L’obbedienza non è più una virtù

“È l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati”, dice uno degli esecutori del respingimento. “Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia – aggiunge – ci urlavano: “Fratelli aiutateci”. Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l’abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno.” [corsivo mio]

Sto citando da la Repubblica di oggi, 9 maggio 2009. Parlano i militari delle motovedette italiane della Guardia di Finanza (Gf 106) e della Capitaneria di porto (Cpp 282) appena rientrati dalla missione rimpatrio, intervistati da Francesco Viviano.

“Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti.” [corsivo mio]

Non penso di essere un persona particolarmente emotiva, ma mi si raggela il sangue. Gli ordini erano quelli. La foglia di fico dei militari da sempre. Forse basta citare Adolf Eichmann: “Non ho mai compiuto alcuna azione, grande o piccola, senza aver avuto prima esplicite istruzioni da Adolf Hitler o da qualcuno dei miei superiori.”

Questa difesa, ampiamente utilizzata dai gerarchi nazisti, è stata considerata giuridicamente non valida dal IV principio di Norimberga:

The fact that a person acted pursuant to order of his Government or of a superior does not relieve him from responsibility under international law, provided a moral choice was in fact possible to him. “I was following orders”, is not an excuse.

Mi direte che tutti, in questi giorni, stanno parlando “a sproposito” di fascismo, nazismo, razzismo eccetera. Non mi sembra un’obiezione fondata: chi ne sta parlando, è perché vede in questo affievolirsi dei principi lo stesso processo che portò alla supina acettazione di questi regimi mostruosi.

Sono certamente “vetero-” e anche un po’ “catto-” comunista, ma mi attengo alla lezione di Lorenzo Milani:

A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca.

Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati.

[…]

A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.

C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico. [il testo integrale di L’obbedienza non è più una virtù lo potete trovare qui]