A un cerbiatto somiglia il mio amore

Grossman, David (2008). A un cerbiatto somiglia il mio amore. Milano: Mondadori. 2008.

Forse basterebbe una parola per questa recensione: leggetelo.

È un romanzo molto complesso che si presta, come si suol dire, a molte letture. Per me è soprattutto la storia di una generazione che si è presentata alla vita piena di speranze, anzi di certezze, sul futuro, su un progresso che ci rendesse passo dopo passo più umani e più ricchi, che pensava di avere capito gli errori dei propri genitori e non li avrebbe ripetuti. Che pensava che ognuno avesse il diritto e il dovere di trovare una strada da solo, senza ripercorrere i sentieri degli altri e senza scorciatoie. E che adesso si trova, con altri 25 anni da vivere, se la demografia non ci inganna, senza più speranze. Certo, nel libro c’è molto di più, c’è soprattutto la situazione della Palestina e di Israele (un’altra storia parallela, di uno Stato costruito sulla speranza e andato a male…), c’è la tragedia presentita che ha colpito Grossman. Ma per me è questo: la fine delle belle speranze. Questa la corda che ha risuonato in me (me ne ha consigliato la lettura mia madre, ben più grande di me, e mi chiedo quali corde abbiano risuonato in lei, ma penso di saperlo: in un modo diverso, anche la sua generazione ha lottato – e tanti suoi coetanei sono morti – per un’Italia e un mondo diversi da questo).

A noi, a differenza della generazione che ci ha preceduti e di quelli che ci hanno seguiti, resta una piccola certezza: non ci sono ricette, né per la felicità né per l’infelicità. Esistono soltanto i singoli, meravigliosi, dolorosi, rapporti (bilaterali!) con gli altri. Ognuno una storia a sé. Per fortuna e per dannazione.

L’ho letto in un periodo duro, di fatica e d’insonnia, e mi sono trovato spesso a dover interrompere la lettura con un nodo alla gola, gonfio d’emozione e con le lacrime agli occhi (io, che sono una bestia, il prototipo del sopravvissuto…).

Non è il romanzo perfetto, naturalmente. Dopo le prime 96 folgoranti pagine, il filo ci mette parecchio a ritrovarsi. La verità, la storia non possono che venire a galla lentamente, ma il lettore si perde e un po’ si scoraggia per altre 100-120 pagine. Forse un editor avrebbe aiutato. Ma sono piccolezze. La forza scorre potente nell’inchiostro di Grossman.

Ma basta così. Facciamo parlare lui. Qualche assaggio.

La pienezza della vita, diceva l’Ilan di un tempo arrossendo di gratitudine, con uno stupore timido e schivo che faceva nascere in Orah un’ondata di amore per lui. Le pareva sempre meravigliato di aver ottenuto un simile privilegio, la pienezza della vita […] [p. 120]

Il concetto di famiglia è alta matematica per me, […] ci sono troppe incognite, troppe parentesi, troppe moltiplicazioni ed elevamenti a potenza. [p. 232]

Stavano davanti al piano di lavoro, al lavello. Non si toccavano, guardavano la parete, le loro tempie pulsavano all’unisono. [p. 321]

Probabilmente per via della vecchiaia, si disse (da un po’ di tempo provava la strana ansia di proclamarsi vecchia, come se non avesse la pazienza di aspettare il sollievo della dichiarazione ufficiale di fallimento). È così che funziona: gli esseri umani si separano da se stessi ancor prima che lo facciano gli altri, addolcendo il colpo che, in ogni caso, subiranno di lì a poco. [p. 343]

[…] a volte una cattiva notizia non è che una buona notizia che è stata fraintesa […] [p. 401]

E a quel punto aveva compreso, per una frazione di secondo, non di più (che però le sarebbe bastata per tutta la vita), come ci si sente quando non si vede la linea ma soltanto i punti che la compongono, il buio sotto gli occhi chiusi, il baratro tra un istante e quello successivo. […] Ecco, era così che si cadeva fra un passo e l’altro. era quello il suono prodotto dalla disgregazione. Era così che il suo Adam guardava a occhi aperti, e forse vedeva, ciò che gli era proibito: il modo in cui avrebbe potuto disintegrarsi nel nulla. Tornare alla polvere da cui era venuto. Com’era debole quella cosa che compattava tutto. [pp. 553-554]

[a proposito della gelosia …] sentiva un cerchio di gelo serrarle le viscere [p. 576]

Ho letto le ultime pagine ascoltando la Sonata in si minore di Liszt di Richter, che propongo anche a voi, perché mi sembra racconti in un modo diverso la stessa ansia di vivere, costi quel che costi.

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