Patti Smith e Martha Argerich

Dopo l’esibizione di Patti Smith come ospite al festival di Sanremo, il mondo si è diviso in due, quelli (tutti quanti all’unanimità o quasi) che hanno detto che soltanto con lei la serata – che io peraltro non ho visto, avendo visto solo il clip di YouTube – è stata riscattata da un momento di altissima qualità, e quelli (soltanto io) che ne hanno ricavato una penosa impressione e hanno trovato che il fuoco che ardeva nella musica di Patti Smith alla fine degli anni Settanta si fosse ormai quasi del tutto spento.

Poiché sono cocciuto e amo la polemica per la polemica, vi invito a confrontare la versione sanremese (che per vostra comodità riposto) con la versione originale che compariva sul’album Easter del 1978 e una versione live dello stesso anno (dove si capisce pure che Patti Smith era per una parte importante anche il Patti Smith Group).

Io la sento, la differenza: le versioni del 1978 mi smuovono ancora quel poco di testosterone, ossitocina e adrenalina che mi circolano nel sistema; (“touch me now”) quella di Sanremo mi sembra soprattutto autocelebrativa.

E lo so che non è serio. Ma sul mio giudizio severo influisce anche il fatto che Patti si sia tinta i capelli. Guardatela qui, al David Letterman Show nel 1996, cinquantenne con il coraggio dei suoi capelli grigi. E sentitelo ancora intatto, il suo fuoco, anche se la canzone è così così.

E confesso anche di essere influenzato, in questo confronto forse impietoso, dal paragone con Martha Argerich, la pianista argentina (del 1941, mentre Patti Smith è del 1946) il cui fuoco non si è spento e che porta orgogliosamente i suoi anni. La vediamo e sentiamo prima nello Scherzo n. 2 Chopin, inciso nel 1966, e poi nella sonata di Scarlatti in re minore K 141, incisa nel 2008.

Per i più pazienti e per i più curiosi, due interventi in cui Martha Argerich parla di sé, della sua tecnica e delle sue interpretazioni, più o meno coevi alle esecuzioni ascoltate prima.

Disavventure di un portatore di lenti a contatto

Ieri sera, tornando a casa, mi è caduta una lente a contatto in metropolitana. Porto lenti rigide e il modo di scalzarle dall’occhio è praticamente uno solo, il più stupido: infilarsi un dito nell’occhio. E così ho fatto io. Poche le speranze che si fosse spostata dalla cornea ma fosse ancora nell’occhio: non la sentivo (chi porta o ha portato le lenti sa di che cosa sto parlando). Mi sono toccato la faccia e le mani: a volte resta appiccicata sulla pelle. Niente. Ho guardato sui vestiti (per quello che ci vedevo con un occhio solo), aiutandomi anche con il tatto. Con poche speranze, anche perché in questo raro freddo romano sono imbacuccato, strati su strati di vestiario, come Totò e Peppino a Milano. Alla fine, con grande cautela, per evitare di schiacciare la lente con i piedi, nel caso fosse caduta a terra, mi sono chinato e messo a scrutare sul pavimento del vagone.

Con scarso successo e poche speranze, perché il pavimento del vagone è di quella classica gomma nera a bolloni. Se la lente a contatto si fosse evoluta per mimetizzarsi perfettamente sui pavimenti di gomma nera a bolloni, sarebbe esattamente così com’è. E vederci da un occhio solo ti priva del senso della profondità (visione stereoscopica) e rende difficoltosa la messa a fuoco.

Lente a contatto

wikipedia.org

Provate a immaginare la scena: un signore di mezza età, canuto, vestito elegantemente (giacca cravatta e tutto quanto), leggermente sovrappeso, si accuccia precariamente sul pavimento della metropolitana in corsa, estrae un iPhone, accende una pila a LED (l’iPhone può fare anche questo), tiene l’occhio destro chiuso (quello senza lente) ed esamina il pavimento con il sinistro.

Pensate che abba suscitato, non dico la solidarietà, ma almeno la curiosità dei presenti? Macché. Tutti hanno continuato a fare quello che facevano, leggere o ascoltare la musica con le cuffiette, per lo più comodamente seduti. Il treno ha cominciato a rallentare avvicinandosi a una stazione. Una signora si è avvicinata alla porta per scendere e mi ha visto accucciato a terra.

– Ha perso una lentina?, mi fa.

– Sì, dico io.

– Eh, che brutta cosa. Ma perché nessuno l’aiuta?

Soltanto allora una delle due ragazze sedute davanti a me ha infilato un dito nel libro che stava leggendo per tenere il segno e ha abbassato lo sguardo. Immediatamente ha visto la lente per terra e me l’ha segnalata.

Vicenda a lieto fine, dunque, quando già pensavo alla seccatura di dovermene far fare una nuova e restare bloccato per 1-2 giorni. Tantissime grazie alla ragazza che me l’ha trovata (“Che Santa Lucia ti protegga la vista”, avrebbe detto mia nonna). Prontamente. Be’, proprio prontamente no, prontamente dopo l’imbeccata della signora che si accingeva a scendere. A lei sono ancora più grato.

Le considerazioni che potrei fare sono fin troppo facili, e quindi non le farò. Ma certo deve essere penetrata profondamente nei nostri automatismi la norma tacita, di ispirazione laqualunquista, “Fatti i fatti tuoi (specialmente se sei in luogo pubblico).”

La canzone più rilassante di sempre?

Gironzolando sulla rete, e grazie a servizi come Zite, trovo cose interessanti o curiose e, se mi punge vaghezza, le condivido sul mio blog.

Ieri ho trovato questa notizia, che mi sembrava sufficientemente originale, anche perché l’ho trovata su un sito abbastanza esoterico, Panic about Anxiety, curato da Summer Beretsky, che si presenta così:

In twelfth grade, I wrote an essay called “Thinking Too Deeply About Over-Analyzation”. The topic was pretty self-explanatory: I picked apart (or, rather, overanalyzed) the very manner in which I overanalyze.

I got an A on the essay. I also got a comment from Mr. Jones, my Writing Workshop teacher, inked in red pen on the cover page: “Summer, you’re going to get an ulcer one day.”

Hi Mr. Jones! I’ve decided to bypass the ulcer and exceed your expectations — like the overacheiver that I am — & go straight for an anxiety disorder.

I had my first panic attack in college and, roughly estimating, I’ve added over 400 more to my resume to date. After the first one, my family physician wrote me a script for Xanax — which worked well until I developed a tolerance for it. Then, he gave me a script for Paxil. For two years, the Paxil stopped my panic attacks, but they flat-lined my emotions, my creativity, and my liveliness. The best parts of my life — interacting with friends, writing, and studying communication — became bland. I tried and failed to withdraw from Paxil twice.

The third time was, indeed, the charm. Over a (long!) period of seven months, I withdrew from Paxil as I began grad school. My withdrawal story was published in the LA Times and recorded for an upcoming-yet-still-unnamed-documentary. I’ve been contributing to the World of Psychology blog here on PsychCentral since 2008.

Now officially diagnosed with panic disorder, I’m still trying to tame my panic attacks, my perfectionism, and my over-analytical tendencies.

I say “tame” and not “eradicate” because the perfectionism & analysis have certainly helped me academically and professionally. I have a B.A. in Communication from Lycoming College and an M.A. in Communication from the University of Delaware. I’ve been working in marketing, social media, and local search for three years during the day.

When I’m not staring at an endless series of emails and spreadsheets in my Dilbert-style cubicle, I’m probably at home writing, training my parrot to talk, or spending time with my fiancee — who I met when I was five years old.

Unless you catch a glimpse of me shaking during a bad panic attack, you can’t necessarily “see” the panic disorder in me. Nor can you visually see the stress-induced migraines I get regularly. Invisible illnesses are very real, and I’m a strong advocate of extending compassion and understanding toward those who are suffering from them.

And why am I sharing my story with the internet? Mental health disorders still carry a stigma — and the more we share our stories, the more quickly the stigma will fade away. I want to be a part of that.

I enjoy writing about panic, anxiety, agoraphobia, and my Paxil-withdrawal experience. I’m a fan of biofeedback, cognitive behavioral therapy techniques, and therapeutic uses for technology.

Summer Beretsky

blogs.psychcentral.com

Ecco il post che ha attratto la mia attenzione:

The ‘Most Relaxing Tune Ever’, According to…Science? | Panic About Anxiety

È la nostra amica Summer che scrive:

Can science give us the perfect sleep-inducing song?

I’ve been a bit of an insomniac lately. Somewhere in the depths of 2 a.m. last night (or this morning?), I Googled “most relaxing song ever”.

And what did I expect to find? Well, a bunch of songs esteemed Most Relaxing by the court of popular opinion.

But instead, I found … science. Maybe.

La cosa curiosa è che l’articolo cui si fa riferimento era stato pubblicato dal Telegraph il 16 ottobre 2011 e aveva suscitato già allora qualche curiosità, anche da parte di qualche blogger nostrano.

Intanto cominciate ad ascoltare il brano (dura 8 minuti) e dopo ne parliamo. Se siete ancora svegli, perché è soporifero davvero.

La “ricerca” di cui si parla è stata commissionata dalla Radox, una marca di sali da bagno e bagni schiuma diffusa nel Regno Unito e in altre parti dell’ex-impero britannico (Irlanda, Malaysia, Australia, Sud-Africa e Repubblica Ceca – lo so che non è mai stata parte dell’impero, ma i prodotti Radox si vedono anche lì). Acquistata dalla Unilever nel 2009, la Radox ha lanciato una campagna pubblicitaria di grande successo, Be Selfish, entro la quale si inserisce anche questa iniziativa.

Radox

wikipedia.org

Gli autori del brano sono un trio di Manchester, i Marconi Union (Richard Talbot, Jamie Crossley e Duncan Meadows), formatosi nel 2003 e (per un breve periodo) vicino alla casa discografica di Brian Eno.

Weightless, lanciata il 16 ottobre 2011 insieme allo “studio” che la caratterizza come “la canzone più rilassante di sempre”, è stata composta in collaborazione con la British Academy of Sound Therapy (di cui ho trovato ben poco sul web, salvo che è stata fondata ed è diretta da Lyz Cooper, la signora roscia che vedremo nel video qui sotto).

La “ricerca” finanziata dalla Radox è stata condotta dalla Mindlab, un’impresa privata di neuromarketing (non chiedetemi che cos’è il neuromarketing), su 40 donne. Alle cavie sono stati fatti risolvere dei problemi per far salire il livello di stress e, dopo averle collegate a una serie di sensori, è stata fatta ascoltare Weightless e altri brani rilassanti (per dare l’impressione che si trattassse di un disegno sperimentale “scientifico” e controllato, suppongo). Weightless sarebbe risultato dell’11% più rilassante di ogni altro brano, con effetti comparabili a quelli di un massaggio, di una passeggiata o di una tazza di te (ma non era un eccitante, il te?) e avrebbe ridotto del 65% il livello d’ansia (misurato come?). Basta così. Se siete creduloni ve lo raccontano il Dr David Lewis-Hodgson e Duncan Smith della Mindlab International:

Ancora due cose mi incuriosiscono.

Primo. Weightless e tutta la connessa campagna Radox hanno una data d’inizio precisa, il 16 ottobre 2011. Quella è anche la data dell’articolo del Telegraph e della pubblicazione del clip di Weightless su YouTube (a oggi è stato visto poco meno di 800.000 volte, con un andamento di crescita abbastanza regolare). Io, come dicevo, l’ho trovato citato su un blog di nicchia. Come si spiega allora che un altro blogger italiano abbia fatto un post in cui racconta la storia e traduce in gran parte l’articolo del Telegraph proprio l’altroieri, il 9 febbraio 2012?

Secondo. Alla fine dell’articolo del Telegraph è riportata la classifica dei 10 brani più rilassanti. Non è chiaro chi l’ha stilata, forse gli “scienziati” della Mindlab sulla base dei risultati dei loro test. Ad ogni buon conto, eccola qui:

  1. Marconi Union – Weightless
  2. Airstream – Electra
  3. DJ Shah – Mellomaniac (Chill Out Mix)
  4. Enya – Watermark
  5. Coldplay – Strawberry Swing
  6. Barcelona – Please Don’t Go
  7. All Saints – Pure Shores
  8. Adele – Someone Like You
  9. Mozart – Canzonetta Sull’aria
  10. Cafe Del Mar – We Can Fly

Per fortuna un altro valoroso blogger italiano mi ha risparmiato la fatica di andarmi a cercare tutti i brani su YouTube. Li trovate qui.

Da Washington, Oscar Bartoli

Ascolto la radio più di quanto non guardi la televisione. Quando ascolto la radio, mi muovo in genere tra Auditorium (il canale della musica classica, in progressivo peggioramento da anni, ma questa è un’altra storia) e RadioTre. RadioTre è invece in miglioramento, con qualche eccezione: c’è un presentatore di Qui comincia, Attilio Scarpellini, che non sopporto perché parla con incredibile affettazione e, soprattutto, con pause artefatte, come se esitasse a dire le cose “intelligenti e colte” che invece si è evidentemente scritto da sé con grande compiacimento (se non mi credete, provate ad ascoltarlo qui). A parte l’incredibile snobismo di parlare alla radio di arti visive.

Con RadioTre mi becco anche i notiziari, che invece dipendono – se ho ben capito – da un altro pezzo di RadioRai (Giornale Radio Rai, direttore Antonio Preziosi, ci dicono a ogni edizione). Non troppo spesso, ma abbastanza spesso perché quando ne trasmettono uno si noti, va in onda un servizio da Washington di tal Oscar Bartoli. Orbene, come si diceva una volta, non ho mai, dico mai, lo giuro, mai sentito nulla di interessante, nulla che non sia sconcertantemente banale, in un servizio di Oscar Bartoli. Tanto da chiedermi se manteniamo questo signore a Washington a spese del contribuente e se il suo incarico consiste unicamente nel produrre un servizio ogni 4-5 settimane (potrebbe anche essere che Oscar Bartoli abbia l’incarico di produrre quotidianamente un servizio, ma che poi la redazione gliene butti 49 su 60: il che mi farebbe apprezzare moltissimo il lavoro dei redattori, ma non cambierebbe poi molto sotto il profilo dello spreco di danaro pubblico).

Oggi (28 gennaio 2012), per esempio, edizione delle 16:45 del Giornale Radio Tre, il servizio era sull’incontro/scontro tra la governatrice dell’Arizona Jan Brewer e il presidente Barack Obama. Purtroppo, contrariamente a quanto si afferma alla fine di ogni edizione, non tutte sono disponibili online e quindi non posso farvela sentire. Vi prego però di credermi.

Tanto per cominciare, la notizia non è proprio freschissima. Sono passati due giorni da quando tutta la stampa americana ne ha parlato, perché non succede tutti i giorni che qualcuno agiti un ditino accusatore sotto il naso del presidente degli Stati Uniti. E due giorni nell’era della comunicazione globale istantanea sono un’era geologica. Qui sotto, il webcast delle ABC World News: la foto si vede dopo meno di 30″

Ma quello che ho appreso gironzolando sulla rete è che Oscar Bartoli è titolare di un blog, Letter from Washington DC, su cui la stessa notizia il nostro l’aveva già pubblicata (ecco il link, per i più scettici):

Del tipo: “Bada Obama…!”

La signora governatrice e’ conosciuta per essere un tipo focoso come si conviene a chi comanda uno stato focoso come l’Arizona. Jan Brewer si e’ recata all’aeroporto di Phoenix a ricevere il Presidente Obama, anche se non ne aveva molta voglia. Ma una volta sulla pista Jan Brewer ha preso da parte Barack Obama, tra lo stupore dei presenti, ed ha instaurato un’animata discussione, caratterizzata da un dito indice agitato piu’ volte sotto il naso del Presidente. Il comportamento poco rispettoso dell’esponente repubblicana era motivato dal fatto che all’inquilino della Casa Bianca non sono andate a genio certe espressioni usate nel libro della signora-governatrice dal titolo “Scorpioni a colazione”, nel quale ricordando un colloquio con il Presidente, l’autrice defini’ l’atteggiamento di Obama ‘patronizing’, ovvero cortesemente sufficiente e distaccato e non certo caloroso. Che la governatrice dell’Arizona non ami il Presidente Obama e’ cosa nota. Nello scorso ottobre un giudice federale ha cancellato una sua richiesta di azione legale promossa contro Barack Obama accusato dalla matura governatrice di non difendere sufficientemente le azioni promosse contro l’infiltrazione di clandestini dal confine con il Messico.
Brewer & Obama

AP

Adesso, potrei sbagliarmi, perché non posso giurare di avere un orecchio fotografico (se mi passate l’espressione; o sarà “fonografico”?), ma sono piuttosto sicuro che si tratta esattamente delle stesse parole del servizio trasmesso dal Giornale Radio Rai. Tradurre patronizing con “cortesemente sufficiente e distaccato e non certo caloroso” non è da tutti e attira l’attenzione. Se è così, niente di male. Bartoli resta l’autore tutelato dalla convenzione di Berna dei parti della sua creatività e immagino che la Rai non abbia nulla in contrario che pubblichi anche sul suo blog i servizi per il Giornale Radio. Sarebbe un po’ meno elegante se rivendesse alla Rai i pezzi scritti per il suo blog …

Ma chi è Oscar Bartoli? Si presenta così:

Avvocato, giornalista pubblicista, collabora con molti media italiani. Risiede negli Stati Uniti dal 1994 e vive tra Washington D.C. e Los Angeles. Ha lavorato per molti anni nel gruppo SMI, leader europeo nel settore metalli non ferrosi, successivamente nell’IRI come responsabile dei contatti con i media e in seguito direttore IRI USA. Ha insegnato per dieci anni alla scuola di giornalismo della Luiss e per due anni alla Catholic University di Washington DC. Tiene un corso sulla comunicazione nel Master di Relazioni Internazionali dello IULM di Milano. Da giovane, per pagarsi gli studi ma, soprattutto, perche’ gli piaceva, ha lavorato come chitarrista – cantante suonando nelle case del popolo, circoli cattolici, night clubs, radio e televisione.

Apprendiamo anche che il nostro ha vinto il prestigioso premio giornalistico dell’Associazione Amerigo, che “riunisce gli alumni italiani dei Programmi di scambi culturali internazionali promossi, nelle loro varie articolazioni, dal Dipartimento di Stato USA (Bureau of Educational and Cultural Affairs).”

Per chi lo vuole conoscere meglio, eccovi una lunga intervista. A proposito, quando dice di avere 25.000 contatti, più di un blasonato quotidiano nazionale, non dategli retta. Sitemeter, proprio sul suo sito, dice che ha in media 285 visite al giorno …

La Stampa: giornalisti cialtroni e notizie decotte

La Stampa del 21 gennaio 2012 ha pubblicato questa notiziola con allegato video:

Siamo a Presov, Slovacchia. Nell’atmosfera austera e suggestiva di una sinagoga il violinista Lukas Kmit sta tenendo un concerto quando all’improvviso irrompe in sala l’inconfondibile suoneria di un celllulare [il refuso è nell’articolo de La Stampa]. L’artista si stizzisce, ma subito reagisce rispondendo a tono.

Qui sotto il link, dove potete anche vedere il clip:

Squilla il telefono il violinista risponde “a tono”-VIDEO- LASTAMPA.it

Perché Giornalisti cialtroni e notizie decotte? Presto spiegato:

  1. Giornalisti cialtroni: è una viola, non un violino. E non è necessario essere esperti di strumenti musicali per non fare questo errore. Basta copiare con intelligenza e stare appena appena attenti alle traduzioni a orecchio.
  2. Notizie decotte: il video è stato caricato su YouTube il 30 luglio 2011, dunque circa 6 mesi fa. Controllate se non ci credete.
    E allora, vi chiederete (come peraltro mi chiedo io) perché La Stampa se ne accorge soltanto ora? Non lo so, naturalmente, ma ho un elemento in più: dell’episodio ha parlato Cory Doctorow sul suo blog boingboing il 24 gennaio – dunque Doctorow non può essere stato la fonte de La Stampa, ma forse c’è una fonte comune. Se qualcuno lo scopre, ce lo faccia sapere.

Naturalmente, non è la prima volta che un musicista reagisce in modo spiritoso alle onnipresenti suonerie dei telefonini (anche se sono molti di più quelli che fanno finta di niente o interrompono comprensibilmente sdegnati l’esecuzione). Ecco un altro esempio:

A Francesco Merlo il premio giornalistico Kazzenger 2012 per l’irrilevanza

Il nuovo anno, questo 2012 insidiato dalle profezie Maya (mayavverate) e dal più tradizionale essere bisesto e dunque funesto, è iniziato da meno di 15 giorni, e Francesco Merlo – un editorialista che Corriere e Repubblica si contendono che nemmeno Inter e Milan per Tevez – ha già pesantemente ipotecato il premio per l’articolo più irrilevante e irritante dell’anno. Cui vorrei intestare un nuovo premio, di mia istituzione, il prestigioso premio Kazzenger per il giornalismo.

L’articolo è stato pubblicato su la Repubblica del 13 gennaio 2012 (riproduzione riservata), ma poiché il Merlo l’ha anche “postato” sul suo blog lo riproduco – citando beninteso la fonte – con la coscienza tranquilla. Le parti dell’articolo di Merlo, che riprodurrò per intero, sono in blu; i miei commenti intercalati e altre citazioni restano in nero.

Francesco Merlo » Inchini e baciamano, la rivincita del sangue blu / QUANTI NOBILI NEL GOVERNO MONTI

Cominciamo dal titolo.

Inchini e baciamano, la rivincita del sangue blu / QUANTI NOBILI NEL GOVERNO MONTI

Di solito quando qualcuno fa notare a un giornalista che ha pubblicato un articolo con un titolo imbarazzante, il giornalista stesso, spesso spalleggiato dal suo direttore, scarica elegantemente la colpa sul “titolista” (che immagino venga pagato dal giornale per svolgere le mansioni che Benjamin Malaussène svolgeva al grande magazzino creato da Pennac). Qui Merlo non ha scampo: il titolo è suo (a meno che non paghi un titolista per il suo blog).

Molti hanno pensato che fosse costruito ‘massone su massone’ e ora scopriamo che, ‘quarti su quarti’, girano più nobili nel governo Monti, con il suo format salva Italia, di quante patonze giravano nel governo Berlusconi, con il suo format sfascia Italia. C’è insomma un tracciato araldico che neppure negli esecutivi di sua maestà Elisabetta II. I nobili sono infatti almeno sei, tra ministri e sottosegretari, tutti di antichissime famiglie.

Permettetemi prima una piccola parentesi seria. La XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana dispone:

I titoli nobiliari non sono riconosciuti. I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome. L’Ordine mauriziano è conservato come ente ospedaliero e funziona nei modi stabiliti dalla legge. La legge regola la soppressione della Consulta araldica.

Giusto per sottolineare che non si tratta di una questione di colore, ricordo a tutti che questa disposizione è in attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce il principio fondamentale dell’eguaglianza. Insomma: non si scherza.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Naturalmente, benché la Corte costituzionale abbia sentenziato che i titoli nobiliari “non costituiscono contenuto di un diritto e, più ampiamente, non conservano alcuna rilevanza” (sentenza n. 101 del 26 giugno 1967), i “nobili” non si rassegnano. Carlo Mistruzzi di Frisinga, nel suo Trattato di diritto nobiliare italiano [Vol. I, Giuffrè, Milano, p. 23] afferma: “La Costituzione repubblicana del 1948 non ha – si noti bene – né abolito né proibito i titoli nobiliari. Si è limitata a non riconoscerli ufficialmente e a togliere di conseguenza quella protezione legale di cui essi godevano in regime monarchico. Per contro protegge in pieno i predicati nobiliari che vengono a far parte del nome con funzione ‘individuatoria’.”

Vabbè, dico io, e non da ora. Se vogliono ricordare all’universo mondo, e soprattutto ai discendenti (se ne sono sopravvissuti) delle loro vittime, che per generazioni i loro antenati si sono appropriati con l’uso della forza del frutto del lavoro dei miei e di quelli della stragrande maggioranza dei miei compatrioti, si accomodino pure. Sono tollerante persino nei confonti dei vari carnevali che si rappresenteranno in mezzo mondo nei prossimi giorni (e che pure trovo ributtanti) e considero sacra persino la libertà d’espressione di Casa Pound.

L’incipit dell’articolo di Merlo è folgorante, scoppiettante di idee fresche e originali. “Massone su massone”. Il contrasto dei “format” (ma che vuol dire esattamente?) salva-Italia e sfascia-Italia. La compiaciuta conferma che il termine “patonza” è stato sdoganato per sempre …

Una precisazione però sulle “antichissime famiglie”. Siamo tutti di antichissime famiglie. Tutti gli esseri umani che popolano il pianeta in questo momento, 7 miliardi e dispari, tutti nessuno escluso discendono da antichissime famiglie. Anzi tutti, nessuno escluso, vantano una discendenza diretta e ininterrrotta dalla famosa Lucy africana, di cui portano in ogni cellula una copia del DNA mitocondriale.

È ora di continuare con Merlo, senza infierire ulteriormente. Ma non sono capace di non attirare la vostra attenzione sul bizzarro contrasto tra i “quarti su quarti” di nobiltà del primo capoverso e il Terzi del secondo. Che ne pensa Odifreddi? c’è terreno per qualche elaborazione matematica sulle frazioni? per un’equazione diofantea?

Terzi di Santagata

iagiforum.info

E hanno lo stemma al dito come il ministro degli esteri Giulio Maria Terzi di Santagata, secco, alto, verticale che, appena nominato, fu festeggiato dal presidente del suo circolo, “evviva, uno di noi”, il circolo appunto ‘della caccia’, che è l’oasi, l’enclave, l’addio al mondo del vecchio frack [in italiano si dice “marsina”, ma se si vuole usare il termine francese, allora è frac, come Modugno sapeva ma Merlo ignora] dei vari Torlonia, Borghese, Ruspoli, Aldobrandini, Colonna, Odescalchi, Boncompagni, Orsini, Pallavicini, Barberini, Theodoli, Massimo, Chigi, Grazioli, Lancellotti e tutte le maschere dell’orrendo aristocafonal di Dagospia. Oppure sono discreti ed eleganti tecnici del baciamano come Enzo Moavero Milanesi. “La qualità del baciamano” mi spiega sorridente Sergio Boschiero, il simpatico leader dei monarchici italiani, “è tutta nell’inchino”. Basta fermare un attimo l’immagine e osservare appunto l’elegante riverenza [ma sarà andato a scuola dalle Orsoline?] che il ministro Moavero Milanesi, il Gianni Letta di Monti, ha offerto in omaggio ad Angela Merkel, e paragonarla per esempio a quella, ovviamente più famosa ma “tecnicamente reboante”, di Chirac a Condoleeza Rice. Nel rapido fotogramma di Moavero c’è il lignaggio del principe mentre in quella vecchia istantanea ormai fissata nella memoria c’è la squillante esuberanza del moschettiere. Boschiero nota che Moavero Milanesi ha un cognome aragonese ma, per avventura migratoria, è signore del Lodigiano sin dal 1400 e sul quotidiano di Lodi “il Cittadino” viene celebrato come “il diretto discendente dei Bocconi, fondatori prima della Rinascente e poi dell’Università” [ma insomma, qui c’è una caduta di stile, del Merlo e dello stesso Moavero: se sei nobile non devi occuparti di imprese commerciali da vil meccanico, come direbbe il Manzoni, pena la contaminazione del famoso sangue blu]. Dice Boschiero, il quale per la verità disprezza [ma naturale! se sei monarchico, ai semplici nobili non puoi che sentirti superiore] i cacciatori di simboli araldici e gli esperti in gigli: “Capisco bene che a Bruxelles questi qui facciano tutti carriera: in fondo è la capitale di un regno”.

E qui è difficile resistere alla tentazione e astenersi dal chiedere l’opinione del leggendario capo indiano di 610.

Mario Monti però non li ha scelti sfogliando il Libro d’oro dell’Araldica, quello edito prima del 1922 quando non c’erano i ‘conti di maggio’ e neppure i tanti nomi che il fascismo plebeo poi titolò per meriti civili, come i Marzotto, i Barilla i Ciano. Adesso invece questi nobili al governo sono tornati fuori per via naturale, come una discreta eruzione di lava: i nobili come rimedio al cucù, alle barzellette e alla degradazione trimalcionesca della borghesia italiana?

Domanda retorica e un po’ furbetta. Perché dovete capirlo, Francesco Merlo: deve scrivere un pezzo di colore compiaciuto sulla nobiltà per un quotidiano sedicente progressista, ma avvezzo a strizzare l’occhio ai “vari Torlonia, Borghese, Ruspoli, Aldobrandini, Colonna, Odescalchi, Boncompagni, Orsini, Pallavicini, Barberini, Theodoli, Massimo, Chigi, Grazioli, Lancellotti” (ne fanno fede le cronache mondane delle pagine dell’edizione romana). E quindi non deve irritare troppo i giacobini come me, ma neppure dispiacere agli ambienti radical-chic della capitale. Bene così, allora: “tornati fuori per via naturale, come una discreta eruzione di lava”. O come un rigurgito di subalterno provincialismo? o per altre vie naturali che non oso nemmeno suggerire?

Di sicuro la quota araldica al governo è maggiore di quella che il manuale Cencelli attribuiva ai piccoli partiti di una volta, ed in fondo è la riprova che l’Italia è in crisi visto che sia pure inconsapevolmente cerca l’antidoto persino nelle presunte virtù ereditarie che, come un liquore, impreziosiscono il liquido seminale. “Si tratta – dice ancora Boschiero – quasi sempre di alti burocrati dello Stato”.

No, qui siamo al delirio. Le “presunte virtù ereditarie che, come un liquore, impreziosiscono il liquido seminale”? Ma bevitelo tu! L’Italia merita antidoti migliori!

Quel giorno più non vi leggemmo avante.

L’accesso a Internet è un diritto umano?

Questo articolo, scritto da Vinton G. Cerf (pioniere di Internet, membro dell’IEEE – Institute of Electrical and Electronics Engineers – e vice-presidente di Google) e pubblicato sul New York Times del 4 gennaio 2012, è stato criticatissimo senza che nessuno si sia preso la briga di leggerlo.

Anche se le argomentazioni di Cerf non mi sembrano del tutto convincenti, sono però logiche e comunque degne di rispetto. Per questo lo riproduco integralmente e ve ne raccomando la lettura.

Internet Access Is Not a Human Right – NYTimes.com

FROM the streets of Tunis to Tahrir Square and beyond, protests around the world last year were built on the Internet and the many devices that interact with it. Though the demonstrations thrived because thousands of people turned out to participate, they could never have happened as they did without the ability that the Internet offers to communicate, organize and publicize everywhere, instantaneously.

It is no surprise, then, that the protests have raised questions about whether Internet access is or should be a civil or human right. The issue is particularly acute in countries whose governments clamped down on Internet access in an attempt to quell the protesters. In June, citing the uprisings in the Middle East and North Africa, a report by the United Nations’ special rapporteur went so far as to declare that the Internet had “become an indispensable tool for realizing a range of human rights.” Over the past few years, courts and parliaments in countries like France and Estonia have pronounced Internet access a human right.

But that argument, however well meaning, misses a larger point: technology is an enabler of rights, not a right itself. There is a high bar for something to be considered a human right. Loosely put, it must be among the things we as humans need in order to lead healthy, meaningful lives, like freedom from torture or freedom of conscience. It is a mistake to place any particular technology in this exalted category, since over time we will end up valuing the wrong things. For example, at one time if you didn’t have a horse it was hard to make a living. But the important right in that case was the right to make a living, not the right to a horse. Today, if I were granted a right to have a horse, I’m not sure where I would put it.

The best way to characterize human rights is to identify the outcomes that we are trying to ensure. These include critical freedoms like freedom of speech and freedom of access to information — and those are not necessarily bound to any particular technology at any particular time. Indeed, even the United Nations report, which was widely hailed as declaring Internet access a human right, acknowledged that the Internet was valuable as a means to an end, not as an end in itself.

What about the claim that Internet access is or should be a civil right? The same reasoning above can be applied here — Internet access is always just a tool for obtaining something else more important — though the argument that it is a civil right is, I concede, a stronger one than that it is a human right. Civil rights, after all, are different from human rights because they are conferred upon us by law, not intrinsic to us as human beings.

While the United States has never decreed that everyone has a “right” to a telephone, we have come close to this with the notion of “universal service” — the idea that telephone service (and electricity, and now broadband Internet) must be available even in the most remote regions of the country. When we accept this idea, we are edging into the idea of Internet access as a civil right, because ensuring access is a policy made by the government.

Yet all these philosophical arguments overlook a more fundamental issue: the responsibility of technology creators themselves to support human and civil rights. The Internet has introduced an enormously accessible and egalitarian platform for creating, sharing and obtaining information on a global scale. As a result, we have new ways to allow people to exercise their human and civil rights.

In this context, engineers have not only a tremendous obligation to empower users, but also an obligation to ensure the safety of users online. That means, for example, protecting users from specific harms like viruses and worms that silently invade their computers. Technologists should work toward this end.

While the United States has never decreed that everyone has a “right” to a telephone, we have come close to this with the notion of “universal service” — the idea that telephone service (and electricity, and now broadband Internet) must be available even in the most remote regions of the country. When we accept this idea, we are edging into the idea of Internet access as a civil right, because ensuring access is a policy made by the government.

Yet all these philosophical arguments overlook a more fundamental issue: the responsibility of technology creators themselves to support human and civil rights. The Internet has introduced an enormously accessible and egalitarian platform for creating, sharing and obtaining information on a global scale. As a result, we have new ways to allow people to exercise their human and civil rights.

In this context, engineers have not only a tremendous obligation to empower users, but also an obligation to ensure the safety of users online. That means, for example, protecting users from specific harms like viruses and worms that silently invade their computers. Technologists should work toward this end.

Il rapporto dell’ONU, pubblicato il 16 maggio 2011, lo trovate qui nella sua versione integrale.

Qui invece un’opinione opposta a quella di Cerf (che, ahimè, a me pare ancora meno convincente, fondamentalmente perché è basato su un argomento storico, e non su un argomento logico) scritta da Clay Johnson su Information Diet il 6 gennaio 2011.

Information Diet | Why Horses Are Not in the Constitution

Neither the word “gun” nor “rifle” appear in the Constitution, the Bill of Rights, or Federalist Papers nor does the word “newspaper” or “web site.” But guns, rifles, newspapers and yes, websites are vital for the health of our nation. Of course, it does mention the words “press” in the first amendment to the constitution, and the word “arms” in the second, and those are the things that give us the right to have our guns, rifles, newspapers and websites.

That, to me, seems to be the conclusion of Vint Cerf’s op-ed in the New York Times yesterday — that we shouldn’t tie a particular technology with fundamental rights. Unfortunately he used a particularly bad example to demonstrate this:

At one time if you didn’t have a horse it was hard to make a living. But the important right in that case was the right to make a living, not the right to a horse. Today, if I were granted a right to have a horse, I’m not sure where I would put it.

The reason this example is bad is because it conflates a right with an entitlement with a requirement. Cerf is also given the right to bear arms, but he is neither required to own a gun, nor is gun industry compelled to give him one. These are, of course, the differences between rights, requirements, and entitlements.

But one underlying thing that Cerf misses, is how vital universal network access is to civilization and democracy. When we look at the history of information technology, we often talk about language, stone tablets, papyrus, and the printing press, but in the middle there is the function of the Post, invented by Cyrus the Great to create the largest empire the world had ever seen, in about 500 BC. Since then, every thriving civilization has had a strong and universal network at its underpinnings.

While the word “network” in the scope of being an interconnected group of people until our grandparent’s generation, our framers were deeply committed to the idea that there should be “a network” and that everybody should have access to it. The right to assemble, of course, assures it, but it goes further than that. Look at what James Madison had to say about Article 1, Section 8 of the Constitution, giving Congress the power of the post:

“The power of establishing post roads must, in every view, be a harmless power, and may, perhaps, by judicious management, become productive of great public conveniency. Nothing which tends to facilitate the intercourse between the States can be deemed unworthy of the public care.”

Inscribed above the Postal Museum is this quote as well:

“The Post Office Department, in its ceaseless labors, pervades every channel of commerce and every theatre of human enterprise, and while visiting, as it does kindly every fireside, mingles with the throbbings of almost every heart in the land. In the amplitude of its beneficence, it ministers to all climes and creeds and pursuits with the same eager readiness and with equal fullness of fidelity. It is the delicate ear trump through which alike nations and families and isolated individuals whisper their joys and their sorrows, their convictions and their sympathies to all who listen for their coming.”

Indeed, the United States Postal Service is one of the few government agencies required by the United States Constitution. Just as our framers knew not to require every person to have a horse, but to build instead a document that could last through centuries of rapid technical advancement, I deeply suspect that if Vint Cerf — upon sailing west and deciding with his colleagues to found a new country — would not write a constitution giving Congress the authority to develop post roads without first giving it the authority to lay fiber. Who, knowing of today’s technology when starting a country, would invest in yesterday’s?

This country was founded upon the principles of universal access to a network. It’s been vital to the underpinnings of commerce and democracy, and while “access to the Internet” may not specifically be a human right, connection to the network of citizens has been a civil right that’s been vital to our democracy since the very beginning.

The New Post Office Building

By Richard E. Miller, October 23, 2011

Perché non mi fido dei preti

Naturalmente non lo scopro oggi, ma stamattina mentre mi dedicavo a pigre abluzioni festive immerso nell’acqua calda ho avuto una modesta illuminazione che mi permette di esprimere la mia diffidenza in poche parole.

Non vi ammorberei con una scoperta tutto considerato personale se non pensassi che la mia motivazione possa essere rilevante anche per voi, i miei 25 lettori – Manzoni e io siamo rimasti sconvolti dall’apprendere che Leonardo ha una media di 10.000 visite al giorno.

E, come sarà subito chiaro, quando dico preti non mi riferisco soltanto ai sacerdoti cattolici, ma a tutti i professionisti di un aldilà-futuro spazio-temporale (imminente ma non immanente: c’entra poco, ma non resisto alla battuta).

Insomma, se credi in un aldilà-altrove infinitamente migliore del qui e ora, non ti poni nemmeno per un istante il problema se il fine giustifica i mezzi. Il fine è infinito e i mezzi finiti, non c’è partita. Anche se provi a impostare il problema in termini relativistici o di costi-benefici.

Incidentalmente, questo è anche il motivo per cui penso sia opportuna una certa diffidenza nei confronti degli economisti cattolici (temo siano portati a distorcere le loro analisi costi-benefici): per fortuna Monti è andato dai gesuiti, che dovrebbero avergli insegnato una forte repulsione per il machiavellismo.

Ed è anche il motivo per cui estendo la mia diffidenza ai marxisti (o ex-marxisti) di scuola gramsciana, perché Gramsci – nel suo recupero del pensiero di Machiavelli, incluso quello del fine che giustifica i mezzi – giustifica una politica a-morale del partito (il suo Principe) al servizio dell’obiettivo finale della società senza classi.

In realtà Machiavelli non ha mai scritto, alla lettera, che “il fine giustifica i mezzi.” La citazione del Principe che vi si avvicina di più è questa:

È necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità.

Alcuni sostengono che l’inciso “volendosi mantenere” restringa l’ambito di applicazione dell’affermazione. Secondo me, poiché il fine della politica è il mantenimento del potere, è proprio lì il cuore del problema.

Invece l’etica da cui cerco di farmi guidare, quella che penso sia un’etica autenticamente laica (e atea, ma questa etica è adatta anche a chi non ha certezza e sospende il giudizio), è che i mezzi devono essere giustificabili in sé. Non facile, certo, ma almeno non immediatamente auto-assolutorio di qualunque azione sbagliata o “non buona” in nome di un fine superiore e infinitamente ottimo.

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Virginia e Babbo Natale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Anche se questo è il Natale melenso che non sopporto.

Virginia

Wikipedia.org

L’orecchio del tiranno

Nelle istituzioni – non sto ovviamente parlando di quella istituzione totale in cui sono volontariamente detenuto, ma delle istituzioni in generale.

Anzi, cerchiamo di essere il più generici possibile: nelle istituzioni e nelle imprese, insomma nei corpi sociali organizzati gerarchicamente, insomma …

Oggi l’avvio è lento.

Insomma, c’è la gerarchia rappresentata nelle scatolette dell’organigramma, e poi c’è organigramma reale, il pecking order informale ma noto a tutti, salvo agli sciocchi e a quelli irreparabilmente tagliati fuori.

Non potendo essere rappresentato sull’organigramma, il potere reale si deve rivelare simbolicamente. Uno dei simboli, che è al tempo stesso un rito, è quello dell’orecchio del tiranno.

Si svolge così. Deve essere una situazione formale. Il capo supremo presiede un consesso dei quadri. Disposizione a teatro. Lui seduto al centro del tavolo di presidenza, meglio se su una sedia un po’ più grande delle altre che ne chiarisca simbologicamente il ruolo, circondato dai gerarchi dell’organigramma formale. I quadri seduti in platea. A un certo punto da uno degli scranni, ma più spesso dalla platea, il consigliere (o più spesso la consigliera) si alza, sale i due-tre scalini che separano il palco dalla platea, si avvicina con studiata lentezza al capo seduto, si china e gli dice qualche cosa all’orecchio.

Oppure – supponiamo che nel frattempo il capo sia cambiato, per un normale avvicendamento, e che di conseguenza siano anche cambiati l’organigramma ufficiale e quello reale. Questo capo – giusto per immaginare una situazione all’apparenza diversa, ma simile nella sostanza – questo capo, dicevamo, è più democratico, o più populista, o più alla mano. O tutte tre le cose insieme: la sostanza non cambia. Ma la forma sì. Questa volta niente teatro con podio e platea. Questa volta i dirigenti sono disposti tutti intorno a un grande tavolo. Tutte le sedie sono uguali. La centralità del capo è segnalata soltanto dalla sua posizione: al centro del tavolo, e fronteggia l’ingresso, luce alle spalle (prossemica, si chiama). Ma anche in questa situazione, lui o lei – che non siede vicino al capo, perché quelle posizioni sono dedicate ai “vice” della gerarchia formale – si alza e con studiata lentezza …

Orecchio del tiranno

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