My Fair Lady

My Fair Lady, 1964, di George Cukor, con Audrey Hepburn e Rex Harrison.

OK, tutto quello che volete. Sfarzo, musica, cura dei particolari (Cecil Beaton), grande recitazione (a me è piaciuto moltissimo, tra i comprimari, Stanley Holloway che interpreta Alfie Doolittle). Broadway al cinema. Posso persino ammettere che, come film di natale, meglio questo che Parenti o Vanzina. Ma non è il mio genere di intrattenimento. 3 ore di noia punteggiate di qualche dialogo riuscito.

La mia scena preferita (“C’mon, Dover! Move your bloomin’ arse” gridato da Audrey Hepburn al cavallo su cui ha scommesso all’inaugurazione di Ascot) non la posso incorporare, quindi dovete andarvela a vedere qui.

Consolatevi con il trailer originale. Io trovo già noiosi questi 5 minuti!

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The Evolution Man – Quel che potrebbe dire Binetti a Veronesi

Lewis, Roy (1960). The Evolution Man. Or, How I Ate My Father. New York: Vintage. 1994.

Questo libro ha una storia strana. Fu originariamente pubblicato nel 1960, sul mercato britannico (Lewis era un giornalista dell’Economist e del Times) con il titolo What We Did to Father. La traduzione italiana di Adelphi del 1992 (Il più grande uomo scimmia del Pleistocene) fu un successo clamoroso (siamo ormai alla 23° edizione nella collana Fabula e alla 9° nella collana gli Adelphi). Ripubblicato nel Regno Unito con un nuovo titolo nel 1968 (Once Upon an Ice Age), dovette attendere il 1994 per l’edizione americana, che è quella che ho letto io.

È un libro di culto, ma anche di nicchia (è intorno al 180.000 posto nella classifica di Amazon). Più apprezzato in Italia che in patria. Come l’ho trovato? Leggero, ma non stupido. A tratti esilarante, anche se – a mio parere – niente di comparabile con Douglas Adams (ne abbiamo parlato su questo blog in 2 occasioni, qui e qui) cui qualcuno l’ha incautamente comparato.

Uno dei miei personaggi preferiti è lo zio Vanya, il portavoce della conservazione. E una sua osservazione mi sembra l’epitome di tutti i conservatorismi, e una bella definizione sintetica della differenza tra progressisti e conservatori:

You call it progress, I call it disobedience (p. 58).

Lo potrebbe dire Paola Binetti a Umberto Veronesi.