Da Washington, Oscar Bartoli

Ascolto la radio più di quanto non guardi la televisione. Quando ascolto la radio, mi muovo in genere tra Auditorium (il canale della musica classica, in progressivo peggioramento da anni, ma questa è un’altra storia) e RadioTre. RadioTre è invece in miglioramento, con qualche eccezione: c’è un presentatore di Qui comincia, Attilio Scarpellini, che non sopporto perché parla con incredibile affettazione e, soprattutto, con pause artefatte, come se esitasse a dire le cose “intelligenti e colte” che invece si è evidentemente scritto da sé con grande compiacimento (se non mi credete, provate ad ascoltarlo qui). A parte l’incredibile snobismo di parlare alla radio di arti visive.

Con RadioTre mi becco anche i notiziari, che invece dipendono – se ho ben capito – da un altro pezzo di RadioRai (Giornale Radio Rai, direttore Antonio Preziosi, ci dicono a ogni edizione). Non troppo spesso, ma abbastanza spesso perché quando ne trasmettono uno si noti, va in onda un servizio da Washington di tal Oscar Bartoli. Orbene, come si diceva una volta, non ho mai, dico mai, lo giuro, mai sentito nulla di interessante, nulla che non sia sconcertantemente banale, in un servizio di Oscar Bartoli. Tanto da chiedermi se manteniamo questo signore a Washington a spese del contribuente e se il suo incarico consiste unicamente nel produrre un servizio ogni 4-5 settimane (potrebbe anche essere che Oscar Bartoli abbia l’incarico di produrre quotidianamente un servizio, ma che poi la redazione gliene butti 49 su 60: il che mi farebbe apprezzare moltissimo il lavoro dei redattori, ma non cambierebbe poi molto sotto il profilo dello spreco di danaro pubblico).

Oggi (28 gennaio 2012), per esempio, edizione delle 16:45 del Giornale Radio Tre, il servizio era sull’incontro/scontro tra la governatrice dell’Arizona Jan Brewer e il presidente Barack Obama. Purtroppo, contrariamente a quanto si afferma alla fine di ogni edizione, non tutte sono disponibili online e quindi non posso farvela sentire. Vi prego però di credermi.

Tanto per cominciare, la notizia non è proprio freschissima. Sono passati due giorni da quando tutta la stampa americana ne ha parlato, perché non succede tutti i giorni che qualcuno agiti un ditino accusatore sotto il naso del presidente degli Stati Uniti. E due giorni nell’era della comunicazione globale istantanea sono un’era geologica. Qui sotto, il webcast delle ABC World News: la foto si vede dopo meno di 30″

Ma quello che ho appreso gironzolando sulla rete è che Oscar Bartoli è titolare di un blog, Letter from Washington DC, su cui la stessa notizia il nostro l’aveva già pubblicata (ecco il link, per i più scettici):

Del tipo: “Bada Obama…!”

La signora governatrice e’ conosciuta per essere un tipo focoso come si conviene a chi comanda uno stato focoso come l’Arizona. Jan Brewer si e’ recata all’aeroporto di Phoenix a ricevere il Presidente Obama, anche se non ne aveva molta voglia. Ma una volta sulla pista Jan Brewer ha preso da parte Barack Obama, tra lo stupore dei presenti, ed ha instaurato un’animata discussione, caratterizzata da un dito indice agitato piu’ volte sotto il naso del Presidente. Il comportamento poco rispettoso dell’esponente repubblicana era motivato dal fatto che all’inquilino della Casa Bianca non sono andate a genio certe espressioni usate nel libro della signora-governatrice dal titolo “Scorpioni a colazione”, nel quale ricordando un colloquio con il Presidente, l’autrice defini’ l’atteggiamento di Obama ‘patronizing’, ovvero cortesemente sufficiente e distaccato e non certo caloroso. Che la governatrice dell’Arizona non ami il Presidente Obama e’ cosa nota. Nello scorso ottobre un giudice federale ha cancellato una sua richiesta di azione legale promossa contro Barack Obama accusato dalla matura governatrice di non difendere sufficientemente le azioni promosse contro l’infiltrazione di clandestini dal confine con il Messico.
Brewer & Obama

AP

Adesso, potrei sbagliarmi, perché non posso giurare di avere un orecchio fotografico (se mi passate l’espressione; o sarà “fonografico”?), ma sono piuttosto sicuro che si tratta esattamente delle stesse parole del servizio trasmesso dal Giornale Radio Rai. Tradurre patronizing con “cortesemente sufficiente e distaccato e non certo caloroso” non è da tutti e attira l’attenzione. Se è così, niente di male. Bartoli resta l’autore tutelato dalla convenzione di Berna dei parti della sua creatività e immagino che la Rai non abbia nulla in contrario che pubblichi anche sul suo blog i servizi per il Giornale Radio. Sarebbe un po’ meno elegante se rivendesse alla Rai i pezzi scritti per il suo blog …

Ma chi è Oscar Bartoli? Si presenta così:

Avvocato, giornalista pubblicista, collabora con molti media italiani. Risiede negli Stati Uniti dal 1994 e vive tra Washington D.C. e Los Angeles. Ha lavorato per molti anni nel gruppo SMI, leader europeo nel settore metalli non ferrosi, successivamente nell’IRI come responsabile dei contatti con i media e in seguito direttore IRI USA. Ha insegnato per dieci anni alla scuola di giornalismo della Luiss e per due anni alla Catholic University di Washington DC. Tiene un corso sulla comunicazione nel Master di Relazioni Internazionali dello IULM di Milano. Da giovane, per pagarsi gli studi ma, soprattutto, perche’ gli piaceva, ha lavorato come chitarrista – cantante suonando nelle case del popolo, circoli cattolici, night clubs, radio e televisione.

Apprendiamo anche che il nostro ha vinto il prestigioso premio giornalistico dell’Associazione Amerigo, che “riunisce gli alumni italiani dei Programmi di scambi culturali internazionali promossi, nelle loro varie articolazioni, dal Dipartimento di Stato USA (Bureau of Educational and Cultural Affairs).”

Per chi lo vuole conoscere meglio, eccovi una lunga intervista. A proposito, quando dice di avere 25.000 contatti, più di un blasonato quotidiano nazionale, non dategli retta. Sitemeter, proprio sul suo sito, dice che ha in media 285 visite al giorno …

6 Risposte to “Da Washington, Oscar Bartoli”

  1. attilio Says:

    grazie, svegliarsi il mattino e trovare degli insulti sul web è sempre un piacere. E comunque da lunedì non ci sono più, contento? O vuole assicurarsi con questo post che io non ci sia neanche nei mesi successivi?

    • borislimpopo Says:

      Caro Scarpellini, quelli che lei chiama insulti io le chiamo critiche, magari aspre, lo ammetto, ma critiche. E dato che, almeno nella trasmissione radiofonica di cui stiamo parlando, di mestiere fa il critico, e lo fa pubblicamente, mi pare che l’essere esposto a critiche pubbliche faccia parte delle regole del gioco. Detto questo, se il modo in cui ho espresso una mia opinione l’ha ferita, rovinandole una domenica mattina, me ne scuso. Del resto anche la stroncatura, come sa probabilmente meglio di me, ha le sue regole di stile e di retorica, e l’abrasività è parte del gioco. Ma, mi creda, nulla di personale. E le auguro buona fortuna nella vita e nella carriera, anche radiofonica. Come Voltaire, difendo il suo diritto di esprimersi anche se non sono d’accordo con lei e, perciò, spero di poter ricominciare a irritarmi con lei alle sei di mattina all’inizio di marzo.

  2. Bubbole, Pil e gas esilarante « Sbagliando s’impera Says:

    […] faccio è ascoltare il giornale radio Rai di RadioUno. Anche quando non c’è un servizio di Oscar Bartoli, in genere non devo aspettare molto prima di sentire la prima boiata del giorno. È una bella […]

  3. Le lucciole di Pasolini « Sbagliando s’impera Says:

    […] legge questo blog con qualche regolarità sa che nutro un’epidermica antipatia per Attilio Scarpellini, uno dei conduttori della trasmissione mattiniera di RadioTre Qui comincia. La trasmissione […]

  4. Emmanuel Carrère – Limonov « Sbagliando s'impera Says:

    […] di WordPress – e soprattutto il diretto interessato sanno che ho, in un paio di occasioni (qui e qui), reso nota su questo blog la mia insofferenza per lo stile di conduzione di Attilio […]

  5. Riccardo Romani – Le cose brutte non esistono | Sbagliando s'impera Says:

    […] Penso di non essere il solo a nutrire pregiudizi sui giornalisti, associando alla categoria nel suo complesso (lo so che ci sono delle eccezioni, ma se non generalizzassi che pregiudizio sarebbe?) una letale combinazione di sciatta cialtroneria e magniloquente ipertrofia dell’io. Naturalmente, so benissimo che non ci si nasce, ma ci si diventa, spesso dopo una lunga e precaria gavetta. Ma – come molti celenterati – dopo quest’avventurosa fase larvale, il giornalista individua un luogo adatto a un ancoraggio auspicabilmente definitivo, atrofizza i propri neuroni e si mette a diffondere a mezzo stampa i propri profondi pensieri. In vetta alla catena alimentare stanno gli editorialisti e gli elzeviristi, atti a pontificare sul nulla in stile compiaciuto e pomposo: due nomi mi vengono subito in mente, ma eviterò di farlo (chi è interessato può trovare qualche indizio qui e qui). […]


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