Deportee

Nel mio piccolo, anch’io…

wikimedia.org/wikipedia/commons

Bob Dylan e Joan Baez, live, nel tour Rolling Thunder Revue (1976). Il video non c’è più su YouTube, ma lo trovate qui.

PLANE WRECK AT LOS GATOS (DEPORTEE)
Words by Woody Guthrie – Music by Martin Hoffman

The crops are all in and the peaches are rott’ning
The oranges piled in their creosote dumps
They’re flying ‘em back to the Mexican border
To pay all their money to wade back again

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

My father’s own father he waded that river
They took all the money he made in his life
Six hundred miles to that Mexican border
They chase us like outlaws like rustlers like thieves

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

The skyplane caught fire over Los Gatos Canyon
A fireball of lightning and shook all our hills
Who are all these friends all scattered like dry leaves
The radio says “They are just Deportees”

Is this the best way we can grow our big orchards
Is this the best way we can grow our good fruit
To fall like dry leaves to rot on my topsoil
And be called by no name except “Deportees”

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

Però c’è la bellissima versione che canto Bruce Springteen vent’anni dopo, nel 1996, in occasione della proclamazione dell’inserimento di Woody Guthrie nella Rock & Roll Hall Of Fame. La storia la racconta Andrea Falcone, che ha postato il brano su YouTube.

Nel 1996 Woody Guthrie venne accolto nella “Rock & Roll Hall Of Fame” e la sera della proclamazione, alla “Severance Hall” di Cleveland, alcuni grandi artisti suoi discepoli gli resero omaggio e accertarono la sua influenza a trent’anni ormai dalla morte. Fu un bellissimo show, con musicisti di varie e lontane generazioni: da Ramblin’ Jack Elliott che già negli anni Cinquanta agognava al ruolo di “figlio putativo di Woody” al figlio reale, Arlo, dai vecchi fan country Joe McDonald e Bruce Springsteen, a più giovani aficionados come Ani DiFranco e Dave Pirner, il leader dei “Soul Asylum”. Nel 2000, cioè quattro anni dopo, quel memorabile show esce dai cassetti e dalla circoscritta esperienza dei duemila spettatori e diventa disco, grazie all’amore e alla tenacia di Ani DiFranco e della sua etichetta “Righteous Baby”. Il CD si titola ” ‘Til We Outnumber ‘Em ” (e ha come sottotitolo “The Song Of Woody Guthrie”), vede l’interpretazione stupenda di Ani DiFranco in “Do Re Mi” e quella di Springsteen in “Plane Wreck At Los Gatos – Deportee” che vi propongo. Lo Springsteen che sceglie questa canzone è lo stesso che di lì a poco, in “The Ghost Of Tom Joad”, racconterà nella “trilogia del confine” storie analoghe dei tempi nostri, di immigrati messicani clandestini e ammazzati in California.

Los Gatos è uno di quei posti sperduti in fondo alla California che Jack Kerouac nomina di sfuggita senza fermarsi in “On The Road”, ma che per Woody Guthrie era carico di significato, perchè qui un aereo carico di braccianti messicani stagionali rispediti a casa a fine raccolto, precipitò uccidendoli tutti, e la radio commentò che in fondo erano “Just Deportees”, nient’altro che clandestini senza permesso di soggiorno, giustamente rispediti a casa loro quando non servivano più. E fu proprio durante gli anni Quaranta, il decennio più attivo per Guthrie, che scrisse “Plane Wreck At Los Gatos – Deportees” : è la voglia di Guthrie di affrontare temi difficile, la voglia di gridare la rabbia, il dolore. La voglia di essere la voce dei più deboli. Lui che veniva dalla campagna e dalla sua durezza e che aveva vissuto i picchetti degli operai, il crumiraggio, le angherie e la violenza dei padroni e dei proprietari terrieri, volle diventare il cantore, il testimone, dei più indifesi. Cantò la povertà, l’emarginazione, la fame e usò sempre il linguaggio della gente più povera, il linguaggio che aveva imparato da giovane e poi nei suoi vagabondaggi con gli altri hobos. Raccontava frammenti di vita, istantanee, singole immagine come solo una canzone può fare. Gridando il dolore e la disperazione ma senza vere velleità politiche come invece molti pensarono. La sua era una protesta che nasceva dalla conoscenza e dal dolore e che soprattutto nella prima fase delle sue canzoni non aveva, non poteva avere, una linea politica organica. Fu una voce ruvida e una chitarra elementare e non sempre accordata. Questo era Woody Guthrie con il suo talkin’ blues a metà tra la tradizione bianca e la tradizione nera della musica, una strada tutta sua con al centro i testi, le parole. Mai sconfitto cantò l’orgoglio degli sconfitti.

Man-Erg

last.fm

Un brano che mi è sempre piaciuto smodatamente, da un album che mi è sempre piaciuto smodatamente, di un gruppo che mi è sempre piaciuto smodatamente…

Riemerso oggi dal profondo della memoria e da un’imponente collezione musicale.

Quegli uccellacci stridenti al 3° minuto! Il video è costruito su Un Chien Andalou di Luis Buñuel.

The killer lives inside me: yes, I can feel him move.
Sometimes he’s lightly sleeping in the quiet of his room
but then his eyes
will rise and stare through mine;
he’ll speak my words and slice my mind inside…
Yes the killer lives.

The angels live inside me: I can feel them smile.
Their presence strokes and soothes the tempest in my mind;
And their love
can heal the wounds that I have wrought,
They watch me as I go to fall – well, I know I shall be caught
While the angels live.

How can I be free?
How can I get help?
Am I really me?
Am I someone else?

But stalking in my cloisters hang the acolytes of gloom
and Death’s Head throws his cloak into the corner of my room
and I am doomed
But laughing in my courtyard play the pranksters of my youth
and solemn, waiting old man in the gables of the roof –
he tells me truth…

I, too, live inside me and very often don’t know who I am;
I know I’m not a hero – well, I hope that I’m not damned.
I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators, saviours, refugees in war and peace
as long as man lives…

I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators,
Saviours,
Refugees.

E come ho fatto a perdermi il concerto di Roma del 4 aprile 2011?

Obituary: Kevin Ayers

Kevin Ayers se n’è andato un’altra volta, verrebbe da dire. Come se n’era andato dai Soft Machine, dopo averli fondati. Come se n’era andato dalla scena di Canterbury, dopo averla fecondata (anche in senso letterale: il leggendario concerto del 1° giugno 1974 al Rainbow Theatre di Londra – che vedeva insieme sulla scena Kevin Ayers, Mike Oldfield, Nico, Brian Eno e John Cale – fu messo in forse quando quest’ultimo, la notte della vigilia, beccò la moglie che scopava con il nostro bel Kevin).

Kevin Ayers nel 1974 / wikimedia.org/wikipedia/commons

Kevin Ayers era il più scanzonato, lunare, autenticamente hippie e disimpegnato dei Soft Machine e della colonia di Canterbury. Non so se davvero sia morto solo e triste come lo immagina Marinella Venegoni su La stampa del 22 febbraio 2013:

Addio triste e solitario a Kevin Ayers
Fondò i Soft Machine e scappò subito

Kevin Ayers doveva proprio amare la vita fuorimano. La notizia della sua morte a 68 anni, il 18 scorso a Montolieu in Linguadoca, villaggio di neanche mille anime, ci ha messo qualche giorno a uscire dalle campagne francesi, e l’ha dovuta dare il sindaco perché Kevin viveva lì da 15 anni da solo, in modo anche misterioso e precario, ed evidentemente le sue tre figlie lo cercavano poco. Gli abitanti se lo ricordano perché spesso suonava la chitarra al caffè, così per sport.
Accanto al letto hanno trovato, dice già la leggenda, un foglio con su scritto «You can’t shine if you don’t burn», non puoi brillare se non bruci. Kevin, polistrumentista e compositore, membro fondatore dei leggendari Soft Machine, aveva molto brillato, e molto si era bruciato nei modi più appropriati alla distruzione, in quella generazione di fenomeni che ha prodotto grandissimi musicisti e moltissime morti premature.
Amava la vita fuorimano, Ayers. Era stato a casa sua, nel 1973, durante un party ad Aylesbury nelle natia Inghilterra, che il socio co-fondatore e amicone Robert Wyatt era caduto giù dalla finestra (o si era buttato, secondo altre versioni), fatto come un’acciuga al sale, rimediando una paralisi permanente agli arti inferiori.
I Soft Machine si erano chiamati così ispirandosi a un libro di Williams Borroughs, che aveva pure concesso l’uso del nome. Si rivelarono subito una band seminale della psichedelia nella cosiddetta scena di Canterbury. Sbarcarono a Londra nei tardi ‘60 e fecero faville: si metta su da You Tube una qualunque «Dim Dam Dom» del ‘67 o un live dell’Ufo Club dove stazionarono a lungo, per avere una piccola, immediata idea di cosa si parla. Pop, jazz, rumoristica, improvvisazione ribalda.
Nella Swinging London dell’epoca, Ayers stringe amicizia con Syd Barrett e con Jimi Hendrix che lo convince a comporre, e sarà con lui che i Soft faranno la prima tournée Usa, dove registreranno il primo album. Ma Ayers non ama la caccia alla fama e al denaro, abbandona subito e inizia una carriera solista all’insegna dell’eclettismo, incidendo 17 album a partire dal fulminante «Joy of a Toy». La stima nei suoi confronti è alta, collaborerà con Brian Eno, Phil Manzanera e naturalmente Nico dei Velvet. In mezzo, pause e disperazioni con droghe pesantissime, e un’irrequietezza che lo porta poi da Ibiza a Montolieu. L’ultimo album è del 2007, «The Unfairground», con la collaborazione di gente della nuova scena musicale, dai Teenage Fanclub ai Neutral Milk Hotel.

lastampa.it/

Io non riesco a immaginarlo, un Kevin Ayers disperato. Solitario sì, melanconico come nella foto qui sopra sì, disperato no, nonostante canzoni come Song from the Bottom of a Well:

This is a song from the bottom of a well
I didn’t move here, I just fell.
But I’m not complaining, I don’t even care
‘Cause if I’m not here, then it’s not there.

Lo immagino piuttosto irridente e devoto all’eterno femminino: «Let’s drink some wine and have a really good time». «What else?», gli risponderebbe quello della pubblicità. Mike Oldfield, giovanissimo e ben prima di Tubular Bells, fa il celeberrimo assolo di chitarra.

I’m looking ‘round madly
for something to find
That might give me a front
To put something, something behind.

Just bouncing this ball
Up and down the hall
But it’s full of best wishes
and suffocating fishes, and all.

So, let’s drink some wine
And have a good time.
But if you really want to come through
Let the good time, good time have you.
It’s what you’ve got to do.

You said it was foolish
for me to be sad;
But I’m very hungry, and you..
You’re very well fed,
You’re such a fat lady.

And I’m talking to you
just for something to do
‘Cause I’d much rather kiss you
But I know, I’m gonna miss you
Again and again, I know I’m gonna miss you.

So, let’s drink some wine, etc.

I sing to the island
That sings in your head
‘Cause I know you’d much rather be there
Be there instead.
I know you’d rather be there…

But you won’t find the answer
Even when the wind blows;
‘Cause the answer, my friend
is in front..
Right there in front of your nose
Everybody knows, it’s their nose.

So, let’s drink some wine, etc. (repeat)

S’io fossi Robert Wyatt (com’io sono e fui), dall’amico mi congederei così:

Open your window
lend an ear
and then
pull back the curtain
hurry
so you can hear

Listen to the
hum
as it rises
riding the breeze
leaving gravity’s children
agrounded

Onwards and upwards
that’s the way
ever on
beyond the highest plateau
that’s OK

There’s a reason why some people float
sometimes
are floored
God knows this reason
that’s what gods are for

Press on your window
feel the pane

Che cosa hanno in comune Bersani e Boris

Oltre alla B, rispettivamente del cognome e del nome, anche la B di Blasco.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Riprendo da ilPost di oggi 1° marzo 2013 l’articolo di Luigi Zagni Bersani e l’orgoglio:

Oggi il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, in un’intervista con Massimo Giannini di Repubblica, dice che gli insulti di Grillo a lui rivolti non lo “impressionano”. Bersani è noto da tempo per la sua passione per Vasco Rossi.

Ma se Grillo le risponde picche, e le ripete che lei è un “morto che cammina” che si fa?
«Mi aspettavo che Grillo rispondesse così. Ma sbaglia di grosso, se pensa di aver davanti uno che si impressiona. A Grillo voglio solo dire che accolgo il suggerimento di Vasco Rossi: “fottitene dell’orgoglio”»

La canzone di Vasco Rossi cui Bersani cita un verso è Giocala ed era nell’album Bollicine, del 1983. Confesso di saperne quasi a memoria le parole e di averla usata come un mantra in più di un momento difficile. Ma vedi tè, direbbe Vasco.

Che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirgli cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
si chiama orgoglio
quello che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala
giocala…giocala…giocala

ma c’è qualcosa che ti frena
certo è il tuo orgoglio
che ti frena
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
prendila…prendila…prendila
prendila…prendila…prendila
prendila

che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirmi cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
è sempre il solito orgoglio
che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala…
prendila…prendila…prendila…
prendila

Camminando e cantando – Sergio Endrigo

Stamattina (24 febbraio 2013) dagli abissi di iMatch è emersa questa canzone, che ricordavo a stento e di cui non avevo forse mai ascoltato con attenzione le parole. Mi è sembrato un piccolo viatico per le giornate elettorali e, con il medesimo spirito, la ripropongo a voi.

Camminando e cantando la stessa canzone
Siamo tutti uguali chi è d’accordo e chi no
Nelle fabbriche, a scuola, nei campi, in città
Camminando e cantando la stessa canzone

Fa chi vuole fare e chi vuole andare va
Chi è stanco di aspettare una strada troverà
Fa chi vuole fare e chi vuol sapere sa
Che la speranza è un fiore ma frutti non ne dà

Il soldato armato, amato o no
Con in mano il fucile non sa cosa fa
In caserma si insegna una antica lezione
Di morir per il re e non sapere perché

Fa chi vuole fare e chi vuole andare va
Chi è stanco di aspettare una strada troverà
Fa chi vuole fare e chi vuol sapere sa
Che la speranza è un fiore ma frutti non ne dà

Nelle fabbriche, a scuola, nei campi, in città
Siamo tutti soldati armati o no
Camminando e cantando la stessa canzone
Siamo tutti uguali chi è d’accordo e chi no

Nella mente l’amore e negli occhi la gioia
La certezza nel cuore, nelle mani la storia
Camminando e cantando la stessa canzone
Imparando e insegnando una nuova lezione

Fa chi vuole fare e chi vuole andare va
Chi è stanco di aspettare una strada troverà
Fa chi vuole fare e chi vuol sapere sa
Che la speranza è un fiore ma frutti non ne dà

Era il 1968 ed Endrigo (che sotto l’aria timida e mesta era un coraggioso) la presentò a Canzonissima, la trasmissione del sabato sera legata alla Lotteria di Capodanno. Ne aveva scritto lui il testo italiano, traducendo la canzone di Geraldo Vandrè, come lui stesso raccontò:

Geraldo Vandrè è un cantante brasiliano di cui avevo ascoltato in Brasile la canzone, Pra Nâo Dizer Nâo Falei Das Flôres, che mi era piaciuta molto. Ne tradussi il testo in italiano intitolandola Camminando e cantando. La presentai a Canzonissima ’68, dove ero sicuro di passare il primo e il secondo turno, ma sapevo benissimo che non sarei mai riuscito a passare anche il terzo, per cui a quel punto scelsi di cantare una cosa che piaceva a me. Non cercavo la canzone facile ed orecchiabile e preferii usare quella possibilità per dare spazio a canzoni un po’ più difficili. [Sergio Endrigo. La Voce Dell’Uomo. Edizioni Associate. 2002]

Caminhando e cantando e seguindo a canção
Somos todos iguais braços dados ou não
Nas escolas, nas ruas, campos, construções
Caminhando e cantando e seguindo a canção

Vem, vamos embora que esperar não é saber
Quem sabe faz a hora não espera acontecer
Vem, vamos embora que esperar não é saber
Quem sabe faz a hora não espera acontecer

Pelos campos a fome em grandes plantações
Pelas ruas marchando indecisos cordões
Ainda fazem da flor seu mais forte refrão
E acreditam nas flores vencendo o canhão

Há soldados armados, amados ou não
Quase todos perdidos de armas na mão
Nos quarteis lhes ensinam uma antiga lição
De morrer pela pátria e viver sem razão

Nas escolas, nas ruas, campos, construções
Somos todos soldados armados ou não
Caminhando e cantando e seguindo a canção
Somos todos iguais braços dados ou não

Os amores na mente, as flores no chão
A certeza na frente, a historia na mão
Caminhando e cantando e seguindo a canção
Aprendendo e ensinando uma nova lição

La lugubre gondola

Ormai dovrebbero saperlo anche i sassi: nel 2013 si celebra il duecentesimo anniversario della nascita di Giuseppe Verdi (nato il 10 ottobre 1813) e dui Richard Wagner (22 maggio). Wagner è stato onorato (tra l’altro) con l’inaugurazione della stagione scaligera 2012-2013, aperta da un Lohengrin con qualche polemica (più sulla regia che sul vulnus all’italianità). Verdi addirittura con l’apertura del Festival di Sanremo sulle note di Va, pensiero, sull’ali dorate: ecco, si temeva un festival dell’Unità e invece abbiamo subito avuto un’atmosfera da salsicciata celtica sul pratone di Pontida.

Ma non è di questo che volevo parlare. Verdi, certamente, ha battuto Wagner in longevità, arrivando ai rispettabili traguardi del nuovo secolo e della veneranda età di 87 anni compiuti (è morto il 27 gennaio 1901: non che sia una data che so a memoria, l’ho letta su Wikipedia). Wagner invece non ha nemmeno raggiunto i 70 anni, ed è morto a Venezia il 13 febbraio 1883. Eh, già: quindi ricorre oggi il centotrentesimo anniversario della sua morte.

Wagner in famiglia, 2 anni prima della morte / wikimedia.org/wikipedia/commons

Abbiamo già ricordato 5 anni fa, in questo post, che l’amico Franz Liszt aveva scritto alcuni brani (La lugubre gondola I e II, R.W. – Venezia), lamentando che su YouTube non ci fossero le interpretazioni di Maurizio Pollini, che le esegue di frequente. Fortunatamente, nel frattempo uno del pubblico è riuscito a catturare l’audio dell’interpretazione polliniana del 6 marzo 2012 al Southbank Centre di Londra:

Maurizio Pollini, piano
Fryderyk Chopin:
Fantasia in F minor, Op.49
Fryderyk Chopin: 2 Nocturnes, Op.62
Fryderyk Chopin: Polonaise-Fantaisie in A flat, Op.61
Fryderyk Chopin: Scherzo No.1 in B minor, Op.20
Interval
Franz Liszt: Nuages gris, S.199
Franz Liszt: Unstern! sinistre, disastro, S.208
Franz Liszt: La lugubre gondola for piano, S.200 (vers.1)
Franz Liszt: R.W. – Venezia, S.201
Franz Liszt: Sonata in B minor

As the great Italian pianist celebrates his 70th birthday in 2012 his unique artistic stature seems more widely acknowledged than ever. Pollini returns to Royal Festival Hall in a concert that follows last season’s celebrated series of five recitals.
In this classic programme Pollini takes on one of the iconic works of the Romantic repertoire – Liszt’s B minor sonata, alongside some other Liszt favourites. The Liszt throws new light on the music of his contemporary Chopin in the first half. In a recent interview Maestro Pollini said ‘Chopin is obviously a very strong lyrical composer; there is absolutely no doubt about it. But the dramatic element in his music is also very powerful and there are elements where you might look a little more deeply within his work.’
‘Pollini has few pianistic peers in the world today.’ (The Guardian)

Qui ascoltiamo i primi 4 brani della 2ª parte del recital:

Gabriele D’Annunzio, wagneriano convinto, racconta dei funerali nella scena finale de Il fuoco, in cui il suo alter ego Stelio Èffrena è uno dei 6 portatori del feretro:

Parve a Stelio di riconoscere presso la porta della sua casa, su la Fondamenta Sanudo, la figura di Daniele Glàuro.
— Ah, Stelio, t’aspettavo! — gli gridò nel turbine dei suoni la voce affannosa. — Riccardo Wagner è morto! [pos. Kindle 5574]

Il mondo pareva diminuito di valore.
Stelio Èffrena domandò alla vedova di Riccardo Wagner che ai due giovani Italiani i quali avevano trasportato una sera di novembre dal battello alla riva l’eroe svenuto, e a quattro loro compagni, fosse concesso l’onore di trasportare il feretro dalla stanza mortuaria alla barca e dalla barca al carro. Tanto fu concesso.
Era il 16 febbraio: era un’ora dopo il mezzogiorno. Stelio Èffrena, Daniele Glàuro, Francesco de Lizo, Baldassare Stampa, Fabio Molza e Antimo della Bella attendevano nell’atrio del palazzo. L’ultimo era giunto da Roma avendo ottenuto di condurre seco due artieri, addetti all’opera del Teatro d’Apollo, perché portassero al funerale i fasci dei lauri còlti sul Gianicolo.
Attendevano senza parlare e senza guardarsi, ciascuno essendo vinto dal palpito del suo proprio cuore. Non s’udiva se non uno sciacquio fievole su i gradini di quella grande porta che nelle candelabre degli stipiti recava scolpite le due parole: DOMVS PACIS.
L’uomo del remo, che era stato caro all’eroe, discese a chiamarli. Egli aveva gli occhi bruciati dalle lacrime sul viso maschio e fedele.
Stelio Èffrena andò innanzi; i compagni lo seguirono. Salita la scala, entrarono in una stanza bassa e poco illuminata ov’era un odore triste di balsami e di fiori. Attesero alcuni istanti. L’altra porta s’aprì. Entrarono a uno a uno nella stanza attigua. Tutti divennero pallidi, a uno a uno.
Il cadavere era là, chiuso nella cassa di cristallo; e accanto, in piedi, era la donna dal viso di neve. La seconda cassa, di metallo forbito, brillava sul pavimento aperta.
I sei portatori si disposero innanzi alla salma, aspettando un cenno. Altissimo era il silenzio, ed essi non battevano palpebra; ma un dolore impetuoso investiva le loro anime come una raffica e le squassava fin nelle radici profonde.
Tutti erano fissi all’eletto della Vita e della Morte. Un infinito sorriso illuminava la faccia dell’eroe prosteso: infinito e distante come l’iride dei ghiacciai, come il bagliore dei mari, come l’alone degli astri. Gli occhi non potevano sostenerlo; ma i cuori, con una meraviglia e con uno spavento che li faceva religiosi, credettero di ricevere la rivelazione di un segreto divino.
La donna dal viso di neve tentò un lieve gesto, rimanendo rigida nella sua attitudine come un simulacro.
Allora i sei compagni si mossero verso la salma; tesero le braccia, raccolsero il vigore. Stelio Èffrena ebbe il suo posto a capo e Daniele Glàuro l’ebbe a piede, come quel giorno. Sollevarono il peso concordi, a una voce sommessa del conduttore. Tutti ebbero negli occhi un barbaglio, come se a un tratto una zona di sole traversasse il cristallo. Baldassare Stampa ruppe in singhiozzi. Uno stesso nodo serrò tutte le gole. La cassa ondeggiò; poi calò; entrò nell’involucro di metallo come in un’armatura.
I sei compagni rimasero prostrati intorno. Esitarono, prima d’abbassare il coperchio, affascinati dall’infinito sorriso. Udendo un fruscio leggero, Stelio Èffrena alzò gli occhi: vide la faccia di neve inclinata sul cadavere, apparizione sovrumana dell’amore e del dolore. L’attimo fu eguale all’eternità. La donna scomparve.
Abbassato il coperchio, essi risollevarono il peso cresciuto. Lo trasportarono fuori della stanza, poi giù per la scala, con lentezza. Rapiti da un’angoscia sublime, nel metallo del feretro vedevano riflettersi i loro volti fraterni.
La barca funebre attendeva dinanzi alla porta. Su la cassa fu distesa la coltre. I sei compagni attesero a capo scoperto che la famiglia discendesse. Discese, insieme stretta. La vedova passò velata; ma lo splendore della sua sembianza era nella memoria dei testimoni per sempre.
Il corteo fu breve. La barca mortuaria andava innanzi; seguiva la vedova con i cari; poi seguiva il drappello giovenile. Il cielo era ingombro su la grande via d’acqua e di pietra. L’alto silenzio era degno di Colui che aveva trasformato in infinito canto per la religione degli uomini le forze dell’Universo.
Una torma di colombe, partendosi dai marmi degli Scalzi con un fremito balenante, volò sopra la bara a traverso il canale e inghirlandò la cupola verde di San Simeone.
All’approdo uno stuolo taciturno di devoti attendeva. Le larghe corone odoravano nell’aria cineree. S’udiva l’acqua sbattere sotto le prue ricurve.
I sei compagni tolsero il feretro dalla barca e lo portarono a spalla nel carro che era pronto su la via ferrata. I devoti appressandosi deposero le loro corone su la coltre. Nessuno parlava.
Allora s’avanzarono i due artieri con i loro fasci di lauri còlti sul Gianicolo.
Membruti e possenti, eletti tra i più forti e tra i più belli, parevano foggiati nell’antica impronta della stirpe romana. Erano gravi e tranquilli, con la libertà selvaggia dell’Agro nei loro occhi venati di sangue. I loro lineamenti risentiti, la fronte bassa, la chioma corta e crespa, le mascelle salde, il collo taurino, ricordavano i profili consolari. La loro attitudine scevra d’ogni ossequio servile li faceva degni del carico.
I sei compagni a gara, divenuti eguali nel fervore, prendendo i rami dai fasci li sparsero sul feretro dell’eroe.
Nobilissimi erano quei lauri latini, recisi nella selva del colle dove in tempi remoti scendevano le aquile a portare i presagi, dove in tempi recenti e pur favolosi tanto fiume di sangue versarono per la bellezza d’Italia i legionarii del Liberatore. Avevano i rami diritti robusti bruni, le foglie dure, fortemente innervate, con i margini aspri, verdi come il bronzo delle fontane, ricche d’un aroma trionfale.
E viaggiarono verso la collina bavara ancóra sopita nel gelo; mentre i tronchi insigni mettevano già i nuovi germogli nella luce di Roma, al romorio delle sorgenti nascoste. [5638-5664]

*Settignano di Desiderio:
li XIII di febbraio MDCCCC. [5683]

Mamma mia, che pesantezza. Liberiamoci delle greve atmosfera dannunziana con una lepidezza. Dissipiamo le nubi come nel temporale alla fine del Rheingold.

Wagner morì, pare, per attacco cardiaco. Ma in un universo parallelo, frutto probabilmente di un esperimento schrödingeriano ante litteram, Wagner morì forse di colera, come il Gustav von Aschenbach di Thomas Mann e Luchino Visconti. In quel mondo, il brano che Franz Liszt scrisse per commemorare il tragico evento si chiamava La lugubre vongola.

Otis Redding – (Sittin’ on) the Dock of the Bay

Secondo amazon.com (che me lo ha scritto nella sua newsletter mp3) oggi ricorrerebbe anche l’anniversario (il 45º in questo caso) della pubblicazione di questa bellissima canzone. Uso il condizionale perché Wikipedia si limita a dire che fu pubblicata nel gennaio del 1968.

Otis Redding l’aveva iniziata a scrivere a Sausalito in California nel giugno del 1967, mentre era (per l’appunto) su una barca ormeggiata. L’ha registrata il 6-7 dicembre 1967, pochi giorni prima dell’incidente aereo del 10 dicembre, nei pressi del Lago Monona, nei pressi di Madison nel Wisconsin, che ne causò la morte.

È una canzone bellissima e ogni scusa per ascoltarla è buona.

Perché ascoltare Dave Brubeck è un piacere

Scientific American pubblica un bell’articolo di Evelyn Lamb su Dave Brubeck, il pianista jazz morto il 5 dicembre 2012 (avrebbe compiuto 92 anni il giorno dopo) e Salon, bontà sua, ce lo ripropone (Dave Brubeck is good for your brain – Salon.com).

Vi invito a leggerlo per intero, anche se vi richiede qualche sforzo (è in inglese). Più sotto ve ne propongo un assaggio, e 2 video d’incoraggiamento.

Dave Brubeck

salon.com / Credit: AP/Kevin Wolf

Jazz legend Dave Brubeck died December 5, just one day before his 92nd birthday. The pianist and composer was an innovator, especially when it came to combining rhythms and meters in new ways. “He sort of tired of the traditional patterns of jazz,” says Patrick Langham, a saxophonist and faculty member of the Brubeck Institute at the University of the Pacific in Stockton, Calif.

Time Out, the hit 1959 album by the Dave Brubeck Quartet, was one of the first popular jazz works to explore meters beyond the traditional 4/4 and 3/4. (The first number, which is the top number of the time signature in sheet music, represents the number of beats in the measure, and the second number represents the note value that receives one beat. 4/4 means that there are four beats and a quarter note lasts for one beat, yielding four quarter notes in each measure.) “Take Five“ and “Blue Rondo a la Turk,” two of Brubeck’s most popular works, are both on Time Out.

[…]

Justin London is a professor of music at Carleton College in Minnesota who specializes in music perception and cognition, particularly with respect to musical meter. He says that Brubeck actually inspired much of his research into rhythm and meter. “I knew that it had a visceral, toe-tapping sense of beat and rhythm,” he says, “but according to most theories of rhythm and meter developed in recent decades, it couldn’t, given its uneven beat structure.”

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London says that Brubeck’s rhythms can play with the listener’s innate toe-tapping ability—the technical term is entrainment. “Whenever you start doing anything in rhythm the whole motor center of the brain starts lighting up.” He notes that musicians and nonmusicians do equally well on tests of this ability. It appears to be an innate skill, part of the way we interact socially. Asymmetrical meters may be appealing because they test people’s native entrainment ability and keep the brain more active while listening and performing. “The asymmetrical meters do make you work a little harder to make you stay along with them, and that’s part of their appeal, attraction and charm,” London says.

Take Five:

Blue Rondo a la Turk:

1Q84 e Lohengrin

Del mio amore per Richard Wagner in questo blog si trovano molti indizi, soltanto a volerli cercare. Solamente per fare un esempio, trovate qui un post di 5 anni fa, motivato da un’altra inaugurazione wagneriana della stagione scaligera, il memorabile Tristano e Isotta di Daniel Baremboim (direttore) e Patrice Chéreau (regista) con la grandissima (e bellissima e intensissima) Waltraud Meier.

Lohengrin

wikimedia.org/wikipedia/commons

Non avevo mai fai un coming out esplicito (in alcuni ambienti essere wagneriano è qualche cosa di un po’ vergognoso, don’t ask don’t tell, si cambia discorso immediatamente, con un filo d’imbarazzo, e tutti ripetono la battuta di Woody Allen sull’invasione della Polonia). È arrivato il momento di farlo, perché ieri sera, seguendo alla televisione il Lohengrin

Un inciso: la regia non mi è piaciuta neanche un po’, con Lohengrin che sembrava un eroinomane che ti chiede le proverbiali ciento lire grattandosi nervosamente il collo ed Elsa che cadeva continuamente per terra, in un’ambientazione ottocentesca che scopiazzava la celebre edizione dell’Anello del nibelungo di Patrice Chéreau e Pierre Boulez).

Ieri sera, dicevo, ho avuto una modesta illuminazione: ho capito il senso del Lohengrin, che mi sfuggiva, o almeno un possibile senso del Lohengrin grazie a 1Q84 di Murakami Haruki.

Per prima cosa, però, devo spiegare che cosa in Lohengrin mi ha sempre lasciato perplesso. Lohengrin non è considerata una della grandi opere wagneriane, è un’opera di transizione tra le prove giovanili e la concezione (musicalmente e drammaturgicamente rivoluzionaria) della maturità. Musicalmente, l’invenzione secondo me più bella è quella del preludio del primo atto, con quei leggerissimi violini nel registro acuto, che entusiasmaronno (tra gli altri) Charles Baudelaire:

Mi sentii liberato dai legami di pesantezza e ritrovai la straordinaria voluttà che circola nei luoghi alti. Dipinsi a me stesso lo stato di un uomo in preda ad un sogno in una solitudine assoluta, con un immenso orizzonte e una larga luce diffusa. Un’immensità con il solo sfondo di se stessa. Allora concepii l’idea di un’anima mossa in un ambiente luminoso, ondeggiante al di sopra e molto lontano dal mondo naturale.

Questa è l’interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan (forse, la versione che avevo affisso prima non è più disponibile):

Quello che lascia perplessi, del Lohengrin, è che la storia è insensata. In epoca storica, nel IX secolo, un re tedesco, Enrico l’Uccellatore (una volta i re si chiamavano così, chissà se questo era dedito alla caccia o al bunga bunga) sta facendo una cosa politico-militare assolutamente prosaica: reclutare un esercito per combattere gli ungheresi. Va in Belgio, o comunque si chiamasse allora, nella regione del Brabante, e trova una situazione un po’ strana ma anch’essa tutto sommato credibile: il vecchio re o duca che sia è morto lasciando due figli in tenera età, Elsa e Goffredo, e lasciando detto che fino alla maggiore età della figlia il trono sia retto dal conte Federico di Telramondo. Ma, appena arrivato Enrico, Federico accusa Elsa di aver ucciso il fratellino: per questo non l’ha sposata, maritando invece una certa Ortruda, anche lei di antica schiatta, ma pagana e un po’ fattucchiera. Enrico, un po’ scocciato (ma guarda un po’ se per reclutare un plotone in più mi dovevo trovare in queste beghe dinastiche di provincia, si sarà detto) manda a chiamare Elsa e, dopo aver constatato che straparla, ordina un giudizio di dio: Federico, l’accusatore, si batterà in duello con un campione di Elsa e chi vincerà avrà detto la verità. Il problema è che nessuno vuole battersi per Elsa. Allora arriva una barchetta trainata da un cigno, ne scende un bellissimo misterioso cavaliere (avete indovinato, è Lohengrin) e dice che sarà il campione di Elsa e che dopo aver vinto (cosa su cui non ha nessun dubbio) la sposerà pure e vivranno sempre felici e contenti, ma a una sola precisa condizione: Elsa non dovrà chiedergli mai, ma proprio mai, chi è e da dove viene:

Nie sollst du mich befragen,
noch Wissens Sorge tragen,
woher ich kam der Fahrt,
noch wie mein Nam und Art!

Mai devi domandarmi
né a palesar tentarmi
ond’io ne venni a te
e il nome mio qual è!

Lo canta a 2’52” del clip qui sotto:

È il brano che dà il titolo a una raccolta di saggi di Natalia Ginzburg ed era originariamente un articolo pubblicato su La Stampa del 18 maggio 1969 con il titolo Il nome di Lohengrin. Ne riporto un brano:

La prima opera di cui ebbi notizia nella mia vita, fu il Lohengrin. Me ne parlò mia madre; ed è stata l’unica opera la cui storia m’abbia commosso. Provai e provo ancora per la storditaggine commessa da Elsa un fortissimo dispiacere. Non chiedere niente era così facile. Sono quelle cose di cui non ci si consola mai, come, avendo letto Guerra e pace, non ci si consola mai che Natascia abbandoni il principe Andrej per fuggire con quello stupido di Anatol.
Riguardo alla vicenda di Elsa nel Lohengrin, rodendomi di rabbia pensavo, da bambina, che io mai avrei dato retta alla cattiva Ortruda, mai avrei chiesto a Lohengrin il suo nome. Mi stupivo che un nome potesse destare tanta curiosità (trascuravo il fatto che in me non destava curiosità semplicemente perché io già lo sapevo). Le parole di Lohengrin a Elsa, «Mai devi domandarmi», ancora oggi non posso udirle o sillabarle in me senza un brivido nella schiena. Esse vibrarono per me nell’infanzia del presagio che sarebbero state inutili; suonarono come un comando straziante perché conscio che non sarebbe stato obbedito, carico dell’annuncio d’una catastrofe che avrebbe separato quei due esseri, e di fronte alla quale il ritorno del fratello era una ben magra consolazione per Elsa e per tutti.
«Mai devi domandarmi – né a palesar tentarmi – ond’io ne venni a te – e il nome mìo qual è». La sciocca Elsa invece volle sapere come si chiamasse lui. Pensavo come aveva dovuto rimaner male dinanzi alla deludente rivelazione («Mio padre Parsifal in esso regna – io son Lohengrin suo figlio e cavalier»), dopo la quale s’erano scatenati disastri. Usavo ricostruire la storia dei due a modo mio. Elsa non chiedeva nulla e vivevano felicissimi Oppure lui, Lohengrin, rimaneva con lei nonostante lei gli avesse disobbedito. Perché a un certo punto il fatto che lui se ne andasse per così poco, mi apparve forse ancora più imbecille dell’insensatezza di lei.
Tuttavia capii a un tratto che, con un finale felice, quella storia crollava a terra, ne spariva ogni fuoco. Il segreto della tua grandezza vampeggiava nell’errore e nell’irrevocabilità dell’errore. Era una verità elementare, ma ne rimasi trasecolate, e l’istante in cui ne presi coscienza è stampato nella mia memoria, avendo io allora per la prima volta nella vita intraveduto una superiorità della sventura sulla felicità.
Quando andai a vedere il Lohengrin a teatro, rimasi delusa. Trovai che il cigno era piccolo, una specie di oca, Lohengrin vecchiotto e imbruttito da un elmo troppo grosso, Elsa bassa e vecchiotta e con due code gialle, per niente simile alla alata creatura che soggiornava nella mia immaginazione. Dissi a mia madre che non mi piaceva l’opera a teatro perché la musica copriva le parole. Preferivo quelle parole nella voce di mia madre.
In realtà quelle parole non le riconoscevo a teatro non solo a causa della musica, ma anche perché inghiottite dai gorgheggi e dai trilli. Le trecce d’oro di Elsa e le trecce nere di Ortruda continuarono a vivere in me per mio uso domestico, e persi la speranza di ritrovarle mai a teatro. È possibile che, all’origine del mio scarso interesse per le opere, vi sia quella antichissima delusione. Più tardi, mio marito mi disse che il Lohengrin è una grande opera ma non fra le più grandi. Non gli credetti. Conservo la persuasione che sia l’opera più grande di Wagner. Le parole «Mai devi domandarmi», che mia madre cantava bevendo il caffè al mattino, hanno il magico potere di riportarmi ai felici mattini della mia infanzia e a mia madre.

Resta inspiegato il motivo di questa proibizione. Lohengrin nella scena finale dice che se ne deve andare una volta noti il suo nome e la sua missione, in quanto cavaliere del Graal, ma non spiega un bel niente:

Anche colui che dal Gral è in lontano paese inviato,
ed eletto a campione in difesa della virtù,
non viene punto spogliato della sua santa forza,
finché quale suo cavaliere colà non sia riconosciuto.
Di tale augusta natura infatti è la virtù del Gral,
che, scoperto… ei deve fuggire agli occhi dei profani.
E perciò nessun dubbio dovete nutrire intorno al suo cavaliere;
ma se lo riconoscete… allora se ne deve da voi partire…
Ora udite, com’io ricompenso la vietata domanda!
Dal Gral fui io dunque presso di voi mandato:
Parsifal mio padre ne porta la corona,
e suo cavaliere io sono… chiamato Lohengrin.

Quello che invece ho capito ieri, grazie a 1Q84, è il perché della proibizione: il castello di Montsalvat, dove si conserva il sacro Graal, è in un universo parallelo, eguale al nostro se non per pochi, apparentemente insignificanti dettagli. Ma si tratta di un universo parallelo, collegato al nostro soltanto in uno stato di sovrapposizione quantica, come il gatto di Erwin Schrödinger:

Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione \Psi dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono stati puri, ma miscelati con uguale peso.

Il gatto di Schrodinger

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Elsa e Lohengrin (a differenza di Aomame e Tengo) possono coesistere nella stessa «scatola d’acciaio» soltanto finché essa non è aperta, cioè soltanto fino a che il nome e la natura di Lohengrin sono ignoti …

Se poi, a questo punto, vi è venuta voglia di vedere e sentire tutta l’opera, qui c’è l’edizione del 2011 di Bayreuth:

Jimi Hendrix – 27 novembre

Oggi Jimi Hendrix compirebbe 70 anni, essendo nato a Seattle il 27 novembre 1942. Compirebbe perché, come tutti sanno, morì in Inghilterra, a Kensington, il 18 settembre 1970.

Jimi Hendrix

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Il più bell’assolo di Jimi Hendrix, secondo me, è quello di Machine Gun, e l’ho già messo qui.

Come second best mettiamo Voodoo Child, dal vivo:

E naturalmente non può mancare la Star Spangled Banner di Woodstock, che non a caso prende le mosse proprio da Voodoo Child e, come Machine Gun, è una presa di posizione sulla guerra nel Vietnam: