Thomas Mann – La montagna magica [reprise]

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

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Qualche citazione tra quelle che mi hanno fatto pensare o divagare o sognare e delirare con Hans Castorp:

– Che cos’era dunque la vita? Era calore, il calore prodotto da un fenomeno che non aveva sostanza ma conservava la forma, una febbre della materia che accompagnava il processo incessante di dissoluzione e ricomposizione di molecole di albumina strutturate in maniera incredibilmente intricata e incredibilmente ingegnosa. Era l’essere di ciò che in verità era impossibilitato a essere, di ciò che solo in questo processo intricato e febbrile di disgregazione e rinnovamento, con lo sforzo dolce e doloroso ma esatto, si trovava in bilico sul crinale dell’essere. […] Ma pur se immateriale, era sensuale fino al piacere e al disgusto, l’impudenza della materia diventata eccitabile, sensibile a se stessa, la forma lasciva dell’essere. Era un’eccitazione segreta e voluttuosa nella fredda castità del tutto, un’impurità libidinosa e furtiva fatta di assunzione ed evacuazione del nutrimento, alito escretorio di acido carbonico e cattive sostanze, di natura e provenienze misteriose. Era il proliferare, il dispiegarsi e il prender forma di quel turgore fatto d’acqua, albumina, sale e grassi che fu chiamato carne, reso possibile dall’ipercompensazione della sua instabilità e costretto in leggi di formazione congenite, il quale si rendeva forma, nobile immagine, bellezza, restando comunque la quintessenza della sensualità e della bramosia. […]
Al giovane Hans Castorp, che sopra la valle scintillante riposava nel calore del suo corpo protetto dalla pelliccia e dalla lana, apparve, nella gelida notte rischiarata dal lume del morto astro, l’immagine della vita. Gli si mostrò, fluttuante, da qualche parte nello spazio, lontana eppure tangibile, la carne, il corpo biancastro e opaco, esalante vapore, vischioso, la pelle con tutte le impurità e le imperfezioni della sua natura, chiazze, papille, macule gialle, screpolature e zone umide e squamose, ricoperte dalle tenere e vorticose correnti della rudimentale lanuginosa peluria. Separata dal freddo della materia inanimata, avvolta nella sua sfera di vapori, quell’immagine si posò indolente, col capo incoronato da qualcosa di fresco, ispido e pigmentato che era un prodotto della sua stessa pelle, le mani intrecciate dietro la nuca, e con le palpebre abbassate guardò l’osservatore con occhi che una speciale varietà della conformazione della palpebra faceva apparire un po’ obliqui, le labbra semiaperte e appena sollevate, il corpo poggiato su una gamba sola così che l’osso iliaco sporgeva nettamente sotto la carne, mentre il ginocchio della gamba rilassata, leggermente piegato, col piede puntato sulle dita, si appoggiava contro la parte interna di quello gravato dal peso. Stava così, in piedi, voltata e sorridente, poggiata con grazia, i gomiti splendenti aperti e protesi in avanti, nell’armoniosa simmetria delle sue membra, dei segni del suo corpo. All’oscurità delle cavità ascellari dall’odore pungente corrispondeva, in un mistico triangolo, la notte del grembo, così come agli occhi corrispondeva il rosso epiteliale della bocca semiaperta e ai rossi boccioli del petto l’ombelico verticalmente allungato. [pp. 405-406]

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905) - Nascita di Venere (1879)
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Secondo la dottrina e la regola del fondatore e primo generale dell’Ordine, lo spagnolo Loyola, si spingevano oltre, rendevano un servizio più splendido di tutti coloro che agivano solamente in base al buon senso. Costoro compivano la loro opera «ex supererogatione», al di là del dovuto, in quanto non solo resistevano in tutto e per tutto all’insorgere della carne («rebellioni carnis»), cosa che ogni intelletto umano mediamente sano dovrebbe fare, ma lottavano altresì contro le inclinazioni dei sensi, dell’egoismo e dell’amore mondano anche in circostanze generalmente ammesse. [p. 660]

Giacché, aggiunse, la religione non ha nulla a che fare con la vita. La vita poggia su determinazioni e fondamenti che in parte riguardano la teoria della conoscenza e in parte la sfera della morale. I primi si chiamano tempo, spazio e causalità, i secondi moralità e ragione. Tutte queste cose sono non soltanto estranee e indifferenti alla religione, ma addirittura a essa contrapposte e ostili; giacché sono loro a costituire la vita […] [p. 681]

Hans Castorp scoprì che un’abilità di cui si sente l’intimo bisogno si acquisisce in fretta. [p. 700]

«[…] Proporrei di ricordare in termini generali il divieto relativo al diverbio in oggetto e, per il resto, di chiudere un occhio.»
«Certo che lo chiudo. A furia di chiudere occhi mi verrà un blefarospasmo. […]» [p. 740]

«[…] Emina dunque, figlia mia, stammi a sentire, un po’ di pane, mia diletta. Alt! Un momento! Non voglio che tra noi si insinui un malinteso! Vedo dal tuo viso piuttosto grande che questo pericolo … pane, Renzina, ma non cotto al forno … di quello ne abbiamo in abbondanza e in tutte le forme. Distillato, angelo mio. Pane di Dio, pane trasparente, piccolo vezzeggiativo, che possa ristorarci. Non so se il significato di questa parola ti è … proporrei di sostituirla con “cordiale” se ancora una volta non si corresse il pericolo di banalizzare con superficialità … […] Un gin, mia diletta! … Per farmi contento, questo volevo dire. Un gin di Schiedam, Emerenzina. Spicciati e portamene uno!» [p. 819. Le note, a p. 1320, oltre ad accennare alla storia del genever di Schiedam, tracciano un interessante nesso tra questa scena a chiave e i misteri eleusini]

«[…] Sacre esigenze della vita, che è femmina […]» [p. 819. Ancora una volta, per capire il riferimento di Peeperkorn, occorre andare alla nota di p. 1325: “Peeperkorn pronuncia una massima che deriva dall’aforisma 339 della Gaia scienza di Friedrich Nietzsche intitolato Vita femina: «Voglio dire che il mondo è stracolmo di cose belle, ma che ciò nonostante è povero, molto povero di attimi belli e disvelamenti di siffatte cose. E forse è questa la più potente magia della vita: c’è su di essa, intessuto d’oro, un velo di belle possibilità, colmo di promesse, di ritrosie, di pudori, d’irrisioni, di pietà, di seduzione. Sì, la vita è una donna» (KSA III, p. 569; trad. it. p. 201).]

«[…] Ci sono tante diverse specie di stupidità, e l’assennatezza non è delle migliori … […]» [p. 866; è Hans Castorp che parla]

«[…] Passione è vivere per amore della vita. Tutti sanno che voi invece vivete per fare delle esperienze. Passione è dimenticare se stessi. A voi interessa invece arricchire voi stessi. C’est ça. […] [p. 884; è Clawdia Chauchat che parla, e si riferisce apparentemente agli uomini, o ai tedeschi, o agli uomini tedeschi, che finiranno per essere considerati “nemici dell’umanità”]

A nostro avviso ha un senso sotto il profilo analitico, ma – per riprendere l’espressione di Hans Castorp – sarebbe «estrememente goffo» e addiritttura ostile alla vita se volessimo distinguere «nettamente», quando si tratta di amore, tra amor sacro e passione. Che significa, poi, nettamente! Che significano oscillazione e ambiguità! Detto francamente, noi ce ne infischiamo. Non è forse cosa grande e giusta che la lingua possieda una sola parola per tutto ciò che si può definire amore, dalle cose più sacre a quelle più carnali e voluttuose? Vi è, nell’ambiguità, una perfetta univocità perché l’amore, anche nella devozione più estrema, non può essere incorporeo, e anche nella più estrema carnalità non può essere totalmente privo di devozione, l’amore non è altro che amore, come scaltro attaccamento alla vita o come la più elevata delle passioni, esso è simpatia per l’elemento organico, il commovente e voluttuoso stringere in un abbraccio ciò che è destinato a putrefarsi … e la charitas è certamente presente nella più mirabile non meno che nella più furiosa delle passioni. Oscillazione? Ma in nome di Dio, lasciate che il senso dell’amore resti oscillante! Se è oscillante è perché tali sono la vita e l’umanità, e preoccuparsi del suo essere oscillante equivale a una sconcertante mancanza di scaltrezza.
Mentre dunque le labbra di Hans Castorp e dela signora Chauchat si incontrano in un bacio russo […] [pp. 892-893]

[…] una forma orgiastica di libertà, aggiungiamo, nel mentre ci poniamo il quesito se la libertà possa avere altra forma o natura che non sia questa. [p.1055]

Alemanno e i cattivi (retro)pensieri

Si attribuisce comunemente a Giulio Andreotti l’affermazione: “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina.”

In questa tradizione, mi chiedo: e se poi dietro tutti questo pasticcio ci fosse semplicemente una questione di prestigio istituzionale tra Comune di Roma capitale e Dipartimento della Protezione Civile? Quello, cioè, che in termini anglosassoni si definisce un pissing contest?

Il dubbio mi viene leggendo un articolo dello schema di (secondo) decreto legislativo su Roma Capitale (quello che fu il primo atto dell’esecutivo Monti e provocò le proteste della Lega), e precisamente l’articolo 10 (Funzioni e compiti in materia di protezione civile):

A Roma capitale, nell’ambito del proprio territorio e senza nuovi o maggiori oneri per il bilancìo dello Stato, sono conferiti le funzioni e i compiti amministrativi relativi alla emanazione di ordinanze per l’attuazione di interventi di emergenza in relazione agli eventi di cui all’articolo 2, comma 1, lettere a) e b), delta legge 24 febbraio 1992, n. 225, al fine di evitare situazioni di pericolo, o maggiori danni a persone o a cose e favorire il ritomo alle normali condizioni di vita nelle aree colpite da eventi calamitosi. Restano ferme le funzioni attribuite al Prefetto di Roma dall’articolo 14 della legge 24 febbraio 1992, n. 225.

Alemanno davanti a Palazzo Chigi

comune.roma.it

A capire meglio il significato di questo testo ci viene in aiuto lo stesso sito istituzionale del Comune di Roma (pardon, Roma Capitale):

Roma Capitale, approvato secondo decreto: nuove funzioni e competenze

Roma, 24 novembre – Via libera da Palazzo Chigi al secondo decreto legislativo su Roma Capitale, in attuazione della legge sul federalismo fiscale: il Consiglio dei Ministri lo ha approvato nell’ultimo giorno utile per l’esercizio della delega. Il decreto passa ora all’esame delle compenti Commissioni parlamentari e delle Conferenze Stato-Regioni e Stato-Città, per i pareri previsti, quindi tornerà al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva. Il secondo decreto determina i poteri e le funzioni che vengono trasferiti dallo Stato a Roma Capitale. Ecco, in sintesi, le funzioni amministrative che passano al Campidoglio:
[…]
In materia di protezione civile, Roma Capitale emana le ordinanze per interventi di emergenza e dichiara, su richiesta della Regione Lazio, lo stato di “eccezionale calamità naturale”.

È in questa luce che la prosa dell’ordinanza del sindaco n. 291 del 14 dicembre 2011 Disposizioni per l’ emergenza di caduta neve, formazione di ghiaccio e ondate di grande freddo 2011 – 2012 (sarà questo il famoso “piano neve”?) assume tutta un’altra pregnanza:

il sindaco … adotta provvedimenti contingibili e urgenti

gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini

nel territorio di Roma Capitale possono verificarsi, come già avvenuto in passato, precipitazioni nevose, formazione di ghiaccio ed ondate di grande freddo

a causa delle diminuzione delle temperature al di sotto di zero gradi centigradi si sono registrati, nelle passate stagioni invernali, numerose situazioni di disagio alla cittadinanza [sgrammaticature e concordanze errate sono nell’originale]

il traffico veicolare nella città ne risente negativamente

ridurre i rischi connessi a detto evento, specialmente a salvaguardia della pubblica incolumità

in caso di precipitazioni nevose e fino a che le condizioni della rete viaria lo richiedano, tutti i veicoli di proprietà capitolina … dovranno circolare provvisti di catene o pneumatici da neve da utilizzare in caso di necessità

tutti i conducenti di taxi saranno autorizzati a protrarre i rispettivi turni di servizio [autorizzati, non obbligati]

rammenta a tutti i proprietari di stabili … di tenere sgomberi dalla neve, dalle ore 8.00 alle ore 20.00, i marciapiedi antistanti gli stabili stessi per una larghezza di metri due (cioè due metri davanti al portone, e sul resto si scivola; oppure per tutto lo spazio antistante allo stabile, per una profondità di 2 metri, ammesso che il marciapiede ci sia e sia così profondo?]

raccomanda a tutti gli utenti del servizio di acqua potabile … di tenere aperto, nel caso di brusco abbassamento della temperatura, al di sotto dello zero gradi centigradi, il rubinetto di utilizzazione più vicino al contatore …

A questa bella grida manzoniana seguono, nello stesso documento, le Procedure di pronto intervento per caduta neve e formazione ghiaccio (che vi invito a leggervi da soli, anche perché il formato immagine mi costringerebbe a ribattere tutto), dove apprendiamo che abbiamo uno stato di attenzione, uno stato di pre-allarme e uno stato di allarme (no, lo stato di panico e terrore non è previsto) cui segue (si spera) l’avviso di cessato allarme; e che si costituisce un Comitato Operativo Comunale (“di seguito denominato COC”), composto di una serie di soggetti scrupolosamente elencati “oltre a quelli che saranno ritenuti occasionalmente necessari”; che presso i Municipi si costituiscono le Unità di Crisi Municipali, in collagamento con il COC.

Le cose da fare, già dalla proclamazione dello stato di attenzione, sono rassicuranti e dimostrano una grande attenzione anche ai dettagli, dal controllo delle alberature al benessere degli animali. Non vedo che cosa ci sia da lamentarsi o protestare …

Alemanno e il generale prussiano Hammerstein

In queste ore, in cui a Roma si ride e si piange e ci si incazza per l’assenza di qualunque azione comunale che non sia il delirio mediatico, e in cui si ride soltanto in tutto il resto d’Italia (e tra un po’ del mondo, che dopo Schettino non aveva proprio bisogno di un altro esempio preclaro di inettitudine da cui trarre conclusioni frettolose ma non del tutto inappropriate sulle caratteristiche genetico-culturali degli italiani tutti).

Gianni Alemanno

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In queste ore, dicevo, anch’io vorrei dare il mio contributo. Ma invece di scherzare su Aledanno o sul lupo alemannaro (tutta invidia, naturalmente, perché sono calembour che vorrei avere scovato io) riprenderò una citazione che ho già riportato su questo blog, lasciando a voi il piacere di decidere a quale delle 4 categorie appartenga il sindaco di Roma Capitale. Roma Capitale: eh già, perché forse non tutti sanno che l’articolo 24 della legge sul federalismo fiscale, ancora in parte inattuato, ha però dato luogo (con il decreto legislativo 156/2010 e il recentissimo schema di decreto legislativo recante ulteriori disposizioni in materia di ordinamento di Roma capitale, approvato dal Governo e attualmente all’esame della Camera dei deputati) al cambio di denominazione di Roma in Roma Capitale e delle sue istituzioni con l’aggiunta dell’aggettivo “capitolino/a”, come si può leggere sulla livrea tempestivamente rinnovata del parco macchine della polizia municipale e degli uffici comunali.

Allora, Hans Magnus Enzensberger nel suo bel libro sul generale prussiano Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord (che ho recensito su questo blog il 7 giugno 2009) racconta l’aneddoto che segue:

Un giorno, quando gli chiesero da quale punto di vista valutasse i suoi ufficiali, disse: «Li divido in quattro tipi. Ci sono ufficiali intelligenti, laboriosi, stupidi e pigri. Il più delle volte due di queste caratteristiche coincidono. Se sono intelligenti e laboriosi, devono entrare nello Stato maggiore generale. Poi ci sono gli stupidi e pigri che costituiscono il 90 per cento di ogni esercito e sono adatti per compiti di routine. Chi è intelligente e insieme pigro si qualifica per gli incarichi di comando più elevati, perché dispone della chiarezza mentale e della stabilità emotiva per prendere decisioni difficili. Bisogna guardarsi da chi è stupido e laborioso e non affidargli responsabilità, perché combinerà solo disastri».

Kurt Hammerstein

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Il medesimo aneddoto è ripreso dal nostro Gianrico Carofiglio nel suo romanzo Le perfezioni provvisorie (che ho recensito il 27 febbraio 2010). Merita di essere letto in questa versione per la perfezione (provvisoria, sicuramente) delle scelte lessicali:

Ha detto qualcuno che gli uomini si dividono nelle categorie degli intelligenti o dei cretini, e dei pigri o degli intraprendenti. Ci sono i cretini pigri, normalmente irrilevanti e innocui, e ci sono gli intelligenti ambiziosi, cui possono essere assegnati compiti importanti, anche se le più grandi imprese, in tutti i campi, vengono quasi sempre realizzate dagli intelligenti pigri. Una cosa però va tenuta a mente: la categoria più pericolosa, da cui ci si possono aspettare i più gravi disastri e da cui bisogna guardarsi con la massima circospezione, è quella dei cretini intraprendenti.

A voi il piacere di individuare la categoria cui apparterrebbe il sindaco Alemanno.

Ma io non resisto alla tentazione di riprodurre quello che Daniele Luttazzi raccontava di Francesco Storace, ma che secondo alcune correnti storico-biografiche sarebbe applicabile anche a Gianni Alemanno:

“Una volta Storace mi ha salvato la vita. Dei naziskin mi stavano pestando a sangue, è passato lui e ha detto «Ragazzi, può bastare».”

Thomas Mann – La montagna magica

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

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Piccolo dilemma, di cui verosimilmente non importa niente a nessuno tranne che a me: che io recensisca capolavori classici universalmente e da tempo acclamati è probabilmente, oltre che inutile, un atto di hỳbris; d’altra parte, ho promesso a me stesso, e ho detto anche a voi (i proverbiali 25 lettori) che avrei recensito, non sempre tempestivamente, tutti i libri che avessi letto.

Dunque, eccomi qui. Me la caverò menando il can per l’aia: non recensendo il libro, ma parlandone un po’ in relazione a me e alle vicende che mi riguardano personalmente.

Il primo romanzo di Thomas Mann che ho letto fu I Buddenbrook, su suggerimento di mio padre: a casa mia – privilegio di cui non smetterò mai di essere grato ai miei – si parlava sempre a tavola “dei massimi sistemi” e dunque spesso di letteratura. Ero adolescente, non alle medie, suppongo, ma al ginnasio direi. Anche perché rimasi molto colpito dal modo in cui Mann descrive l’insorgere del tifo del piccolo Hanno. E perché ricordo di averne discusso con G. M., amico fin dalla prima elementare, di madre amburghese e quindi fonte preziosa di quelle atmosfere (soprattutto di Travemünde, dove se non ricordo male andavano anche in villeggiatura i cammellini di peluche del professor Kranz di Paolo Villaggio).

Qualche anno dopo ho letto (come tutti all’epoca) La morte a Venezia: il film di Luchino Visconti – senza l’articolo! – è del 1971, ma restò più memorabile, per me, per la scoperta dell’Adagietto dalla 5ª Sinfonia e dello stesso Gustav Mahler, che fino ad allora avevo appena sfiorato. Nel film l’orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia era diretta da Franco Mannino.

Poco dopo – erano dunque gli anni dell’università – arrivò la lettura di Doktor Faustus, legato anch’esso a una scoperta musicale (anche qui, più il Beethoven della Sonata op. 111 che la dodecafonia e la Scuola di Vienna). Oltre alla stupenda interpretazione di Sviatoslav Richter che vi propongo qui sotto, vi segnalo anche la bella lezione di Roman Vlad che trovate su Rai Educational.

Per molto tempo ho rinviato la lettura de La montagna incantata (all’epoca era tradotto così il titolo originale – Paolo Mauri racconta tutta la vicenda su la Repubblica), fino a quando la nuova edizione e traduzione non mi ha deciso al grande passo.

È un bel libro? Certamente sì.

È un bel romanzo? Non so. Opinione personalissima, e probabilmente una bestemmia per i veri esperti, e non posso escludere nemmeno che se lo rileggessi, magari in momenti e circostanze diverse …

Insomma, non sono sicuro che in quanto romanzo sia sopravvissuto bene agli anni: sarà che il linguaggio e il fraseggio così “classici” anestetizzano i grandi temi che sono il “vero” contenuto del romanzo, sarà che ci siamo abituati ai romanzi-saggio in cui la contrapposizione delle idee non ha bisogno di incarnarsi fisicamente in personaggi (e vicende), sarà che Davos ormai non ci fa nemmeno pensare alle gare di sci ma al forum di qualche decina di esperti strapagati che discettano del nostro destino, sarà che 1000 pagine sono tante per un romanzo e poche per un saggio che mette tutta quella carne al fuoco, sarà la musica che gira intorno, saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro …

100 anni in 10 minuti

Il filmato non è male, anche se forse troppo concentrato sulla “histoire événementielle“. Ma avrebbe potuto essere altrimenti, volendo fare un filmato?

Ma ascoltatelo senza volume, perché la roboante colonna sonora è al limite della sopportabilità.

Perché gli scarabei “danzano” sulla loro pallina di cacca?

Chi mi segue sa da tempo che il letame “allieta” i campi e non dovrebbe stupirsi che gli scarabei mostrino al suo cospetto tanta contentezza da ballarci sopra.

E anche chi conosce un minimo di mitologia egizia (o ha letto Perdido Street Station di China Miéville) sa che Khepri, lo scarabeo sacro, dio del sol levante, ha l’importante ma defatigante compito di far rotolare la pallina (merdosa) del sole tramontato per tutti gli inferi, fino a spingerlo di nuovo sopra l’orizzonte all’alba.

Scarabaeus nigroaeneus

newscientist.com

Ora un gruppo di ricercatori dell’Università di Lund in Svezia, guidato da Emily Baird, conferma che gli egizi non erano del tutto fuori strada.

Why scarab beetles dance on a ball of dung – life – 18 January 2012 – New Scientist

Fare una pallina di sterco è attività che consuma tempo ed energie. Gli altri scarabei potrebbero essere tentati di rubare una pallina già fatta invece di farne una loro. La competizione è forte.Allora conviene allontanarsi il più rapidamente possibile dalla “miniera” di cacca e nascondersi in un posto tranquillo per consumare in pace la propria pallina. Per questo è essenziale seguire una linea retta e non perdere la rotta: la “danza” dello scarabeo servirebbe dunque a orientarsi con il sole, ogni volta che perde la bussola.

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NAturalmente, il riferimento alla “pallina che s’indovina” è irresistibile. Io l’avevo sentita raccontata da Walter Chiari, ma scopro che ha una più antica (e ben più nobile) origine milanese, direttamente dai magnanimi lombi di Carlo Porta

Appenna l’è dessora, la ghe dis,
Coss’hin mò sti balett d’induvinà?
Lù el respond: Hin balette de Paris,
che s’induvina tutt domà a fregà
con dò, o trè de quist i man, o el mostacc;
se ne comanda, hin a bon prezzi affacc.

Anzi, a chi voeur provà specci dopò
a fam pagà, che l’abbia induvinaa.
Comè l’è inscì, la dis, là demen dò.
Ma usmand i man dopo avei ben fregaa,
questa l’è m…, la repia, o catto;
lù scapand el respund: L’ha indivinato.

[Appena sono di sopra, le gli chiede: Che cosa sono mai queste palline che s’indovina? Lui risponde: Sono palline di Parigi, che s’indiìovina tutto solo a sfregare due o tre di queste tra le mani, o sui baffi; se ne ordina, sono a buon prezzo.
Anzi, per chi vuol provere, aspetto a farmi pagare che abbia indovinato. Quand’è così, dice lei, me ne dia due. Ma fiutandosi le mani dopo averle ben ben sfregate, esclama: ma questa è merda, ohibò. E lui scappando: Vede, ha indovinato!]

[Carlo Porta, Febrar. In Claudio Beretta. Letteratura dialettale milanese. Milano:Hoepli. 1993]

Tinker Tailor …

È abbastanza naturale che in questi giorni, in cui nelle sale italiane esce la versione cinematografica del romanzo La talpa di John le Carré (mi viene da scrivere il remake, perché tutti abbiamo in mente la versione televisiva BBC del 1979, trasmessa anche dalla tv italiana, con Alec Guinness nella parte di Smiley), si parli anche del titolo originale, Tinker, Taylor, Soldier, Spy.

Molti hanno ricordato l’origine del titolo (viene da una “conta” inglese, che individua nel libro 5 sospettati di essere la talpa), tra cui di recente il merlo canterino. Inoltre, wikipedia è (come al solito) molto esauriente.

Guinness as Smiley

guardian.co.uk

Perciò mi limiterei a riproporre la canzone degli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui e qui), in cui Jimmy Page fa delle cose interessanti e sperimentali, suonando la chitarra con l’archetto, come un violino.

La seconda cosa che vorrei dire, e che non ho proprio trovato da nessuna parte, nemmeno nella documentatìssima voce di wikipedia citata poco fa, è il riferimento che (secondo me) fa alla filastrocca James Joyce, alla fine del penultimo capitolo dell’Ulysses, quello scritto a domande e risposte come un interrogatorio di polizia o il vecchio catechismo:

[…] Narrator: reclined laterally, left, with right and left legs flexed, the index finger and thumb of the right hand resting on the bridge of the nose, in the attitude depicted in a snapshot photograph made by Percy Apjohn, the childman weary, the manchild in the womb.

Womb? Weary?

He rests. He has travelled.

With?

Sinbad the Sailor and Tinbad the Tailor and Jinbad the Jailer and Whinbad the Whaler and Ninbad the Nailer and Finbad the Failer and Binbad the Bailer and Pinbad the Pailer and Minbad the Mailer and Hinbad the Hailer and Rinbad the Railer and Dinbad the Kailer and Vinbad the Quailer and Linbad the Yailer and Xinbad the Phthailer.

When?

Going to dark bed there was a square round Sinbad the Sailor roc’s auk’s egg in the night of the bed of all the auks of the rocs of Darkinbad the Brightdayler.

Where?

A Francesco Merlo il premio giornalistico Kazzenger 2012 per l’irrilevanza

Il nuovo anno, questo 2012 insidiato dalle profezie Maya (mayavverate) e dal più tradizionale essere bisesto e dunque funesto, è iniziato da meno di 15 giorni, e Francesco Merlo – un editorialista che Corriere e Repubblica si contendono che nemmeno Inter e Milan per Tevez – ha già pesantemente ipotecato il premio per l’articolo più irrilevante e irritante dell’anno. Cui vorrei intestare un nuovo premio, di mia istituzione, il prestigioso premio Kazzenger per il giornalismo.

L’articolo è stato pubblicato su la Repubblica del 13 gennaio 2012 (riproduzione riservata), ma poiché il Merlo l’ha anche “postato” sul suo blog lo riproduco – citando beninteso la fonte – con la coscienza tranquilla. Le parti dell’articolo di Merlo, che riprodurrò per intero, sono in blu; i miei commenti intercalati e altre citazioni restano in nero.

Francesco Merlo » Inchini e baciamano, la rivincita del sangue blu / QUANTI NOBILI NEL GOVERNO MONTI

Cominciamo dal titolo.

Inchini e baciamano, la rivincita del sangue blu / QUANTI NOBILI NEL GOVERNO MONTI

Di solito quando qualcuno fa notare a un giornalista che ha pubblicato un articolo con un titolo imbarazzante, il giornalista stesso, spesso spalleggiato dal suo direttore, scarica elegantemente la colpa sul “titolista” (che immagino venga pagato dal giornale per svolgere le mansioni che Benjamin Malaussène svolgeva al grande magazzino creato da Pennac). Qui Merlo non ha scampo: il titolo è suo (a meno che non paghi un titolista per il suo blog).

Molti hanno pensato che fosse costruito ‘massone su massone’ e ora scopriamo che, ‘quarti su quarti’, girano più nobili nel governo Monti, con il suo format salva Italia, di quante patonze giravano nel governo Berlusconi, con il suo format sfascia Italia. C’è insomma un tracciato araldico che neppure negli esecutivi di sua maestà Elisabetta II. I nobili sono infatti almeno sei, tra ministri e sottosegretari, tutti di antichissime famiglie.

Permettetemi prima una piccola parentesi seria. La XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana dispone:

I titoli nobiliari non sono riconosciuti. I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome. L’Ordine mauriziano è conservato come ente ospedaliero e funziona nei modi stabiliti dalla legge. La legge regola la soppressione della Consulta araldica.

Giusto per sottolineare che non si tratta di una questione di colore, ricordo a tutti che questa disposizione è in attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce il principio fondamentale dell’eguaglianza. Insomma: non si scherza.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Naturalmente, benché la Corte costituzionale abbia sentenziato che i titoli nobiliari “non costituiscono contenuto di un diritto e, più ampiamente, non conservano alcuna rilevanza” (sentenza n. 101 del 26 giugno 1967), i “nobili” non si rassegnano. Carlo Mistruzzi di Frisinga, nel suo Trattato di diritto nobiliare italiano [Vol. I, Giuffrè, Milano, p. 23] afferma: “La Costituzione repubblicana del 1948 non ha – si noti bene – né abolito né proibito i titoli nobiliari. Si è limitata a non riconoscerli ufficialmente e a togliere di conseguenza quella protezione legale di cui essi godevano in regime monarchico. Per contro protegge in pieno i predicati nobiliari che vengono a far parte del nome con funzione ‘individuatoria’.”

Vabbè, dico io, e non da ora. Se vogliono ricordare all’universo mondo, e soprattutto ai discendenti (se ne sono sopravvissuti) delle loro vittime, che per generazioni i loro antenati si sono appropriati con l’uso della forza del frutto del lavoro dei miei e di quelli della stragrande maggioranza dei miei compatrioti, si accomodino pure. Sono tollerante persino nei confonti dei vari carnevali che si rappresenteranno in mezzo mondo nei prossimi giorni (e che pure trovo ributtanti) e considero sacra persino la libertà d’espressione di Casa Pound.

L’incipit dell’articolo di Merlo è folgorante, scoppiettante di idee fresche e originali. “Massone su massone”. Il contrasto dei “format” (ma che vuol dire esattamente?) salva-Italia e sfascia-Italia. La compiaciuta conferma che il termine “patonza” è stato sdoganato per sempre …

Una precisazione però sulle “antichissime famiglie”. Siamo tutti di antichissime famiglie. Tutti gli esseri umani che popolano il pianeta in questo momento, 7 miliardi e dispari, tutti nessuno escluso discendono da antichissime famiglie. Anzi tutti, nessuno escluso, vantano una discendenza diretta e ininterrrotta dalla famosa Lucy africana, di cui portano in ogni cellula una copia del DNA mitocondriale.

È ora di continuare con Merlo, senza infierire ulteriormente. Ma non sono capace di non attirare la vostra attenzione sul bizzarro contrasto tra i “quarti su quarti” di nobiltà del primo capoverso e il Terzi del secondo. Che ne pensa Odifreddi? c’è terreno per qualche elaborazione matematica sulle frazioni? per un’equazione diofantea?

Terzi di Santagata

iagiforum.info

E hanno lo stemma al dito come il ministro degli esteri Giulio Maria Terzi di Santagata, secco, alto, verticale che, appena nominato, fu festeggiato dal presidente del suo circolo, “evviva, uno di noi”, il circolo appunto ‘della caccia’, che è l’oasi, l’enclave, l’addio al mondo del vecchio frack [in italiano si dice “marsina”, ma se si vuole usare il termine francese, allora è frac, come Modugno sapeva ma Merlo ignora] dei vari Torlonia, Borghese, Ruspoli, Aldobrandini, Colonna, Odescalchi, Boncompagni, Orsini, Pallavicini, Barberini, Theodoli, Massimo, Chigi, Grazioli, Lancellotti e tutte le maschere dell’orrendo aristocafonal di Dagospia. Oppure sono discreti ed eleganti tecnici del baciamano come Enzo Moavero Milanesi. “La qualità del baciamano” mi spiega sorridente Sergio Boschiero, il simpatico leader dei monarchici italiani, “è tutta nell’inchino”. Basta fermare un attimo l’immagine e osservare appunto l’elegante riverenza [ma sarà andato a scuola dalle Orsoline?] che il ministro Moavero Milanesi, il Gianni Letta di Monti, ha offerto in omaggio ad Angela Merkel, e paragonarla per esempio a quella, ovviamente più famosa ma “tecnicamente reboante”, di Chirac a Condoleeza Rice. Nel rapido fotogramma di Moavero c’è il lignaggio del principe mentre in quella vecchia istantanea ormai fissata nella memoria c’è la squillante esuberanza del moschettiere. Boschiero nota che Moavero Milanesi ha un cognome aragonese ma, per avventura migratoria, è signore del Lodigiano sin dal 1400 e sul quotidiano di Lodi “il Cittadino” viene celebrato come “il diretto discendente dei Bocconi, fondatori prima della Rinascente e poi dell’Università” [ma insomma, qui c’è una caduta di stile, del Merlo e dello stesso Moavero: se sei nobile non devi occuparti di imprese commerciali da vil meccanico, come direbbe il Manzoni, pena la contaminazione del famoso sangue blu]. Dice Boschiero, il quale per la verità disprezza [ma naturale! se sei monarchico, ai semplici nobili non puoi che sentirti superiore] i cacciatori di simboli araldici e gli esperti in gigli: “Capisco bene che a Bruxelles questi qui facciano tutti carriera: in fondo è la capitale di un regno”.

E qui è difficile resistere alla tentazione e astenersi dal chiedere l’opinione del leggendario capo indiano di 610.

Mario Monti però non li ha scelti sfogliando il Libro d’oro dell’Araldica, quello edito prima del 1922 quando non c’erano i ‘conti di maggio’ e neppure i tanti nomi che il fascismo plebeo poi titolò per meriti civili, come i Marzotto, i Barilla i Ciano. Adesso invece questi nobili al governo sono tornati fuori per via naturale, come una discreta eruzione di lava: i nobili come rimedio al cucù, alle barzellette e alla degradazione trimalcionesca della borghesia italiana?

Domanda retorica e un po’ furbetta. Perché dovete capirlo, Francesco Merlo: deve scrivere un pezzo di colore compiaciuto sulla nobiltà per un quotidiano sedicente progressista, ma avvezzo a strizzare l’occhio ai “vari Torlonia, Borghese, Ruspoli, Aldobrandini, Colonna, Odescalchi, Boncompagni, Orsini, Pallavicini, Barberini, Theodoli, Massimo, Chigi, Grazioli, Lancellotti” (ne fanno fede le cronache mondane delle pagine dell’edizione romana). E quindi non deve irritare troppo i giacobini come me, ma neppure dispiacere agli ambienti radical-chic della capitale. Bene così, allora: “tornati fuori per via naturale, come una discreta eruzione di lava”. O come un rigurgito di subalterno provincialismo? o per altre vie naturali che non oso nemmeno suggerire?

Di sicuro la quota araldica al governo è maggiore di quella che il manuale Cencelli attribuiva ai piccoli partiti di una volta, ed in fondo è la riprova che l’Italia è in crisi visto che sia pure inconsapevolmente cerca l’antidoto persino nelle presunte virtù ereditarie che, come un liquore, impreziosiscono il liquido seminale. “Si tratta – dice ancora Boschiero – quasi sempre di alti burocrati dello Stato”.

No, qui siamo al delirio. Le “presunte virtù ereditarie che, come un liquore, impreziosiscono il liquido seminale”? Ma bevitelo tu! L’Italia merita antidoti migliori!

Quel giorno più non vi leggemmo avante.

Memoria corta

Umberto Bossi, 12 gennaio 2012: “La Lega non è mai stata forcaiola.”

16 marzo 1993, Montecitorio, Luca Leoni Orsenigo (deputato storico della Lega Nord all’epoca; dimessosi dal partito nel 1996):

Orsenigo

polisblog.it

L’accesso a Internet è un diritto umano?

Questo articolo, scritto da Vinton G. Cerf (pioniere di Internet, membro dell’IEEE – Institute of Electrical and Electronics Engineers – e vice-presidente di Google) e pubblicato sul New York Times del 4 gennaio 2012, è stato criticatissimo senza che nessuno si sia preso la briga di leggerlo.

Anche se le argomentazioni di Cerf non mi sembrano del tutto convincenti, sono però logiche e comunque degne di rispetto. Per questo lo riproduco integralmente e ve ne raccomando la lettura.

Internet Access Is Not a Human Right – NYTimes.com

FROM the streets of Tunis to Tahrir Square and beyond, protests around the world last year were built on the Internet and the many devices that interact with it. Though the demonstrations thrived because thousands of people turned out to participate, they could never have happened as they did without the ability that the Internet offers to communicate, organize and publicize everywhere, instantaneously.

It is no surprise, then, that the protests have raised questions about whether Internet access is or should be a civil or human right. The issue is particularly acute in countries whose governments clamped down on Internet access in an attempt to quell the protesters. In June, citing the uprisings in the Middle East and North Africa, a report by the United Nations’ special rapporteur went so far as to declare that the Internet had “become an indispensable tool for realizing a range of human rights.” Over the past few years, courts and parliaments in countries like France and Estonia have pronounced Internet access a human right.

But that argument, however well meaning, misses a larger point: technology is an enabler of rights, not a right itself. There is a high bar for something to be considered a human right. Loosely put, it must be among the things we as humans need in order to lead healthy, meaningful lives, like freedom from torture or freedom of conscience. It is a mistake to place any particular technology in this exalted category, since over time we will end up valuing the wrong things. For example, at one time if you didn’t have a horse it was hard to make a living. But the important right in that case was the right to make a living, not the right to a horse. Today, if I were granted a right to have a horse, I’m not sure where I would put it.

The best way to characterize human rights is to identify the outcomes that we are trying to ensure. These include critical freedoms like freedom of speech and freedom of access to information — and those are not necessarily bound to any particular technology at any particular time. Indeed, even the United Nations report, which was widely hailed as declaring Internet access a human right, acknowledged that the Internet was valuable as a means to an end, not as an end in itself.

What about the claim that Internet access is or should be a civil right? The same reasoning above can be applied here — Internet access is always just a tool for obtaining something else more important — though the argument that it is a civil right is, I concede, a stronger one than that it is a human right. Civil rights, after all, are different from human rights because they are conferred upon us by law, not intrinsic to us as human beings.

While the United States has never decreed that everyone has a “right” to a telephone, we have come close to this with the notion of “universal service” — the idea that telephone service (and electricity, and now broadband Internet) must be available even in the most remote regions of the country. When we accept this idea, we are edging into the idea of Internet access as a civil right, because ensuring access is a policy made by the government.

Yet all these philosophical arguments overlook a more fundamental issue: the responsibility of technology creators themselves to support human and civil rights. The Internet has introduced an enormously accessible and egalitarian platform for creating, sharing and obtaining information on a global scale. As a result, we have new ways to allow people to exercise their human and civil rights.

In this context, engineers have not only a tremendous obligation to empower users, but also an obligation to ensure the safety of users online. That means, for example, protecting users from specific harms like viruses and worms that silently invade their computers. Technologists should work toward this end.

While the United States has never decreed that everyone has a “right” to a telephone, we have come close to this with the notion of “universal service” — the idea that telephone service (and electricity, and now broadband Internet) must be available even in the most remote regions of the country. When we accept this idea, we are edging into the idea of Internet access as a civil right, because ensuring access is a policy made by the government.

Yet all these philosophical arguments overlook a more fundamental issue: the responsibility of technology creators themselves to support human and civil rights. The Internet has introduced an enormously accessible and egalitarian platform for creating, sharing and obtaining information on a global scale. As a result, we have new ways to allow people to exercise their human and civil rights.

In this context, engineers have not only a tremendous obligation to empower users, but also an obligation to ensure the safety of users online. That means, for example, protecting users from specific harms like viruses and worms that silently invade their computers. Technologists should work toward this end.

Il rapporto dell’ONU, pubblicato il 16 maggio 2011, lo trovate qui nella sua versione integrale.

Qui invece un’opinione opposta a quella di Cerf (che, ahimè, a me pare ancora meno convincente, fondamentalmente perché è basato su un argomento storico, e non su un argomento logico) scritta da Clay Johnson su Information Diet il 6 gennaio 2011.

Information Diet | Why Horses Are Not in the Constitution

Neither the word “gun” nor “rifle” appear in the Constitution, the Bill of Rights, or Federalist Papers nor does the word “newspaper” or “web site.” But guns, rifles, newspapers and yes, websites are vital for the health of our nation. Of course, it does mention the words “press” in the first amendment to the constitution, and the word “arms” in the second, and those are the things that give us the right to have our guns, rifles, newspapers and websites.

That, to me, seems to be the conclusion of Vint Cerf’s op-ed in the New York Times yesterday — that we shouldn’t tie a particular technology with fundamental rights. Unfortunately he used a particularly bad example to demonstrate this:

At one time if you didn’t have a horse it was hard to make a living. But the important right in that case was the right to make a living, not the right to a horse. Today, if I were granted a right to have a horse, I’m not sure where I would put it.

The reason this example is bad is because it conflates a right with an entitlement with a requirement. Cerf is also given the right to bear arms, but he is neither required to own a gun, nor is gun industry compelled to give him one. These are, of course, the differences between rights, requirements, and entitlements.

But one underlying thing that Cerf misses, is how vital universal network access is to civilization and democracy. When we look at the history of information technology, we often talk about language, stone tablets, papyrus, and the printing press, but in the middle there is the function of the Post, invented by Cyrus the Great to create the largest empire the world had ever seen, in about 500 BC. Since then, every thriving civilization has had a strong and universal network at its underpinnings.

While the word “network” in the scope of being an interconnected group of people until our grandparent’s generation, our framers were deeply committed to the idea that there should be “a network” and that everybody should have access to it. The right to assemble, of course, assures it, but it goes further than that. Look at what James Madison had to say about Article 1, Section 8 of the Constitution, giving Congress the power of the post:

“The power of establishing post roads must, in every view, be a harmless power, and may, perhaps, by judicious management, become productive of great public conveniency. Nothing which tends to facilitate the intercourse between the States can be deemed unworthy of the public care.”

Inscribed above the Postal Museum is this quote as well:

“The Post Office Department, in its ceaseless labors, pervades every channel of commerce and every theatre of human enterprise, and while visiting, as it does kindly every fireside, mingles with the throbbings of almost every heart in the land. In the amplitude of its beneficence, it ministers to all climes and creeds and pursuits with the same eager readiness and with equal fullness of fidelity. It is the delicate ear trump through which alike nations and families and isolated individuals whisper their joys and their sorrows, their convictions and their sympathies to all who listen for their coming.”

Indeed, the United States Postal Service is one of the few government agencies required by the United States Constitution. Just as our framers knew not to require every person to have a horse, but to build instead a document that could last through centuries of rapid technical advancement, I deeply suspect that if Vint Cerf — upon sailing west and deciding with his colleagues to found a new country — would not write a constitution giving Congress the authority to develop post roads without first giving it the authority to lay fiber. Who, knowing of today’s technology when starting a country, would invest in yesterday’s?

This country was founded upon the principles of universal access to a network. It’s been vital to the underpinnings of commerce and democracy, and while “access to the Internet” may not specifically be a human right, connection to the network of citizens has been a civil right that’s been vital to our democracy since the very beginning.

The New Post Office Building

By Richard E. Miller, October 23, 2011