Obituary: George Whitman, 12.12.1913-14.12.2011

George Whitman, deceduto ieri a 98 anni, era il proprietario della famosa libreria parigina di libri in inglese, Shakespeare and Company.

In origine, Shakespeare and Company fu aperta da Sylvia Beach il 17 novembre 1919 al numero 8 di rue Dupuytren, e si trasferì nei più ampi locali di rue de l’Odéon 12 nel 1922. Chiuse nel 1941, durante l’occupazione nazista, e non riaprì mai più. La prima libreria è legata ai nomi di Ezra Pound, Ernest Hemingway e Ford Madox Ford, ma soprattutto a quello di James Joyce, che la chiamava Stratford-on-Odéon e che vi pubblicò Ulysses nel 1922.

La seconda fu aperta da George Whitman nel 1951 in rue de la Bûcherie 37, praticamente di fronte a Notre Dame, al km 0 di Parigi, da cui parte la numerazione delle pietre miliari. Originariamente Le Mistral, fu ribattezzata Shakespeare and Company in omaggio a quella originaria di Sylvia Beach. In questa seconda incarnazione, è legata alla generazione beat di Allen Ginsberg, Gregory Corso e William S. Burroughs, oltre che al Lawrence Ferlinghetti della libreria-amica City Lights Books di San Francisco.

Shakespeare & Co. 1

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La libreria ha anche 13 letti, in cui hanno dormito 40.000 persone, tra cui Henry Miller e Anaïs Nin.

La libreria è ancora frequentata da autori importanti come Paul Auster e Marjane Satrapi, oltre che da me che mi ci sono fermato l’ultima volta la mattina dell’8 dicembre scorso.

Shakespeare & Co. 2

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Nel 2005, il Sundance Channel ha trasmesso un documentario di 52 minuti, Portrait of a Bookstore as an Old Man, dedicato a George Whitman. Eccolo:

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7 Bizarre Trends That Predict an Economic Collapse | Cracked.com

[Con un grazie speciale ad AD che me l’ha segnalato]
At any point during an economic downturn, there are always obvious signs of the recession. But during these times, there are less-noticed but totally bizarre indicators that things are bad.

La torre di Pisa

il 15 dicembre 2001, 10 anni fa, è stata riaperta al pubblico la torre di Pisa, dopo oltre 10 anni di lavori.

Torre di Pisa

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Amundsen

Per me, bambino (facevo la 2ª elementare), Amundsen è stato un eroe. Mi avevano regalato alcune biografie di uomini illustri: Pasteur, Amundsen, Michelangelo, Madame Curie. Per me diventati immediatamente una bibbia i libri e degli eroi i protagonisti.
Amundsen con il fascino del grande Nord (e del grande Sud): ma sinora, a distanza di decenni, soltanto sul Nord ho soddisfatto qualcuna delle mie curiosità.
Cent’anni fa Amundsen raggiungeva per primo il polo Sud (dopo essere arrivato secondo per un soffio al polo Nord).
Per me una data indimenticabile.

La scuola uccide la creatività?

Una rassegna pubblicata alcuni anni fa sul Creativity Research Journal, “Creativity: Asset or Burden in the Classroom?“, gli autori sostengono che le caratteristiche che gli insegnanti trovano desiderabili nei loro alunni sono correlate negativamente con quelle che caratterizzano invece la creatività. I tratti più comunenente associati alla creatività sono l’essere determinati, indipendenti e individualisti; il senso critico; l’indisponibilità ad accettare risposte evasive o negative da parte degli insegnanti; l’essere sbrigativi. Gli insegnanti, invece, preferiscono negli alunni il conformismo e l’accettazione dell’autorità. Anche se gli insegnanti, a un quesito diretto, sostengono di essere a favore della creatività e di promuoverla attivamente in classe, i tratt associati alla creatività sono più spesso puniti che premiati.

Non so se e quanto sono stato uno studente creativo, ma certamente la mia carriera scolastica è stata abbastanza brillante sotto il profilo del profitto, ma costellata di punizioni e bassi voti in condotta e note e convocazioni dei genitori.

Insomma, concludono gli autori, la scuola è un ambiente che non promuove la creatività, per una serie di ragioni:

  1. l’atteggiamentio “ostile” degli insegnanti è percepito dagli studenti creativi, la cui performance ne risente negativamente, fino al rifiuto dell’istruzione formale;
  2. gli studenti creativi sono incentivati al conformismo, il che ne spegne la creatività;
  3. anche nella migliore delle ipotesi, la scuola permette di emergere soltanto agli studenti creativi capaci di adeguarsi alle caratteristiche di affidabilità e di comportamento desiderate dagli insegnanti.

Teachers Don’t Like Creative Students — Marginal Revolution

What the paper shows is that the characteristics that teachers use to describe their favorite student correlate negatively with the characteristics associated with creativity. In addition, although teachers say that they like creative students, teachers also say creative students are “sincere, responsible, good-natured and reliable.” In other words, the teachers don’t know what creative students are actually like. (FYI, the research design would have been stronger if the researchers had actually tested the students for creativity.) As a result, schooling has a negative effect on creativity.

My experience as a parent is consistent with the idea that teachers don’t like creative students but I try not to blame the teachers too much. Creative people, for better and worse, ignore social conventions. Thus, it can be hard for teachers to deal with creative students in a classroom setting where they must guide 20-30 students en masse.

Stare in coda: la teoria e la pratica

È fin troppo facile ironizzare sulla nostra incapacità di stare in coda. Penso di aver avuto un’esperienza comune a molti quando da ragazzo per la prima volta ho visto la gente fare la fila alla fermata dell’autobus in Inghilterra (anche se era l’Irlanda, già un po’ meno ordinata). E l’ho confrontata con i nostri ammassi disordinati (il modello, almeno per me: la distribuzione delle merendine a scuola) o con le nostre file apparentemente ordinate, ma che nascondono l’enorme tensione della possibilità, sempre in agguato se ti dovessi distrarre anche un solo istante, del sorpasso del “furbo.”

Naturalmente, c’è una teoria matematica delle code (in cui si dimostra, ad esempio, la superiorità della coda singola sulle code parallele – vedi sotto) e una teoria psicologica (che non sempre dà gli stessi consigli, a riprova che spesso le nostre percezioni ci ingannano). E, naturalmente, ci sono anche le implicazioni economiche: l’avversione alle code è una delle molle che spinge ad abbandonare lo shopping “fisico” in un negozio affollato sotto le festività natalizie a favore degli acquisti online. ed è per questo che il Wall Street Journal ne parla in un lungo articolo che vi segnalo:

Find the Best Checkout Line – WSJ.com

Molto bella, secondo me, la grafica che accompagna il testo:

Stare in coda

online.wsj.com

Grecia e Italia, ricche e corrotte

L’Economist ha pubblicato i più recenti dati annuali del Corruption Perceptions Index e li ha rappresentati in un grafico insieme all’Indice di sviluppo umano dell’ONU, che tiene conto simultaneamente del PIL pro capite, delle condizioni di salute e dei livelli d’istruzione. La correlazione tra bassi livelli di corruzione percepita e valori elevati dell’Indice di sviluppo umano è evidente, ma viene meno per valori elevati (compresi tra 2 e 4) della corruzione percepita. Fanno eccezione, in positivo, alcuni paesi poveri ma ben amministrati, come il Bhutan e le Isole del Capo Verde; in negativo, alcuni paesi ricchi ma corrotti, tra cui spiccano la Grecia e l’Italia.

Corruption and development: Corrosive corruption | The Economist

THE use of public office for private gain benefits a powerful few while imposing costs on large swathes of society. Transparency International’s annual Corruption Perceptions Index, published on December 1st, measures the perceived levels of public-sector graft by aggregating independent surveys from across the globe. Just five non-OECD countries make the top 25: Singapore, Hong Kong, Barbados, Bahamas and Qatar. The bottom is formed mainly of failed states, poor African countries and nations that either were once communist (Turkmenistan) or are still run along similar lines (Venezuela, Cuba). Comparing the corruption index with the UN’s Human Development Index (a measure combining health, wealth and education), demonstrates an interesting connection. When the corruption index is between approximately 2.0 and 4.0 there appears to be little relationship with the human development index, but as it rises beyond 4.0 a stronger connection can be seen. Outliers include small but well-run poorer countries such as Bhutan and Cape Verde, while Greece and Italy stand out among the richer countries.

Come scelgono le api?

Un articolo pubblicato su Science chiarisce i meccanismi di scelta di uno sciame di api tra due localizzazioni alternative e altrettanto attraenti del nuovo alveare. I risultati hanno potenzialmente implicazioni rilevanti per gli studi sull’intelligenza artificiale e per modellizzare processi di decisione basati sul crowd-sourcing.

How Bees Choose Home | The Scientist

The decision-making process of honeybee swarms mimics how our brains choose between two options.

L’articolo originale di Science è questo:

Leonardo: I CD sono brutti

Questo post di Leonardo non è bellissimo (secondo me, ma forse è invidia, la mia), ma ha una frase geniale, che capovolge una famosa citazione di Arthur C. Clarke:

Any sufficiently advanced technology is indistinguishable from magic. [Profiles of the Future, 1961: una raccolta di saggi, non un romanzo]

Questo invece è Leonardo:

Questa cosa – che si potesse ascoltare musica senza il consumo di elettricità – i ragazzini non lo concepiscono: la sola idea che un oggetto possa riprodurre una canzone (anzi “suonare” una canzone, i dischi in vinile si “suonavano”) senza la preventiva pressione di un tasto ON, ha del magico, come ogni tecnologia desueta: dateci un altro secolo di microonde, e i nostri nipoti guarderanno con occhi sbarrati la pentola che bolle.

Leonardo: I CD sono brutti

Leonardo

leonardo.blogspot.com

The Evolved Self-management System | Nicholas Humphrey su Edge

Abbiamo parlato di Nicholas Humphrey su questo blog qualche tempo fa, recensendo il suo Seeing Red, che avevo trovato molto interessante.

Nicholas Humphrey

edge.org

Ora Humphrey sviluppa su Edge una riflessione molto stimolante, secondo me: che l’effetto placebo “funziona” perché rimuove un “divieto” e “consente” una sorta di auto-cura, rassicurandoci che i suoi benefici eccedono i costi e che ci possiamo fidare del guaritore. Allo stesso modo, argomenta Humphrey, solo di recente l’ambiente culturale ha consentito alle personalità di uscire dai loro gusci e di sfuggire al conformismo, liberando enormi risorse di creatività.

Andate avanti da soli, cliccando sul link qui sotto. Ma poi tornate qui, perché ho un’altra cosa da mostrarvi.

The Evolved Self-management System | Conversation | Edge

Now, when people are cured by placebo medicine, they are in reality curing themselves. But why should this have become an available option late in human evolution, when it wasn’t in the past.

I realized it must be the result of a trick that has been played by human culture. The trick isto persuade sick people that they have a “license” to get better, because they’rein the hands of supposed specialists who know what’s best for them and can offer practical help and reinforcements. And the reason this works is that it reassures people—subconsciously —that the costs of self-cure will be affordable and that it’s safe to let down their guard. So health has improved because of a cultural subterfuge. It’s been a pretty remarkable development.

I’m now thinking about a larger issue still. If placebo medicine can induce people to release hidden healing resources, are there other ways in which the cultural environment can “give permission” to people to come out of their shells and to do things they wouldn’t have done in the past? Can cultural signals encourage people to reveal sides of their personality or faculties that they wouldn’t have dared to reveal in the past? Or for that matter can culture block them? There’s good reason to think this is in fact our history.

Go back 10 or 20,000 years ago. Eccentricity would not have been tolerated. Unusual intelligence would not have been tolerated. Even behaving “out of character” would not have been tolerated. People were expected to conform, and they did conform, because they picked up the cues from their environment about the right and proper—the adaptive—way to behave. In response to cultural signals people were in effect policing their own personality.

Alla fine del suo intervento su Edge, Humphrey cita un dibattito con Richard Dawkins in cui aveva difeso l’efficacia dell’effetto placebo a fronte dello scetticismo del suo interlocutore. Il video è un po’ lunare, ma interessantissimo. Il brain-storming di due grandi pensatori non convenzionali, pronti ad ascoltarsi e a cambiare idea.