The Sentinel

Clarke, Arthur C. (1983). The Sentinel. London: HarperCollins. 2000.

Una celebre raccolta di racconti di Arthur C. Clarke, in cui compare il racconto (The Sentinel, appunto) che ispirò o meglio fu il punto di partenza di 2001 Odissea nello spazio.

Lo stesso Clarke distingue tra 2 tipi di fantascienza, o meglio tra fantascienza e fantasy:

“[…] I recognize the distinction between the genres. Critics have been trying for decades to define both categories, without much success. Here is my working definition: Fantasy is something that couldn’t happen in the real world (though often you wish it would); Science Fiction is something that really could happen (though often you’d be sorry if it did).” [pp. 312-313]

Acuto, e meravigliosamente scritto, come sempre. Ma a me pare che la differenza fondamentale sia un’altra. Forse sto cercando di introdurre una distinzione diversa, che per me però è più fondamentale. Per me ci sono 2 tipi di storie di fantascienza: quelle in cui l’ambientazione “fantascientifica” (nel futuro e/o in un altro pianeta o universo) serve a esplorare un’idea e svilupparla nelle sue conseguenze e implicazioni, spesso utopiche e più spesso distopiche; e quelle attente soprattutto all’evoluzione delle tecnologie.

Ho cominciato a leggere fantascienza, o meglio a farne indigestione, negli anni della mia pubertà e adolescenza (in realtà avevo cominciato prima, divorando tutto lo Jules Verne che ho potuto). Stiamo parlando di Urania, in cui trovavi rare perle in un mare di letteratura di serie B o C. All’inizio, sospetto, lo leggevo soprattutto per esorcizzare le mie paure e quindi, con un misto di attrazione e terrore, prediligevo le storie catastrofiche: epidemie devastanti, invasioni di alieni infidi. Ma piano piano – dopo una vasta esplorazione dei classici del genere, tra cui Clarke e Asimov, quello della Fondazione e quello dei Robot – ho cominciato a prediligere quei romanzi di fantascienza in cui l’elemento tecnologico-scientifico e la sua verosimiglianza passavano in secondo piano e quello utopico-distopico, il racconto e l’analisi del “radicalmente diverso”, avevano il sopravvento. Lo slogan no-global “Un altro mondo è possibile” (d’altro canto, la famosa antologia di fantascienza curata da Fruttero e Lucentini per Einaudi s’intitolava Le meraviglie del possibile) era perfetto per le mie letture. Anche perché accompagnava – molto profondamente – le mie esplorazioni e le mie radicate convinzioni sulla necessità di superare il capitalismo: se il capitalismo e il mercato non sono stati il modo di produzione prevalente in passato (e me lo dicevano storici economici come Karl Polanyi), non lo sono in altre società umane (e me lo dicevano gli etnologi e gli antropologi come Margaret Mead e Claude Lévi-Strauss) e non lo sono su altri mondi (me lo dicevano gli autori di fantascienza più amati: dal Robert Heinlein di Stranger in a Strange Land al Philip Jose Farmer di Riverworld, da Philip K. Dick alla grandissima Ursula K. LeGuin), allora il nostro modi vivere e produrre, i nostri stessi valori e disvalori, il nostro mondo, non sono eterni, non sono dati una volta per tutte. Ma ho divagato troppo, e sono anche andato troppo avanti nel tempo: in realtà non ho mai smesso di leggere fantascienza.

Naturalmente ho letto anche Clarke, ma soprattutto il Clarke dei romanzi (ho sempre avuto problemi con i racconti, un genere che non amo moltissimo). Penso che se si può parlare di “classicismo” in tema di fantascienza, Clarke ne sia il rappresentante più tipico.

Questa raccolta di racconti non fa eccezione. Clarke sembra preoccupato prima di tutto della verosimiglianza delle tecnologie e dei mondi che narra. Per questo, tra l’altro, la maggior parte delle sue storie accadono nel nostro sistema solare (Clarke non sfrutta i trucchetti dei suoi colleghi per aggirare il limite rappresentato dalla velocità della luce). La necessità di spiegarci per filo e per segno le tecnologie utilizzate, le basi scientifiche dei fenomeni raccontati, gli ambienti planetari e quello che succede a bordo delle navi nuoce un po’ alla narrazione. Ma 2 aspetti comunque lo raccomandano. Il primo è che spesso, anche se non sempre, vale la pena di aspettare che il racconto si dispieghi per restare stupiti davanti alla “sorpresa della bellezza” che Clarke è capace di farci provare. Il secondo è che Clarke ci restituisce, con un po’ di nostalgia, il sapore di un’epoca in cui la fede nel progresso era pervasiva, il progresso era largamente identificato con il progresso tecnologico, e quest’ultimo con la conquista dello spazio. Childhood’s End (per citare un altro titolo clarkiano) per me è arrivata nel 1969, con il primo uomo sulla luna e l’esplosione dell’interesse per la politica.

Siete stati pazienti a seguire fin qui le mie elucubrazioni. Vi siete meritati in premio 2 citazioni. La prima dà un’idea della “saggezza” un po’ oracolare di Clarke, e della sua consapevolezza di essere uno scrittore a tutto tondo, e non di genere:

There were some thing that only time could cure. Evil men could be destroyed, but nothing could be done about good men who were deluded. [p. 97 – forse dovrei farmene un poster da appendere in ufficio]

Il secondo è uno dei tanti esempi della “preveggenza” della fantascienza. Clarke sembra avere ipotizzato l’intelligenza connettiva e collettiva del web 2.0 nel marzo del 1945 (quando scrisse il racconto da cui la citazione è tratta). D’altra parte, in un altro celebre racconto, scritto quasi 20 anni dopo (Dial F for Frankenstein), Clarke ipotizza che la rete telefonica sviluppi una propria intelligenza.

Long ago, Alarkane had written a book trying to prove that eventually all intelligent races would sacrifice individual consciousness and that one day only group-minds would remain in the Universe. [p. 44]

Arthur C. Clarke era nato il 16 dicembre 1917 ed è morto, ultranovantenne, il 19 marzo 2008. In occasione del suo 90° compleanno registrò il messaggio che segue (se avete difficoltà a seguire, qui trovate la trascrizione del messaggio):

Clarke va anche ricordato, con un sorriso, per una battuta autoironica sulla sua presunta omosessualità. A un giornalista che gli chiedeva se fosse gay, rispose: “No, merely mildly cheerful.”

E anche per uno dei racconti di fantascienza più brevi di tutti i tempi (pubblicato su Wired)

God said, ‘Cancel Program GENESIS.’ The universe ceased to exist.