Astratto

“Ottenuto per astrazione, privo di contatti con la realtà: parole astratte, concetti astratti, ragionamento astratto” (De Mauro online). Dal latino ab-tràhere (distaccare: tràhere “tirare” e ab “via, da”).

Spesso – e la definizione del dizionario lo conferma – associamo il concetto di “astratto” a quello di “difficile sotto il profilo intellettuale”, oltre che di “lontano dalla realtà”. Ma è proprio il contrario. L’astrazione è una strategia di semplificazione. Consiste nello scegliere accuratamente di quali elementi del reale possiamo fare a meno, quali dettagli siano irrilevanti, in modo da ottenere una descrizione più compatta.

Qualche cortocircuito (sì, lo so che qualcuno di voi non gradisce questo tipo di post – perché troppo “astratto”! – ma io sono fatto così e questo è un mio spazio di libertà espressiva, o no?):

  • Dettagli irrilevanti: vedi il Ministro de L’agente segreto di Conrad.
  • Rilevanza: “Il fatto, la caratteristica di essere rilevante, cioè di notevole importanza o anche gravità, soprattutto riguardo a determinati fini” (Vocabolario Treccani). “L’essere rilevante, l’essere dotato di influenza ai fini della risoluzione di una questione” (De Mauro online). È un concetto elusivo, ma mi sembra centrale il riferimento a una strategia di problem solving. La rilevanza è funzione di un obiettivo (goal dependent): un elemento (oggetto o proposizione) è rilevante per un obiettivo se e solo se è essenziale all’interno di un piano per conseguirlo.
  • Modello: “Un modello astratto (o concettuale) è una costruzione teorica che rappresenta processi fisici, biologici o sociali, con un insieme di variabili e un insieme di relazioni logiche e quantitative tra loro” (Vocabolario Treccani). In questa accezione, il modello consente di ragionare all’interno di uno schema logico astratto e semplificato:
    • Astratto (idealizzato) perché il modello può formulare ipotesi esplicite di cui è noto che – a un certo livello di dettaglio – sono false.
    • Semplificato perché ciò consente di pervenire a soluzioni ragionevolmente accurate, trascurando la complessità implicita nel grande numero di variabili e attori del processo modellizzato.
  • Make everything as simple as possible, but not simpler” (affermazione attribuita ad Albert Einstein).
  • Ovviamente, anche satisficing!

Satisficing

Satisficing è una parola inventata da Herbert Simon (che, tra l’altro, ha vinto un Nobel per l’economia nel 1978), come composto di satisfy (soddisfare) e suffice (essere sufficiente).

Simon ha introdotto il concetto in Administrative Behavior (New York: MacMillan. 1947 – trad. it. Il comportamento amministrativo. Bologna: Il Mulino. 1967):

Administrative theory is peculiarly the theory of intended and bounded rationality – of the behavior of human beings who satisfice because they have not the wits to maximize. […] Whereas the economic man supposedly maximizes – selects the best alternative from among all those available to him – his cousin, the administrator, satisfices – looks for a course of action that is satisfactory or “good enough”. […] Economic man purports to deal with the “real world” in all its complexity. The administrator recognizes that the perceived world is a drastically simplified model of the buzzing, blooming confusion that constitutes the real world. The administrator treats situations as only loosely connected with each other – most of the facts of the real world have no great relevance to any single situation and the most significant chains of causes and consequences are short and simple. One can leave out of account those aspects of reality – and that means most aspects – that appear irrelevant at a given time. Administrators (and everyone else, for that matter) take into account just a few of the factors of the situation regarded as most relevant and crucial. In particular, they deal with one or a few problems at a time, because the limits on attention simply don’t permit everything to be attended to at once.
Because administrators satisfice rather than maximize, they can choose without first examining all possible behavior alternatives and without ascertaining that these are in fact all the alternatives. Because they treat the world as rather empty and they treat the interrelatedness of all things (so stupefying to thought and action), they can make their decisions with relatively simple rules of thumb that do not make impossible demands upon their capacity for thought. Simplification may lead to error, but there is no realistic alternative in the face of the limits on human knowledge and reasoning (pp. 118-119).

Alcune considerazioni:

  • Stiamo parlando della tesi di dottorato di un Simon trentenne!
  • La parola satisfice è entrata nell’Oxford English Dictionary (non ho idea di come sia stata tradotta in italiano).
  • È curioso che satis (da cui deriva satis-facere, e dunque sia l’italiano soddisfare sia l’inglese satisfy) significhi “essere sufficiente” – e quindi la stessa cosa di suffice: quindi la parola è composta di due termini che in origine volevano dire la stessa cosa! Ma in realtà soddisfare (e satisfy) non significano più “essere sufficiente”, ma “appagare”, e dunque la distinzione di Simon regge. D’altra parte, satis è una parola che ha fatto molta strada, arrivando al francese assez (ad satis) e poi all’inglese asset.
  • Anche satisfice ha fatto molta strada. In cibernetica denota un’ottimizzazione in cui tutti i costi, compresi quelli del calcolo d’ottimizzazione stesso e quelli dell’acquisizione dell’informazione completa necessaria, sono stati presi in considerazione. In teoria delle decisioni, fa riferimento a una strategia in cui la ricerca viene interrotta quando è individuata la prima opzione che soddisfa i requisiti (piuttosto che la migliore).
  • Attiro infine la vostra attenzione su un aspetto che è toccato nella lunga citazione riportata sopra ed è ancora più chiaro in quella che segue: “What information consumes is rather obvious: it consumes the attention of its recipients. Hence a wealth of information creates a poverty of attention, and a need to allocate that attention efficiently among the overabundance of information sources that might consume it” (Computers, Communications and the Public Interest, pp. 40-41 – questa considerazione, del 1971, mi sembra oggi profetica!).

Antonioni e la musica

In Blow-up c’è una famosa apparizione degli Yardbirds: il brano si chiama Stroll On ed è una variante di The Train Kept-A-Rollin. Le due chitarre sono Jeff Beck e un giovanissimo Jimmy Page.

Obituary: Michelangelo Antonioni e Ingmar Bergman

Mi sembra inopportuno commemorare con le parole due maestri del cinema; meglio lasciar parlare le immagini.

Mi limito a ricordare (soprattutto a me stesso, perché non penso che la cosa possa interessare gli altri) l’importanza che questi autori hanno avuto nella mia formazione: Bergman, perché era un caposaldo dei cineforum, e specialmente di quelli cattolici che frequentavo io; Antonioni, perché è stato una pietra miliare del mio diventare adulto (ho visto Blow-up a Dublino nel 1967, in una versione ancora più censurata di quella che era circolata in Italia).

Scegliere è stato difficile.

30 luglio – In God We Trust

Il 30 luglio 1956, In God We Trust fu ufficialmente adottato come motto nazionale degli Stati Uniti. In precedenza, veniva utilizzato E pluribus unum, votato dal Congresso nel 1782 come sigillo nazionale (e non, strettamente, come motto). La frase In God We Trust compariva già sulle monete statunitensi dal tempo della Guerra di secessione.

Io – ma ve lo potevate immaginare – trovo la frase vagamente inquietante. Per quanto sappia che è irrazionale, e che il significato è diverso, mi ricorda il Gott mit Uns dei nazisti. Anche molti credenti, tra cui il presidente americano Theodore Roosevelt, ritengono che dio vada lasciato fuori dalle questioni politiche umane.

Forse il miglior commento è questo:

Sotto i venti di Nettuno

Vargas, Fred (2004). Sotto i venti di Nettuno (Sous les vents de Neptune). Torino: Einaudi. 2005.

Anzitutto devo spiegare perché la prima categoria di questo post è Cortocircuiti e Recensioni viene per seconda. Tre coincidenze, che possono sorprendere l’uomo della strada, ma non lo statistico che è in me (ma questa è tutta un’altra storia…):

  1. Nel romanzo, in parte ambientato in Canada, si parla in più occasioni delle “bernacle” (bernàcla, secondo il De Mauro online, è l'”oca colombaccio”; il Vocabolario Treccani dà invece “bernìcla” – latino scientifico bernicla, dal francese bernicle, a sua volta dal bretone bernic, “oca”, che denota “un crostaceo, la lèpade, dal quale la credenza popolare riteneva che nascessero le oche” – “genere di uccelli della famiglia anatidi, sinonimo di branta“). Non mi chiederò qui se l’autrice non intendesse parlare della Branta canadensis piuttosto che della Branta bernicla, perché sarebbe troppo anche per la mia pignoleria. Ma ormai voi, affezionati lettori, scarsi di numero ma non certo d’intuito, avrete capito che per la seconda volta in pochi giorni incrociamo le percebes o barnacles o lepadi, prelibatezze galiziane.
  2. Nella narrazione torna un paio di volte, in posizione importante anche se non decisiva (non vi sto rovinando il giallo), alcuni versi di Victor Hugo (è da una poesia, Booz endormi, che fa riferimento a un episodio oscuro e abbastanza ittilevante della Bibbia, dal Libro di Ruth, che serve essenzialmente a stabilire che questo vecchio Booz di Betlemme e la giovane moabita Ruth erano i bisnonni di Davide):
    Quel dieu, quel moissonneur de l’éternel été,
    Avait, en s’en allant, négligemment jeté
    Cette faucille d’or dans le champ des étoiles.
    Provo a tradurre:
    Quel dio, quel mietitore dell’eterna estate,
    aveva, allontanandosi, negligentemente gettato
    quel falcetto d’oro nel campo delle stelle.

    Il campo delle stelle, Santiago de Compostela, La via lattea: tutto si tiene…
  3. Adamsberg viene più volte definito e poi si autodefinisce “spalatore di nuvole”. Vi confesso, io che di mestiere faccio più umilmente lo “spalatore di letame” (per tenersi sul lato sicuro dell’eufemismo), ma che aspiro – come avrete intuito – a spalar nuvole o quanto meno a soffiarle qua e là, mi approprio ufficialmente dell’epiteto per me medesimo personalmente.

Adesso la recensione vera e propria.

Riassunto delle puntate precedenti. Sono al 5° romanzo della Vargas, tutti recensiti su questo sito: L’uomo a rovescio, Chi è morto alzi la mano, Io sono il Tenebroso (dove ho riportato anche una cronologia delle opere della Vargas, tradotte e non tradotte in italiano) e Parti in fretta e non tornare.

Qui la traduzione è nuovamente di Yasmina Melaouah, e si sente! Quanto è brava! Tra l’altro, è importantissimo, perché il romanzo ha un divertente risvolto linguistico legato alla trasferta in Canada, e la Melaouah deve rendere le bizzarrie del quebechese in italiano, e secondo me ci riesce benissimo (cfr. Capitolo XVII).

I manierismi dell’autrice cominciano ad affiorare, e qualche fastidio me lo suscitano. A volte, la tiriamo un po’ per le lunghe. Soprattutto si va perdendo un po’ quella ordinarietà del delitto che mi era tanto piaciuta nelle prime prove. Probabilmente è difficile tenere tutto insieme: l’approfondimento dei personaggi, la caratterizzazione di quelli nuovi, una storia plausibile, l’effetto sorpresa, le sotto-storie, le battute divertenti, l’erudizione…

Mi è piaciuta la sensibilità femminile alla “bellezza” non convenzionale di Violette Retancourt, di cui sono perdutamente innamorato.

Baruccabbà

Scrivevo nel post precedente (Brouhaha) che non ho trovato la parola baruccabbà su nessun dizionario. Però l’ho trovata in un celebre sonetto di Giuseppe Gioachino Belli (Tutti i sonetti romaneschi, n. 1510), in cui il poeta sembra scagionare gli ebrei dall’accusa di deicidio, con un’argomentazione simile a quella del vangelo apocrifo di Giuda, recentemente tornato alla ribalta.

Le scuse de Ghetto

In questo io penzo come penzi tu:
io l’odio li ggiudii peggio de te;
perché nun zò ccattolichi, e pperché
messeno in crosce er Redentor Gesú.

Chi aripescassi poi dar tett’in giú
drento a la lègge vecchia de Mosè,
disce l’ebbreo che cquarche ccosa sc’è
ppe scusà le su’ dodisci tribbú.

Ddefatti, disce lui, Cristo partí
dda casa sua, e sse ne venne cqua
cco l’idea de quer zanto venardí.

Ddunque, seguita a ddí Bbaruccabbà,
subbito che llui venne pe mmorí,
cquarchiduno l’aveva da ammazzà.

6 aprile 1835

1 Misero.
2 Ripescasse.
3 Cioè: secondo le viste umane.
4 Subitoché: postoché.
5 Qualcuno.

Brouhaha

È – in inglese e francese – il clamore di una folla, in reazione a un’affermazione dell’oratore.

Per me è una parola famosa per questo brano dei King Crimson, Elephant Talk.

Ci sono molte versioni sull'origine della parola (anche se sembra uno scherzo, è tutto vero: guardate Wikipedia e i link citati).

  • Secondo alcuni, in una farsa francese del 14° o 15° secolo, un prete travestito da diavolo cantava "Brou brou brou ha ha, brou ha ha!". Forse voleva imitare, onomatopeicamente, parole senza senso.
  • Ma forse, secondo altri (in particolare Walther von Wartburg), imitava (con implicazioni religiose fortemente antisemite) la formula cerimoniale ebraica barukh habba, che significa "benvenuto" o, meglio, "benedetto colui che viene", una frase che compare nel libro dei salmi (e per la verità, tradotta, anche nel Sanctus della messa cattolica) ed è molto frequente nelle preghiere recitate in sinagoga, nei matrimoni ebraici e come formula di saluto.
  • A sostegno di questa tesi, viene portata la parola italiana (o del vernacolo aretino) baruccabba, che significherebbe "confusione". Ma è parola che non ho trovato su alcun dizionario.
  • Altri citano a sostegno (ma non riesco a capire l'argomentazione) un'altra parola ebraica passata in inglese, tohubohu, che in inglese significa "caos, confusione" e nella Genesi "vuoto e desolazione".
  • Per altri ancora, una deformazione di "Bravo!"
  • Certo che bruit in francese vuol dire rumore...

Non mi convince nessuno. Meglio i King Crimson: ecco un'altra versione.

20 luglio – L’uomo sulla luna

Il 20 luglio 1969 i primi uomini calcarono il suolo lunare (veramente, per noi europei, erano le prime ore del mattino del 21).

Chi all’epoca era troppo piccolo o non era ancora nato non può capire, penso, come ci sembrasse storica quella data. Ero convinto, e molti altri miei coetanei con me, che nel 2000 i viaggi spaziali sarebbero stati ordinari come allora i viaggi aerei e che probabilmente avrei festeggiato i miei 50 anni con una gita sulla Luna o su Marte.

Molti restarono alzati tutta notte. In Italia, la telecronaca (anche i collegamenti in mondovisione erano una cosa recente – il primo era stato quello del giugno 1967, quando i Beatles cantarono All you Need is Love dal vivo) fu condotta dai leggendari Tito Stagno (in studio) e Ruggero Orlando (dall’America). Io ero a Dublino e la seguii sulla tv irlandese.

Sapevo tutto sulla Luna – sapevamo tutto, dovrei dire, perché la copertura mediatica fu massiccia: la polvere, la gravità pari a 1/6 di quella terrestre per cui gli astronauti procedevano a balzelloni, il ritardo di circa un secondo nelle conversazioni (384.000 km sono tanti anche alla velocità della luce). Qualche anno dopo feci la fila (alla Fiera di Milano, mi pare) per vedere i sassi portati dalla Luna da Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Dopo un po’ lo spazio passò di moda. Adesso è di moda dire che lo sbarco sulla Luna non avvenne mai.

Si stima che allo sbarco assistettero 500.000.000 di persone. Armstrong e Aldrin scesero con il modulo lunare Eagle, mentre quel poveraccio di Michael Collins restava in orbita lunare nella capsula (la quintessenza della sfiga: 384.000 km per niente!). Armstrong, che era il comandante, uscì per primo e disse la storica frase: “That’s one small step for a man, one giant leap for mankind“. Chissà quanto se l’era studiata e preparata, ma sbagliò lo stesso e disse invece “That’s one small step for man, one giant leap for mankind“. Poi piantarono la bandiera americana (d’alluminio, perché altrimenti sarebbe rimasta moscia, data l’assenza di atmosfera e dunque di vento) e Aldrin si fece fotografare mentre la salutava militarmente (Armstrong era un civile). Infine lasciarono una placca firmata da Nixon (bella traccia lasciata ai posteri e agli extraterrestri!).

“We came in peace for all mankind”: alla fine degli anni 60 ci credevamo.

Fricassea

Un gustoso piatto piatto di carne, fatta a pezzi, fritta e ripassata in salsa.

Composto di due parole latine, frigĕre (friggere) e quassare (scuotere, fare a pezzi). Anticamente, le parole coprivano una gamma di significati che ora consideriamo opposti: fortuna in latino significa sia “fortuna” che “sfiga”, e così un fortunale è un evento meteorologico estremo non esattamente fortunato. La radice di frigĕre è la stessa di frigidus; allo stesso modo, in inglese, cold è “freddo” ma to scald significa “scottare”.

Quando il primo giorno che ho messo gli sci, 11 febbraio 1970, mi sono rotto scompostamente e in più pezzi tibia e perone sinistri, il radiologo ha efficacemente definito il mio tipo di frattura “fricassea”.