libri giudicati “scomodi”, perché non allineati con il clima politico, culturale e artistico nel quale sono stati prodotti. Per dirla con Freud: bisogna ricordarsi che il rimosso ritorna.

(Ora (2013) anche Voland ne ha pubblicato una terza traduzione, di Alessandro Niero.)

Insomma, penso di aver capito il motivo per cui – nonostante l’indubbio interesse dei temi che tocca – nessuno legge questo romanzo: è scritto in un modo che per la nostra attuale sensibilità è repellente. Enfatico, sopra le righe, esaltato. Viene quasi voglia di simpatizzare per il totalitario establishment dello Stato Unico piuttosto che per questo pazzo esaltato.

Non ho ritegno a raccontarvi la vicenda perché sarei un sadico se vi invitassi a sottoporvi alla tortura di leggerlo, anche se è molto breve (nella mia sintesi mi avvalgo ampiamente della voce di Wikipedia). In un lontano futuro, dopo un lungo periodo di guerre e conflitti che ha portato l’umanità sull’orlo dell’estinzione, il pianeta è governato da un’organizzazione statale che individua nel libero arbitrio la causa dell’infelicità, e che pretende di controllare matematicamente le vite dei cittadini attraverso un sistema di efficienza e precisione industriale di tipo tayloristico. La storia è raccontata in forma di diario dal protagonista, D-503, un ingegnere che sovrintende alla realizzazione dell’Integrale, la nave spaziale che dovrà esportare nell’universo la civiltà planetaria dello Stato Unico. Attraverso l’incontro con una donna, D-503 entra in contatto con un gruppo di resistenti noto come Mefi (da Mefistofele).

I nomi dei personaggi sono funzione del loro sesso: gli uomini hanno nomi che iniziano per consonante seguiti da numeri dispari di tre cifre, mentre i nomi femminili iniziano per vocale seguita da un numero pari. Le abitazioni (e gli altri oggetti) sono esclusivamente di vetro e materiali trasparenti, così che chiunque sia visibile in ogni momento.

A me sembra che più che una critica al regime sovietico, il bersaglio di Zamjatin sia il taylorismo, che aveva conosciuto bene nella sua permanenza nei cantieri navali di Jesmond, vicino a Newcastle-upon-Tyne. È pur vero che l’industrializzazione forzata stava conducendo lo Stato sovietico sulla stessa strada.

* * *

Apprendo soltanto oggi, leggendo la voce di Wikipedia), che il compositore italiano Pierluigi Castellano si è ispirato a questo romanzo nel suo lavoro del 1990, Noi, My, Us. È un’altra coincidenza nella costellazione della rete delle conoscenze e dei 6 gradi di separazione: anni fa, mi è capitato di stare nella stessa classe di yoga di Pierluigi Castellano, che mi ha anche regalato uno dei suoi album (ma non era questo, era Sevilla X).

DI Pierluigi Castellano su YouTube si trova veramente poco. In particolare non c’è il brano My, ispirato al nostro romanzo, e lungo 11’35”. Accontentatevi del breve (3’36”) Elisabeth, tratto dall’album Boule de neige del 1987.

* * *

Poche citazioni (lettura cartacea, citazioni faticose da ribattere, pigrizia):

Non è forse ancora chiaro che la beatitudine e l’invidia sono il numeratore e il denominatore di quella frazione chiamata felicità? [p. 22]

Ecco: ci sono due forze nel mondo – l’entropia e l’energia. Una, porta alla pace beata, all’equilibrio felice; l’altra, alla distruzione dell’equilibrio, al movimento perpetuo e tormentoso. [p. 134]

«Mio caro: tu sei un matematico. E in più sei un filosofo matematico: dimmi l’ultimo numero.»
«Cioè? Io… io non capisco: quale ultimo numero?»
«L’ultimo, l’estremo, il massimo.»
«Ma, I, questo è assurdo. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, che ultimo numero vuoi che ti dica?»
«E tu quale ultima rivoluzione vuoi? Non ci sarà mai un’ultima rivoluzione, le rivoluzioni sono senza fine. L’ultima, cioè, è per i bambini: l’infinito spaventa i bambini ed è necessario che i bambini dormano tranquilli la notte…» [p. 141]

3 Risposte to “Evgenij Zamjatin – Noi”

  1. elenaragazzoni Says:

    Sarei interessata a leggerlo ma non so decidermi quale sia la traduzione migliore… Voland o Lupetti? Tu cosa mi consigli? 🙂


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