Li turche so’ sbarcati a la marina

Dalla musica composta da Eugenio Bennato come colonna sonora dello sceneggiato televisivo L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello, andato in onda sulla RAI nel 1980.

All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tene ‘e scarpe vecchie se l’assòla
c’avimm’a fare nu lungo cammino

Quant’è lungo stu cammino disperato
e sta storia se ripete ciento volte
nuie fuimmo tutte quante assai luntano
quanno sona la campana

All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tiene o grano lo porta a la mola
comme ce vene janca la farina

Ma nun bastano farina festa e forca
pe sta gente ca n’ha mai vuttàto e mane
o padrone vene sempe da luntano
quanno sona la campana

E po’ vene o re Normanno ca ce fa danno
E po’ vene l’Angiuino ca ce arruvina
E po’ vene l’Aragunese, ih che surpresa
e po’ vene o re Spagnolo ch’è mariuolo
E po’ vene o re Burbone can un va buono
E po’ vene o Piemontese ca ce vo’ bene
Ca pussa essere cecato chi nun ce crede
Ca pussa murire acciso chi nun ce crede.

Me l’ha fatta tornare in mente, per un cortocircuito sinaptico della più bell’acqua, questo articolo pubblicato sulle pagine romane di La Repubblica del 17 maggio 2009.

Nostra Signora dei Turchi

Ormai ci si ritrova di fronte a una gran bella scelta: crederci che «l’ Italia non è multietnica» e, allora, lasciar perdere. Oppure raccontarla la Roma degli Anatolici: la Roma di Enea, Cibele, Artemide & C. che Virgilio, Ovidio, Giuliano l’ Apostata & C. ci hanno tramandato. Figurarsi a scuola, i professori. Diventerà imbarazzante quel III libro dell’ Eneide? Lì Apollo appare in sogno al profugo troiano Enea che, disperato, cerca una nuova patria per spiegargli dove ricominciare le loro vite: «Vi è un luogo, i Greci lo chiamano Esperia, antica terra, potente d’ armi e di feconde zolle». E Anchise, al racconto del figlio, si ricorda di Cassandra: «Ora la rammento prevedere tali destini alla nostra stirpe,e spesso invocare l’ Esperia e i regni italici». Respingi in mare Enea e ti svapora Roma e l’ intera sua storia. E figurarsi nei nostri musei – che, dove vai vai, comunque una Cibele o un’ Artemide, primao poi, le incontri- gli archeologie le guide cosa dovrebbero dirci di queste dee che mezza Roma adorava? Che sono roba nostra? Divinità autoctone? Non è così: l’ abbiamo pregata a lungo, Cibele, ma è ci arrivata da fuori: bella, santa, turca e già famosa da secoli. La si riconosce subito: ha una corona di torri sulla testa (proprio come ancor oggi l’ immagine tradizionale dell’ Italia turrita), un trono, un’ aria severa. Talvolta con lei ci sono uno o due leoni. Una simbologia la sua che, in parte, già appartiene alla Dea Madre di Chatal Hoyuk (VI millennio a.C.) e che riassume il suo mito che, nel I millennio a.C., la lega stretta stretta ad Attis, il giovinetto che muore e risorge grazie a lei. L’ abbiamo voluta noi, quella pietra nera che la evocava, facendola immigrare da Pessinunte, nel 204 a.C. Certo, allora c’ era anche da tenersi buono il padrone del suo tempio, Attalo di Pergamo, utile come alleato contro Annibale. E si pensava anche che – potente com’ era, Cibele – riuscisse a entusiasmare l’ esercito dai brutti colpi subiti. Funzionò a perfezione, la dea: Scipione vinse Cartagine e divenne l’ Africano; il Mediterraneo Occidentale divenne romano: Mare Nostrum. Fu così che nel 191 a.C ebbe l’ onore di un suo tempio al Palatino. Ovidio racconta, nel IV dei suoi «Fasti», come andò il suo arrivo: «Quando Enea trasferì Troia in terra d’ Italia, la dea fu tentata dall’ idea di seguire la nave che trasportavai sacri tesori, ma poi capì che il destino non l’ aveva ancora chiamata a trasferire nel Lazio la sua presenza divina». Rimase a casa sua Cibele, fin quando, alla fine di quel III secolo a.C., i sacerdoti di Roma, consultando i libri sacri per capire come mai le cose andassero così male, ebbero un responso chiarissimo: «Manca la madre. Vi ordino Romani di cercare la madre. Quando verrà, essa dovrà essere accolta da una mano pure». Trattarono con Attalo: ma solo un terremoto e un messaggio perentorio della dea lo convinsero a lasciar partire Cibele. Ovidio mette in bocca al re di Pergano, la città delle prime pergamene, queste parole rivolte alla dea: «Vai pure, resterai ugualmente nostra: Roma discende da progenitori Frigi». E Roma l’ amò davvero questa Nostra Signora dei Turchi, Madre Santa dei Padri di Roma: al tempio sul Palatino, ne seguì un altro all’ Aventino, un altro ancora in Vaticano del II o III secolo. La sua statua finì al centro del Circo Massimo, con le divinità più sacre. Dal 15 al 27 marzo era festa grande per lei, con timpani, urla e sonagli di bronzo: una processione, lavacri, offerte, sacerdoti vistosi, spesso castrati, ma anche veglie, il taglio dell’ albero sacro, e giochi al Circo. Ovidio si toglie lo sfizio di fare una domanda anche sui sacerdoti eunuchi: «Che origine ha la frenesia per cui si tagliano il membro?» Ed è una musa a spiegargli che si tratta di una citazione del peccato carnale commesso da Attis che, pur avendo promesso alla dea di restar per sempre fanciullo, s’ era poi invaghito di una ninfa e per punirsi decise che doveva «morire quella parte del corpo che mi ha rovinato». Un voto di castità, il suo, che mezzo Mediterraneo conobbe, con cento variazioni. Se si va a Ostia Antica – e s’ imbocca il decumano fino al Foro per prender poi a sinistra, percorrendo il cardo massimo fino alla fine del parco archeologico – si arriva al Campus Magnae Matris: zona sua. Era proprio lei, Cibele, infatti, che veniva considerata la Madre degli Dei. Di tutti gli dei: Demetra, Hera, Ade, Poseidone, persino Zeus, tutti figli suoi, secondo gli Antichi. Non che in quel grande spazio poco distante dal Tevere ci sia rimasto granché: un podio e, in asse, una cappella per Attis. Là dentro vennero trovate 19 statue, finite in gran parte in Vaticano, in minima parte al Museo di Ostia. Anche delle copie fatte per sostituire la roba che c’ era è rimasto poco: la statua di Attis adagiato, due Telamoni mostruosi con gambe di capro e pelle di leone, che sorvegliano l’ ingresso, l’ alberello sacro che faceva parte della liturgia e che, ormai, si sta sfaldando. Nel museo nella stessa sala di Mithra e Serapide – due bassorilievi ce ne fanno conoscere i riti e un sacerdote. E un suo fedele si è fatto rappresentare sul sarcofago che è lì: al polso, sul suo bracciale, l’ immagine santissima della dea. Tra II e III secolo Tertulliano – nell’ ora delle polemiche tra Cristiani e Gentili – si accanì proprio su Cibele divertendosi a raccontare che, ormai morto a Sirmione Marco Aurelio, il gran sacerdote della dea a Roma, ancora all’ oscuro di tutto, «indiceva pubbliche preghiere per la salute di Marco, già morto da una settimana».E sarcastico: «O lenti corrieri, o tardivi messaggi! Fu colpa vostra se Cibele non conobbe in tempo la morte dell’ imperatore, perché i Cristiani non avessero a ridere di una simile dea!». Bisognerà arrivare all’ Imperatore Giuliano – cresciuto cristiano, ma poi restauratore degli antichi culti – per tornare a parole rispettose verso l’ antica Madre degli Dei. Lui – mezzo secolo circa dopo la cristianizzazione dell’ impero voluta da Costantino- le dedica una vibrante omelia. In quel suo solenne atto di fede racconta non solo dell’ arrivo miracolistico della Dea Anatolica qui da noi via mare (con la sua nave che s’ incaglia e con una vergine che miracolo! – riesce a trascinarla via con la sua cinta, dimostrando così di esser davvero vergine, cosa di cui molti sospettavano) ma si sforza di spiegare il senso di questa divinità e del suo amatissimo Attis, mortoe risorto. Convinto com’ era che non si potevano affidare i giovani a insegnanti cristiani che – snobbando gli antichi miti non erano in grado di spiegare gli antichi testi da studiare, Giuliano con un editto del 17 giugno 362 interdì loro la docenza. Morì giovane, l’ Apostata Giuliano, l’ anno dopo. «Un segno di Dio» spiegò la Chiesa degli Inizi che – tra pogrom, persecuzioni, discriminazioni – aveva vissuto le sue restaurazioni come una terribile sorpresa. «Un segno degli Dei» dissero, però, anche i pagani, che mai compresero le profondità di questo imperatore che fu anche un grande scrittore mistico: convinto, sincero, in buona fede. Il Cristianesimo tornò religione di stato. Tempo altri 30 anni e l’ imperatore Teodosio metterà fuori legge i culti degli Antichi. Sopravviveranno nei villaggi – nei «pagi» – riserve dimenticate del «paganesimo»: il nostro Sud, con i suoi flagellanti e il taglio rituale dell’ albero sacro, ne conserva antiche memorie. Non fu l’ unica Cibele ad arrivare dall’ Anatolia per conquistare il cuore dei Romani. L’ altra, Artemide di Efeso si chiama: più anatolica di così. Ora si mostra ai Capitolini con quel suo viso scuro e il busto sorprendente che l’ ha fatta passare per secoli come una superdotata, zeppa di seni, fin quando, qualche anno fa, uno studioso svizzero non dimostrò che quelle escrescenze toraciche erano collane di testicoli di toro appena sacrificati alla dea. Sacrilego far sparire con una boutade il sangue misto che ci ha creato. Ci fu un momento terribile in cui, però, ci si riuscì: ai professori d’ Italia venne comunicato da «Razza e Civiltà» (nel suo numero di maggio-luglio 1941) un diktat di Mussolini: era venuto il momento di smetterla di ragionare e indagare sulla multietnicità delle nostre origini, e che in Italia si è tutti di «razza ario-romana». Molti, moltissimi ubbidirono. – SERGIO FRAU