Match Point

Match Point, 2005, di Woody Allen, con Scarlett Johansson e Jonathan Rhys Meyers.

Ho visto il film in versione originale con i sottotitoli in italiano per non udenti. Questa circostanza mi aiuta molto a riassumere la trama. Chris Wilton (Jonathan Rhys Meyers) quando è con Chloe (la moglie) sospira, ma quando è con Nola (Scarlett Johansson) ansima. Quando è solo inspira ed espira. Ma poi, via via che si avvicina il finale, sospira anche da solo.
Il film è molto bello, anche formalmente. Una bellissima Londra, piena di begli ambienti e di opere d’arte (l’opera d’arte più bella, però – lo so che è una battuta corriva – è il culo della Johansson).
Il mio personale problema è che fatico – non soltanto nei film, ma anche nei romanzi – a comprendere gli arrampicatori sociali. Non dico a immedesimarmi in loro, ma anche soltanto a capirne le motivazioni, le molle interiori, la logica. Temo, in questo, di essere portatore (ahimè immotivatamente) dell’ideologia della classe dominante.
Non è un morality play tradizionale: il delitto è senza castigo (anche se all’inizio Chris legge svogliatamente Dostoevskij). Non c’è qui il moralismo di Hitchcock. Ma una morale c’è: i due parvenu ansiosi di conquistare la società dell’old money londinese sono entrambi sconfitti, lei perché scivola sull’inesorabile destino che attende le donne belle che ce la vogliono fare da sole, lui perché sopravvive soltanto al costo della totale assimilazione. D’altro canto, l’attrazione tra i due outsider, in fondo così simili, era inevitabile; ma altrettanto certo è che quella liaison era l’opzione sicuramente perdente. Quello che per i due è una tragedia, per l’establishment è una perturbazione passeggera, un’increspatura della superficie. L’establishment vince anche stavolta, senza nemmeno scomodare Scotland Yard.
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Zeugma

Zèugma: figura retorica consistente nel far dipendere da un unico verbo più parole o costrutti, creando un’incongruenza semantica (per es. il verso dantesco: parlare e lacrimar vedrai insieme) (De Mauro online).

Una figura retorica affine è la sillèssi: figura retorica che consiste nell’attribuire contemporaneamente al medesimo termine un senso proprio e uno figurato (per es.: una casa piena di cose e di ricordi). Oppure (esempio mio): persi l’ombrello e la ragione.

Sillessi ha anche un secondo significato: figura sintattica che consiste nel far concordare due o più elementi di una frase secondo un senso logico e non grammaticale (per es.: ci sono un sacco di macchine per la strada).

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