Forse non tutti sanno che …

… nella città di Roma il personale dell’Istat è sparpagliato in 8 (otto) sedi, con disagi e diseconomie che non è difficile immaginare.

GreenIstat

Ecco perché questa iniziativa, per quanto lodevole e benintenzionata, ha uno spiccato retrogusto di presa per i fondelli.

11 regole d’autore per farsi un buon tè

Oggi, se fosse vissuto così a lungo, George Orwell (Eric Arthur Blair all’anagrafe), nato in India il 25 giugno 1903, compirebbe 111 anni: non una cifra tonda, d’accordo, ma comunque una cifra triangolare.

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Controcorrente e contrappunto (Branquinha di Caetano Veloso)

Vou contra a via
Canto contra a melodia
Nado contra a maré

Vado nell’altro senso
Intono un controcanto
Nuoto controcorrente

Eu sou apenas um velho baiano
Um fulano, um caetano, um mano qualquer
Vou contra a via, canto contra a melodia
Nado contra a maré
Que é que tu vê, que é que tu quer,
Tu que é tão rainha?
Branquinha
Carioca de luz própria, luz
Só minha
Quando todos os seus rosas nus
Todinha
Carnação da canção que compus
Quem conduz
Vem, seduz
Este mulato franzino, menino
Destino de nunca ser homem, não
Este macaco complexo
Este sexo equívoco
Este mico-leão
Namorando a lua e repetindo:
A lua é minha
Branquinha
Pororoquinha, guerreiro é
Rainha
De janeiro, do Rio, do onde é
Sozinha
Mão no leme, pé no furacão
Meu irmão
Neste mundo vão
Mão no leme, pé no carnaval
Meu igual
Neste mundo mau

Giosuè Carducci e il premio Vogon di poesia

Oggi, come sanno tutte le persone che meritano di consumare le limitate e forse (ma forse no) inesauribili risorse di questo pianeta, è Towel Day. Se non lo sapete, non avete diritto alcuno sulle limitate e forse (ma forse no) inesauribili risorse di questo pianeta, né di nessun altro pianeta della Galassia. It’s as simple as that.

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Voglio celebrare questo giorno a modo mio, istituendo un premio galattico di poesia Vogon o, quanto meno, offrendovi uno scoop.

Come sa chi ha letto The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (su questo blog ne abbiamo parlato più volte, da ultimo qui), i Vogons amano la poesia, ma la loro poesia è tra le peggiori dell’universo.

Chi sono i Vogons? OK, andiamo per ordine. I Vogons sono gli esseri che Renato Brunetta e Marianna Madia sognano dopo aver mangiato la coda alla vaccinara di sera, i peggiori burocrati dell’universo: Leggi il seguito di questo post »

L’anima della «Bestia mod. 3»

È la seconda volta che mi imbatto in questo testo, abbastanza noto negli Stati Uniti e (per quanto ne so) del tutto sconosciuto da noi. La prima volta è stato quando ho letto The Mind’s I di Douglas R. Hofstadter e Daniel C. Dennett, di cui ho parlato fuggevolmente poco tempo fa, qui. La seconda è stata qualche giorno fa, in un libro che sto ancora leggendo: Wetware di Dennis Bray.

È tratto da un romanzo di Terrel Miedaner, The Soul of Anna Klane. Non è mai stato tradotto in italiano, e non è facilissimo da trovare neppure in originale. Ma The Mind’s I è stato tradotto (L’Io della mente) e, quindi, una traduzione di questo brano esiste ed è dovuta a Giuseppe Longo, traduttore di The Mind’s I per Adelphi.

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Io però ho deciso di non utilizzare quella traduzione e cimentarmi nell’impresa in proprio.

* * *

I personaggi e interpreti sono: Dirksen, una donna; Hunt, un avvocato; Klane, nella cui casa si svolgono i fatti ma che non compare nell’episodio.

* * *

Mezz’ora dopo Dirksen entrava nella casa di Klane in compagnia dell’avvocato. Il cancello si era aperto automaticamente all’avvicinarsi della macchina, così come s’era aperta la porta, senza bisogno della chiave.

Seguì nel laboratorio del seminterrato Hunt, che aprì uno dei tanti armadietti e ne estrasse un grosso coleottero d’alluminio, con alcune spie luminose e qualche protuberanza su una superficie per il resto assolutamente liscia. Lo girò e Dirksen vide tre ruote di gomma sul lato inferiore, che era piatto e riportava incisa la scritta «BESTIA MOD. 3».

Hunt appoggiò l’aggeggio sulle piastrelle del pavimento e fece scattare il piccolo interruttore sulla pancia. Con un lieve ronzio il giocattolo cominciò a muoversi avanti e indietro sul pavimento, come se cercasse qualcosa. Esitò un attimo davanti a una grossa struttura, poi si fermò davanti a una presa di corrente, fece uscire una spina da una piccola apertura del suo corpo metallico e la infilò nella presa. Alcune delle spie si accesero sul verde e dall’interno si produsse un suono simile alle fusa di un gatto.

Dirksen guardò con interesse il congegno: “Un animale meccanico. Carino: a che serve?”

Hunt prese un martello dal bancone e glielo porse. “Vorrei che lo ammazzassi.”

“Ma che dici?” disse Dirksen un po’ allarmata. “Perché dovrei ammazzare… rompere… quella macchina?” E fece un passo indietro senza prendere in mano il martello.

“È solo un esperimento,” rispose Hunt. “L’ho fatto anch’io qualche anno fa su richiesta di Klane e l’ho trovato istruttivo.”

“E che cos’hai imparato?”

“Qualcosa sul significato della vita e della morte.”

Dirksen guardò Hunt perplessa.

“La ‘bestia’ non ha difese che ti possano fare del male,” la rassicurò. “Devi solo stare attenta a non andare a sbattere contro qualcosa mentre l’insegui.” E le porse di nuovo il martello.

Esitò, fece un passo in avanti, prese l’arma, guardò di sottecchi la strana macchina che ronfava beatamente e succhiava corrente elettrica. Si avvicinò, si chinò e alzò il martello. “Ma… sta mangiando,” disse, girandosi verso Hunt.

Hunt si mise a ridere. Allora Dirksen, punta nel vivo, sollevò il martello con entrambe le mani e lo calò con forza.

Ma con un rumore acuto come un grido di paura la bestia aveva ritratto le mandibola dalla presa ed era scappata. Il martello si abbatte sul pavimento dove poco prima c’era il corpo della macchina. La piastrella si scheggiò.

Dirksen alzò lo sguardo. Hunt rideva di nuovo. La macchina si era spostata di un paio metri e poi s’era fermata, tenendola d’occhio. Ma no, si disse Dirksen , non mi sta tenendo d’occhio.

Irritata con sé stessa, Dirksen riprese in mano il martello e avanzò cauta. La macchina indietreggiava, e un paio di spie rosse lampeggiavano, a volte più intense e a volte meno, all’incirca al ritmo delle onde alfa dell’elettroencefalogramma umano. Dirksen prese lo slancio, martello in mano, e fece cilecca …

Dopo dieci minuti tornò da Hunt, accaldata e affannata. Era dolorante dove era andata a sbattere contro qualche oggetto del laboratorio e le faceva male la testa dove aveva sbattuto contro un bancone. “È come cercare di prendere un topone! Quando si scaricano quelle stupide batterie?”

Hunt guardò l’orologio: “Un’altra mezzoretta, direi. Sempre che tu lo faccia correre.” Indicò sotto un bancone, dove la bestia aveva trovato un’altra presa elettrica. “Ma c’è un modo più facile di prenderlo.”

“Dimmelo.”

“Posa il martello e prendilo con le mani.”

“Tutto qui… con le mani?”

“Sì. Riconosce il pericolo soltanto nei suoi simili: in questo caso nel martello perché è di metallo. Ma non è programmato per percepire il protoplasma disarmato come una minaccia.”

Dirksen allora appoggiò il martello sul bancone e si avvicinò piano piano. La macchina non si mosse. Aveva smesso di fare le fusa e gli indicatori emanavano una pallida luce ambrata. Dirksen si chinò e provò a toccarlo: sentì una leggera vibrazione. Allora lo prese cautamente con tutte e due le mani. Le luci virarono al verde brillante e attraverso il confortevole tepore della pelle metallica si sentiva il quieto ronzio dei motori.

“E adesso che me ne faccio di questa stupida cosa?” chiese con un pizzico d’irritazione.

“Mettilo sul bancone a pancia all’aria. In quella posizione non può fare niente e lo puoi colpire con tutto comodo.”

“Uffa, ne ho abbastanza di antropomorfismi,” borbotto Dirksen, ma seguì i consigli di Hunt, decisa a farla finita una volta per tutte con quella storia.

Quando capovolse la macchina e l’appoggiò, le spie tornarono sul rosso. Le ruote girarono brevemente e poi si fermarono. Dirksen riprese il martello, gli fece percorrere un arco di cerchio e colpì la macchina indifesa: però di lato, danneggiando una delle ruote ma facendola ritornare nella posizione giusta. Si sentì il raschiare metallico della ruota rotta e la bestia, a scatti, cominciò a muoversi  in tondo. Poi si senti che qualche cosa all’interno si schiantava  e la macchina si fermò di nuovo. Le spie emanavano un chiarore triste.

Dirksen serrò le labbra e calò il martello per il colpo finale. In quel momento la bestia emise un suono, un grido tenue e lamentoso come un bambino piagnucoloso. Dirksen lasciò cadere il martello dalle mani e fece un balzo indietro, gli occhi fissi sulla pozza rosso sangue di lubrificante che si spandeva sul tavolo sotto la creatura. Guardò Hunt con orrore: “Ma è… è…”

“È soltanto una macchina,” disse Hunt, ora tutto serio. “Come queste, quelle che l’hanno preceduta nella sua storia evolutiva,” disse indicando le macchine appoggiate sugli scaffali del laboratorio, che sembravano osservarli mute e minacciose. “Ma a differenza di loro, può sentire l’avvicinarsi del suo fato e chiamare aiuto.”

“Spegnilo,” disse con voce sorda.

Hunt si avvicinò al bancone e trafficò intorno al piccolo interruttore. “Mi sa che l’hai incastrato.” Raccolse il martello dal pavimento, dove era caduto. “Ti va di dargli il colpo di grazia?”

Dirksen fece un passo indietro, scuotendo la testa. Hunt calò il martello. “Non potresti provare ad aggiustar…” Ci fu un breve schianto metallico. Dirksen sobbalzò e distolse lo sguardo. Il lamento cessò. Risalirono le scale in silenzio.

* * *

Non siamo di fronte a un capolavoro, direi. Però, c’è molta abilità artigianale nella costruzione del testo. Questo è il motivo per cui ho voluto tradurlo da solo (non che Longo abbia fatto un cattivo lavoro, ma è certo stato meno severo e meno attento di me nel seguire gli equilibrismi sottilmente calcolati da Miedaner). Tutto l’episodio è giocato sull’ambiguità della BESTIA MOD. 3. Sulla continua ambiguità di parlarne, a volte nella stessa frase, come di un macchina o come di un animale.

Per me il gioco è abbastanza trasparente: assumere la prospettiva intenzionale, attribuire cioè a qualcosa che c’è là fuori – e ha determinati comportamenti e le caratteristiche di un essere senziente dotato di credenze e obiettivi – è razionale e comporta un vantaggio evolutivo. Ne va letteralmente della pelle: meglio scambiare una roccia macchiettata per un leopardo nascosto (e prendersi una grande paura senza altre conseguenze), che scambiare un leopardo nascosto per una roccia macchiettata (#pitecantropostaisereno, ma non lo racconterai ai tuoi nipoti). Bersani docet.

Mi è più facile pensare che io sono una macchina come BESTIA MOD. 3 o come un astice, che non pensare che BESTIA MOD. 3 e l’astice siano esseri senzienti.

Ma questo lo sospettavate, no? E voi, che ne pensate?

Che cosa ha detto veramente Krugman di Padoan

Premessa.

Tra le cose che mi irritano di più delle abitudini dei giornalisti italiani c’è il vizio di far prevalere il commento e l’opinione sul “fatto” sottostante e quello, parallelo e complementare, di non agevolare l’accesso alla fonte. Eppure, adesso, l’accesso alla fonte è semplicissimo: basta un link e se la fonte è in italiano o in inglese (o in altra lingua conosciuta o traducibile anche rozzamente via Google Translate) ci possiamo fare un’opinione in proprio senza la mediazione dei giornalisti. Che è esattamente quello che i giornalisti non vogliono che noi facciamo (renderli più inutili di quanto già non siano). E che è esattamente il diritto che ci dobbiamo prendere.

Lo spunto.

Sui social network (soprattutto Twitter e Facebook) ma anche su qualche sito e qualche quotidiano (per esempio, su La Stampa di venerdì, in un articolo per la verità ben documentato) è circolata la notizia che Paul Krugman, che è un  premio Nobel per l’economia, ha duramente criticato Pier Carlo Padoan, neo Ministro dell’economia e delle finanze del gabinetto Renzi. Messaggio implicito: se un Nobel lo critica aspramente, Padoan deve essere un incompetente.

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Io non intendo difendere Padoan, che sarà senz’altro capace di farlo da sé qualora lo ritenesse opportuno (io, fossi in lui, non lo farei, ponendomi al di sopra di questi pettegolezzi da bar interno del ministero), ma solo mettere in fila fonti e fatti.

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Il contesto.

Da tempo volevo scrivere una cosa, e sono stato tentato di farlo anche molto di recente, su questo post a proposito di Coase e Williamson: i premi Nobel istituiti da Alfred Nobel, inventore della dinamite, nel suo testamento e conferiti dal 1901, sono 5: quelli per la pace, la letteratura, la chimica, la medicina e la fisica. Quello per l’economia non è un premio istituito da Alfred Nobel, ma è stato istituito e conferito dalla Banca di Svezia a partire dal 1969 (nel 300° anniversario dalla fondazione) e denominato Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel (in svedese Sveriges Riksbanks pris i ekonomisk vetenskap till Alfred Nobels minne), con il chiaro intento di giocare un po’ sul facile equivoco. Ciò non toglie che il premio sia molto prestigioso.

Krugman è un neo-keynesiano in economia e un democratico in politica. È un polemista abile e tagliente. Oltre a essere un editorialista del New York Times, tiene sul sito del quotidiano un blog intitolato The Conscience of a Liberal: è sul blog che il 30 aprile 2013 (quasi 10 mesi fa) ha criticato Padoan in quanto Chief Economist dell’OECD.

Ma poi – e nessuno, mi pare, se ne è accorto finora – è tornato sul tema l’altroieri, 21 febbraio 2014, attaccando l’istituzione e non il suo Chief Economist.

E adesso godetevi gli articoli, che sono più testimonianza della brillantezza di Krugman che delle supposte pecche di Padoan.

L’articolo dell’anno scorso (30 aprile 2013).

The Beatings Must Continue

Sometimes economists in official positions give bad advice; sometimes they give very, very bad advice; and sometimes they work at the OECD.
It’s almost exactly three years since the Paris-based OECD gave what may have been the worst advice of any major international organization — worse than the European Commission, worse than the ECB. Not only did it join in the demand for fiscal austerity, it also demanded that the US start raising interest rates rapidly, so as to head off the threat of inflation — even though its own models showed no such threat.
So here we are three years later. No inflation takeoff in America (and the Fed trying to find ways to boost demand at a zero rate); austerity economics has crashed and burned; the latest numbers from Eurostat look like this:
And what is the OECD’s chief economist (still the same person) saying?

The euro zone is at risk of snatching defeat from the jaws of victory by abandoning efforts to cut budget deficits and fix long-standing economic problems, the Organization for Economic Cooperation and Development‘s chief economist warned Monday.

Mr. Padoan said the growing perception that austerity has been futile is incorrect.
“Fiscal consolidation is producing results, the pain is producing results,” he said.
He added that euro-zone policy makers need to do a better job of communicating their successes to a weary population.

I believe that’s eurospeak for “the beatings will continue until morale improves.”

L’articolo dell’altro ieri (21 febbraio 2014).

Structural Reform is the Last Refuge of Scoundrels

OK, let’s be clear: I’m in favor of structural reform (as long as it’s the right kind of reform). I’m also in favor of peace, kindness, and good coffee for everyone.
But when I see influential people calling for structural reform as the universal answer to all economic problems, I get angry.
Hence my morning ire at the OECD.
Some background: the OECD is definitely one of the bad guys of this crisis. Back in 2010, it not only enthusiastically endorsed fiscal austerity, it demanded sharply higher interest rates too. When austerity and inadequate monetary stimulus led Europe to an economic performance now in line with that of the 1930s, the OECD warned vociferously against any change in course.
Now, with growth terrible and disinflation-heading-toward-deflation a real threat — largely thanks to the tight fiscal and inadequate monetary policies the OECD cheered on — the OECD warns that things don’t look good. And the answer is … structural reform!
I’m sorry: This may sound serious, but it’s intellectually lazy and cowardly.

I 12 mesi: Guccini, Schifanoia, Zavattini

In rigoroso ordine alfabetico nel titolo, ma in ordine cronologico nel post.

* * *

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Le palle di Galileo e la rivincita di Aristotele

Nell’archivio della mia memoria (è soltanto un modo di dire: lo so che la nostra memoria non funziona come un archivio) c’è una vivida immagine mentale: quella di Galileo Galilei che, dalla cima della torre pendente di Pisa, lascia cadere due oggetti di peso diverso per dimostrare che raggiungono il suolo contemporaneamente. Contrariamente a quanto pensava Aristotele, che era convinto che il più pesante toccasse terra per primo. A me questa storia l’hanno insegnata a scuola e non dubito che molti di voi abbiano la stessa memoria.

C’è anche un quadro, esposto a Palazzo Pitti a Firenze, che commemora l’evento:

L. Catani, “Galileo effettua alla presenza del Granduca l’esperimento della caduta dei gravi dalla torre di Pisa”, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, Firenze. © Istituto e Museo di Storia della Scienza / Eurofoto. Fonte: vitruvio.imss.fi.it/foto

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Il senso di Montecristo per la scienza

Sto leggendo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, romanzo celebrato e prototipo del page turner, ma anche soffitta piena di stracci e di tesori, che la tira insopportabilmente per le lunghe, trionfo della divagazione più o meno a sproposito (lo dice anche Umberto Eco, ricordandoci che l’autore era pagato un tanto a rigo).

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Tra le divagazioni ho trovato anche questa opinione sul contributo della scienza alla società che, secondo me, la dice lunga sul posto che essa aveva nel fatuo bel mondo parigino dei tempi di Luigi Filippo:

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Somiglianze di famiglia o soltanto coincidenze? Donovan, Guccini e i Procol Harum

Delle somiglianze di famiglia (Familienähnlichkeiten) nell’accezione wittgensteiniana abbiamo già parlato seriosamente qui.

Adesso ne parliamo giocosamente, senza sapere se le somiglianze siano casuali, oppure implichino un plagio e semplicemente una “suggestione” più o meno inconscia, o se discendano da una radice letteraria comune …

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Cominciamo ascoltando con  attenzione.

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