Working Class Hero

Una canzone di John Lennon che hanno rifatto quasi tutti. Metterò solo quelle che mi piacciono almeno un po’.

Cominciamo dall’originale (originaria):

As soon as you’re born they make you feel small
By giving you no time instead of it all
Till the pain is so big you feel nothing at all

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

They hurt you at home and they hit you at school
They hate you if you’re clever and they despise a fool
Till you’re so fucking crazy you can’t follow their rules

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

When they’ve tortured and scared you for twenty odd years
Then they expect you to pick a career
When you can’t really function you’re so full of fear

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

Keep you doped with religion and sex and TV
And you think you’re so clever and class less and free
But you’re still fucking peasants as far as I can see

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

There’s room at the top they are telling you still
But first you must learn how to smile as you kill
If you want to be like the folks on the hill

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

If you want to be a hero well just follow me
If you want to be a hero well just follow me

La più bella delle cover, secondo me, è questa di Marianne Faithfull (sì, quella di As Tears Go By):

Abbastanza sorprendente (e non molto nota) questa di David Bowie con i Tin Machine:

Andiamo tra quelle non riuscite (secondo me). Cindy Lauper (cui perdono tutto per Time after Time):

Green Day (bastassero le buone intenzioni…):

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Golden Hair

Non si chiama così, in realtà. Si chiama semplicemente V nella serie delle 34 (poi 36) poesie d’amore che James Joyce scrisse per Nora Barnacle.

Lean out of the window,
Goldenhair,
I heard you singing
A merry air.

My book was closed;
I read no more,
Watching the fire dance
On the floor.

I have left my book,
I have left my room,
For I heard you singing
Through the gloom.

Singing and singing
A merry air,
Lean out the window,
Goldenhair.

La poesia è stata musicata, con il titolo Golden Hair, dal leggendario Syd Barrett (il crazy diamond dei Pink Floyd) nel 1970 nel suo album solista The Madcap Laughs.

Il giorno della morte di Syd Barrett (il 7 luglio 2006), in un concerto a Manchester, John Frusciante dei Red Hot Chili Pepper ha cantato questa cover (bruttina).

La bussola d’oro

La bussola d’oro (The Golden Compass), 2007, di Chris Weitz, con Dakota Blue Richards, Nicole Kidman e Daniel Craig.

La recensione è presto fatta: se avete amato il libro, state alla larga dal film! A parte il fatto che non è fedele al libro nella vicenda (ma questo può succedere in un adattamento cinematografico), non è fedele nello spirito: la profondità etica e filosofica che si annida nel cupo racconto di Pullman è tradotta nella solita avventurosa storiella americana, tutta luoghi comuni, smorfie ed effetti speciali (per cui il film ha vinto un Oscar).

Colgo l’occasione per segnalarvi l’esistenza di un sito italiano dedicato alla trilogia di Philip Pullman: www.questeoscurematerie.it e per citare un bell’intervento di Quirino Principe sulla trilogia.

Sulla trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman

Esistono certamente mondi interamente altri: sono chiamati “universi paralleli”, o semplicemente “l’invisibile”, “il possibile”. Che di solito si sottraggano allo nostro sguardo, che non si riesca a vederne l’accesso, che non si trovino nella cosiddetta realtà, è la prova logica che essi esistono. Se fosse facile scoprirli, non sarebbero ciò che devono essere per definizione: interamente altri.

Non sono mancate spedizioni di ricerca, viaggi di isolati ardimentosi. Forse quei mondi sono nascosti in un punto aleatorio dello spazio-tempo, oppure nelle viscere della terra, dove è più difficile penetrare di quanto non sia volare nel cosmo. Da un lato la matematica e la cosmologia, dall’altro la letteratura, scavano la montagna da versanti opposti. S’incontreranno mai? Raggiungeranno la meta? Al viaggio d’esplorazione, le scienze si sono preparate con lunga e cauta disciplina, tentando di frenare le emozioni. La letteratura ha anticipato i tempi, inviando pionieri. Luciano di Samosata ha navigato nel cielo della Storia vera, Dante ha esplorato l’oltremondo con la Commedia. Ma ogni volta, terminato il viaggio che si conclude sempre con una rivelazione abbagliante di cui svanisce subito la memoria, si perde la chiave d’accesso, si dimentica dove sia l’entrata. Nel 1865, Lewis Carroll la svela ad Alice: una buca nel terreno, o la superficie di uno specchio. Nelle Cronache di Narnia (1950), Clive Staples Lewis la indica a un gruppo di ragazzini sfollati in guerra: il fondo di un armadio. John Ronald Reuel Tolkien, nel Signore degli Anelli (1954-1955), non la rivela: il mondo parallelo “c’è”, esclude ogni altro mondo. Nella narrativa fantastica di ordinario livello, gli autori sono mediocri guide: incespicano, sbagliano percorso.

Da un’altezza incomparabilmente più alta rispetto a ciò che volonterosamente è definito “fantasy”, Philip Pullman, nato a Norwich in Gran Bretagna nel 1946, riesce a vedere. Pullman esercita la professione che fra gli scrittori britannici di talento libera dalle caverne sotterranee sublimi terrori, luminescenti magie e incarnazioni del soprannaturale: come Lewis, come Tolkien, come Carroll, come quel maestro dell’orrore puro che fu il mite erudito Montague Rhodes James, è professore di college. Solitudine, riservatezza, dottrina di antico stampo, preziosa bibliofilia: nelle isole di Artù, di Merlino, di Morgana e della regina Mab, sono queste le premesse necessarie per chi voglia entrare nell’invisibile attraverso un cunicolo spazio-temporale. Il dono che Pullman ci concede è la trilogia Queste oscure materie (His Dark Materials): il titolo è la citazione di un verso dal Paradiso perduto di John Milton. Attraverso tre romanzi, La bussola d’oro (The Golden Compass, 1995), La lama sottile (The Subtle Knife, 1997), Il cannocchiale d’ambra (The Amber Spyglass, 2000), l’autore ci accompagna in un universo parallelo la cui mappa è spaventosamente e meravigliosamente più complessa di quanto prima avremmo immaginato. È un “altro” mondo costituito da frammenti della “nostra” geografia, da inestimabili e lampeggianti scoperte compiute dalle letterature e alle scienze in millenni, e tutto questo si ricompone in un disegno vertiginoso.

È vero: protagonista è una bambina undicenne, Lyra (un avatar di Alice? Si è tentati di crederlo, ma se così fosse qualcosa nei conti non tornerebbe), che vive nel Jordan College di Oxford, ma oltre l’oceano, in America, lo Stato più importante di quel continente è la Nuova Francia. Lyra, attratta dai misteri di una strana Aurora Boreale e di una Polvere inconcepibile, compie un viaggio all’estremo Nord, e là trova gli antiquati Zeppelin ma anche procedimenti tecnici oggi inimmaginabili. È imprigionata tra mondi matematicamente incompatibili, nel sortilegio dell’assurdo; ma chi la aiuta possiede un coltello che permette di “tagliare” un varco tra gli universi. C’è nei tre romanzi di Pullman la forza quasi paurosa di chi sa finalmente inventare e costruire. No, questa trilogia non è “narrativa per bambini che possa essere letta anche dagli adulti” (se lo fosse, sarebbe già molto attraente…). È semplicemente un terreno di così alta tensione magnetica da irretire e spaventare. Saper narrare è sapienza antica, essere interamente liberi e dissacrare ciò che si presenta falsamente come sacro è matura e laica modernità. Leggere Queste oscure materie, poco importa se con uno spirito adulto o ingenuo, potrebbe anche far capire gli aspetti della storia umana e cosmica che forze ostili alla libertà e all’intelligenza hanno voluto, nel tempo, mantenere al buio.

Quirino Principe

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