Fiducia, capitale sociale, narrazioni e spiegazioni

Luca De Biase ha pubblicato sul suo blog il 24 marzo 2012 un articolo, il cui punto di partenza condivido largamente:

Tutta la discussione attuale sulla vicenda dei licenziamenti economici è basata su un equivoco. Si parla dell’articolo 18 ma in realtà si parla di fiducia.

Correttezza vuole, però, che prima di discutere nel merito del punto di vista di De Biase abbiate letto il suo articolo senza la mia mediazione, cioè senza la mia interpretazione e le mie critiche. Quindi, leggetelo ora, qui:

Fidarsi sui licenziamenti economici – informazione di mutuo soccorso – Luca De Biase

Luca De Biase

ahref.eu

Sono convinto anch’io che quello della fiducia, e più generale del capitale sociale, sia un problema al centro della crisi italiana in tutte le sue manifestazioni, quella acuta in scena dal 2008, quella strisciante in corso dall’inizio del nuovo millennio, quel malessere che ha in realtà accompagnato tutta la mia vita adulta.

Poi però arrivo al terzo capoverso, che mi fa scattare una reazione riflessa:

I motivi di sfiducia purtroppo non mancano. Il paese degli abusi non ha certo abituato tutti alla correttezza. E questo ha limitato lo spazio degli onesti, sia nella realtà sia soprattutto nella narrazione corrente. La sfiducia è diffusa e si combatte anche con una nuova narrazione, fondata sulle parole e sui fatti.

Narrazione corrente? Nuova narrazione? La mia reazione di fastidio e di rifiuto viene dal lezzo di post-modernismo, di decostruzione, di irrazionalismo che la parola stessa mi suscita, dopo decenni di uso corrivo da parte dei colleghi di De Biase negli ultimi decenni. Cui si è associato più di recente il chiacchiericcio sullo story-telling.

Ma poiché De Biase mi sembra onesto nel suo ragionamento, ho provato a mettere da parte le reazioni istintive per cercare di capire meglio. De Biase sta dicendo – mi pare – che la sfiducia (per me legata alla scarsità di capitale sociale, ma non so se lui hai i miei stessi termini di riferimento) è un effetto della situazione reale, sì, ma “soprattutto della narrazione corrente.” E che, di conseguenza, che la si può combattere (e sconfiggere: suppongo sia questo l’obiettivo finale di De Biase) “con una nuova narrazione.”

E poiché il post del 24 marzo rinvia a un altro del 21 marzo (Informazione di mutuo soccorso), sono andato a leggermi anche quello (e naturalmente vi invito a fare altrettanto). Qui, la centralità della narrazione è ancora più esplicita e centrale:

[…] questo passaggio [si sta parlando dell’art. 18 e delle decisioni del governo] non si può affrontare, né da destra né da sinistra, senza una narrazione del futuro. Senza un’idea della società che vogliamo costruire non facciamo che subire i contraccolpi automatici dei cambiamenti nei rapporti di forze. […]
Per condurre l’innovazione a cogliere le opportunità insite nel cambiamento, basate sulla cooperazione e la solidarietà costruttiva, e a debellare le connivenze di ogni ordine e grado, […] occorre al fondo una narrazione: una grande alleanza delle imprese con i giovani, per i quali il vecchio mondo ha smesso di generare risposte; una definizione del progresso in termini di qualità dell’ambiente, della cultura e delle relazioni; una lealtà nella competizione che riconosca l’onore di chi si è prodigato per il progetto comune, dell’azienda e del paese, e che abbatta la credibilità di chi ha puntato ai vantaggi personali passando sopra ogni correttezza.
Le imprese sono il fondamento della ricostruzione di una prospettiva di progresso economico. Ma la società è il fondamento della ricostruzione di una prospettiva di progresso civile. E al fondo, la relazione tra queste dimensioni dipende dalla qualità dell’informazione sulla base della quale si racconta la prospettiva e si valuta l’apporto di ciascuno. Un’informazione di mutuo soccorso. Contro l’inquinamento dell’ecosistema dell’informazione. Per il bene comune. Che oggi è diventato il nuovo baluardo di un programma che eventualmente si può definire di sinistra.

Ecco, adesso penso di aver capito dove smetto di essere d’accordo con De Biase. Non si tratta soprattutto di una nuova narrazione. Meno che mai si tratta prima di tutto di una nuova narrazione.

Si tratta, secondo me, di condurre ragionamenti e analisi in comune. Pacatamente e serenamente, se possibile, come diceva il Veltroni di Crozza. Ma anche in maniera concitata, se non si può fare altrimenti. Lavorando sui fatti, sui numeri, sulle spiegazioni, sulla comprensione dei meccanismi e delle dinamiche. Alla ricerca di una spiegazione – che poi dovrà anche essere narrata, naturalmente, ma che prima dovrà essere compresa. Che poi dovrà anche essere messa in comune e (se possibile) condivisa, ma che prima dovrà essere raggiunta con l’immane fatica del concetto (come diceva Hegel) e magari anche nello scontro dialettico (tanto per restare con Hegel ancora un po’). E in cui i ruoli non sono pre-definiti (per quanto seducenti possano essere le caratterizzazioni di De Biase – impresa : progresso economico :: società : progresso civile) ma si definiscono come risultato dell’analisi. Insomma, un po’ più di illuminismo e un po’ meno post-modernità.

Vera Lynn

Does anybody here remember Vera Lynn?
Remember how she said that
We would meet again
Some sunny day?
Vera! Vera!
What has become of you?
Does anybody else in here
Feel the way I do?

Nessuno di noi ricordava, e nemmeno sapeva, scommetto. Certo non io, quando nel 1979 ascoltai per la prima volta ascoltai The Wall dei Pink Floyd.

Questa la versione nel concerto dal vivo di Roger Waters a Berlino, alla Potsdamer Platz dopo l’abbattimento del muro, nel 1990.

Subito dopo c’è il momento più emozionante del concerto, Comfortably Numb cantata da Van Morrison:

Un’altra versione (scusate la qualità acustica) con Waters al basso e Nick Mason (Pink Floyd storici) al basso e alla batteria, Paul Carrack al piano, Eric Clapton e Mike Rutherford (Genesis) alle chitarre.

 

Una tardiva reunion (Waters + Gilmour), 2011:

Ho divagato, come al solito. Era per fare gli auguri per il 95° compleanno di Vera Lynn, oggi 20 marzo 2011, e ascoltare il suo successo più noto (quello citato dai Pink Floyd, We’ll Meet Again).

Buon compleanno. E basta guerre, se possibile.

Vera Lynn

wikipedia.org

 

Distopìa

Secondo il Vocabolario Treccani, nella sua seconda, ma più frequente accezione (nel linguaggio medico, la distopia è lo spostamento – in genere per malformazione congenita – di un viscere o di un tessuto dalla sua normale sede):

Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le distopie della più recente letteratura fantascientifica.

Amo la fantascienza e di conseguenza adoro le distopie, e mentre parlo molti esempi mi si affollano nella mente, a partire da Erewhon di Samuel Butler, che mi sono trovato a raccomandare a un amico ignaro qualche giorno fa.

Secondo l’OED, il termine è stato inventato da John Stuart Mill nel 1868, ma già Jeremy Bentham nel 1816 aveva introdotto (con lo stesso significato) cacotopia: ci deve dunque essere un nesso profondo tra distopie a utilitarismo, ma al momento mi sfugge quale possa essere.

Wikipedia propone una lunga lista di opere narrative distopiche (tra cui, curiosamente, non c’è Erewhon), anche se ne sono citate molte altre che non io avrei messo: o perché non le ho lette, o perché non penso siano una distopia). Ecco la lista (tra parentesi quadra i miei commenti se ho letto il libro o, talora, visto il film):

Mah, lista molto discutibile, piena di buchi …

Ma adesso veniamo alla storia che volevo raccontarvi fin dall’inizio e che ho trovato qui:

Letters of Note: 1984 v. Brave New World

George Orwell

George Orwell / wikipedia.org

Ottobre 1949. 1984 è stato pubblicato da pochi mesi. George Orwell riceve una lettera da Aldous Huxley. Momento “forse non tutti sanno che …”: i due si conoscevano, perché oltre trent’anni prima, nel 1917, Huxley era stato per qualche tempo insegnante di francese di Orwell, a Eton. Huxley aveva pubblicato la sua distopia , Il mondo nuovo (Brave New World) 17 anni prima, nel 1932.

Quella che inizia come una lettera di lode diventa ben presto un confronto tra le prospettive presentate nelle due opere, e (prevedibilmente) Huxley resta convinto che la sua previsione sia più realistica. Ne sono convinto anch’io, dopo 80 anni, e resto anche convinto che Brave New World sia più bello di 1984.

Aldous Huxley

Wrightwood. Cal.
21 October, 1949

Dear Mr. Orwell,

It was very kind of you to tell your publishers to send me a copy of your book. It arrived as I was in the midst of a piece of work that required much reading and consulting of references; and since poor sight makes it necessary for me to ration my reading, I had to wait a long time before being able to embark on Nineteen Eighty-Four.

Agreeing with all that the critics have written of it, I need not tell you, yet once more, how fine and how profoundly important the book is. May I speak instead of the thing with which the book deals — the ultimate revolution? The first hints of a philosophy of the ultimate revolution — the revolution which lies beyond politics and economics, and which aims at total subversion of the individual’s psychology and physiology — are to be found in the Marquis de Sade, who regarded himself as the continuator, the consummator, of Robespierre and Babeuf. The philosophy of the ruling minority in Nineteen Eighty-Four is a sadism which has been carried to its logical conclusion by going beyond sex and denying it. Whether in actual fact the policy of the boot-on-the-face can go on indefinitely seems doubtful. My own belief is that the ruling oligarchy will find less arduous and wasteful ways of governing and of satisfying its lust for power, and these ways will resemble those which I described in Brave New World. I have had occasion recently to look into the history of animal magnetism and hypnotism, and have been greatly struck by the way in which, for a hundred and fifty years, the world has refused to take serious cognizance of the discoveries of Mesmer, Braid, Esdaile, and the rest.

Partly because of the prevailing materialism and partly because of prevailing respectability, nineteenth-century philosophers and men of science were not willing to investigate the odder facts of psychology for practical men, such as politicians, soldiers and policemen, to apply in the field of government. Thanks to the voluntary ignorance of our fathers, the advent of the ultimate revolution was delayed for five or six generations. Another lucky accident was Freud’s inability to hypnotize successfully and his consequent disparagement of hypnotism. This delayed the general application of hypnotism to psychiatry for at least forty years. But now psycho-analysis is being combined with hypnosis; and hypnosis has been made easy and indefinitely extensible through the use of barbiturates, which induce a hypnoid and suggestible state in even the most recalcitrant subjects.

Within the next generation I believe that the world’s rulers will discover that infant conditioning and narco-hypnosis are more efficient, as instruments of government, than clubs and prisons, and that the lust for power can be just as completely satisfied by suggesting people into loving their servitude as by flogging and kicking them into obedience. In other words, I feel that the nightmare of Nineteen Eighty-Four is destined to modulate into the nightmare of a world having more resemblance to that which I imagined in Brave New World. The change will be brought about as a result of a felt need for increased efficiency. Meanwhile, of course, there may be a large scale biological and atomic war — in which case we shall have nightmares of other and scarcely imaginable kinds.

Thank you once again for the book.

Yours sincerely,

Aldous Huxley

(Source: Letters of Aldous Huxley)

Troppo facile (sulle spalle dei giganti 2.0)

Le palle dei giganti

Arnaldo Pomodoro

gallery.cortesi.info

Alle spalle dei gitanti

Costa Concordia

wikipedia.org

Carisma: Mara Carfagna

Seduce se tace, seduce se dice.

Grazie Makkox:

Idrogeno | Makkox

Mara Carfagna

ilpost.it / makkox

Douglas Adams The Party – The Greatest Show in The Galaxy

Oggi, 11 marzo 2012, Douglas Adams avrebbe compiuto 60 anni, se non fosse morto a 49 l’11 maggio 2001.

To celebrate this event, Douglas’ family and friends, in association with ‘Save The Rhino’ (one of Douglas’ favourite charities) are holding a very special birthday celebration in his honour at the Hammersmith Apollo in London. An evening’s entertainment from some of the finest names in the world of science, comedy, entertainment and music, with a very special premiere performance of Douglas’ material, this is one event that is definitely not to be missed.

Get Tickets for Douglas Adams The Party – The Greatest Show in The Galaxy

Douglas Adams The Party - The Greatest Show in The Galaxy

douglasadamstheparty.com

Vorrei ricordarlo in 2 modi:

  1. Con le parole che scrisse Richard Dawkins il giorno della sua morte: «Science has lost a friend, literature has lost a luminary, the mountain gorilla and the black rhino have lost a gallant defender.»

    Douglas Adams

    wikipedia.org

  2. The Ultimate Question of Life, the Universe and Everything (di cui per la verità abbiamo già parlato qui) tratto dalla versione televisiva BBC (e non dallo stupido filmetto di qualche anno fa).

    There are of course many problems connected with life, of which some of the most popular are Why are people born? Why do they die? Why do they want to spend so much of the intervening time wearing digital watches?
    Many many millions of years ago a race of hyperintelligent pandimensional beings (whose physical manifestation in their own pan-dimensional universe is not dissimilar to our own) got so fed up with the constant bickering about the meaning of life which used to interrupt their favourite pastime of Brockian Ultra Cricket (a curious game which involved suddenly hitting people for no readily apparent reason and then running away) that they decided to sit down and solve their problems once and for all.
    And to this end they built themselves a stupendous super computer which was so amazingly intelligent that even before the data banks had been connected up it had started from I think therefore I am and got as far as the existence of rice pudding and income tax before anyone managed to turn it off .
    It was the size of a small city.
    […]
    The subtlest of hums indicated that the massive computer was now in total active mode. After a pause it spoke to them in a voice rich resonant and deep.
    It said: “What is this great task for which I, Deep Thought, the second greatest computer in the Universe of Time and Space have been called into existence?”
    […]
    “I speak of none but the computer that is to come after me!”
    Fook was losing patience. He pushed his notebook aside and muttered, “I think this is getting needlessly messianic.”
    “You know nothing of future time,” pronounced Deep Thought, “and yet in my teeming circuitry I can navigate the in nite delta streams of future probability and see that there must one day come a computer whose merest operational parameters I am not worthy to calculate, but which it will be my fate eventually to design.”
    […]
    “O Deep Thought Computer,” he said, “the task we have designed you to perform is this. We want you to tell us . . . ” he paused, “. . . the Answer!”
    “The answer?” said Deep Thought. “The answer to what?”
    “Life!” urged Fook.
    “The Universe!” said Lunkwill.
    “Everything!” they said in chorus.
    Deep Thought paused for a moment’s reflection.
    “Tricky,” he said finally.
    “But can you do it?”
    Again, a signifi cant pause.
    “Yes,” said Deep Thought, “I can do it.”
    “There is an answer?” said Fook with breathless excitement.”
    “A simple answer?” added Lunkwill.
    “Yes,” said Deep Thought. “Life, the Universe, and Everything. There is an answer. But,” he added, “I’ll have to think about it.”
    […]
    Fook glanced impatiently at his watch.
    “How long?” he said.
    “Seven and a half million years,” said Deep Thought.
    Lunkwill and Fook blinked at each other.
    “Seven and a half million years . . . !” they cried in chorus.
    “Yes,” declaimed Deep Thought, “I said I’d have to think about it, didn’t I? And it occurs to me that running a programme like this is bound to create an enormous amount of popular publicity for the whole area of philosophy in general. Everyone’s going to have their own theories about what answer I’m eventually to come up with, and who better to capitalize on that media market than you yourself? So long as you can keep disagreeing with each other violently enough and slagging each other o in the popular press, you can keep yourself on the gravy train for life. How does that sound?”
    […]
    “O people waiting in the Shadow of Deep Thought!” he cried out. “Honoured Descendants of Vroomfondel and Majikthise, the Greatest and Most Truly Interesting Pundits the Universe has ever known . . . The Time of Waiting is over!”
    Wild cheers broke out amongst the crowd. Flags, streamers and wolf whistles sailed through the air. The narrower streets looked rather like centipedes rolled over on their backs and frantically waving their legs in the air.
    “Seven and a half million years our race has waited for this Great and Hopefully Enlightening Day!” cried the cheer leader. “The Day of the Answer!”
    Hurrahs burst from the ecstatic crowd.
    “Never again,” cried the man, “never again will we wake up in the morning and think Who am I? What is my purpose in life? Does it really, cosmically speaking, matter if I don’t get up and go to work? For today we will finally learn once and for all the plain and simple answer to all these nagging little problems of Life, the Universe and Everything!”
    […]
    There was a moment’s expectant pause whilst panels slowly came to life on the front of the console. Lights ashed on and o ff experimentally and settled down into a businesslike pattern. A soft low hum came from the communication channel.
    “Good morning,” said Deep Thought at last.
    “Er . . . Good morning, O Deep Thought,” said Loonquawl nervously, “do you have . . . er, that is . . . ”
    “An answer for you?” interrupted Deep Thought majestically. “Yes. I have.”
    The two men shivered with expectancy. Their waiting had not been in vain.
    “There really is one?” breathed Phouchg.
    “There really is one,” confi rmed Deep Thought.
    “To Everything? To the great Question of Life, the Universe and Everything?”
    “Yes.”
    Both of the men had been trained for this moment, their lives had been a preparation for it, they had been selected at birth as those who would witness the answer, but even so they found themselves gasping and squirming like excited children.
    “And you’re ready to give it to us?” urged Loonquawl.
    “I am.”
    “Now?”
    “Now,” said Deep Thought.
    They both licked their dry lips.
    “Though I don’t think,” added Deep Thought, “that you’re going to like it.”
    “Doesn’t matter!” said Phouchg. “We must know it! Now!”
    “Now?” inquired Deep Thought.
    “Yes! Now . . . ”
    “All right,” said the computer and settled into silence again. The two men fidgeted. The tension was unbearable.
    “You’re really not going to like it,” observed Deep Thought.
    “Tell us!”
    “All right,” said Deep Thought. “The Answer to the Great Question . . . ”
    “Yes . . . !”
    “Of Life, the Universe and Everything . . . ” said Deep Thought.
    “Yes . . . !”
    “Is . . . ” said Deep Thought, and paused.
    “Yes . . . !”
    “Is . . . ”
    “Yes . . . !!!. . . ?”
    “Forty-two,” said Deep Thought, with in finite majesty and calm.
    It was a long time before anyone spoke.
    Out of the corner of his eye Phouchg could see the sea of tense expectant faces down in the square outside.
    “We’re going to get lynched aren’t we?” he whispered.
    “It was a tough assignment,” said Deep Thought mildly.
    “Forty-two!” yelled Loonquawl. “Is that all you’ve got to show for seven and a half million years’ work?”
    “I checked it very thoroughly,” said the computer, “and that quite definitely is the answer. I think the problem, to be quite honest with you, is that you’ve never actually known what the question is.”
    “But it was the Great Question! The Ultimate Question of Life, the Universe and Everything!” howled Loonquawl.
    “Yes,” said Deep Thought with the air of one who suff ers fools gladly, “but what actually is it?”
    A slow stupe fied silence crept over the men as they stared at the computer and then at each other. “Well, you know, it’s just Everything . . . Everything . . . ” o ffered Phouchg weakly.
    “Exactly!” said Deep Thought. “So once you do know what the question actually is, you’ll know what the answer means.”
    “Oh terrificc,” muttered Phouchg flinging aside his notebook and wiping away a tiny tear.
    “Look, alright, alright,” said Loonquawl, “can you just please tell us the Question?”
    “The Ultimate Question?”
    “Yes!” “Of Life, the Universe, and Everything?”
    “Yes!”
    Deep Thought pondered this for a moment.
    “Tricky,” he said.
    “But can you do it?” cried Loonquawl.
    Deep Thought pondered this for another long moment.
    Finally: “No,” he said firmly.
    Both men collapsed on to their chairs in despair.
    “But I’ll tell you who can,” said Deep Thought.
    They both looked up sharply.
    “Who?”
    “Tell us!”
    […]
    “I speak of none other than the computer that is to come after me,” intoned Deep Thought, his voice regaining its accustomed declamatory tones. “A computer whose merest operational parameters I am not worthy to calculate – and yet I will design it for you. A computer which can calculate the Question to the Ultimate Answer, a computer of such infinite and subtle complexity that organic life itself shall form part of its operational matrix. And you yourselves shall take on new forms and go down into the computer to navigate its ten-million-year program! Yes! I shall design this computer for you. And I shall name it also unto you. And it shall be called . . . The Earth.”

Obituary: Elio Pagliarani (1927-2012) è morto, i coniglipolli restano per sempre

È morto ieri (8 marzo 2012) Elio Pagliarani, poeta. Era nato a Viserba, sulla riviera romagnola, il 25 maggio 1927.

Elio Pagliarani

rainews24.it

Perdonatemi se nel rendergli omaggio con la sua famosa poesia dei coniglipolli non riesco a riprodurne l’andamento grafico alla Majakovskij, che potete però vedere nelle immagini qui sotto.

dittico della merce: la merce esclusa
a Ferruccio Rossi-Landi

Uso e scambi linguistici b) L’equazione di valore linguistico Consideriamo l’equazione x merce A =
y merce B
e applichiamola al linguaggio
Dio è l’essere onnipotente

Qui la quantità (x,y) per entrambi i termini è ridotta a uno
c’è un solo Dio ed egli è l’unico essere onnipotente Sarebbe facile
quantificare, dicendo per esempio che gli dei
sono esseri onnipotenti
seguendo l’analisi marxiana
finì con centodieci a un pelo dalla lode, i corsi in medicina
una scelta ragionata: è mondana ed è sociale
quel rapporto con il corpo
coscienza fisica non basta
non è ancora conoscenza
nuovi allori in giurisprudenza
se i rapporti offuscassero le cose ne violassero l’essenza se fosse troppo empirica la scienza
dell’espressione Dio
Dio assume il valore di scambio
relativamente a essere onnipotente
e può essere immerso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
Problema: un ragazzo vede conigli e polli in un cortile Conta
18 teste e 56 zampe
quanti polli e conigli ci sono nel cortile?
Si consideri una specie animale
a sei zampe e due teste: il conigliopollo; ci sono nel cortile 56 zampe : 6 zampe = 9 coniglipolli
Nove coniglipolli che necessitano di 9×2, 18 teste
restano dunque 18 – 18, 0 teste nel cortile
laurea in filosofia poi lo cacciarono via
non che violasse le leggi è che dissero basta
la famiglia gli amici gli esempi dei libri di testo la sua testa
avrebbero potuto lucidissimamente, in realtà fu lui che non volle demandò alla vita
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
Ma questi animali hanno 9×6, 54 zampe allora 56–54 = 2 Restano due zampe nel cortile
Si consideri quindi un’altra specie di animale che potrebbe essere il coniglio spollato Si sottrae
un pollo da un coniglio l’animale che avanza è il coniglio spollato che ha
1 testa – 1 testa = 0 testa, 4 zampe – 2 zampe = 2 zampe: le due zampe che stanno nel cortile
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con il naso giusto, un’altezza che supera la media
non che vita non fosse anche nell’aule
dei suoi vent’anni trenta
non era ancora stato richiamato sotto le armi forse perché non sapevano bene dove metterlo
c’è dunque nel cortile 9 coniglipolli + 1 coniglio spollato Detto in altri termini
9 conigli + 9 polli + 1 coniglio – 1 pollo Ed ora i conigli coi conigli e i polli coi polli, si avrà
9 + 1, 10 conigli, 9 – 1, 8 polli
Risultano otto polli e dieci conigli nel cortile
e può essere immesso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con cui si misura Dio
con cui si misura Dio in termini di lavoro
ridono le ragazze, ondeggiano sopra tacchi di sughero
attraverso la forma di valore totale o dispiegato che Marx esprime con l’equazione plurima
passiamo alla forma generale di valore nella quale un certo numero di merci
esprime il proprio valore per mezzo di un’unica merce esclusa
ridono le ragazze

Non mi rinvengo ben, pensa e ripensa
che barzelletta è questa: io non l’ho ‘ntesa
se non confusamente
Questa si chiama ‘l Pettine. E perché?
Perché le rime paion fatte a denti,
e mostra pettinar vari costumi.
Egli era gaio e festoso
e si mise a raccontare una delle sue barzellette. Ne sapeva sempre nuove
e allora sorrideva anche sussultando.
La merce esclusa
nella quale come valore d’uso avviene la misurazione del valore di scambio
quello là con tre lauree lo presero l’autunno 43
spiegò le barzellette a San Vittore
mica credettero subito che gli appunti nel taccuino
fossero per figurare
con capuffici e donne
la merce esclusa
nella quale come valore d’uso avviene la misurazione del valore di scambio
di tutte le altre merci quali tempo di lavoro oggettivato
corrisponde linguisticamente al termine noto di una serie definitoria.

La merce esclusa

Seconda pagina

Terza pagina

Avrei forse ignorato per sempre l’esistenza di Elio Pagliarani se non fosse stato per il mio fortuito e fortunato incontro, nel fatale 1977, con Andrea Ciullo, curiosa figura di laureato in statistica e autore teatrale, che di Pagliarani era “vice” come critico di teatro sul Paese sera. Penso che Andrea Ciullo abbia mantenuto i suoi rapporti con il maestro, dal momento che sul web circola una composizione scritta ed eseguita per il compleanno di Pagliarani.

5 anni

Oggi questo blog compie 5 anni. A me sembra un traguardo importante: non so quale sie l’età media dei blog, né la loro speranza di vita alla nascita. Sospetto però che abbiano una mortalità infantile abbastanza elevata, e che la distribuzione per età sia molto asimmetrica: mi aspetto una power law e non una distribuzione normale. Forse qualcuno lo sa e ci può dare le statistiche, o può tentare guesses più educated della mia.

Da parte mia, mi concedo il lusso di essere un po’ autoreferenziale e di citare qualcuna delle statistiche che wordpress mi propone. In questi 5 anni, il blog è stato visitato più di 346.000 volte, con una media di 190 visite al giorno. Il giorno in cui il blog è stato più visitato è stato il 14 dicembre 2008, con 771 viste: non riesco a ricordare o a ricostruire quale post fosse andato “virale”. Certo, nessuno dei 2 post pubblicati quel giorno.

In tutto ho pubblicato 1.306 post (+ 17 pagine, anche se non ho ancora capito bene l’utilità della differenza); ho ricevuto 1.067 commenti. Dunque parlo (scrivo) più di quanto non ascolti: so che la responsabilità non è tutta mia, ma non mi pare un buon segno comunque. Ma un’altra statistica, sempre di wordpress, dice che i commenti sono stati 1.427, e questo un po’ mi rincuora.

Il blog ha 15 seguaci ufficiali (followers), più altri 26 comment followers (whatever that means): a seconda del valore che uno prende per rappresentativo del mio seguito, non siamo lontani dai manzoniani 25 lettori. Non che ci sia molto da inorgoglirsi.

Il post più letto in questi 5 anni è quello, di argomento soprattutto gastronomico, dedicato alle percebes (6.500 visite). Segue a ruota la recensione de I misteri di Parigi e poi, un po’ staccati ma molto vicini tra loro, la recensione di Lettera a una professoressa e un post dedicato all’ultima esecuzione capitale francese con la ghigliottina: e poiché penso che quest’ultimo post sia visitato soprattutto per morbosità (anche se il mio intento era piuttosto “educativo”), spero che Lettera a una professoressa lo controbilanci. Sono comunque quasi 60 i post che hanno avuto più di 1000 visite.

L’anno in cui il mio blog è stato più popolare è stato il 2009 (quasi 82.000 visite); il mese, novembre 2010 (8.795 visite in un mese, con una media di 293 al giorno). Il 2011 è stato un anno nero (non solo per il blog), ma siamo in netta ripresa.

In conclusione: mi diverto ancora, dopo un  periodo di stanca, e non intendo mollare. “After all… tomorrow is another day.”

Elefantino

nouvelles-images.it/Andy ROUSE

Eli Gottlieb – The Face Thief

Gottlieb, Eli (2012). The Face Thief. New York: HarperCollins. 2012.
ISBN 9780061735059. Pagine 256. 11,33 €

The Face Thief

bookbirddog.blogspot.com

Avrei voluto iniziare la mia recensione levando il calice alla nascita di un’altra indimenticabile dark lady, come non ne incontravo da tempo. Ma poi una mia giovane amica, dotata di antica saggezza e cultrice della materia, mi ha domandato: “Dark lady, o gatta morta?” E, davanti alla mia espressione sconcertata, ha subito chiarito: “Dark lady è Barbara Stanwick in La fiamma del peccato, gatta morta è Anne Baxter in Eva contro Eva.”

Giusto per capire meglio le differenze, ecco la dark lady (La fiamma del peccato l’ho recensita qui: vi voglio anche segnalare che su YouTube è disponibile qui per intero, naturalmente nella versione originale):

PHYLLIS (Standing up again) Mr. Neff, why don’t you drop by tomorrow evening about eight-thirty. He’ll be in then.
NEFF Who?
PHYLLIS My husband. You were anxious to talk to him weren’t you?
NEFF Sure, only I’m getting over it a little. If you know what I mean.
PHYLLIS There’s a speed limit in this state, Mr. Neff. Forty-five miles an hour.
NEFF How fast was I going, officer?
PHYLLIS I’d say about ninety.
NEFF Suppose you get down off your motorcycle and give me a ticket.
PHYLLIS Suppose I let you off with a warning this time.
NEFF Suppose it doesn’t take.
PHYLLIS Suppose I have to whack you over the knuckles.
NEFF Suppose I burst out crying and put my head on your shoulder.
PHYLLIS Suppose you try putting it on my husband’s shoulder.
NEFF That tears it.
Neff takes his hat and briefcase.
NEFF Eight-thirty tomorrow evening then, Mrs. Dietrichson.
PHYLLIS That’s what I suggested.
They both move toward the archway.
NEFF Will you be here, too?
PHYLLIS I guess so. I usually am.
NEFF Same chair, same perfume, same anklet?
PHYLLIS (Opening the door) I wonder if I know what you mean.
NEFF I wonder if you wonder.
He walks out.

Anche la protagonista del romanzo di Gottlieb, Margot Lassiter, ha questa grande capacità dialettica, di contrastare e battere l’antagonista maschile sul suo stesso terreno e al suo stesso gioco (Margot, professionista dell’inganno, si fa beffe di un professionista della lettura e del disvelamento dell’inganno, Lawrence Billings, autore di un manuale di successo intitolato The Physique of Finance: The Art of Face Reading and Body Language for Professional Advantage), di fare del predatore la sua preda.

La gatta morta, invece, agisce diversamente. Si finge umile, indifesa, cedevole, ma alla fine micidiale. La gatta morta ottiene ciò che vuole. Chiara Moscardelli, che ci ha scritto un libro (che io però non ho letto: Volevo essere una gatta morta) la descrive così:

La gatta morta è una categoria poco conosciuta, nascosta, silenziosa ma micidiale.
Ha pochi pensieri, chiari, semplici. Nessuna dietrologia, nessuna complicazione. Ha una vita serena perché ha un unico scopo: il matrimonio.
A diciotto anni ha le idee chiare su tutto ed è in grado di realizzare una cena completa per otto persone con sedici portate. Voi non ne siete capaci? Imparate alla svelta.
A venti ha deciso quale sarà l’uomo che sposerà. Magari non è un uomo in carne e ossa ma è comunque la categoria a cui appartiene che inizia a prendere di mira: l’avvocato, l’architetto, il notaio, il dottore. Le qualifiche sono importanti.
[…]
Io le ho studiate a fondo e me ne sono fatta un’idea ben precisa. Le gatte morte sono geniali.
Dietro la loro apparente passività si nasconde una forza, un’aggressività senza pari. Sono burattinaie che muovono i fili di marionette inconsapevoli. Non c’è niente da fare. Contro di loro non esistono armi. Ve lo dico con tutto il cuore, arrendetevi! Perché gatta morta si nasce, non si diventa.

L’idealtipo della gatta morta è la Eva Harrington di Eva contro Eva, che fingendo una smisurata ammirazione per l’attrice Margo Channing (Bette Davis) si intrufola nella sua vita e le porta via la parte, il successo, il critico teatrale di riferimento (di cui diviene amante) e (poco ci manca) il fidanzato. Qui di seguito la scena memorabile in cui la nostra santarellina racconta a ciglio asciutto come abbia perso il marito in guerra e come la sua fervida adorazione l’abbia portata a seguire per anni la diva ad ogni suo spettacolo. Non c’è bisogno di capire l’inglese: guardate gli occhi e le posture.

Per completare il quadro delle tassonomie ci sarebbe anche la femme fatale, affine alla dark lady, ma a differenza di questa fatale, appunto, ma non necessariamente malvagia. Non necessariamente, cioè, infligge il male volontariamente, per conseguire un obiettivo o per desiderio di annientamento dell’altro. Anche qui, nella mia mente, c’è un idealtipo, ed è la Lola Lola (Marlene Dietrich) dell’Angelo Azzurro di Sternberg (qui in edizione integrale).

Un altro vocabolo che ha continuato a frullarmi per la testa durante la lettura del romanzo di Gottlieb è stato predatrice. E questo aspetto è quello che alla fine mi fa pensare che Margot Lassiter è soprattutto una dark lady. Margot persegue i suoi obiettivi e distrugge le sue vittime (perché in una certa misura potrebbe conseguire i suoi obiettivi anche senza annientare la vittima – come nel caso di John Potash – oppure indulge nella distruzione della vita di Lawrence Billings anche senza grande tornaconto economico) e lo fa reificandole, trattandole come oggetti, utilizzando la prevedibilità del corteggiamento maschile come arma contro i corteggiatori stessi, come accade per il principio dell’attacco-difesa proprio dello judo:

Yawara significa adeguarsi alla forza avversaria al fine di ottenere il pieno controllo. Esempio: se vengo assalito da un avversario che mi spinge con una certa forza, non devo contrastarlo, ma in un primo momento debbo adeguarmi alla sua azione e, avvalendomi proprio della sua forza, attirarlo a me facendogli piegare il corpo in avanti […] La teoria vale per ogni direzione in cui l’avversario eserciti forza. [Jigorō Kanō, (2005). Fondamenti del Judo. “Cos’è il Kodokan Judo”: pp. 23-24. Citato in Wikipedia]

Per scrivere di dark ladies è necessaria una buona dose di misoginia, perché la rappresentazione della dark lady (e delle sue varianti richiamate in precedenza) si pone all’estremo opposto della scala di idealizzazione della donna che vede all’estremo opposto la donna angelicata di Dante e l’eterno femminino di Goethe, ma anche di fascinazione. È necessario anche quel distacco dialettico che permette di comprendere che il comportamento che ci inorridisce in queste eroine femminili al negativo è la pratica quotidiana e la moneta corrente del comportamento maschile nei confronti delle donne, e non sarebbe nemmeno pensabile senza la premessa dell’atteggiamento maschile (ancora una volta il punto di vista dello judo).

Resta da dire che il romanzo, senza essere un capolavoro, è anche ben scritto e ben costruito: ben costruito, perché 4 storie e 4 piani temporali sono alternati e ricostruiti in flashback (in 3 casi su 4, per la verità) a partire dal rovinoso ruzzolone iniziale, mantenendo sempre vivissima l’attenzione (e la voglia di andare avanti) del lettore. Ben scritto, perché è evidente il divertimento dello scrittore nello sfottere un certo mondo (quello dei pomposi manuali per top manager, ad esempio) e nel mantenere la distanza dai suoi personaggi e dalla sua materia.

Di seguito, qualche piccolo esempio del suo stile e qualche curiosità (senza rovinare nulla del thriller):

Her nails were ridgeless and attested to a diet rich in vitamin B and iron, but the moons, he noticed, were invisible: pituitary problems? [616]

The science of touch is called haptics. [1297]

And it was at that moment, for the very first time, that Lawrence Billings felt old. He’d felt mature before; he’d felt accomplished; he’d felt at midcareer, midpoint, midlife before. But at the moment, beached on the sound of that word dear, he simply felt dusty. [1675]

Sex and curiosity occupied the same part of the brain. [2988]

L’imprinting e Lucio Dalla

Secondo il Vocabolario Treccani, l’imprintingëmprìnti› sostantivo inglese [propriamente «impressione, stampa», derivato di (to) imprint «stampare, imprimere»], usato in italiano al maschile – In etologia, particolare forma di apprendimento precoce, irreversibile o comunque durevole, di alcune specie animali, per il quale, per esempio, l’individuo, nelle primissime ore della vita, riconosce e segue i suoi genitori, oppure un loro surrogato, che può essere rappresentato da individui di altra specie o anche da oggetti inanimati, purché in movimento, che cadano per primi nel suo campo di osservazione. Il termine è talvolta tradotto in italiano con impressione o, più raramente, con conio.

Contrariamente a quanto credevo io (e immagino molti con me) l’imprinting non è stato scoperto da Konrad Lorenz, che pure ne parla ne L’anello di Re Salomone in una narrazione indimenticabile di cui è protagonista l’oca Martina.

Molte cose importanti devono accadere in una di queste uova di oca selvatica: accostandovi l’orecchio si ode dentro scricchiolare e muoversi qualcosa, e poi, ecco, si percepisce chiaramente un flebile, flautato “piip”. Dopo ci vuole ancora un’ora perché si apra un buchino, attraverso il quale si scorge la prima cosa visibile del nuovo uccello: la punta del becco, con sopra il cosiddetto dente dell’uovo; il movimento del capo con cui il dente, dal di dentro, viene spinto contro il guscio dell’uovo, provoca non solo la rottura del guscio, ma anche uno spostamento dell’uccellino che vi giace dentro tutto avvoltolato su se stesso, e che lentamente gira all’indietro attorno all’asse longitudinale dell’uovo. Il dente si muove dunque dentro il guscio lungo un “parallelo” sul quale apre una fila ininterrotta di buchini; alla fine, quando il cerchio si è chiuso, l’uccello con un movimento di estensione del collo fa sollevare l’intera calotta del guscio.
La mia prima ochetta selvatica era dunque venuta al mondo, e io attendevo che, sotto il termoforo che sostituiva il tiepido ventre materno, divenisse abbastanza robusta per poter ergere il capo e muovere alcuni passetti.
La testina inclinata, essa mi guardava con i suoi grossi occhi scuri; o meglio, con un solo occhio, perché, come la maggior parte degli uccelli, anche l’oca selvatica si serve di un solo occhio quando vuole ottenere una visione molto netta. A lungo, molto a lungo mi fissò l’ochetta, e quando io feci un movimento e pronunciai una parolina, quel minuscolo essere improvvisamente allentò la tensione e “mi salutò”: col collo ben teso e la nuca appiattita, pronunciò rapidamente il verso con cui le oche selvatiche esprimono i loro stati d’animo, e che nei piccoli suona come un tenero, fervido pigolio. Il suo saluto era identico, preciso identico a quello di un’oca selvatica adulta, identico al saluto che essa avrebbe pronunciato migliaia e migliaia di volte nel corso della vita; ed era come se anche lei mi avesse già salutato migliaia e migliaia di volte nello stesso identico modo. Neppure il migliore conoscitore di questo cerimoniale avrebbe potuto comprendere che quello era il primo saluto della sua vita. E io non sapevo ancora quali gravosi doveri mi ero assunto per il fatto di aver subito l’ispezione del suo occhietto scuro e di aver provocato con una parola imprevidente la prima cerimonia del saluto.
La mia intenzione era infatti di affidare, una volta che fossero usciti dall’uovo, anche i piccoli covati dalla tacchina alla summenzionata oca domestica […]. Portai l’uccellino in giardino, […i]nfilai la mano sotto il ventre tiepido e morbido della vecchia e vi sistemai ben bene la piccina, convinto di aver assolto il mio compito. E invece mi restava ancora molto da imparare. Trascorsero pochi minuti, durante i quali meditavo soddisfatto davanti al nido dell’oca, quando risuonò da sotto la biancona un flebile pigolio interrogativo: “ vivivivivi”. In tono pratico e tranquillizzante la vecchia oca rispose con lo stesso verso, solo espresso nella sua tonalità: “gangangangang”. Ma, invece di tranquillizzarsi come avrebbe fatto ogni ochetta ragionevole, la mia rapidamente sbucò fuori da sotto le tiepide piume, guardò su con un solo occhio verso il viso della madre adottiva e poi si allontanò singhiozzando: “fip… fip… fip…”. Così pressappoco suona il lamento delle ochette abbandonate: tutti i piccoli uccelli fuggiti dal nido possiedono, in una forma o nell’altra, un lamento di questo genere. La povera piccina se ne stava lì tutta tesa, continuando a lamentarsi ad alta voce, a metà strada fra me e l’oca. Allora io feci un lieve movimento e subito il pianto si placò: la piccola mi venne incontro col collo proteso, salutandomi con il più fervido: “vivivivivi”. Era proprio commovente, ma io non avevo intenzione di fungere da madre oca. Presi dunque la piccola, la ficcai nuovamente sotto il ventre della vecchia e me ne andai. Non avevo fatto dieci passi che udii dietro di me: “fip… fip… fip…”: la poveretta mi correva dietro disperatamente.
[…]
Avrebbe commosso un sasso la povera piccina, con quel modo di corrermi dietro piangendo con la sua vocina rotta dai singhiozzi, incespicando e rotolando, eppure con velocità sorprendente e con una decisione dal significato inequivocabile:
ero io sua madre, non la bianca oca domestica! Sospirando mi presi la mia piccola croce e la riportai in casa. Pesava allora non più di cento grammi, ma sapevo benissimo come mi sarebbe stata greve, quanta dura fatica e quanto tempo mi sarebbe costato portarla degnamente.
Mi comportai come se fossi stato io ad adottare l’ochetta, non lei me, e la piccola fu solennemente battezzata col nome di Martina.

In realtà, secondo l’Enciclopedia Treccani, il fenomeno è stato descritto per la prima volta da D.A. Spalding nel 1873 e soltanto “riscoperto” da Lorenz, ancorché in modo così colorito.

Tutto questo per raccontare che il mio imprinting con Lucio Dalla (morto ieri, 1° marzo 2012), cioè la prima volta che ricordo di averlo ascoltato e notato, è stato con una canzone molto diversa da quelle che poi ne avrebbero segnato il successo. Era il 1966 e la canzone si intitolava Quand’ero soldato. Anche in quegli anni in cui in Italia spirava un vento di contestazione e sperimentazione musicale, quella canzone sembrò alle mie orecchie curiose e aperte a ogni novità degna di nota per il modo in cui era cantata e arrangiata, oltre che per le parole che parlavano della naja in maniera fortemente ironica (il testo è di Sergio Bardotti, la musica di Gian Franco Reverberi):

Quando ero soldato
allora sì che era bella la vita anche per me
15 mesi senza i problemi di casa mia
quando ero soldato trattato bene meglio di un re
senza pagar mai una lira di tasca mia

e con le ragazze le sole che poi non ti chiedano
un matrimonio …

Quando ero soldato beato me
la guerra non c’era adesso c’è
l’han dichiarata tutti d’accordo contro di me
quando ero soldato vivevo tranquillo
ora son tanti a bombardare la vita mia.

In questa esecuzione dell’epoca (come si usava allora, fintamente dal vivo ma rigorosamente in playback), oltre a un giovane ma già marpionissimo Gianni Boncompagni (allora presentatore di Bandiera Gialla il sabato pomeriggio), si riconosce Luigi Tenco.

Lo stesso anno, Dalla era andato a Sanremo e aveva presentato Paff….bum!, sempre della coppia Bardotti-Reverberi, ma molto meno bella. All’epoca a Sanremo succedeva (o forse era la regola) che le canzoni fossero presentate in doppia esecuzione, da una coppia di esecutori italiani o più spesso in abbinamento con qualche star straniera: venne persino Louis Armstrong, mi pare, ma certamente Wilson Pickett che cantò Un avventura con Lucio Battisti. L’abbinamento al Paff….bum! di Dalla furono gli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui, qui e qui). Erano una leggenda già nel 1996, noti per avere due chitarre soliste in formazione (Jeff Beck e Jimmy Page, scusate se è poco), e per essere, un paio d’anni dopo, il gruppo che “gemmò” i Led Zeppelin. L’ineffabile Mike Buongiorno, presentandoli, ne tradusse il nome in Gallinacci, come racconta Adele Gallotti su Stampa Sera del 29 gennaio 1966:

Sanremo, sabato sera. Nefasta è stata per la pallida Carla Puccini – denutrita da tre giorni di quasi digiuno, dovuti a delle misteriose pillole che le tolgono l’appetito – il titolo dell’ultima canzone in gara ieri sera Paff… bum. Al «bum» Carla è crollata in terra, mentre Mike – per questa volta umorista – spiegava che “yard-birds” vuole dire gallinacci.

Ecco l’esecuzione sanremese, questa volta effettivamente live, anche se priva di video: