Bohumir Hrabal – Opere scelte

Hrabal, Bohumir. Opere scelte. Milano: Mondadori. 2003.

I Meridiani di Mondadori sono una bellissima collana, curata (anche se oggi molto meno che agli inizi), stampata su carta sottile, maneggevole, dotata di ricchi apparati critici. Però le raccolte di opere, e ancora di più le opere complete, mi mettono sempre di fronte a un problema: se non sei un vero appassionato dell’autore o uno studioso, sei costretto (costretto perché, come è noto, mi sono dato l’imperativo di leggere i libri dalla prima all’ultima pagina, sottoponendomi di buon grado all’imperio implicito dell’autore o del curatore: un libro è informazione in formato sequenziale, e che diamine!), costretto, dicevo, a sorbirti anche gli stentati primi passi giovanili e i balbettamenti senili dell’autore, insieme alle suo opere più celebri e celebrate.

Questo accade anche con il povero Hrabal. I suoi grandi romanzi sono un piacere. Ma le prime e le ultime cose, ancorché interessanti, non reggono il confronto.

I praghesi (in realtà, Lenka, un amica de Il barbarico re, l’unica praghese che possa dire di conoscere un po’) considerano Hrabal lo scrittore nazionale (Kafka scriveva in tedesco). Tutti i grandi “romanzi” (non sono scare quotes, è che in Hrabal il concetto di romanzo è veramente tirato da tutte le parti) sono molto belli: Treni strettamente sorvegliati, Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, Ho servito il re d’Inghilterra, La tonsura, Una solitudine troppo rumorosa.

Nel primo c’è una scena ironica e toccante – la più bella e sensuale descrizione di un orgasmo che abbia mai letto e al tempo stesso la descrizione di uno dei disastri più atroci della seconda guerra mondiale. L’essenza di Hrabal, per me, è riassunta in queste poche righe.

«Miloš Hrma» mi presentai.
«Viktoria Freie» fece un inchino e mi porse la mano.
«Viktoria Freie?» si meravigliò Hubička.
E io sapevo che questo era il messaggio, lo riconobbi, sapevo che Viktoria Freie era quella mano che consegnava il messaggio e l’informazione, ma questa notizia per ora non aveva fatto piacere al capomanovra Hubička, anzi era ancor più impallidito, quell’apparizione l’aveva proprio scombussolato, vidi che non aveva il minimo desiderio, addirittura a questa bella donna non aveva guardato né il sedere né il petto, come aveva l’abitudine di fare spogliando le donne con gli occhi. E questa tirolese, ora che guardavo, era contemporaneamente un culone e un tettone. E uscii sul marciapiede a dare il segnale a un treno merci perché passasse, lo aspergevo di luce verde. E poi, quando ritornai dentro e comunicai alla stazione seguente l’ora in cui il treno era passato dalla stazione mia, il pacchetto era sparito. E Viktoria sbadigliava e si stirava e mi faceva gli occhi dolci e io a un tratto sentii fiducia in lei, sicché quando disse che si sarebbe volentieri stesa per un’oretta aprii la porta dell’ufficio del capostazione, come aveva fatto a Dobrovice il capomanovra Hubička prima di strappare quel sofà incerato, e lei entrò e io portai il mio mantello e lo distesi sul sofà, il paralume verde spandeva una luce dolce, sentivo come nella colombaia i colombi erano tutti inquieti, addirittura più di quando il capostazione era andato via, come se si fosse infilata da loro una donnola o una faina, con tanto spavento tubavano e sbattevano le ali.
«Mi chiamo Miloš Hrma» balbettai, «sapete, mi sono tagliato le vene perché soffro di eiaculatio praecox. Ma non è vero. È vero che con la mia signorina sono sfiorito come un giglio ma detto tra noi io sono maschio davvero…»
«Voi non siete andato ancora con nessuna?» si meravigliò Viktoria,
«No, ci ho soltanto provato, e per questo vi prego di consigliarmi…»
«Davvero voi non siete ancora andato con nessuna?» era sempre più meravigliata.
«Nessuna, perché Máša, come s’infilò accanto a me dallo zio Noneman a Karlín, Máša si è messa accanto a me, ma non ci sono andato perché, come dicevo, sono sfiorito come un giglio.»
«Sicché voi davvero non siete andato con nessuna» disse e sorrise e aveva le fossette, come le aveva Máša, e i suoi occhi si ammorbidirono come se si meravigliasse per una fortuna o se avesse trovato una cosa rara, e con le dita cominciò a scarmigliarmi i capelli, come se fossi un pianoforte, e poi guardò la porta chiusa dell’ufficio e si chinò sopra il tavolo, tirò giù il lucignolo e spense con un soffio sonoro la lampada e mi cercò con le mani e in­detreggiò con me fino al sofà del capostazione e si rovesciò e mi tirò a sé, e dopo fu tenera con me, come quan­do ero piccolo e la mamma mi vestiva e svestiva, mi permise di aiutare anche lei ad alzarsi la gonna, e poi sentii come sollevò e aprì le gambe, poggiò le sue scarpe tirolesi sul sofà del capostazione, e poi di colpo ero incollato a Viktoria, così come ero incollato nella fotogra­fia col vestitino da marinaretto alla fotografia di Máša, e mi inondò una luce che incessantemente cresceva, salivo sempre più in alto, la terra intera tremava, risuonava un rombo e un fragore, avevo l’impressione che non uscisse né da me né dal corpo di Viktorka, ma da fuori, che l’intero edificio tremasse nelle fondamenta, le finestre tin­tinnavano, udii che in onore di questo mio glorioso e vittorioso ingresso nella vita si erano messi a tintinnare anche i telefoni, i telegrafi cominciarono da soli a battere i segnali Morse, come accadeva negli uffici ferroviari durante i temporali, mi sembrava che anche quei colombi del capostazione tubassero a una voce sola, addirittura anche l’orizzonte si sollevava e fiammeggiò coi colori degli incendi, ora l’edificio della stazione tremò ancora, si mosse un poco nelle fondamenta… E poi sentii come il corpo di Viktorka si tese ad arco, udii come le sue scarpe chiodate si piantarono dentro il sofà di tela cerata, udivo come quella stoffa si strappava, non cessava di strapparsi e da qualche punto dalle unghie delle mani e dei piedi mi convergeva nel cervello uno spasmo di gioia, d’improvviso tutto fu bianco, poi grigio, poi scuro, come se dell’acqua calda calasse e si mutasse in fredda, e nella schiena sentii un dolore piacevole, come se qualcuno mi ci avesse infilato un raffio da muratore.
Aprii gli occhi, Viktorka continuava a scarmigliarmi I capelli e ansimava. E io vidi attraverso una fessura nella finestra che all’orizzonte si sollevava il colore rosso e ambra di un fuoco lontano, come se lampeggiassero i tempi buoni. E i colombi del capostazione tubavano spauriti, svolazzavano per la colombaia, urtavano contro le pareti e il soffitto e cadevano in terra e sbattevano spauriti le ali.
Viktorka Freie si era seduta e ascoltava. Si accarezzò i capelli e disse:
«Da qualche parte c’è un terribile bombardamento.»
Aprii la finestra e tirai la tenda di oscuramento, che fu risucchiata in su. Lontano oltre le colline scoppiavano senza sosta nuovi incendi, l’orizzonte era scarlatto e ripiegato oltre le colline, verso il centro di un qualche disastro.
«Sarà Dresda» disse e si alzò e si pettinò i capelli e il pettine faceva uno strano suono nei capelli. Mi ricordai del suo corpo flessibile, che d’improvviso vidi volare su un trapezio.

Se siete curiosi, questa era la voce di Hrabal. Se sapete il ceco, capirete anche di che parla.

Legione

Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. Gli diceva infatti: “Esci, spirito immondo, da quest’uomo!”. E gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”. E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: “Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi”. Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare. I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. [Vangelo di Marco, V, 1-17]

The killer lives inside me: yes, I can feel him move.
Sometimes he’s lightly sleeping in the quiet of his room
but then his eyes
will rise and stare through mine;
he’ll speak my words and slice my mind inside…
Yes the killer lives.

The angels live inside me: I can feel them smile.
Their presence strokes and soothes the tempest in my mind;
And their love
can heal the wounds that I have wrought,
They watch me as I go to fall – well, I know I shall be caught
While the angels live.

How can I be free?
How can I get help?
Am I really me?
Am I someone else?

But stalking in my cloisters hang the acolytes of gloom
and Death’s Head throws his cloak into the corner of my room
and I am doomed
But laughing in my courtyard play the pranksters of my youth
and solemn, waiting old man in the gables of the roof –
he tells me truth…

I, too, live inside me and very often don’t know who I am;
I know I’m not a hero – well, I hope that I’m not damned.
I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators, saviours, refugees in war and peace
as long as man lives…

I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators,
Saviours,
Refugees.