Micromotives and Macrobehavior

Schelling, Thomas C. (1978). Micromotives and Macrobehavior. New York: W. W. Norton. 2007.

Schelling è un economista americano, nato nel 1921 e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2005, insieme a Robert Aumann. La motivazione del Nobel: “having enhanced our understanding of conflict and cooperation through game-theory analysis.” Secondo molti, il suo libro più influente è The Strategy of Conflict del 1960. Quel libro è stato interpretato come una giustificazione dell’equilibrio del terrore nucleare: nel 2005 una petizione all’Accademia svedese delle scienze protestò contro l’assegnazione del Nobel a Schelling e Aumann. Quest’ultimo, accusato di sionismo e di essere un membro di vecchia data del think-tank d’estrema destra Professors for a Strong Israel, era il bersaglio numero uno. Ma anche Schelling fu accusato di essere un guerrafondaio:

Schelling’s theory encourages the coercive use of military force, used to induce desired behavior in an adversary, rather than simply to destroy the enemy’s military capacity. His ideas were the direct inspiration for US strategy in Vietnam, of indiscriminantly bombing the North in order to persuade Ho Chi Minh to stop supporting the Vietcong in the South. This strategy resulted in 2 million civilian deaths and was a complete failure in realizing its objectives.

Confesso di non aver ancora letto quel libro. Quando lo avrò letto vi dirò che ne penso.

Secondo me, piuttosto, Schelling è il padre di una nuova disciplina, quella che diventerà la modellizzazione basata su agenti e che ora, con le simulazioni al computer, è diventata molto diffusa. Per me Schelling è legato anzitutto al suo modello della segregazione. L’idea partì dalla constatazione che negli Stati Uniti è frequente incontrare aree urbane o suburbane quasi completamente segregate, cioè composte da famiglie bianche o nere: i ghetti, diremmo noi, ma anche aree quasi integralmente bianche. Ci sono ovviamente molte spiegazioni, economiche, sociologiche, di classe, culturali eccetera. Ma Schelling ebbe un’intuizione: e se dipendesse – si chiese – dell’effetto aggregato indesiderato di preferenze individuali non segregazioniste? Verso la fine del 1960, su un volo Chicago-Boston, si trovò a giocare con un’idea: supponiamo che le abitazioni siano disposte su una griglia regolare a scacchiera. Ogni lotto avrà 4 vicini (non consideriamo quelli in diagonale). Supponiamo che l’occupante di ogni lotto abbia una certa preferenza: ad esempio, che 2 dei lotti vicini siano occupati da persone con la medesima caratteristica (diciamo razziale, per comodità). Se la condizione è soddisfatta, l’occupante è soddisfatto e non si muove; ma se non lo è, sarà indotto a spostarsi in un altro lotto vuoto, o a scambiarsi di posto con un altro occupante insoddisfatto, ma di colore diverso. Arrivato a Boston, Schelling ebbe la sensazione di essersi imbattuto in un’idea interessante. Continuò le sue simulazioni usando una scacchiera e delle monete. E ne trasse un modello che pubblicò nel 1971 (Dynamic Models of Segregation) e che è discusso anche in questo libro.

Traggo l’illustrazione che ne faccio da Seeing Around Corners, un articolo divulgativo pubblicato da The Atlantic Monthly nell’aprile del 2002.

Nel primo riquadro della figura abbiamo rappresentato schematicamente uno spazio (immaginiamo che sia la proiezione sul piano di una sfera, cioè che il bordo superiore sia collegato a quello inferiore, e quello destro a quello sinistro). I pallini blu e rossi rappresentano le abitazioni di due gruppi, i rossi e i blu (appunto). Tutti i lotti sono occupati. Nel primo riquadro, dicevamo, blu e rossi sono distribuiti a caso. Adesso ipotizziamo che i singoli “agenti” abbiano una preferenza (ad esempio, di avere almeno 2 vicini su 4 dello stesso colore) e che se questa preferenza non è soddisfatta siano “infelici”. Adesso supponiamo che gli agenti infelici possano cambiare casa, cioè scambiarsi con un altro agente infelice di colore opposto. Molto presto comincia a emergere la segregazione (secondo riquadro): rossi e blu tendono a gravitare in aree in cui la maggioranza è già dello stesso colore. Rapidamente, la segregazione diventa pressoché completa e rossi e blu vivono in due quartieri diversi (terzo riquadro). Dopodiché i confini si spostano perché sia i rossi sia i blu cercano di allontanarsi dalla linea di confine (quarto riquadro).

Il modello di simulazione non è deterministico: la distribuzione iniziale è casuale e anche gli scambi tra coppie di “infelici” è casuale (all’interno delle regole di scambio). Il risultato finale è sempre diverso nei dettagli (per effetto della casualità), ma la macro-struttura di segregazione emerge sempre.

Emerge perché gli agenti sono razzisti? No, emerge perché la preferenza individuale (micro-motivo) e l’agire del caso producono un effetto complessivo inaspettato (macro-comportamento). Una perfetta alternanza di rossi e blu, disposti in una griglia regolare (righe o colonne dello stesso colore), risulterebbe in una macrostruttura non segregata, in cui nessun agente sarebbe infelice

Andiamo a vedere che cosa succede se la preferenza per vicini dello stesso colore è più modesta: ogni agente desidera un solo vicino omogeneo, e tanto gli basta per non essere infelice.

Più lentamente, la segregazione emerge lo stesso. Le aree di segregazione emergono egualmente, anche se sono più piccole: i rossi vivono in aree prevalentemente rosse, e i blu in aree blu. Eppure ognuno di loro sarebbe perfettamente “felice” di essere minoranza tra i suoi vicini, nella proporzione di 3 a 1. Ogni singolo agente è un modello di tolleranza, ma la segregazione permane.

Il modello di Schelling implica che persino la più semplice delle società possa produrre risultati al tempo stesso ordinati e inattesi; risultati non accidentali, ma nemmeno deliberati.

The interplay of individual choices, where unorganized segregation is concerned, is a complex system with collective results that bear no close relation to the individual intent. [… Knowing individuals’ intent] does not allow you to foresee the social outcome, and knowing the social outcome does not give you an accurate picture of individuals’ intent.

Per di più, un osservatore esterno non è in grado di prevedere il risultato finale più degli agenti stessi. L’unico modo di scoprire se emergerà una certa configurazione è operare una simulazione: definire delle regole e osservare i risultati.

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La squadra 8 (15)

Ci voleva La squadra – sempre attenta alle questioni di civiltà e di cittadinanza – per farci capire gli effetti ingiusti e devastanti della mancata regolamentazione delle unioni di fatto.

Il mio ringraziamento agli autori.

Paese di merda.

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Galileo, Giordano Bruno e Guarini (in rigoroso ordine alfabetico)

Con tutto l’affetto, sono sostanzialmente d’accordo con Marcello Cini (da il manifesto del 14 novembre 2007).

lettera aperta
Se la Sapienza chiama il papa e lascia a casa Mussi
Marcello Cini
Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell’agenzia di stampa Apcom che recita: «è cambiato il programma dell’inaugurazione del 705esimo Anno Accademico dell’università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell’Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».
Come professore emerito dell’università La Sapienza – ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico – non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l’obiettivo politico e mediatico.
Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico – rappresentato per tutti dall’esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica – non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull’incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università – da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.
Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell’università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis, tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo uffizio, a una spartizione di sfere di competenza tra l’Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.
Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più. «Nel profondo… si tratta – cito testualmente – dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio».
Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall’accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah – attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all’imprevedibile irrazionalità del secondo – che sarebbe a sua volta all’origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell’Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali – conclude infatti il papa – con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda (sul perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere».
Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l’ex capo del Sant’uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l’espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l’esclusività della mediazione fra l’umano e il divino. Un’appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l’integrità morale di ogni individuo.
Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l’effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l’appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo – condotto tra l’altro attraverso una maldestra negazione dell’evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell’avversario – di ricondurre la scienza sotto la pseudorazionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria darwiniana dell’evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?
Non riesco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell’immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l’Anno Accademico dell’Università La Sapienza».
Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come simbolo dell’autonomia della cultura e del progresso delle scienze.

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L’internazionale di Franco Fortini

Mi ero dimenticato che esistesse. Il distico:

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.

mi fa ancora venire i brividi. Un motto politico e meta-politico da far proprio anche oggi.

La storia è lunga. Il testo originale fu scritto da Eugène Pottier nel giugno del 1871, durante la repressione seguita alla Comune di Parigi. Inizialmente, era cantata sulla musica della Marsigliese, ma nel 1888 fu musicata da Pierre Degeyter.

Au citoyen Lefrançais, membre de la Commune.

Debout ! les damnés de la terre !
Debout ! les forçats de la faim !
La raison tonne en son cratère :
C’est l’éruption de la fin.
Du passé faisons table rase,
Foule esclave, debout ! debout !
Le monde va changer de base :
Nous ne sommes rien, soyons tout !

Refrain :

C’est la lutte finale :
Groupons-nous, et demain,
L’Internationale
Sera le genre humain

(bis)

Il n’est pas de sauveurs suprêmes :
Ni Dieu, ni César, ni tribun,
Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes !
Décrétons le salut commun !
Pour que le voleur rende gorge,
Pour tirer l’esprit du cachot,
Soufflons nous-mêmes notre forge,
Battons le fer quand il est chaud !

(Refrain)

L’État opprime et la loi triche ;
L’Impôt saigne le malheureux ;
Nul devoir ne s’impose au riche ;
Le droit du pauvre est un mot creux.
C’est assez, languir en tutelle,
L’égalité veut d’autres lois ;
« Pas de droits sans devoirs, dit-elle
« Égaux, pas de devoirs sans droits ! »

(Refrain)

Hideux dans leur apothéose,
Les rois de la mine et du rail
Ont-ils jamais fait autre chose
Que dévaliser le travail ?
Dans les coffres-forts de la bande
Ce qu’il a créé s’est fondu
En décrétant qu’on le lui rende
Le peuple ne veut que son dû.

(Refrain)

Les Rois nous soûlaient de fumées,
Paix entre nous, guerre aux tyrans !
Appliquons la grève aux armées,
Crosse en l’air, et rompons les rangs !
S’ils s’obstinent, ces cannibales,
À faire de nous des héros,
Ils sauront bientôt que nos balles
Sont pour nos propres généraux

(Refrain)

Ouvriers, paysans, nous sommes
Le grand parti des travailleurs ;
La terre n’appartient qu’aux hommes,
L’oisif ira loger ailleurs.
Combien de nos chairs se repaissent !
Mais si les corbeaux, les vautours,
Un de ces matins, disparaissent,
Le soleil brillera toujours !

(Refrain)

La traduzione italiana corrente non è per nulla fedele al testo francese. Nacque da un concorso indetto dal giornale satirico L’Asino nel 1901. Risultò vincitore la versione firmata con lo pseudonimo “E. Bergeret” e che è ancora cantata oggi (con piccole variazioni secondo le fonti):

Compagni, avanti, il gran Partito
noi siamo dei lavorator!
Rosso un fior in petto c’è fiorito,
una fede ci è nata in cor.
Noi non siamo più, nell’officina,
entroterra pei campi, in mar,
la plebe sempre all’opra china
senza ideale in cui sperar.
Su, lottiamo, l’Ideale
nostro alfine sarà
l’Internazionale
futura umanità!
Un gran stendardo al sol fiammante
dinnanzi a noi glorioso va:
noi vogliam per esso siano infrante
le catene alla Libertà!
Che Giustizia venga noi chiediamo:
non più servi, non più signor.
Fratelli tutti esser dobbiamo
nella Famiglia del Lavor.
Lottiam, lottiam la terra sia
di tutti eguale proprietà:
più nessuno nei campi dia
l’opra ad altri che in ozio sta!
E la Macchina sia alleata,
non nemica, ai lavorator:
così la vita ritrovata
a noi darà pace ed amor.
Avanti, avanti, la vittoria
è nostra e nostro è l’avvenir:
più civile e giusta la storia
un’altra era sta per aprir!
Largo a noi, all’alta battaglia
noi corriamo per l’Ideal!
Via, largo, noi siam la canaglia
che lotta pel suo Germinal!

Franco Fortini, insoddisfatto di questa traduzione/tradimento, ne scrisse una propria che donò a Lotta continua (l’episodio è narrato, tra l’altro, qui):

Noi siamo gli ultimi del mondo
ma questo mondo non ci avrà
Noi lo distruggeremo a fondo
Spezzeremo la società.

Noi non vogliamo sperar niente
Il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.

Classi e secoli ci hanno straziato
fra chi sfruttava e chi servì.
Compagno, esci dal passato
Verso il compagno che ne uscì.

Lotta continua non adottò questo testo, ma un altro (piuttosto brutto, e ve lo risparmio) elaborato da Luigi Manconi. Fortini, invece, continuò a lavorarci a più riprese. Alla sua morte, nel 1994, questo testo – “definitivo” per necessità – fu trovato tra le sua carte:

Noi siamo gli ultimi del mondo.
Ma questo mondo non ci avrà.
Noi lo distruggeremo a fondo.
Spezzeremo la società.
Nelle fabbriche il capitale
come macchine ci usò.
Nelle scuole la morale
di chi comanda ci insegnò.

Questo pugno che sale
questo canto che va
è l’Internazionale
un’altra umanità.
Questa lotta che uguale
l’uomo all’uomo farà,
è l’Internazionale.
Fu vinta e vincerà.

Noi siamo gli ultimi di un tempo
che nel suo male sparirà.
Qui l’avvenire è già presente
chi ha compagni non morirà.
Al profitto e al suo volere
tutto l’uomo si tradì,
ma la Comune avrà il potere.
Dov’era il no faremo il sì.

Questo pugno che sale…

E tra di noi divideremo
lavoro, amore, libertà.
E insieme ci riprenderemo
la parola e la verità.
Guarda in viso, tienili a memoria
chi ci uccise, chi mentì.
Compagni, porta la tua storia
alla certezza che ci unì.

Questo pugno che sale…

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci han straziato
fra chi sfruttava e chi servì:
compagno, esci dal passato
verso il compagno che ne uscì.

Questo pugno che sale…

Ivan Della Mea racconta, nella parte iniziale di questo clip, di come ne venne a conoscenza e di come decise di cantarla. L’audio è confuso ma merita un piccolo sforza d’attenzione:

Rumeni e Rom: un’altra puntata

Mi sembra importante anche l’intervento di Alessandro Portelli su il manifesto del 6 novembre 2007.

Aggiungo soltanto una modesta osservazione mia: ma la sicurezza, come se ne sta discutendo ora, non è anche (o soprattutto) una questione di percezione soggettiva? E come possiamo sentirci sicuri se stampa e media non fanno che “pompare” le nostre paure più irrazionali?

Stato etnico

Romeni e purosangue

Alessandro Portelli

Nella sua autobiografia, Black Boy, Richard Wright ricorda la paura con cui cresceva un ragazzo nero nel Sud razzista degli Stati uniti: ogni volta che succedeva qualche cosa, scrive, «non era un crimine commesso da un nero, ma dai neri». Tutti i neri erano colpevoli, qualunque nero andava punito, e la forma della punizione era il linciaggio. Ai linciaggi ci siamo arrivati. Il delitto di Tor di Quinto non è stato commesso da un rumeno, ma dai rumeni. E dieci cittadini italiani purosangue, con coltelli e bastoni, e incappucciati come il Ku Klux Klan, fanno giustizia a Tor Bella Monaca. Ed è inutile condannare queste cose a posteriori, bisogna pensarci prima alle conseguenze di certi discorsi. Ma è ben avviato sulla strada della punizione collettiva, a colpevoli e innocenti indiscriminatamente, anche lo sbaraccamento del campo di Tor di Quinto; è una punizione collettiva e preventiva il «trasferimento» dei rom oltre il raccordo anulare, spostare il problema un po’ più in là, come la polvere sotto il tappeto. Perché è vero che il problema esiste, non nascondiamoci dietro un dito.
L’associazione che gestisce un campo sportivo accanto al terreno di Tor di Quinto da anni denunciava furti continui, scriveva al sindaco e non riceveva risposta. La Romania (ma non era l’Albania, fino a qualche mese fa?) europea e democratica liberatasi dal comunismo non ci ha mandato soltanto il meglio di sé, come d’altronde l’Italia dell’emigrazione non ha mandato e non manda soltanto il meglio di sé in America o in Germania. Le migrazioni sono fiumi che si portano appresso anche un sacco di detriti, e non c’è diga che tenga. Ed è vero che la sicurezza è un requisito importante della vita civile, un diritto democratico: di che altro parlavano le donne che, almeno trent’anni fa, prima che ci fossero albanesi o rumeni a Roma, manifestavano con lo slogan «riprendiamoci la notte»? Ha detto il segretario del Partito Democratico che la sicurezza non è né di destra né di sinistra. Giusto. Però sono di destra o di sinistra le definizioni che ne diamo, e le risposte che proponiamo. Tutte e tutti abbiamo il diritto di uscire da una stazione di sera senza avere paura; ma tutte e tutti abbiamo anche il diritto di non essere ammazzati in carcere a Perugia o a Ferrara, di manifestare senza finire torturati a Bolzaneto. Certo, per le persone ordinarie il rischio di strada è più immediato e concreto del rischio in carcere o in piazza; ma c’è uno scivolamento pericoloso, quando lo stato che chiamiamo a garantirci la sicurezza dai crimini dei marginali si considera al di sopra delle leggi e delle inchieste. Tanto che uno esita prima di dire che, in certi luoghi e in certi tempi, prima che i delitti avvengano, ci vorrebbe più polizia (polizia, dico: non vigilantes privati). Io non so se sarebbe stato di destra o di sinistra illuminare meglio quella strada e quella stazione (quelle stazioni: io e la mia famiglia frequentavamo quella successiva, a Grottarossa, e avevamo paura di scendere la sera, anche se non c’erano ancora rumeni nei dintorni).
Fra l’altro, sono convinto che l’abbandono è anche conseguenza (di destra o di sinistra?) della rinuncia a fare delle ferrovie urbane una seria alternativa al feticcio automobile, ma questa è anche un’altra storia. E non so se sarebbe di destra o di sinistra accorgersi prima che sia troppo tardi delle condizioni criminogene in cui vivono migliaia di nostri concittadini europei, e fare qualcosa per i diritti umani di quella maggioranza di loro che non è venuta qui per delinquere. Anche loro hanno diritto alla sicurezza. Dopo il linciaggio di Tor Bella Monaca, il ministro degli interni Amato dice, «è quello che temevo»; il prefetto di Roma, Mosca, dice, «era quello che temevamo». Bene: che cosa avete fatto per prevenirlo?
E poi, ovviamente, la punizione ci vuole: personale e col dovuto processo di legge, non collettiva e vendicativa; ma ci vuole. Stavolta, anche grazie all’aiuto di una donna del campo, il colpevole è già in prigione e sconterà la giusta pena, con la dovuta certezza. Ma gridare al «pugno duro» è infantile e strumentale. Sappiamo benissimo, e se ne stanno accorgendo persino gli Stati uniti, che nemmeno la pena di morte fa veramente da deterrente alla criminalità. Inseguire la destra sul piano della repressione è come la corsa di Achille e la tartaruga: loro stanno sempre un po’ più in là, un po’ oltre. Più parliamo il loro linguaggio, più facciamo propaganda alle loro idee, più gli prepariamo la rivincita. Se non vogliamo ritrovarci, come da più parti già si annuncia, con Fini sindaco di Roma, proviamo a fare nostre le sagge e preoccupate parole di Stefano Rodotà: «Serve davvero, con ‘necessità e urgenza’, un’altra forma di tolleranza zero. Quella contro chi parla di ‘bestie’ o invoca metodi nazisti. Non è questione di norme. Bisogna chiudere la ‘fabbrica della paura’. È il compito di una politica degna di questo nome, di una cultura civile di cui è sempre più arduo ritrovare le tracce».

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11 novembre – San Martino e i cornuti

San Martino è uno di quei santi altomedievali che, a dar retta alle leggende e all’agiografia, hanno fatto di tutto. La storia che ho imparato, come molti miei coetanei, alle elementari è soltanto una delle tante che si narrano di lui nella Legenda aurea di Iacopo da Varazze.

Martino suona come Martem tenens, “che tiene Marte”, cioè la guerra, contro i vizi e i peccati […].

Martino era originario di Sabaria, una città della Pannonia, ma crebbe in Italia, a Pavia, con suo padre, che era comandante nell’esercito. Lui stesso fu soldato, ai tempi di Costantino e di Giuliano, ma non di sua spontanea volontà, poiché già da bambino era ispirato dal Signore. All’età di dodici anni scappò, contro la volontà dei parenti, in una chiesa e domandò di divenire catecumeno, e si sarebbe anche ritirato nel deserto già allora, se non l’avesse impedito la sua debolezza di costituzione […].

Un giorno d’inverno, mentre passava per la porta d’Amiens, gli si fece incontro un povero completamente nudo, che non aveva ancora ricevuto nulla da nessuno. Martino capì che il povero era stato conservato per lui. Prese allora la spada e divise in due parti la clamide che portava addosso: una la dette al povero, e si coprì con la parte che avanzava. La notte seguente gli apparve Cristo vestito con la parte della clamide con cui aveva coperto il povero, e Martino intese che diceva agli angeli:

– Martino, che è ancora catecumeno, mi ha coperto con questa veste (Iacopo da Varazze. Legenda Aurea. Torino: Einaudi. 1995 p. 908).

L’affresco è di Simone Martini.

San Martino era anche (questo sul versante rurale della mia infanzia) il giorno dei traslochi. Era la data – prescelta perché si collocava opportunamente al termine dell’annata agraria, dopo la vendemmia e la spannocchiatura del granturco, prima dei rigori invernali, quando si entrava in una fase di pausa delle attività dell’agricoltura ed era possibile procedere a cambiamenti che nel normale regime produttivo sarebbero stati inopportuni – in cui giungevano a scadenza i contratti, che potevano essere rinnovati o disdetti. Quest’ultimo caso era spesso traumatico: con la disdetta (licenziamento e sfratto) da parte dei proprietari, i contadini dovevano cercare in altre cascine lavoro e sistemazione. Si vedevano interi nuclei familiari che migravano, in una parentesi di presunta bella stagione, con le proprie povere cose caricate su un carro. La scena è rappresentata in Novecento di Bernardo Bertolucci. Far San Martino significa ormai, semplicemente, “traslocare”.

Qui sotto, un San Martino al Vho di Piadena (Cremona), nel 1962!

A parte l’estate di San Martino (per non far venire un accidente né a San Martino, né al povero/Cristo, il tempo sarebbe divenuto miracolosamente estivo), il santo è legato nelle tradizioni popolari padane a molti proverbi (traduco alla bell’e meglio):

  • Per San Martino, tutto il mosto è vino.
  • Chi pota a San Martino, guadagna pane e vino
  • A San Martino / imbottiglia il vino / per Natale / comincia ad assaggiarlo (A San Martin, stòpa al tò vìn, par Nadàl, cumincia a tastàl)
  • L’estate di San Martino dura tre giorni e un pochino
  • Se vuoi fare più fieno del tuo vicino concima il prato prima di San Martino
  • Se vuoi far invidia al tuo vicino, pianta l’aglio per San Martino

Poi, naturalmente, la poesia di Carducci (resa celebre dal karaoke di Fiorello):

La nebbia a gl’irti colli
piovvigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir dei tini
va l’aspro odor dei vini
l’anime a rallegrar.

Gira sui ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Poi mi sono trasferito a Roma e ho appreso che San Martino è il protettore dei cornuti. Secondo alcuni, le numerose fiere del bestiame che si tenevano in questo periodo erano occasione di adulterio; secondo altri, sopravviveva in questo periodo una festa carnascialesca piuttosto licenziosa. A Roccagorga (Latina), dove si tiene una “festa dei cornuti”, si consuma la tradizionale zuppa “rappacornuti” (calma-cornuti) che, mantenendosi calda per ore, consentiva alle mogli di dedicarsi ad attività alternative alla preparazione dei pasti…

Secondo altri, all’origine del patrocinio c’è la gelosia del futuro santo, che si portava sulle spalle la sorella per evitare che cadesse preda dei vogliosi concittadini (San Martino se purtava ‘a sora ncuollo): invano, pare. Ma la vicenda non è attestata dalla Legenda aurea. Anche a Ruviano (Caserta) si tiene l’11 novembre una festa dei cornuti (qui sotto).

Secondo la tradizione romana i cornuti si dividono in 5 specie (Aricordateve che li cornuti si dividono in 5 specie: Becchi, Cuccubboni, Becconi, Tribecchi e Calidoni):

  1. Li Becchi so’ quelli che nun ce lo sanno d’essere
  2. Li Cuccubboni ce lo sanno e tireno a campa’ pe’ quieto vive
  3. Li Becconi ce magneno sopra
  4. Er Tribbecco è quello che porta l’amico a casa sua e se squaja co’ na scusa
  5. Er Calidone poi è quello che porta lo stendardo ne’ la processione de San Martino: è quello che accompagna la moje a casa de l’amico.

Giusto per risollevarsi culturalmente: secondo un dotto intervento di Arturo Graf, San Martino era associato a San Giuliano come santo protettore e procacciatore di buon albergo (che nel Medioevo, per tradizione d’ospitalità e obbligo di cortesia, comportava la stanza, la tavola e anche una compagna di letto per la notte, spesso la moglie dell’ospite, che diveniva così cornuto per dovere): “non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino, se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare e bonario, il popolo poté credersi licenziato a ricorrere al suo patrocinio anche in casi nei quali l’ajuto dei santi non pare troppo a proposito. Fatto sta che ostel saint Martin significò quel medesimo che ostel saint Julien“. Mi pare che l’esistenza di un comune di San Martino Buon Albergo (alle porte di Verona) confermi il rapporto tra Martino e l’ospitalità. Di qui alla protezione dei cornuti in generale, il passo mi sembra breve.

Le benevole

Littell, Jonathan (2006). Le benevole (Les Bienveillantes). Torino: Einaudi. 2007

Le benevole

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Libro importante e impegnativo, come si può intuire dalla mole (956 pagine) e dalla bella copertina che riproduce un’opera di Lucio Fontana. Libro anche discusso e indigesto, che non si può definire bello, anche se la densità della scrittura è del tutto funzionale alla narrazione. A me è piaciuto molto e ne consiglio vivamente la lettura, anche se richiede coraggio tanto per l’asprezza dei temi sia per le asperità stilistiche.

Anche la recensione sarà lunga, e vi prego di avere pazienza. Cominciamo con il riassunto che ne fa lo stesso editore.

Nato in Alsazia da padre tedesco e madre francese, Maximilien Aue dirige sotto falso nome una fabbrica di merletti nel nord della Francia. Svolge bene il suo lavoro, è un uomo preciso ed efficiente. Preciso ed efficiente, del resto, lo era stato anche negli anni del nazismo, quando fra il 1937 e il 1945, aveva fatto carriera nelle SS in Germania. Pur essendo un nazionalsocialista convinto, il giovane e brillante giurista era entrato per caso nel corpo, punta di diamante del Reich hitleriano: fermato dalla polizia dopo un incontro omosessuale, aveva accettato di arruolarsi per evitare la denuncia, grazie anche all’intercessione di Thomas Hauser, un giovane ufficiale che in seguito sarà sempre al suo fianco nei momenti decisivi.

Nel 1941 Max è sul fronte orientale, dove nell’ambito delle Einsatzgruppen dà il suo contributo al genocidio di ebrei, zingari e comunisti. Trasferito nel Caucaso e poi nella Stalingrado accerchiata dall’Armata rossa, sopravvive miracolosamente a una grave ferita alla testa. Durante la convalescenza ristabilisce per la prima volta dopo molti anni i contatti con la madre che vive in Costa Azzurra con il secondo marito, un uomo d’affari francese. A lei attribuisce, con odio feroce, sia la scomparsa del padre, sia il distacco da Una, la sorella gemella, alla quale sin dall’infanzia è legato da un mai risolto rapporto incestuoso. I fatti sanguinosi legati a questo soggiorno in Costa Azzurra rimangono anche per lui avvolti in una fitta nebbia.
Dopo il rientro in Germania, lavora a stretto contatto con Himmler, con Speer, con Eichmann, con tutta la gerarchia nazionalsocialista, cercando di innalzare la produttività dei detenuti nei campi di concentramento. Per la Germania tuttavia, la guerra ormai è persa, la Wehrmacht arretra su tutti i fronti: nel corso di una licenza in Pomerania nella villa della sorella, Max resta intrappolato dietro le linee nemiche. Thomas lo salva anche in questa occasione e insieme raggiungono la capitale del Reich, devastata dai bombardamenti alleati. Qui, al crepuscolo del nazismo, gli viene in aiuto il suo bilinguismo: assumendo l’identità di un francese deportato in Germania, riesce a fuggire.

Grande affresco epico e tragico, non romanzo storico, ma storia assoluta in cui sembrano condensarsi i temi di tutta la letteratura occidentale, dall’Orestea di Eschilo a Vita e destino di Vassilij Grossman, Le Benevole ci fa rivivere gli orrori della Seconda guerra mondiale dal punto di vista terribile e ripugnante dei carnefici. Trascinato dalla corrente della Storia e inseguito da fantasmi che, come le furie «benevole» dei Greci, le Eumenidi, cercano vendetta, Maximilien Aue è parte di noi, la parte più nera. E forse l’impresa e lo scandalo di questo grande romanzo, come ha scritto lo storico Pierre Nora, sono proprio quelli di «ricondurre all’umano l’inumano totale».

Poi vorrei suggerirvi due recensioni d’altri che ho trovato pertinenti, quella di Wu Ming 1 comparsa su Carmilla e su L’Unità (Nessuno è immune dal diventare nazista) e quella di Emanuele Trevi comparsa su il manifesto del 31 ottobre 2007 (Monologo d’un pazzo all’ombra delle Furie). Poiché il manifesto non mi consente di ripubblicare l’articolo (vergogna! ma questa è un’altra storia…), riporto alcuni passi che mi sembrano significativi:

Poiché non c’è alcuna differenza ontologica tra le Furie o Erinni e le Eumenidi, le Benevole, non bisogna lasciarsi ingannare: tra le pagine del romanzo le Eumenidi, divinità sorridenti e dispensatrici di pace, non si sostituiscono alle Furie che tormentano Oreste dal momento in cui ha sparso il sangue di sua madre, perché ciò che cambia è solo l’atteggiamento che queste divinità – antichissime, pre-olimpiche, figlie della Notte, legate al regno dei morti e al mondo sotterraneo – assumono nei confronti dei mortali e delle loro colpe. Perciò, tutto il discorso di Maximilien, nonostante la sua programmatica freddezza e la macabra ironia che volentieri si concede, è da intendersi come pronunciato all’ombra delle Furie, inchiodato al loro tormento.

[…] il nodo decisivo del suo destino consiste in un paradosso: convinto sostenitore delle teorie razziali naziste, Maximilien è un sangue misto, tedesco per parte di padre ma francese di madre (glielo farà notare, con un pizzico di disapprovazione, Himmler in persona, uno dei tanti sommi gradi della gerarchia del Reich che entrano in veste di personaggi nel libro di Littell).
Dunque la lingua madre del futuro matricida non è il tedesco ma il francese, ed è appunto in francese che Littell ha concepito e realizzato la confessione del suo personaggio a noi «fratelli umani». Di tutti gli elementi agghiaccianti contenuti nel libro, il francese usato da Maximilien non è certo il meno perturbante. Al tedesco del padre perduto il testo riserva solo una parte ben delimitata, quella del lessico parlato dalla gerarchia nazista e usato per nominare le tecniche dello sterminio di massa, a sigillo di una unicità che è anche intraducibilità. La scelta linguistica dello scrittore (americano di origine, nato nel 1967 a New York e cresciuto in Francia) funziona come una immensa figura retorica, una specie di effetto teatrale capace di conferire al discorso una ulteriore connotazione macabra e visionaria.

[…) Miracolosamente sopravvissuto al proiettile che gli ha trapassato la testa da parte a parte, Maximilien interpreta ben presto quel buco che gli è rimasto sulla fronte come un terzo occhio, la chance di una vista ulteriore – forse assimilabile a quella che Leo Sestov, in un saggio famoso su Dostoevskij, attribuiva al passaggio dell’angelo della morte. Maximilien definisce a più riprese «pineale» questa seconda vista, e conviene approfondirne il significato per non farsi sfuggire la metafora rivelatrice che nasconde. L’occhio pineale, in effetti, è un organo generato dall’epifisi, paragonabile a un occhio vero e proprio e presente in certe antichissime razze di rettili. Quella che si risveglia nello sguardo di Maximilien è dunque una specie di latenza bestiale e primordiale, che somma in sé la velocità e l’indifferenza del predatore. Puntualmente, in questo modo di vedere si rispecchia il modo di raccontare, un modo in cui ogni criterio di rappresentazione finisce per assoggettarsi alle necessità dettate dalla paura, dal desiderio, dal bisogno.
Maximilien è dotato di un occhio-diaframma, una finestra che mette in relazione l’interno con l’esterno, la vita nuda e la Storia, il sintomo e il paesaggio, tutto accomunando e rendendo indistinto nelle macabre tinte di un orrore irrimediabile. E questa vista ulteriore è anche, dalla prospettiva della tecnica romanzesca, uno straordinario punto di vista, che struttura alla sua maniera la vastissima architettura dell’intreccio, quel suo afflato epico così intimamente corrotto, così sgradevole, così privo di onore e compassione che anche la geografia vi appare come una ulteriore patologia.

[…] Se in questo libro è implicita una qualche forma di intento pedagogico, esso sembra consistere nella constatazione per cui più ci addentriamo in un mondo che siamo costretti a riconoscere come il nostro stesso mondo, più desideriamo che esso non sia mai esistito, non sia mai stato creato. Condurci fin qua non è impresa di poco conto per uno scrittore. E fermo restando il fatto che si farà sempre in tempo a cercare i peli nell’uovo di un libro così ambizioso e generoso, con altrettanta intemperanza, e correndo i rischi che sempre ci impongono le opere dei nostri contemporanei, dirò che mi sembra del tutto lecito riconoscere nelle Benevole il timbro e la necessità di un capolavoro.

Al di là degli eccessi di erudizione (ragazzi, è pur sempre una delle spesso illeggibili pagine culturali de il manifesto – che peraltro non sfugge alla logica “parcondicista” di affiancare a questa recensione entusiasta una stroncatura), sono sostanzailmente d’accordo con questa analisi. Quindi, non aggiungerò altro per dare spazioa a qualche pagina del libro.

Cominciamo dall’incipit (tutto il primo capitolo, Toccata, meriterebbe di essere citato):

Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata. Non sia­mo tuoi fratelli, ribatterete voi, e non vogliamo saperlo. Ed è ben vero che si tratta di una storia cupa, ma anche edificante, un ve­ro racconto morale, ve l’assicuro. Rischia di essere un po’ lungo, in fondo sono successe tante cose, ma se per caso non andate trop­po di fretta, con un po’ di fortuna troverete il tempo. E poi vi ri­guarda: vedrete che vi riguarda. Non dovete credere che cerchi di convincervi di qualcosa; in fondo, come la pensate è affar vostro. Se mi sono deciso a scrivere, dopo tutti questi anni, è per mette­re in chiaro le cose per me stesso, non per voi. A lungo uno stri­scia su questa terra come un bruco, nell’ attesa della diafana e splen­dida farfalla che porta in sé. E poi il tempo passa, la ninfosi non arriva, rimani larva, desolante constatazione, ma che farci? Cer­to, il suicidio resta un’ opzione. Ma per la verità, il suicidio mi ten­ta poco. Ci ho pensato molto, ovviamente; e se dovessi ricorrervi, ecco come farei: mi piazzerei una bomba a mano proprio sul cuo­re e me ne andrei in un violento scoppio di gioia. Una piccola bom­ba a mano rotonda a cui toglierei con delicatezza la sicura prima di rilasciare la linguetta, sorridendo al lieve rumore metallico del­la molla, l’ultimo che sentirei, oltre ai battiti del mio cuore nelle orecchie. E poi, finalmente, la felicità, o perlomeno la pace, e le pareti dello studio addobbate di brandelli di carne. Toccherà alle domestiche pulire, sono pagate per questo, affari loro. Ma come ho detto, il suicidio non mi tenta. Non so perché, del resto, un vecchio residuo di morale filosofica, forse, che mi fa dire che in fondo non siamo qui per divertirci. Per far che, allora? Non ne ho idea, per durare, probabilmente, per ammazzare il tempo prima che lui ammazzi noi. E in tal caso, come occupazione, a tempo per­so, scrivere vale come qualsiasi altra (p. 5).

Un incidente di poco conto illuminò d’un tratto quelle crepe che andavano allargandosi. Nel grande parco innevato, dietro la statua di Sevcenko, portavano alla forca una giovane partigiana. Si stava radunando una folla di Tedeschi: Landser della Wehrmacht e Orpo, ma anche uomini dell’organizzazione Todt, Goldfasanen dell’Ostministerium, piloti della Luftwaffe. Era una ragazza piuttosto magra, con un viso alterato dall’isteria, incorniciato dai folti capelli neri, tagliati corti, molto alla buona, come con le cesoie. Un ufficiale le legò le mani, la mise sotto la forca e le passò la corda al collo. Allora i soldati e gli ufficiali presenti le sfilarono davanti e la baciarono sulla bocca a uno a uno. Lei rimaneva in silenzio, tenendo gli occhi aperti. Alcuni la baciavano affettuosamente, quasi castamente, come scolaretti; altri le tenevano la testa con entrambe le mani per aprirle a forza le labbra. Quando fu il mio turno, mi guardò, uno sguardo chiaro e luminoso, lavato da ogni cosa, e vidi che lei, lei capiva tutto, sapeva tutto, e di fronte a quel sapere così puro esplosi in fiamme. I miei vestiti crepitavano, la pelle del ventre si spaccava, il grasso sfrigolava, il fuoco mi ruggiva nelle orbite e nella bocca e ripuliva l’interno del cranio. La vampata era cosi intensa che lei dovette distogliere il capo. lo mi calcinai, i miei resti si trasformavano in statua di sale; dei pezzi, raffreddatisi in fretta, si staccavano, prima una spalla, poi una mano, poi metà della testa. Infine crollai completamente ai suoi piedi e il vento spazzò via quel mucchio di sale e lo disperse. Già si faceva avanti l’ufficiale successivo, e quando furono passati tutti, la impiccarono. Riflettei per giorni su quella strana scena; ma la riflessione si ergeva di fronte a me come uno specchio, e mi rimandava sempre soltanto la mia immagine, capovolta, certo, ma fedele. Anche il corpo di quella ragazza era per me uno specchio. La corda si era rotta o era stata tagliata, e lei giaceva nella neve del giardino dei Sindacati, con la nuca spezzata, le labbra gonfie, un seno nudo rosicchiato dai cani. La sua capigliatura ricciuta le formava una cresta da medusa intorno al capo e mi sembrava favolosamente bella, insediata nella morte come un idolo, Nostra Signora delle Nevi. Qualunque itinerario scegliessi per andare dall’albergo ai nostri uffici, la trovavo sempre sdraiata sulla mia strada, una domanda ostinata, ottusa, che mi gettava in un labirinto di vane speculazioni e mi faceva perdere il controllo. Durò per settimane (p. 175).

Penso che possa bastare. Ci sono molto pagine come questa, intollerabili e memorabili. Alcune sembrano avere una vita a sé, come quella del vecchio ebreo che ha visto il luogo dove dovrà morire… Leggetelo da soli. Un’idea dell’affascinante mistura di fredda osservazione e di delirio che percorre il romanzo penso di avervela data.

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Romania e musica (3)

Tra i musicisti (colti) del XIX secolo che maggiormente hanno risentito delle influenze popolari zingare(cioè Rom), i più noti sono Brahms e Liszt. In realtà, quello che va sotto il nome di ungherese, è spesso tzigano. Tra i pochi pezzi in cui il debito è riconosciuto esplicitamente è questo Rondò alla zingarese (Presto) che conclude il Quartetto per pianoforte e archi n. 1 in sol minore, op. 25, di Johannes Brahms. Qui lo sentiamo in una vivace esecuzione di giovanissimi interpreti.

Acchito

Conosciamo tutti la frase “di primo acchito”: al primo colpo, subito, all’istante.

Ma “acchito” che significa? Ci soccorre il De Mauro online: nel biliardo è la posizione della palla o del pallino all’inizio del gioco e, per estensione, il cerchietto segnato sul tappeto verde su cui sono posati i birilli; anche nel gioco delle bocce, è la posizione del pallino all’avvio del gioco.

L’etimologia è interessante: è un composto dei termini latini ad (a, verso) e quietus (fermo, in posizione di quiete). La radice di quietus ha in sé anche il concetto di lasciare in pace, lasciar libero e sciolto, e quindi anche di liberazione da un’obbligazione, da cui l’italiano quietanza e l’inglese to quit (render libero, ma anche lasciare). To acquit (in inglese) e acquitter (in francese) significano entrambi “saldare un debito”, e il cerchio con l’acchito si chiude, dal momento che acchitare (nei giochi citati sopra) significa mettere il pallino o la boccia in un punto in cui l’avversario abbia l’agio di battere.

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Kristallnacht, rumeni e Rom

La notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 i nazisti organizzarono un pogrom antisemita in tutto il Reich: càpita a fagiolo nella discussione che stiamo facendo su rumeni e Rom nell’Italia di oggi.

L’evento è noto come Kristallnacht, la notte dei cristalli perché furono sistematicamente distrutte le vetrine di 8.000 negozi gestiti da ebrei (che ovviamente vennero anche saccheggiati) e moltissime abitazioni. All’attività parteciparono, oltre alle milizie del partito nazista (SS ed SA), anche numerosi “normali cittadini”.

Secondo il bilancio di Heydrich, il capo delle SS: 191 sinagoghe furono distrutte e 76 rase al suolo; 100.000 ebrei furono arrestati; 815 negozi distrutti. Furono arrestati per saccheggio anche 174 cittadini tedeschi.

Le cifre accertate dagli storici parlano della distruzione o del danneggiamento di 1.574 sinagoghe in Germania e di 94 in Austria; della dissacrazione di quasi tutti i cimiteri; della distruzione e del saccheggio di 7.000 negozi e di 29 grandi magazzini. 91 ebrei furono uccisi, molti altri si suicidarono. 30.000 vennero avviati ai campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen: si stima che tra i 2.000 e i 2.500 morirono nel periodo immediatamente successivo.

La comunità ebraica fu obbligata al pagamento di una multa di 1.000.000 di marchi.  Altri 4.000.000 furono necessari per riparare i danni.

Hugh Carleton Greene, giornalista del Daily Telegraph , mandò questa corrispondenza da Berlino:

Mob law ruled in Berlin throughout the afternoon and evening and hordes of hooligans indulged in an orgy of destruction. I have seen several anti-Jewish outbreaks in Germany during the last five years, but never anything as nauseating as this. Racial hatred and hysteria seemed to have taken complete hold of otherwise decent people. I saw fashionably dressed women clapping their hands and screaming with glee, while respectable middle-class mothers held up their babies to see the “fun”.

Non pensiamo, quindi, di chiamarci fuori con una levata di spalle. Siamo già vittime di una sconsiderata propaganda anti-rumena da parte degli organi di stampa e della televisione. Ad applaudire alla distruzione delle baracche rumene (come se fosse una loro scelta quella di vivere in condizioni subumane) manca veramente poco.

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