Lo festeggiamo con questo documentario della BBC, realizzato nel 1988.
Bello. Curiosa però la scelta della musica di Brian Eno per la sigla.
Lo festeggiamo con questo documentario della BBC, realizzato nel 1988.
Bello. Curiosa però la scelta della musica di Brian Eno per la sigla.
Sono dunque già passati 20 anni dalla morte di Astor Piazzolla.

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Io, che mi spaccio compiaciuto per onnisciente in musica, devo ringraziare AD per avermelo fatto amare, anche se non conoscere.
Lo ricordo con 3 brani.
Il primo è Adiós Nonino che Piazzolla compose nel 1959 quando – in tourneé nel centro America – ricevette la notizia della morte improvvisa di suo padre, don Vicente Piazzolla, familiarmente chiamato Nonino (la famiglia di Piazzolla era di origine italiana, e precisamente appulo-garfagnina). La versione originale, incisa nel 1960 a Montevideo dal quintetto (Astor Piazzola al bandoneón, Jaime Gosis al pianoforte, Quicho Díaz al contrabbasso, Horacio Malvicino alla chitarra elettrica e Simón Bajour al violino) non l’ho trovata su YouTube. Questa è quella che compare nell’album Libertango, di cui parleremo tra un minuto.
Desde una estrella al titilar…
Me hará señales de acudir,
por una luz de eternidad
cuando me llame, voy a ir.
A preguntarle, por ese niño
que con su muerte, lo perdí,
que con “Nonino” se me fue…
Cuando me diga, ven aquí…
Renaceré… Porque…¡Soy…! la raíz, del país
que amasó con su arcilla.
¡Soy…! Sangre y piel, del “tano” aquel,
que me dio su semilla.
Adiós “Nonino”.. que largo sin vos,
será el camino.
¡Dolor, tristeza, la mesa y el pan…!
Y mi adiós.. ¡Ay! Mi adiós,
a tu amor, tu tabaco, tu vino.
¿Quién..? Sin piedad, me robó la mitad,
al llevarte “Nonino”…
Tal vez un día, yo también mirando atrás…
Como vos, diga adiós ¡No va más..!Recitado:
Y hoy mi viejo “Nonino” es una planta.
Es la luz, es el viento y es el río…
Este torrente mío lo suplanta,
prolongando en mi ser, su desafío.
Me sucedo en su sangre, lo adivino.
Y presiento en mi voz, su propio eco.
Esta voz que una vez, me sonó a hueco
cuando le dije adiós Adiós “Nonino”.¡Soy…! La raíz, del país
que amasó con su arcilla…
¡Soy…! Sangre y piel,
del “tano” aquel,
que me dio su semilla.
Adiós “Nonino”… Dejaste tu sol,
en mi destino.
Tu ardor sin miedo, tu credo de amor.
Y ese afán… ¡Ay…! Tu afán
por sembrar de esperanza el camino.
Soy tu panal y esta gota de sal,
que hoy te llora “Nonino”.
Tal vez el día que se corte mi piolín,
te veré y sabré… Que no hay fin.
Il secondo omaggio è, appunto, Libertango, forse il suo più famoso. Intanto, è opportuno ricordare che Piazzolla – ormai santificato – è stato in vita considerato eretico dall’ortodossia tanguéra (e tànghera) e poco ci mancò che lo bruciassero vivo. L’eresia? Discostarsi dalla tradizione e utilizzare (addirittura) strumenti elettrici (il famoso Conjunto Electronico). Libertango fu inciso a Milano nel maggio 1974 allo studio “Mondial Sound” (produttore Aldo Pagani, tecnico del suono Tonino Paolillo). Questi i musicisti:
Piazzolla stesso ha fatto una montagna di reinterpretazioni e arrangiamenti dei suoi brani. Altrettanto hanno fatto molti musicisti jazz (da Gerry Mulligan ad Al Di Meola) e classici (da Gidon Kremer a Yo Yo Ma).
Io trovo molto bello – e questo è il terzo omaggio – il disco che Piazzolla ha realizzato con il Kronos Quartet, Five Tango Sensations.
Meriterebbe di essere più famoso, se non più popolare, Leoš Janáček, compositore ceco nato a Hukvaldy in Moravia il 3 luglio 1854 (e morto a Ostrava il 12 agosto 1928). Invece, anche per chi ama la musica classica, è facilmente collocato al terzo posto di un’ipotetica classifica dei compositori cechi dell’Ottocento più famosi: al primo posto si piazza certamente Antonín Dvořák (famoso per la Sinfonia dal nuovo mondo e forse anche per i due cicli di Danze slave) e al secondo probabilmente Bedřich Smetana – che pure era più vecchio di una generazione – per il poema sinfonico Má vlast (“La mia patria”), una specie di colonna sonora di ogni visita a Praga che si rispetti.
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Eppure Janáček avrebbe più di un motivo per essere più famoso di quello che è. Cominciamo dalla biografia: fu introdotto dal padre, maestro elementare e musicista dilettante, ai primi rudimenti della musica. Ma era povero e dovette studiare anche lui da maestro in un seminario di Brno. Continuò però a studiare musica da autodidatta: non potendosi permettere uno strumento, usava una tastiera di cartone che si era costruito da solo. Riuscì comunque a fare il musicista insegnando musica all’istituto magistrale di Brno, dove conobbe la figlia del direttore, Zdenka Schulzová, che sposò nel 1881 e cui dedicò il Tema con variazioni per piano in si bemolle (Variazioni Zdenka). Non fu un matrimonio felice: nel 1890 morì suo figlio Vladimir e nel 1903 l’amatissima figlia Olga. L’anno successivo conobbe Kamila Urválková, di cui s’innamorò senza conseguenze durature sul matrimonio con Zdenka Schulzová. Non così fu per la storia d’amore con la cantante Gabriela Horváthová nel 1916: Zdenka tentò il suicidio e i due “divorziarono” di fatto, anche se non legalmente. L’anno successivo, a 63 anni, l’incontro decisivo di Leoš con Kamila Stösslová, una giovane donna sposata di 38 anni più giovane di lui. Leoš ne fu ossessionato, al punto di scriverle 730 lettere d’amore – pare non ricambiato (passarono 10 anni prima che, rispondendo a una lettera di Leoš, si firmasse tua Kamila – naturalmente la “separata in casa” Zdenka trovò la lettera e gli fece una delle sue memorabili scenate).
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Difficile sottovalutare l’importanza di Leoš Janáček come musicista, ma non penso sia questa la sede per farlo. Mi limiterò a dire che fu un etno-musicologo ante litteram: le sue ricerche lo impegnarono particolarmente tra il 1888 e il 1909.
Almeno 2 – tra le tante – le opere di Janáček che dovreste conoscere.
La prima è la sua Sinfonietta che qui potete ascoltare nella versione di riferimento, quella della Orchestra filarmonica ceca diretta da Karel Ancerl:
Dovreste conoscerla, almeno per 2 motivi:
Ma la seconda opera da conoscere – se vi ha incuriosito la strana e straziante storia d’amore epistolare tra Leoš e Kamila – è il Quartetto per archi n. 2 “Lettere intime” (fu lo stesso Janáček a dargli questo nome), scritto nel 1928
Poco più di un pretesto, per fare ascoltare insieme musiche apparentemente disparate (ma su questo, un gioco bellissimo è quello che fa 6gradi, la trasmissione di Rai radio3 di Paola De Angelis e Luca Damiani).
Cominciamo dal celeberrimo tema scritto da Ennio Morricone per Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone. Qui l’ascoltiamo come lo si ascolta, per la prima volta, nei titoli di testa del film:
Wikipedia ne parla così:
La colonna sonora del film fu composta da Ennio Morricone, frequente collaboratore di Leone (con il quale fu anche compagno di classe in terza elementare), le cui caratteristiche composizioni, contenenti spari, fischi (di Alessandro Alessandroni) e jodel, contribuiscono a ricreare l’atmosfera che caratterizza il film. Il motivo principale, assomigliante all’ululato del coyote, è una melodia composta da due note, divenuta molto famosa. Essa viene utilizzata per i tre personaggi principali del film, con un differente strumento usato per ognuno: flauto soprano per il Biondo, l’arghilofono del maestro Italo Cammarota per Sentenza e la voce umana per Tuco. Questo motivo si ripropone durante tutto il film, senza però mai annoiare né risultare scontato: Leone e Morricone la ripropongono solo nei momenti appropriati, rendendo memorabili le scene. Il tema, ricorda Morricone, era stato realizzato in modo molto bizzarro:
«Quando dirigo il pezzo in concerto, gli ululati di coyote che danno il ritmo ai titoli del film sono realizzati di solito col clarinetto. Ma nella versione originale adottai soluzioni molto più inventive. Due voci maschili cantavano sovrapponendosi l’una con l’altra, una gridando A e l’altra E. Gli AAAH ed EEEH dovevano essere eloquenti, per imitare l’ululato dell’animale ed evocare la ferocia del selvaggio West.»
Ed ecco, appunto, la versione da concerto:
Continua Morricone:
«Ne Il buono, il brutto, il cattivo, ogni personaggio aveva un suo tema musicale. Era anche una sorta di strumento musicale che interpretava la mia scrittura. In questo senso, giocavo molto con armonie e contrappunti… Mettevo in scena la carta stradale di tre esseri che costituivano un amalgama di tutti i difetti umani… Avevo bisogno di diversi crescendo e momenti spettacolari capaci di conquistare l’attenzione e che tuttavia si accordassero con lo spirito generale della storia. Per cui la musica assunse un’importanza centrale. Doveva essere complessa, con umorismo e lirismo, tragedia e barocco. La musica diventava anche un elemento della storia. Era il caso della sequenza del campo di concentramento. Un’orchestra di prigionieri deve suonare per soffocare le urla dei torturati. In altre parti del film, la musica accompagnava improvvisi cambiamenti di ritmo, come quando la carrozza fantasma appare dal nulla in mezzo al deserto. Volevo anche la musica diventasse a tratti un po’ barocca. Non volevo che si limitasse alla ripetizione del temi di ogni personaggio – una sottolineatura. In ogni caso, feci suonare parte della musica sul set. Creava l’atmosfera della scena. Le interpretazioni ne erano decisamente influenzate. A Clint Eastwood questo metodo piaceva molto.»
Il tema di Morricone è abbastanza bizzarro da invitare strani compagni di letto. Uno inaspettato è John Zorn, che ne ha inciso un frammento nel 1987. Lui stesso racconta la storia nelle note di copertina del disco:
This track is a freak. In April of 1987 I got a call from a representative of the McCann Erikson Advertising Agency who was putting a bew presentation for Camel cigarettes in South East Asia. They were looking for a new approach in arranging the Camel theme son “The Good, the Bad and the Ugly” which they’d been using for years, and had already commissioned a reggae band, a jazz group and a classical string quartet. God knows what they thought I would come up with, but needless to say, after I delivered my track I never heard from them again. That’s show biz! I still wonder which one they picked …
Zorn ha scritto l’arrangiamento ma non suona. La band è spettacolare:
A questo punto a voi, come a me, sarà venuta una curiosità: il tema di Il buono, il brutto e il cattivo usato per la pubblicità delle Camel? Davvero? Non mi ricordo. Forse si spiega con il fatto che in Italia la pubblicità alle sigarette non si è mai potuta fare. Cioè, la pubblicità diretta, perché siamo pur sempre in Italia, il paese di “fatta la legge, trovato l’inganno.”
Infatti:
Ma il compagno di letto più curioso è il grande virtuoso maliano di kora Toumani Diabaté, che nel suo brano Cantelowes (dall’album The Mande Variations) fa un omaggio a Morricone. Ascoltate.
La lingua (la copertina originale di Sticky Fingers del 1971) era stata realzzata da John Pasche, uno studente del Royal College of Art di Londra. Questa variazione sul tema di Shepard Fairey è il logo ufficiale per celebrare il 50mo del gruppo
Per saperne di più Shepard Fairey on His Rolling Stones 50th-Anniversary Logo
In un post del 7 giugno 2012 su un blog di Smithsonian.org, Design Decoded, Jimmy Stamp ricostruisce la vicenda del famoso album di Brian Eno, Music for Airports.

smithsonianmag.com
È lo stesso Eno a raccontare che l’idea gli venne all’aeroporto di Colonia una domenica mattina, mentre aspettava di imbarcarsi:
The light was beautiful, everything was beautiful, except they were playing awful music. And I thought, there’s something completely wrong that people don’t think about the music that goes into situations like this. They spend hundreds of millions of pounds on the architecture, on everything. Except the music.
[…]
I had in my mind this ideal airport where it’s late at night; you’re sitting there and there are not many people around you: you’re just seeing planes take off through the smoked windows.
Music for Airports nasce dunque come una piccola musica notturna: il pianoforte, il violoncello, un coro sintetico, tutto si ripete sempre diverso e sempre uguale.
Scrive Eno sulle note di copertina:
Whereas the various purveyors of canned music proceed from the basis of regularizing environments by blanketing their acoustic and atmospheric idiosyncracies, ambient music is intended to enhance these. Whereas conventional background music is produced by stripping away all sense of doubt and uncertainty (and thus all genuine interest) from the music, ambient music retains these qualities. And whereas their intention is to ‘brighten’ the environment by adding stimulus to it (thus supposedly alleviating the tedium of routine tasks and leveling out the natural ups and downs of the body rhythms) ambient music is intended to induce calm and a space to think.
Ambient music must be able to accommodate many levels of listening attention without enforcing one in particular; it must be as ignorable as it is interesting.
Da questi principi nascono i vincoli che Eno si impone nella composizione:

smithsonianmag.com / Brian Eno’s graphic notation for Music for Airports, published on the back of the album sleeve
Curioso che, benché Eno stesso abbia dichiarato di avere improvvisato e montato i loop senza una partitura, qualcuno ne abbia trovato una scatola intera in un negozio di Copenhagen: http://www.flickr.com/photos/dawn/6161379487/
Se, come diceva Goethe, l’architettura è musica congelata, allora Music for Airports è un contrappunto alla cacofonia dell’architettura aeroportuale.
Grazie a Jimmy Stamp per questa bella intuizione: Music for Airports Soothes the Savage Passenger | Design Decoded
Una delle poche parole giapponesi che so è neko, che significa gatto. E so anche che i giapponesi adorano i gatti: anche Hello Kitty (ハローキティ Harō Kiti) è nata lì, nell’ormai lontano 1974.
Con tutto questo, a Tokyo non è facile poter tenere un gatto in casa: gli appartamenti sono piccoli e gli affitti esosi; spesso si lavorano orari impossibili, cui si aggiungono tempi dedicati al tragitto casa-lavoro-casa per noi inconcepibili; per di più, spesso i contratti d’affitto vietano esplicitamente di tenere animali domestici in casa.
Ecco allora nascere i cat café (猫カフェ): il primo apre a Osaka nel 2004; un anno dopo, il primo di Tokyo è il Neko no Café. Secondo il Ministero dell’ambiente nipponico, i cat café sono attualmente 150 in tutto il Paese, e almeno 25 a Tokyo.

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Andare in un cat café e giocare con i gatti costa 1500 ¥ l’ora (circa 15 €) – caffè e bevande non incluse.
I cat café sono un po’ come i locali dove operano le entreneuse: i gatti hanno tutti un nome, e sono elencati su un book con tanto di fotografia. I clienti hanno delle preferenze esplicite, e possono comprare loro dei croccantini al posto dello champagne. Non si possono prendere in mano o in braccio i gatti, ma se loro vengono da te e si strofinano o ti vengono in grembo li puoi lasciar fare. I minorenni (per la verità, i bambini e le bambine con meno di 13 anni) non possono entrare. I gatti (come le entreneuse) fanno perfino i turni: al Calico Cat Café, aperto dal 2009 nella centrale Shinjuku di Tokyo, in una tipica serata 53 gatti si mescolano ai clienti nei due piani del locale, mentre altri 40 riposano nel giardino sul retro.
Ma tutto questo è destinato a finire. Il 1° giugno è entrata in vigore la Legge per la gestione e il benessere degli animali, che vieta di vendere ed esporre animali, compresi cani e gatti, dopo le ore 20: il timore è che gli animali, chiusi in piccole gabbie ed esposti al caldo e alla luce abbagliante, possano soffrire gravemente. La lobby dei cat café è riuscito a ottenere 2 ore di più, fino alle 22. Ma finora erano aperti fino all’1 di notte, e si riempivano soltanto la sera, con una clientela composta soprattutto di giovani impiegate. Adesso, si teme che il coprifuoco possa portare alla chiusura dei cat café e alla crescita del randagismo.
La fonte di questa storiella sui gatti è un articolo di Atlantic Wire (Goodnight Kitty: Curfew Curtails Tokyo’s Cat Cafés).
Il magico mondo delle entreneuse ce lo ricordano invece, a modo loro, I Gufi:
Si chiamava Ambroeus
e faceva l’entreneuse
in un trani con balera
proprio in fondo a Via Marghera
È partita dalla blogosfera (o facebook-sfera, non so) ed è poi stata raccolta da alcuni partiti la proposta di non fare la sfilata militare celebrativa del 2 giugno a via dei Fori imperiali a Roma. Quasi subito, il Quirinale ha detto che la sfilata ci sarà, ma sarà sobria. Ecco la dichiarazione ufficiale (che trovate qui):
“Le celebrazioni del 2 giugno per rafforzare la fermezza e la fiducia con cui affrontare problemi di oggi e di domani, a cominciare da quelli del terremoto”
Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati e il Presidente del Consiglio per un ampio informale scambio di opinioni su problemi di comune interesse e urgenza istituzionale: in primo luogo quelli connessi alla condizione dei territori e delle popolazioni dell’Emilia su cui si è abbattuto un violento e distruttivo evento sismico, e relativi all’esigenza del massimo impegno delle forze dello Stato e della più ampia solidarietà nazionale per un’efficace risposta a bisogni acuti di assistenza e a prospettive di rapida ricostruzione. Tale impegno e solidarietà avrà modo di esprimersi ancora in occasione delle imminenti celebrazioni dell’anniversario della nascita della Repubblica.
Le tradizionali celebrazioni saranno improntate a criteri di particolare funzionalità e sobrietà, sia per i limiti entro cui si svolgerà la rassegna militare, sia per i caratteri che assumerà l’incontro in Quirinale con i rappresentanti del Corpo Diplomatico, di tutte le istituzioni e di significative espressioni della società civile. […]
Già prima di lasciare Pordenone, anticipando il rientro a Roma per il confronto istituzionale, il Presidente Napolitano aveva sottolineato perché la Repubblica non possa rinunciare a celebrare l’anniversario della sua nascita: “Credo che anche in questo momento la Repubblica, lo Stato e le Istituzioni debbono dare prova di fermezza e di serenità : non possiamo soltanto piangerci addosso. Una cosa è abbracciare le famiglie che piangono per i loro lutti; altra cosa è piangerci addosso come italiani e come istituzioni. Questo non possiamo farlo: abbiamo il dovere di dare un messaggio di fiducia, e ci sono le ragioni per poter dare questo messaggio di fiducia”. […]
Con tutto il rispetto e la deferenza, mi permetto di fare 2 osservazioni.
La prima è di carattere generale, e vuol essere un invito a riflettere sul significato del binomio Festa della Repubblica e parata militare. L’istituzione della Repubblica può essere celebrata in molti modi, e la parata militare non è certo l’unico. Peraltro, la forma repubblicana fu scelta per pacifico e democratico referendum popolare, e non propiziato da una sollevazione del popolo in armi (come fu in Francia per il 14 luglio 1789) o, peggio, imposta da un putsch militare. Questo basterebbe a rendere la scelta di incentrare le celebrazioni su una imponente sfilata di uomini e mezzi sull’ex-via dell’Impero piuttosto curiosa. A meno che – come spesso accade nei tortuosi ma non del tutto incomprensibili meandri della politica – la scelta non sia stata a suo tempo motivata dalla necessità di cooptare le forze armate (tradizionalmente fedeli alla monarchia savoiarda) alle neonate istituzioni repubblicane.

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Resta il fatto che, personalmente, l’idea della parata militare mi sembra inopportuna, oltre che ripugnante, quando la Costituzione repubblicana afferma con palmare chiarezza il ripudio della guerra:
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. [articolo 11]
A conclusione di questa prima osservazione, mi sembra condivisibile il punto di vista presentato da un altro blogger, metilparaben, nel suo post del 30 maggio 2012:
Bellezza e necessità
Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
iò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un’alzata d’ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.
La seconda osservazione è di carattere storico. Stanno provando a farci credere (ahimè, anche il Quirinale, e un bel po’ di organi d’informazione e di forze politiche, anche di sinistra o sedicenti tali) che la sfilata militare del 2 giugno c’è sempre stata e che sospenderla quest’anno sarebbe un insidioso precedente. Per nostra fortuna, l’agenzia giornalistica AGI racconta (anche se in modo un po’ confuso, che potete andare a leggere qui, “la tormentata storia della parata militare“). Provo a semplificare e a mettere in ordine cronologico, avvalendomi anche di wikipedia.
Nel 1976 Ugo Tognazzi è un tragicomico “generale in ritirata”.
… e adesso è ora che io vada …
La ferita quest’anno sanguina più che mai
Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).
Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:
Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato…
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