Flavor network and the principles of food pairing | Scientific Reports | Nature

Albert-László Barabási è un fisico celebre per le sue ricerche sulla teoria delle reti. In particolare, si deve a lui e a Réka Albert l’omonimo modello (Barabási, Albert-László and Réka Albert, “Emergence of scaling in random networks”, Science, 286:509-512, October 15, 1999)e la spiegazione dei motivi per cui esso emerge facilmente in sistemi naturali, tecnologici e sociali molto diversi tra loro. È nato in Romania nella comunità ungherese degli Székely (lo dico perché il suo ultimo libro, Bursts, parla a lungo delle vicende storiche di questa comunità, con più di una punta di sciovinismo).

Barabási è soprattutto una persona di varie e inarrestibili curiosità. Nell’ultima ricerca cui ha collaborato si occupa delle diversità culturali delle pratiche culinarie. Ma ci sono combinazioni universali degli ingredienti, al di là  delle ricette e dei gusti individuali? Con un approccio strettamente fondato sui dati, Barabási e i suoi collaboratori giungono alla conclusione che c’è un approccio profondamente diverso tra la cucina occidentale (dove sono frequenti coppie di ingredienti che condividono delle componenti di sapore) e quella dell’Estremo Oriente (che tende al contrario a evitare ingredienti che condividono le stesse componenti di sapore).

L’articolo è pubblicato su Nature e può essere scaricato liberamente. Vi consiglio vivamente di leggerlo.

Flavor network and the principles of food pairing : Scientific Reports : Nature Publishing Group

The cultural diversity of culinary practice, as illustrated by the variety of regional cuisines, raises the question of whether there are any general patterns that determine the ingredient combinations used in food today or principles that transcend individual tastes and recipes. We introduce a flavor network that captures the flavor compounds shared by culinary ingredients. Western cuisines show a tendency to use ingredient pairs that share many flavor compounds, supporting the so-called food pairing hypothesis. By contrast, East Asian cuisines tend to avoid compound sharing ingredients. Given the increasing availability of information on food preparation, our data-driven investigation opens new avenues towards a systematic understanding of culinary practice.

Io intanto vi faccio vedere un po’ di figure, giusto per farvi venire appetito.

Cominciamo con la rete dei sapori:

Uno sguardo d’insieme alla rete dei sapori:

I principi di fondo:

E, naturalmente, ora vado a cena.

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Virginia e Babbo Natale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Anche se questo è il Natale melenso che non sopporto.

Virginia

Wikipedia.org

Guida all’acquisto dei regali per economisti comportamentali

In questo periodo dell’anno, sappiamo tutti che l’acquisto dei regali è un’attività costosa e stressante. Negli Stati Uniti la spesa media pro capite è di 700 $. E poi, meglio un regalo molto personale, o andare sul sicuro e comprare uno di quei “buoni” che sono la vera novità dell’anno? Il regalo deve rispecchiare i desideri di chi riceve o i gusti di chi dona?

Pacchetto

Domande difficili e apparentemente intramontabili, cui The Atlantic risponde mettendo in campo il parere degli economisti comportamentali.

The Behavioral Economist’s Guide to Buying Presents – The Atlantic

  1. Qual è il regalo migliore? Denaro contante!
    In un celebre articolo del 1993 (The Deadweight Loss of Christmas) Joel Waldfogel mostra, sulla base di un esperimento condotto su un campione di studenti di Yale, che chi riceve un regalo ne stima il valore in una cifra tra il 10 e il 30% più bassa di quanto ha effettivamente speso chi il regalo l’ha comprato. Naturalmente, ci sono differenze basate sul grado di conoscenza e di parentela: nonni e zii fanno i regali peggiori (quelli che valutiamo molto meno di quello che sono costati); fidanzati e fidanzate i migliori. Nel dubbio, regalare soldi è dunque meno romantico, ma più efficiente.
  2. Troppo impersonale: e se non voglio regalare soldi? Concentrati sul messaggio.
    I regali sono messaggi: che cosa vuoi dire? Afferma Mary Finley Wolfinbarger (Motivations and Simbolism in Gift-Giving Behavior): “in primitive cultures, the gift was equally economic and symbolic. In societies with well-developed markets, it is hardly surprising that the gift has been at least partially stripped of its economic importance, leaving in a much more prominent position the symbolic value…”
    Secondo Canice Prendergast e Lars Stole (The non-monetary nature of gifts) i regali hanno anche un ruolo nella scelta del partner: “an individual who can show that he understands the preferences of his partner is likely to be a more desirable partner than one who has no idea what his partner wants or believes in.”
    Insomma, è diverso regalare al tuo partner un whisky qualsiasi, o la sua marca preferita.
  3. E allora, che cosa regalo al mio fidanzato o alla mia fidanzata? A un maschio un gadget, a una donna una cosa costosa e inutile.
    Russell W. Belk e Gregory S. Coon (Gift Giving as Agapic Love: An Alternative to the Exchange Paradigm Based on Dating Experiences) hanno individuato tre principali scopi del regalo: lo scambio sociale (il regalo come pegno di una promessa), lo scambio economico (per i maschi, il regalo è un modo di ottenere sesso in cambio) e l’amore “agapico” o disinteressato (più importante per le donne). Per questo, concludono, agli uomini regalate qualcosa di utile, alle donne qualcosa di sentimentale e stravagante.
  4. E se quest’anno non volessi comprare regali? Che cosa direbbe su di me? Che sei probabilmente un maschio, e per di più pidocchioso.
    In uno studio ormai classico (Christmas Gifts and Kin Networks), il sociologo Theodore Caplow argomenta che lo scambio natalizio di doni è un rituale complesso che coinvolge l’intera popolazione, governato da regole non scritte ma non per questo meno sanzionate, volto soprattutto a rafforzare legami considerati importanti ma a rischio (come, in America, quelli matrimoniali e dunque tra le famiglie dei coniugi).
  5. Mi avete convinto, compro i regali. Ma li devo impacchettare? Sì.
    Libero di non crederlo, ma gli economisti studiano anche questo. Un team di ricerca australiano (To wrap or not wrap? What is expected? Some initial findings from a study on gift wrapping) conclude (sulla base di 20 interviste, ahimè) che un regalo deve sembrare un regalo, e dunque deve essere infiocchettato.

Sull’argomento intrerviene anche Dan Ariely, autore del best-seller Predictably Irrational, sul suo blog chiedendosi Fare regali è irrazionale?

Ariely distingue vari tipi di regali:

  1. lo scambio economico: regalo a mio nipote delle calze perché sua madre mi ha detto che ne ha bisogno…
  2. lo scambio sociale: ci invitano a cena e portiamo un “pensierino.” Nulla a che fare con l’efficienza economica, stiamo rafforzando un legame sociale.
  3. il regalo paternalistico: ti regalo qualcosa che dovresti conoscere e apprezzare (un disco o un libro) o apprendere (lezioni di yoga o di muisca).
  4. il regalo empatico: per scegliere il tuo regalo provo a mettermi nei tuoi panni. È un serio investimento sociale.
  5. il regalo desiderante: regalo un oggetto che mi piace ma che se comprassi per me mi farebbe sentire in colpa. Sotto il profilo economico è insensato: se una cosa mi piace e posso permettermela me la dovrei comprare.

Un’ultima raccomandazione di Ariely: se volete essere ricordati e massimizzare la connessione sociale, non regalate nulla di deperibile. Non fiori o dolci, ma un vaso o una stampa, Non importa se a chi lo riceve non dovesse piacere particolarmente, conta che sia duraturo. Meglio ancora, qualcosa che si usa a intermittenza. Un oggetto che sta sempre sotto i vostri occhi, dopo un po’ sparisce. Regalate un robot da cucina.

O delle cuffie per la musica: ogni volta che le ascolterà, sarà come parlare all’orecchio

L’orecchio del tiranno

Nelle istituzioni – non sto ovviamente parlando di quella istituzione totale in cui sono volontariamente detenuto, ma delle istituzioni in generale.

Anzi, cerchiamo di essere il più generici possibile: nelle istituzioni e nelle imprese, insomma nei corpi sociali organizzati gerarchicamente, insomma …

Oggi l’avvio è lento.

Insomma, c’è la gerarchia rappresentata nelle scatolette dell’organigramma, e poi c’è organigramma reale, il pecking order informale ma noto a tutti, salvo agli sciocchi e a quelli irreparabilmente tagliati fuori.

Non potendo essere rappresentato sull’organigramma, il potere reale si deve rivelare simbolicamente. Uno dei simboli, che è al tempo stesso un rito, è quello dell’orecchio del tiranno.

Si svolge così. Deve essere una situazione formale. Il capo supremo presiede un consesso dei quadri. Disposizione a teatro. Lui seduto al centro del tavolo di presidenza, meglio se su una sedia un po’ più grande delle altre che ne chiarisca simbologicamente il ruolo, circondato dai gerarchi dell’organigramma formale. I quadri seduti in platea. A un certo punto da uno degli scranni, ma più spesso dalla platea, il consigliere (o più spesso la consigliera) si alza, sale i due-tre scalini che separano il palco dalla platea, si avvicina con studiata lentezza al capo seduto, si china e gli dice qualche cosa all’orecchio.

Oppure – supponiamo che nel frattempo il capo sia cambiato, per un normale avvicendamento, e che di conseguenza siano anche cambiati l’organigramma ufficiale e quello reale. Questo capo – giusto per immaginare una situazione all’apparenza diversa, ma simile nella sostanza – questo capo, dicevamo, è più democratico, o più populista, o più alla mano. O tutte tre le cose insieme: la sostanza non cambia. Ma la forma sì. Questa volta niente teatro con podio e platea. Questa volta i dirigenti sono disposti tutti intorno a un grande tavolo. Tutte le sedie sono uguali. La centralità del capo è segnalata soltanto dalla sua posizione: al centro del tavolo, e fronteggia l’ingresso, luce alle spalle (prossemica, si chiama). Ma anche in questa situazione, lui o lei – che non siede vicino al capo, perché quelle posizioni sono dedicate ai “vice” della gerarchia formale – si alza e con studiata lentezza …

Orecchio del tiranno

facebook.com

Scoperto un antivirale che cura il raffreddore

Un’ottima notizia per me, che soffro di raffreddori devastanti (lo so che è un aggettivo abusato, ma in questo caso è assolutamente appropriato) che mi mettono fuori uso per giorni interi.

PLoS ONE: Broad-Spectrum Antiviral Therapeutics

ABSTRACT: Currently there are relatively few antiviral therapeutics, and most which do exist are highly pathogen-specific or have other disadvantages. We have developed a new broad-spectrum antiviral approach, dubbed Double-stranded RNA (dsRNA) Activated Caspase Oligomerizer (DRACO) that selectively induces apoptosis in cells containing viral dsRNA, rapidly killing infected cells without harming uninfected cells. We have created DRACOs and shown that they are nontoxic in 11 mammalian cell types and effective against 15 different viruses, including dengue flavivirus, Amapari and Tacaribe arenaviruses, Guama bunyavirus, and H1N1 influenza. We have also demonstrated that DRACOs can rescue mice challenged with H1N1 influenza. DRACOs have the potential to be effective therapeutics or prophylactics for numerous clinical and priority viruses, due to the broad-spectrum sensitivity of the dsRNA detection domain, the potent activity of the apoptosis induction domain, and the novel direct linkage between the two which viruses have never encountered.

Raffreddore

medicinalive.com

5 innovazioni che ci cambieranno la vita nei prossimi 5 anni

Le previsioni dell’IBM

The Next 5 in 5 — innovations that will change our lives in the next five years | KurzweilAI

Science fiction becomes reality. Worlds collide. The future is now…or within five years, at least

Energy: People power will come to life

Imagine being able to use every motion around you — your movements, the water rushing through the plumbing — to harness energy to power anything from your house to your city. It’s already being tested in Ireland, where IBM scientists are studying the effects of converting ocean wave energy into electricity. But instead of a buoy to capture motion, a smaller device that you wear or attach to your bicycle during a ride, for example, will collect the energy you create.

Security: You will never need a password again

The name “multifactor biometrics” sounds as intriguing as the thrillers that use it as a plot device. In real life, the use of your retinal scan or your voice as a passport to verification will replace multiple passwords for access to information and secret hideouts, should you decide to accept the option. Your unique biological identity becomes your only password as multifactor biometrics aggregate these characteristics in real time to prevent identity theft.

Mind reading: no longer science fiction

Dialing a telephone is considered so last century. Soon, overt communication with devices might be just as archaic. IBM scientists are researching how to link your brain to your devices, such as a computer or a smartphone, so you only have to think about calling someone and it happens. For example, see a cube on your computer screen and think about moving it to the left, and it will. Beyond electronics control, possible applications include physical rehabilitation and understanding of brain disorders such as autism.

Mobile: The digital divide will cease to exist

Mobile devices are decreasing the information-accessibility gap in disadvantaged areas. In five years, the gap will be imperceptible as growing communities use mobile technology to provide access to essential information. New solutions and business models from IBM are introducing mobile commerce and remote healthcare, for example. Recorded messages can be transmitted to quickly deliver valuable information about weather and aid to remote or illiterate users who haven’t had ready access before.

Analytics: Junk mail will become priority mail

Imagine technology that replaces the unwanted messaging in your life with the next best thing to a personal assistant. IBM is developing technology that uses analytics and sensemaking to integrate data into applications that present only the information you want—and then do something about it. Combining your preferences and your calendar, for example, the technology will proactively reserve tickets to your favorite band’s concert when your calendar shows you’re free, or research alternate travel plans when it detects bad weather along your route, and then tell you where to go.

I scarp del tennis

Era l’agosto del 1964. Avevo fatto la prima media. Nel mio crescere avevo incontrato un primo vero dolore: a marzo la nonna, quella con cui avevo passato tanti mesi quando ancora non andavo a scuola e sempre tutte le estati, aveva avuto un’emorragia cerebrale e da allora non aveva ripreso coscienza. Respiravo il dolore di mio padre. Il nonno sembrava impazzito.

Anche le nostre vacanze erano cambiate. Non eravamo andati al mare con i nostri genitori. Andammo però ad agosto per qualche giorno a Pontedilegno: ero stato una sola volta in montagna, ma ero troppo piccolo per avere ricordi che non fossero confusi. Al mare prendevamo in affitto una casa. Questo era un albergo, che io ricordo grande e di pietra grigia: dominava il paese, da cui era separato da una breve salita (forse quello della foto, ma non ne sono certo).

C’erano altri coetanei, con cui creammo un piccolo gruppo e con cui giocavamo insieme. Preferivamo giocare che andare in gita con la mamma. Anzi, nessuna gita se non venivano tutti gli amici del gruppo.

Nel gruppo, naturalmente, c’erano delle bambine. Una mi piaceva particolarmente: un primo segno della transizione verso l’adolescenza. Capiamoci: non il primo amore, ma la prima volta che una bambina che non fosse mia sorella suscitava in me un minimo interesse.

Mi sembrava, confusamente, di essere più grande dell’anno prima e anche di pochi mesi prima.

Una sera, dei ragazzi un po’ più grandi di noi (liceali, direi, non universitari) organizzarono una specie di festicciola o spettacolo. Lì sentii per la prima volta quella strana canzone, in milanese e non in italiano, che non aveva facili rime che parlavano d’amore, ma che raccontava una storia (che non capivo neppure bene) di un barbone sulla strada dell’idroscalo.