Partiamo come al solito dal Vocabolario Treccani, anche se questa volta non si tratta di una parola tanto inconsueta:
Pelle di agnello (ma anche di pecora, capra, vitello, ecc.) che, dopo accurato lavaggio e dopo essere stata liberata dal pelo, viene resa morbida mediante immersione in una soluzione di acqua e calce, quindi scarnata e infine sbiancata con ammoniaca e acqua ossigenata: mantenuta tesa su un telaio, viene fatta essiccare e inoltre, nel caso di pelli di agnello e di agnellone, rifinita sia dalla parte interna (carne) con la scarnitura, sia dalla parte esterna (fiore) con la raschiatura, eseguite con appositi strumenti; in quanto pelle non conciata, a differenza del cuoio, presenta la rigidità e la consistenza della carta grazie all’allineamento delle fibre di collagene in strati, dovuto al processo di essiccatura sotto tensione. Detta anche cartapecora, fu adoperata sin dal tempo degli antichi Egizî e ha costituito per molti secoli la materia scrittoria più pregiata e durevole fino all’avvento della carta, che, a partire dal 13° sec., l’ha gradatamente soppiantata; attualmente si usa nell’industria degli strumenti musicali, in legatoria, per diplomi di laurea, e nella fabbricazione di scatole, astucci, paralumi: un libro, un codice in (o di) pergamena; un volume legato in tutta p., in mezza p.; falsa p., p. artificiale (o cartapecora vegetale), lo stesso che carta pergamenata (v. pergamenato).
per estensione:
a. Documento, codice, manoscritto e sim. scritto su pergamena: ricercare, studiare le vecchie pergamene; gli donarono per ricordo una p. miniata.
b. Cartoccio di cartapecora con cui si copre il lino sulla conocchia.
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Immaginavo che la parola avesse a che fare con il regno di Pergamo, da qualche parte in Asia Minore in epoca ellenistica e romana, ma non sapevo molto di più. Né ero mai stato abbastanza curioso da andarlo a cercare.
L’ho scoperto oggi e ve ne metto a parte.
Racconta Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia come Eumene II, re di Pergamo tra il 197 e il 158 AC, intendesse incrementare la propria biblioteca fino a farle superare quella di Alessandria e avesse, a tal scopo, ordinato una enorme partita di papiro dalle rive del Nilo. Ma Tolomeo, re d’Egitto, ne vietò l’esportazione, volendo preservare il primato di Alessandria, Eumene non si rassegnò e chiese ai suoi tecnici di escogitare un’alternativa. Il nuovo materiale prese il nome del luogo dove era stato inventato.
Probabilmente la ricostruzione di Plinio è falsa, nell’aneddoto storico e nella sua datazione, anche se il materiale fu probabilmente inventato da quelle parti, ancorché molti secoli prima.
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Io la storia l’ho trovata su un libro che sto leggendo, A History of Reading di Steven Roger Fischer:
Pliny the Elder (AD 23–79) tells how Eumenes II (ruled 197–158 BC) of Greek Pergamum in Asia Minor, wishing to establish a library to rival the Library of Alexandria, ordered a shipment of papyrus from the Nile. But King Ptolemy of Egypt forbade its export, desirous to ensure the Library of Alexandria’s pre-eminence as the world’s repository of knowledge. Forced to find an alternative, Eumenes ordered his experts to create a new writing material, then, for his library. Whereupon these Eastern Greeks soon perfected a technique of thinly stretching and drying the skin of sheep and goats. The final product of this process eventually became the primary vehicle of a new world faith and the medium of an entire epoch – parchment. [1395]
Scopro ora con raccapriccio che l’edizione della Storia naturale di Plinio che ritenevo di possedere nella sua interezza (I Millenni Einaudi, testo latino e traduzione italiana a fronte) è mutila proprio del volume III, tomo 1, in cui è raccontata la storia di Eumene. That sinking feeling…
Dal momento che, molto prevedibilmente, dopo gli incidenti occorsi in molte città, ma soprattutto a Roma, il 14 novembre 2012, tutti i conformisti si sono sentiti in dovere di ricordare la poesia scritta da Pier Paolo Pasolini dopo Valle Giulia (Pasolini, grande polemista, poeta interessante, regista discontinuo e intellettuale discusso, era un uomo profondamente di destra), mi permetto di riprendere un brano dagli Appunti per un nuovo galateo di Lorenzo Milani che ho già citato qui:
Dalla cartella numero 10, sottotitolata CON LE AUTORITÀ:
i poliziotti sono l’unica categoria che si può trattare come da padrone a servo.
Come educazione alla fede nella sovranità popolare e come educazione dei poliziotti stessi. [pp. 218-219]
Per i più duri di comprendonio e per quelli in malafede (e, poveri noi, non so chi è maggioranza o chi stia peggio): non c’è nessuna simmetria e nessuna par condicio tra poliziotti e manifestanti. I poliziotti sono a tutti gli effetti civil servants, retribuiti con i proventi della tassazione generale per svolgere un servizio (in questo caso di ordine pubblico) a nostro beneficio. Sono, quindi, accountable nei confronti di tutti i cittadini, in quanto contribuenti (o contribuenti potenziali). Ai manifestanti chiediamo il rispetto delle regole, naturalmente: ma è cosa ben diversa dall‘accountability: possiamo sanzionarli, naturalmente, ma la forza di un ipotetico “contratto sociale” è molto più debole del rapporto principal/agent che si instaura tra cittadino e civil servant. Per il manifestante, limitiamoci a chiedere che non occulti l’evidenza della sua identità (no a caschi e passamontagna); per il celerino, come per il controllore ferroviario, esigiamo l’evidenza dell’identità.
Ci dicon siete uguali, ma io vorrei sapere: uguali davanti a chi? uguali perché e per chi?
È comodo per voi, che avete in mano tutto, dire che siamo uguali davanti a Dio.
È un Dio ch’è tutto vostro, è un Dio che non accetto e non conosco.
Ieri (16 novembre 2012) la Repubblica ha pubblicato un’inchiesta di Ettore Livini, “Il gran business del tempo che fa. Guerra di bollettini nel meteo show“. Articolo interessante e ambizioso, che cerca di tenere fede allo standard proposto dal compianto Giuseppe D’Avanzo, posto a epigrafe del sito che la Repubblica e L’Espresso dedicano congiuntamente a questo genere giornalistico:
inchieste.repubblica.it
L’inchiesta di Livini tiene fede a un proposito così impegnativo? In prima battuta avrei detto di sì, anche se la chiarezza dei fatti è un po’ offuscata dal registro giornalistico. «E che altro volevi?» qualcuno potrebbe chiedermi. E allora mi spiego meglio. Primo, vorrei che la ricerca di un tono leggero e scherzoso non andasse a scapito della chiarezza delle cose presentate, perché non essere pallosi (per evitare che il lettore smetta di leggere prima che siamo riusciti a comunicargli quello che ci premeva di fargli sapere) non significa non essere rigorosi. Secondo, vorrei che l’articolo avesse una chiara struttura, una gerarchia delle cose che si ritengono importanti rispetto a quelle che si riportano per completezza di cronaca o per semplice colore, e una presa di posizione su quello che il giornalista – proprio sulla base del suo lavoro d’inchiesta e mettendoci la faccia, come si dice (abusatamente) ora – ritiene credibile su base fattuale, rispetto a quello che è stato detto o affermato dagli intervistati, ma che il giornalista riporta senza prestarvi troppa fiducia. Su questi 2 punti, un modello per me inarrivabile continua a essere l’insegnamento di Lorenzo Milani, a proposito sia del modo di condurre un inchiesta, sia di quello di leggere criticamente un articolo di giornale.
Mi vorrei soffermare soprattutto su 2 punti, anche perché – per pura coincidenza – sull’argomento ho appena letto il capitolo (“For years you’ve been telling us that rain is green”) che vi dedica Nate Silver nel suo bel libro (The Signal and the Noise) che recensirò quando l’avrò finito.
Per quanto riguarda la nostra capacità di formulare previsioni, le previsioni del tempo – a differenza, ad esempio, delle previsioni economiche – sono una storia di successo. La storia inizia nel 1916, in piena 1ª Guerra mondiale, quando il fisico inglese Lewis Fry Richardson ammazza il tempo libero che il suo lavoro su un’ambulanza dell’esercito inglese nella Francia del nord gli lascia tra un bombardamento e l’altro per formulare un metodo per prevedere il tempo atmosferico (o meglio simulare, dato che il suo obiettivo era il tempo sulla Germania alle 13 del 20 maggio 1910). Per farlo, suddivide la mappa dell’Europa centrale in una griglia di 3 gradi di latitudine e longitudine, quadrati di circa 340 km di lato. Per ognuna occorreva calcolare una serie di parametri chimici e fisici dell’atmosfera e poi osservarne la trasmissione alle celle contigue e nelle ore successive. Un’impresa impossibile senza un computer: e infatti fallì.
abc.net.au
Ci riprova nel 1950 il solito John von Neumann (ne abbiamo parlato ampiamente qui, ma se volete sul web c’è anche il suo articolo originale) utilizzando l’ENIAC: ma è costretto a utilizzare una griglia ancora più grande di quella di Lewis Fry Richardson (736 km invece di 340) proprio per la limitazione della memoria interna del computer. ENIAC poteva fare circa 5.000 operazioni al secondo.
Naturalmente, la potenza delle macchine, come ben sappiamo è aumentata. Ma così anche la complessità del problema: le celle devono essere molto più piccole di 740 o 340 km di lato e devono svilupparsi anche in altezza: dimezzare la dimensione del lato di una cella significa moltiplicare per 8 il numero di celle da calcolare. Poi le condizioni delle celle devono evolversi nel tempo, e anche la “risoluzione” temporale raddoppia al dimezzarsi della dimensione delle celle (un uragano che si muove, diciamo, a 40 km/h transita ogni ora da una cella di 40 km di lato alla successiva, ma ogni mezzora da una cella di 20 km di lato alla successiva).
Fosse tutto qui, non sarebbe un problema. Ma come dovrebbero sapere tutti quelli che hanno citato almeno una volta la frase sulla farfalla brasiliana e il tornado texano (Predictability: Does the Flap of a Butterfly’s Wings in Brazil set off a Tornado in Texas? era il titolo di una relazione del meteorologo Edward Norton Lorenz tenuta alla American Association for the Advancement of Science a Washington nel 1972, ma la sua scoperta risale al 1963, quando era formulata in modo molto meno evocativo: «One meteorologist remarked that if the theory were correct, one flap of a seagull’s wings would be enough to alter the course of the weather forever) il tempo atmosferico è un sistema caotico, cioè al tempo stesso dinamico e non lineare.
In pratica e in parole poverissime, questo vuol dire che non basta calcolare una previsione sola, ma bisogna simularne molte, perturbando appena appena le condizioni iniziali, e vedere quali sono più frequenti. Quando leggete che le probabilità di pioggia domani alle 15 a Roma sono del 70% vuol dire che nel 70% delle simulazioni girate sul computer a quell’ora era prevista pioggia.
Fin qui tutto chiaro? Conclusione: non basta un computer, ci vuole un super-computer, il più potente che c’è, e un esercito di meteorologi. E come accade (o dovrebbe accadere) quando una cosa di rilevantissimo interesse per tutta la popolazione è grande e costosa, intervengono l’interesse e l’intervento pubblici. È quello che succede negli Stati Uniti della libera iniziativa privata e dello Stato minimo, dove il National Center for Athmospheric Research (NCAR) di Boulder, Colorado, è pubblico e dispone di un super-computer, un IBM Bluefire capace di 77 teraFLOPS (77 milioni di milioni di operazioni al secondo), 15 miliardi di volte più veloce di ENIAC. In Europa, abbiamo lo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMRW) di Reading, in Inghilterra, operativo dal 1992 e co-finanziato da 34 Stati, tra cui l’Italia. L’NCAR fornisce i suoi dati gratuitamente, afferma Nate Silver; l’ECMRW – secondo l’inchiesta di Ettore Livini – «per poche lire»; «ci costano poche centinaia di migliaia di euro l’anno», conferma Sanò, il numero uno di ilmeteo.it.
Conclusione: c’è un’asimmetria di fondo tra produttori pubblici e “produttori” privati di informazione meteorologica: senza minimamente sottovalutare il ruolo che hanno gli uomini e le organizzazioni nell’analisi, l’interpretazione e la comunicazione al pubblico, mi pare evidente che una comparazione che non metta preliminarmente in chiaro questo diverso punto di partenza – oltre a essere ingenerosa nei confronti dei meteorologi pubblici – non aiuta a farsi un’opinione informata.
Nate Silver si spinge ad adombrare che siamo in presenza di un caso di concorrenza sleale. Prendendo i dati gratuitamente dall’NCAR e dal National Weather Service (NWS, anch’esso pubblico), privati come AccuWeather e weather.com (il sito di The Weather Channel-TWC) hanno un traffico 10 volte maggiore di quello del NWS, con i correlati proventi pubblicitari.
Ma il problema non è solo questo. Il problema per noi (cittadini e utenti) è: ci possiamo fidare delle previsioni dei centri privati?
Livini si limita a riportare il punto di vista di Sanò, senza commenti: «Noi abbiamo tutto l’interesse a fare le migliori previsioni possibili. […] L’Aeronautica si infastidisce per l’arrivo di nuovi protagonisti.» Mi correggo, Livini commenta, ma il suo commento è sconcertante (e, mi perdoni, un po’ stupido): «Se la bontà delle previsioni si misura in clic, ha ragione lui. Il suo sito a ottobre ha macinato 30 milioni di browser unici, cinque volte più del competitor più vicino.» Ma infatti – si direbbe a Roma – la bontà delle previsioni non si misura in clic, non più di quanto la proverbiale bontà della merda si misuri in numero di mosche che la gradiscono.
In primo luogo, i divulgatori commerciali traducono l’esattezza delle previsioni in pittoresche metafore: le bombe d’acqua, i cicloni mediterranei, Circe Cassandra Cleopatra Lucifero e Caronte… Aiutano davvero a capire meglio o diffondono allarme ingiustificato e impreciso? Certo non è facile dare una risposta, perché bisogna pur sempre “tradurre” il linguaggio dei dati: in fin dei conti anche “parzialmente nuvoloso” e “piogge sparse” sono locuzioni imprecise.
In secondo luogo, e questo è un problema più grave, non è affatto vero che i privati abbiano interesse a comunicare le migliori previsioni possibili.
Ma che cos’è, poi, una buona previsione? Il problema se lo pose – per le previsioni del tempo, ma vale anche per quelle economiche – il meteorologo Allan Murphy in un saggio del 1993, What Is a Good Forecast? An Essay on the Nature of Goodness in Weather Forecasting. Murphy distingue 3 modi diversi in cui una previsione può essere buona (o cattiva):
Quella che Murphy chiama qualità e che sarebbe meglio (concordo con Silver) chiamare accuratezza: le condizioni previste corrispondono alle condizioni osservate ex post?
Quella che Murphy chiama coerenza (consistency) e che Silver chiamare onestà: la previsione, al momento in cui è formulata, rispecchia la migliore valutazione del previsore sulla base degli elementi conoscitivi a disposizione?
Quella che tanto Murphy quanto Silver chiamano valore (economico): la previsione ha aiutato i decisori pubblici e privati ad assumere decisioni migliori?
Queste 3 dimensioni della qualità delle previsioni, come vedremo, non vanno necessariamente di conserva.
Negli Stati Uniti, dal 2002 Eric Floehr (forecastwatch.com) raccoglie dati che documentano lo scostamento tra il tempo reale e le previsioni: non emerge un chiaro vincitore tra NWS AccuWeather e TWC. Ma emerge un fatto inquietante: dopo 8 giorni, le previsioni non valgono più nulla: non sono in grado di formulare ipotesi più attendibili da quelle che verrebbero da ipotesi fondate sulla persistenza (il tempo continua a essere quello che è al momento della previsione) o sulla climatologia (il tempo sarà quello che storicamente c’è di solito in questo periodo). Anzi, sono un po’ peggiori di quelle che si potrebbero formulare sulla base di persistenza e climatologia. Ma non è questo che ci deve sorprendere: se il tempo è soggetto alle dinamiche del caos, è soltanto normale che dopo un certo numero di periodi di previsione il modello amplifichi il rumore piuttosto che il segnale.
Quello che ci deve preoccupare, invece, è che – per quanto perfettamente consapevoli di questo – TWC formuli previsioni a 10 giorni e AccuWeather addirittura a 15. Per quanto la risposta non ci piaccia, purtroppo è univoca: non è l’accuratezza, ma la percezione dell’accuratezza che crea valore agli occhi del consumatore.
Un altro esempio. Le previsioni commerciali (a differenza di quelle del NWS) sono distorte nella direzione di prevedere più pioggia di quanto effettivamente accada (qui stiamo parlando di accuratezza). È una distorsione voluta, perché se piove quando la probabilità prevista era bassa, il consumatore se la prende con il previsore; ma se viene il sole quando era prevista pioggia pensa di aver avuto fortuna.
È un segreto di Pulcinella che i previsori commerciali non prevedono mai una probabilità di pioggia del 50% (sembra un sintomo di indecisione o di incompetenza), ma lo correggono casualmente in 40% o 60%.
I meteorologi delle reti locali formulano previsioni ancora più distorte, e sono più intrattenitori che scienziati.
pinterest.com
Qui il cerchio si chiude. Ma con una differenza fondamentale. Nate Silver giunge alla conclusione che la spettacolarizzazione delle previsioni meteorologiche va a scapito dell’accuratezza e dell’onestà (dimensioni della qualità a vantaggio dei consumatori) e a vantaggio del valore economico (dei produttori privati). E giunge a queste conclusioni dopo un’analisi serrata e documentata di come si fanno le previsioni meteorologiche. E le sue conclusioni sono utili al lettore (in questo caso, a me).
Livini parte dalla spettacolarizzazione delle previsioni, in apertura del suo articolo, come nota di colore o, a voler essere molto benevoli, come ipotesi da verificare. Ma poi si perde nel pettegolezzo, accumula fatti e opinioni senza orientarvicisi lui stesso e, dunque, senza orientare noi.
Io non ho trovato né paziente fatica né forza incoercibile. Non so se Giuseppe D’Avanzo sarebbe stato contento.
In occasione di un’esposizione ad Harajuku, in Giappone, tra il il 24 novembre 2012 e il 14 gennaio 2013 sarà possibile farci fotografare in 3D e portarci a casa la nostra bella statuetta. Solo su prenotazione.
From November 24 to January 14, 2013, people with reservations can go and have their portraits taken. Except, instead of a photograph, you’ll receive miniature replicas of yourselves.
Nonostante parole come onfaloscopia (la «pratica ascetica diffusa presso i mistici orientali, consistente nel meditare fissando il proprio ombelico.» secondo il Vocabolario Treccani), la contemplazione del proprio ombelico è considerata l’epitome della frivolezza e dell’accidia.
dailymail.co.uk / photonica
Non così per la scienza, per la quale nessun oggetto di studio è troppo umile e vacuo. La North Carolina State University e il Museo di scienze naturali della North Carolina hanno avviato un progettio sulla flora batterica dell’ombelico, coinvolgendo un piccolo esercito di volontari disposti a farsi infilare un cottonfioc nell’ombelico (senza ridere e senza arrossire, suppongo). Se volete visitare il loro sito, lo trovate qui.
A survey of the microbial life in 60 volunteer’s belly buttons has come up with more than 2,000 bacterial and archaeal species, most of which exist on only a fraction of the population, according to a report published this week (November 7) in PLOS ONE.
“[We] can now predict which bacteria tend to be frequent and common in belly buttons,” lead researcher Robert Dunn, of North Carolina State University said in an interview for a PLOS ONE blog. “Gender doesn’t seem to matter, nor does age, nor does innie/outie, nor does where you live now or where you were born.”
The team of researchers sequenced small fragments of each microbe’s genome to identify the diversity of microbes in each belly button. Each volunteer harbored an average of 67 different types of bacteria, and the vast majority of the 2,188 species found were only present in six or fewer belly buttons. One of the volunteers, Dunn said, had not bathed in years, which yielded a belly button sample that not only had bacteria present, but two species of archaea, which were rare in the study.
Dunn says that he and his team are continuing their navel research, next sampling 600 belly buttons, which could reveal more information about our personal germs.
In realtà, avevo già detto tutto quello che avevo da dire su Gianni Mura in occasione del suo precedente avventurarsi nei territori del giallo, con Giallo su giallo: che adoro Gianni Mura (anche se non lo leggo più molto spesso) e che i consigli gastronomici sono interessanti. Identico il giudizio sintetico: «Leggibilissimo, ma ai limiti della truffa.»
Insomma, ci sono ricascato.
Il fatto è che, oltre a piacermi Gianni Mura, sono anche molto legato a Ischia – anche se sono alcuni anni che non ci metto piede – e la combinazione ha reso la tentazione irresistibile, anche se sapevo che cosa mi attendeva. Ne approfitterò per divagare.
* * *
Intanto mi dà l’occasione di fare i conti con il caso Armstrong e togliermi di dosso un peso. Penso che chiunque abbia letto il libro in cui Lance Armstrong (insieme a Sally Jenkins) raccontava la sua vita (It’s Not About the Bike) non possa non aver provato simpatia per lui e non essersi sentito dalla sua parte: non solo e non tanto la battaglia contro il cancro, ma anche l’infanzia infelice con il padre biologico che non lo riconosce neppure e il patrigno che maltratta lui e la madre; questa madre così ingombrante e americana (anzi texana); le prime gare e le prime cadute; la Cofidis, la sua squadra, che lo scarica, con una scusa, alla prima notizia della diagnosi di cancro (Armstrong era tecnicamente un collaboratore a tempo determinato e il suo contratto era scaduto da 2 giorni!); la cruda scena della crioconservazione dello sperma; la battaglia disperata contro le metastasi. Armstrong in quel libro dava l’impressione di non averci nascosto nulla, di averci messo a parte di tutto. Umano, dopo aver avuto l’impressione di essergli stati vicini nella tragedia, condividerne anche i trionfi, le passerelle sugli Champs-Élysées con la flute di champagne in mano e i bimbi sul palco, l’impresa che non era mai riuscita a nessuno, 7 Tour di fila. Una bella favola a lieto fine. Troppo bella per essere vero. Armstrong era il diavolo in persona, «il peggiore di tutti si è scoperto chi è».
Armstrong è saltato sul cavallo bianco e ha affascinato molta gente (me compreso, almeno i primi anni). Tutto sbagliato, tutto da rifare, Bartali ha sempre ragione. Così, Armstrong non è il primo malato di cancro che guarisce e vince in modo pulito sette Tour. Armstrong è il primo malato di cancro che guarisce e vince sette Tour in modo sporco. Su quest’ultima e definitiva verità ognuno può fare le sue considerazioni.
* * *
Cambiamo registro. In Giallo su giallo Mura parla molto di gastronomia e, soprattutto, magnifica il cassoulet. Se non sapete di che si tratta (io non lo sapevo quando ho letto il romanzo di Mura): è una casseruola del Sud della Francia, in particolare del Languedoc. La versione originale sarebbe quella di Castelnaudary, anche se ne esistono altre versioni, da quelle “regionali” di Carcassonne e Toulouse, a quelle “locali” (Villefranche-de-Lauragais, Narbonne, Montauban, Pau e Pamiers). Chi ne vuol sapere di più può consultare la voce di Wikipedia.
Morivo dalla voglia di assaggiarla e mio figlio – che all’epoca studiava a Parigi – aveva scovato un ottimo ristorante, dove preparavano la versione (penso) di Tolosa: fagioli bianchi stufati fino a sciogliersi in bocca, confit de canard (“anatra candita”), salsiccia di Tolosa, lardo, cotenna, spalla di maiale disossata, cipolla, carota, crostini e lardoncelli.
wikimedia.org/wikipedia/common
Un piatto non leggerissimo, la sera. Durante la notte, ho avuto qualche difficoltà di digestione, lo ammetto. Avete presente lo spot in cui il protagonista si sveglia con un irsuto cinghialone sullo stomaco? Forse, quando dopo il primo piatto, mi hanno riportato la casseruola ancora mezza piena chiedendomi se la volevo finire, avrei dovuto declinare l’invito. Ma era troppo buona per pensare alle conseguenze: il fenomeno è noto in letteratura come hyperbolic discounting e ne parla un famoso libro di George Ainslie del 2001, Breakdown of Will (su questo blog ne ho fatto un cenno qui). Il mattino dopo avevo un importante colloquio di lavoro, il motivo primario per cui ero a Parigi. Nonostante il cassoulet, o forse proprio per merito del cassoulet, me la sono cavata alla grande. Peccato che a volte persino in Francia gli esiti dei colloqui di lavoro siano predeterminati: ma questa è tutta un’altra (brutta) storia…
* * *
Ho accennato prima del mio amore per Ischia e delle mie ultra-trentennali frequentazioni ischitane. E dovrebbe essere più che chiaro, dall’aneddoto precedente, che sono goloso e appassionato del mangiare (e bere) bene. Uno dei motivi, dicevo, per cui Gianni Mura mi piace e mi intrappola con i suoi gialli di pura bufala.
Sono rimasto perciò sorpreso dall’assenza, nelle sua pagine, del Focolare del Cretaio (in comune di Casamicciola, ma in realtà a un passo da Barano). Il Focolare è una trattoria, animata da Riccardo d’Ambra e dalla sua numerosa famiglia. Me l’aveva consigliata un amico, anni fa (autunno 2000 o 2001, direi), dandomi indicazioni passabilmente corrette sulla strada da seguire (all’epoca la trattoria era in un posto diverso da dove si trova ora). Il problema che Ischia è un labirinto di stradine e stradicciuole, soprattutto nell’entroterra, in genere strettissime, un incubo per chi guida. Sbagliando strada, finiamo in una piazza e interpelliamo un signore elegante per chiedere indicazioni su come raggiungere la trattoria Focolare. «Ma come,» fa lui, «non sapete che è stata devastata da un’invasione di conigli di fossa?»
Insomma, era Riccardo d’Ambra in persona, che stava uscendo da un posto dove si era appena concluso un convegno sul locale coniglio di fossa e si accingeva ad accompagnare i suoi ospiti alla trattoria, dove si sarebbe passati dalle parole ai fatti, cioè alla degustazione del coniglio all’ischitana. Fummo prontamente invitati ad aggregarci agli illustri convegnisti (ricordo in particolare l’illustre professor Corrado Barberis) e da allora sono stato al Focolare tutte le volte che sono stato a Ischia.
Al Focolare si mangia la cucina di terra di Ischia. I d’Ambra sono una famiglia numerosa e tutti i figli collaborano, ognuno secondo i suoi talenti e le sue specializzazioni, all’impresa paterna. Il segreto, mi sembra, sono la rilettura attenta delle tradizioni e l’utilizzo degli ortaggi e delle erbe locali.
Ma la storia che merita di essere raccontata è quella del coniglio di fossa. Poiché Giovanna Esposito l’ha fatto meglio di quanto potrei fare io, vi rinvio al suo post L’isola di terra: la vite, il coniglio. Buona lettura.
gastronomiamediterranea.com
* * *
Pochissime le citazioni meritevoli di essere riportate (riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle).
[…] esteta estivo ed estatico. [969]
Il mare, pensa Magrite, lo contiene nel cognome. Mare, mer. Cosa resta? Git, gita. Gita-mer è cosa bilingue, da turisti. M’agiter è il suo anagramma. Sbagliato, perché si agita pochissimo. E anche ma tigre. Si chiamasse Magrice il suo anagramma sarebbe Grimace, smorfia. E sarebbe Magister se si chiamasse Magrites. [1123]
[…] la solitudine delle persone di buona volontà. [1275]
Per cena, il Melograno. Il giornalista gliene ha parlato bene. Lei, Libera, in cucina, lui, Giovanni, cantina e sala. [1824: ottimo, d’accordo, anche se un po’ fighetto; ma meglio il Focolare, mi dia retta Gianni Mura]
Non sono né Barack Obama né Mitt Romney i vincitori delle elezioni americane, ma Nate Silver, l’uomo che vedete fotografato qui sotto.
salon.com
Nate Silver ha meno di 35 anni (li compie il 13 gennaio del 2013) e una laurea in economia. Dopo la laurea, ha lavorato per quasi 4 anni alla KPMG. Un lavoro che lo annoiava profondamente, tanto da indurlo a sviluppare – durante l’orario d’ufficio – un software per prevedere le prestazioni e la carriera dei giocatori di baseball, PECOTA. Baseball e statistica erano le sue passioni fin dall’infanzia. Licenziatosi dalla KPMG, Silver si è mantenuto giocando a poker online, seguendo la strada che prima di lui aveva già seguito un precursore delle teorie sulla probabilità, Gerolamo Cardano. Nel 2007 cominciò a occuparsi anche di previsioni politiche, dapprima con lo pseudonimo di Poblano. Nel marzo del 2008 iniziò il suo blog, FiveThirtyEight.com (538 sono i collegi che eleggono il presidente degli Stati Uniti) e il 30 maggio 2008 Poblano rivelò la sua vera identità ai lettori. Nell’elezione del 2008 azzeccò la previsione del candidato vincitore i 49 Stati su 50. Il 25 agosto 2010 Silver e il suo blog migrarono alNew York Times.
Nonostante la maggiore incertezza della campagna presidenziale di quest’anno, la mattina del 6 novembre Silver arrivò a prevedere per Obama una probabilità di vittoria del 90,9%, suscitando non poco scetticismo. Invece, ha fatto ancora meglio di 4 anni fa, anche se gli altri osservatori davano come “in bilico ” il risultato di 9 Stati, azzeccando tutti e 50 gli Stati più il District of Columbia.
salon.com
Sto leggendo il suo libro, The Signal and the Noise e ve ne parlerò tra poco. Nel frattempo, godetevi questo clip in cui spiega (seriamente) il suo metodo:
Qui lo spiega all’interno di una trasmissione comica (dovete accontentarvi del link).
acrofonìa s. f. [comp. di acro– e -fonia]. – Principio su cui è fondato l’alfabeto fonetico egizio-semitico, consistente nell’assegnare a un segno in origine pittografico il valore del suono iniziale della parola da esso rappresentata: così il segno indicante la «mano», che vale in Egitto d, vale i nelle scritture semitiche, perché la parola «mano» è in semitico yōd (su questo principio era fondato anche uno dei sistemi di numerazione greca in cui i numeri erano indicati con la lettera iniziale del loro nome: per es. Π=πέντε, 5; Δ=δέκα, 10).
1964. I Beatles sono già un fenomeno di massa, ma hanno ancora molti assi nelle ampie maniche, tra cui quello della recitazione. Qui recitano una parte del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Per l’esattezza, siamo nel quinto atto, scena prima, vv. 126-304.
[Enter PYRAMUS and THISBE, WALL, MOONSHINE, and LION, as in dumb show.]
PROLOGUE
Gentles, perchance you wonder at this show;
But wonder on, till truth make all things plain.
This man is Pyramus, if you would know;
This beauteous lady Thisby is certain.
This man, with lime and rough-cast, doth present
Wall, that vile Wall which did these lovers sunder;
And through Wall’s chink, poor souls, they are content
To whisper, at the which let no man wonder.
This man, with lanthorn, dog, and bush of thorn,
Presenteth Moonshine: for, if you will know,
By moonshine did these lovers think no scorn
To meet at Ninus’ tomb, there, there to woo.
This grisly beast, which by name Lion hight,
The trusty Thisby, coming first by night,
Did scare away, or rather did affright;
And as she fled, her mantle she did fall;
Which Lion vile with bloody mouth did stain:
Anon comes Pyramus, sweet youth, and tall,
And finds his trusty Thisby’s mantle slain;
Whereat with blade, with bloody blameful blade,
He bravely broach’d his boiling bloody breast;
And Thisby, tarrying in mulberry shade,
His dagger drew, and died. For all the rest,
Let Lion, Moonshine, Wall, and lovers twain,
At large discourse while here they do remain.
[Exeunt PROLOGUE, THISBE, LION, and MOONSHINE.]
THESEUS
I wonder if the lion be to speak.
DEMETRIUS
No wonder, my lord: one lion may, when many asses do.
WALL
In this same interlude it doth befall
That I, one Snout by name, present a wall:
And such a wall as I would have you think
That had in it a crannied hole or chink,
Through which the lovers, Pyramus and Thisby,
Did whisper often very secretly.
This loam, this rough-cast, and this stone, doth show
That I am that same wall; the truth is so:
And this the cranny is, right and sinister,
Through which the fearful lovers are to whisper.
THESEUS
Would you desire lime and hair to speak better?
DEMETRIUS
It is the wittiest partition that ever I heard discourse, my lord.
THESEUS
Pyramus draws near the wall; silence.
[Enter PYRAMUS.]
PYRAMUS
O grim-look’d night! O night with hue so black!
O night, which ever art when day is not!
O night, O night, alack, alack, alack,
I fear my Thisby’s promise is forgot!—
And thou, O wall, O sweet, O lovely wall,
That stand’st between her father’s ground and mine;
Thou wall, O wall, O sweet and lovely wall,
Show me thy chink, to blink through with mine eyne.
[WALL holds up his fingers.]
Thanks, courteous wall: Jove shield thee well for this!
But what see what see I? No Thisby do I see.
O wicked wall, through whom I see no bliss,
Curs’d be thy stones for thus deceiving me!
THESEUS
The wall, methinks, being sensible, should curse again.
PYRAMUS
No, in truth, sir, he should not. ‘Deceiving me’ is Thisby’s cue: she is to enter now, and I am to spy her through the wall. You shall see it will fall pat as I told you.—Yonder she comes.
[Enter THISBE.]
THISBE
O wall, full often hast thou heard my moans,
For parting my fair Pyramus and me:
My cherry lips have often kiss’d thy stones:
Thy stones with lime and hair knit up in thee.
PYRAMUS
I see a voice; now will I to the chink,
To spy an I can hear my Thisby’s face.
Thisby!
THISBE
My love! thou art my love, I think.
PYRAMUS
Think what thou wilt, I am thy lover’s grace;
And like Limander am I trusty still.
THISBE
And I like Helen, till the fates me kill.
PYRAMUS
Not Shafalus to Procrus was so true.
THISBE
As Shafalus to Procrus, I to you.
PYRAMUS
O, kiss me through the hole of this vile wall
.
THISBE
I kiss the wall’s hole, not your lips at all.
PYRAMUS
Wilt thou at Ninny’s tomb meet me straightway?
THISBE
‘Tide life, ‘tide death, I come without delay.
WALL
Thus have I, wall, my part discharged so;
And, being done, thus Wall away doth go.
[Exeunt WALL, PYRAMUS and THISBE.]
THESEUS
Now is the mural down between the two neighbours.
DEMETRIUS
No remedy, my lord, when walls are so wilful to hear without warning.
HIPPOLYTA
This is the silliest stuff that ever I heard.
THESEUS
The best in this kind are but shadows; and the worst are no worse, if imagination amend them.
HIPPOLYTA
It must be your imagination then, and not theirs.
THESEUS
If we imagine no worse of them than they of themselves, they may pass for excellent men. Here come two noble beasts in, a moon and a lion.
[Enter LION and MOONSHINE.]
LION
You, ladies, you, whose gentle hearts do fear
The smallest monstrous mouse that creeps on floor,
May now, perchance, both quake and tremble here,
When lion rough in wildest rage doth roar.
Then know that I, one Snug the joiner, am
A lion fell, nor else no lion’s dam:
For, if I should as lion come in strife
Into this place, ‘twere pity on my life.
THESEUS
A very gentle beast, and of a good conscience.
DEMETRIUS
The very best at a beast, my lord, that e’er I saw.
LYSANDER
This lion is a very fox for his valour.
THESEUS
True; and a goose for his discretion.
DEMETRIUS
Not so, my lord; for his valour cannot carry his discretion, and the fox carries the goose.
THESEUS
His discretion, I am sure, cannot carry his valour; for the goose carries not the fox. It is well; leave it to his discretion, and let us listen to the moon.
MOONSHINE
This lanthorn doth the hornèd moon present:
DEMETRIUS
He should have worn the horns on his head.
THESEUS
He is no crescent, and his horns are invisible within the circumference.
MOONSHINE
This lanthorn doth the hornèd moon present;
Myself the man i’ the moon do seem to be.
THESEUS
This is the greatest error of all the rest: the man should be put into the lantern. How is it else the man i’ the moon?
DEMETRIUS
He dares not come there for the candle: for, you see, it is already in snuff.
HIPPOLYTA
I am aweary of this moon: would he would change!
THESEUS
It appears, by his small light of discretion, that he is in the wane: but yet, in courtesy, in all reason, we must stay the time.
LYSANDER
Proceed, moon.
MOON
All that I have to say, is to tell you that the lantern is the moon; I, the man i’ the moon; this thorn-bush, my thorn-bush; and this dog, my dog.
DEMETRIUS
Why, all these should be in the lantern; for all these are in the moon. But silence; here comes Thisbe.
[Enter THISBE.]
THISBE
This is old Ninny’s tomb. Where is my love?
LION
Oh!
[The LION roars.—THISBE runs off.]
DEMETRIUS
Well roared, lion.
THESEUS
Well run, Thisbe.
HIPPOLYTA
Well shone, moon.—Truly, the moon shines with a good grace.
[The LION tears THISBE’S Mantle, and exit.]
THESEUS
Well moused, lion.
DEMETRIUS
And so comes Pyramus.
LYSANDER
And then the lion vanishes.
[Enter PYRAMUS.]
PYRAMUS
Sweet moon, I thank thee for thy sunny beams;
I thank thee, moon, for shining now so bright:
For, by thy gracious golden, glittering streams,
I trust to take of truest Thisby’s sight.
But stay;—O spite!
But mark,—poor knight,
What dreadful dole is here!
Eyes, do you see?
How can it be?
O dainty duck! O dear!
Thy mantle good,
What! stained with blood?
Approach, ye furies fell!
O fates! come, come;
Cut thread and thrum;
Quail, rush, conclude, and quell!
THESEUS
This passion, and the death of a dear friend, would go near to make a man look sad.
HIPPOLYTA
Beshrew my heart, but I pity the man.
PYRAMUS
O wherefore, nature, didst thou lions frame?
Since lion vile hath here deflower’d my dear;
Which is—no, no—which was the fairest dame
That liv’d, that lov’d, that lik’d, that look’d with cheer.
Come, tears, confound;
Out, sword, and wound
The pap of Pyramus:
Ay, that left pap,
Where heart doth hop:—
Thus die I, thus, thus, thus.
Now am I dead,
Now am I fled;
My soul is in the sky:
Tongue, lose thy light!
Moon, take thy flight!
Now die, die, die, die, die.
[Dies. Exit MOONSHINE.]
DEMETRIUS
No die, but an ace, for him; for he is but one.
LYSANDER
Less than an ace, man; for he is dead; he is nothing.
THESEUS
With the help of a surgeon he might yet recover and prove an ass.
HIPPOLYTA
How chance moonshine is gone before Thisbe comes back and finds her lover?
THESEUS
She will find him by starlight.—Here she comes; and her passion ends the play.
[Enter THISBE.]
HIPPOLYTA
Methinks she should not use a long one for such a Pyramus: I hope she will be brief.
DEMETRIUS
A mote will turn the balance, which Pyramus, which Thisbe, is the better.
LYSANDER
She hath spied him already with those sweet eyes.
DEMETRIUS
And thus she moans, videlicet.—
THISBE
Asleep, my love?
What, dead, my dove?
O Pyramus, arise,
Speak, speak. Quite dumb?
Dead, dead? A tomb
Must cover thy sweet eyes.
These lily lips,
This cherry nose,
These yellow cowslip cheeks,
Are gone, are gone:
Lovers, make moan!
His eyes were green as leeks.
O Sisters Three,
Come, come to me,
With hands as pale as milk;
Lay them in gore,
Since you have shore
With shears his thread of silk.
Tongue, not a word:—
Come, trusty sword;
Come, blade, my breast imbrue;
And farewell, friends:—
Thus Thisbe ends;
Adieu, adieu, adieu.
[Dies.]
THESEUS
Moonshine and lion are left to bury the dead.
DEMETRIUS
Ay, and wall too.
BOTTOM
No, I assure you; the wall is down that parted their fathers. Will it please you to see the epilogue, or to hear a Bergomask dance between two of our company?
THESEUS
No epilogue, I pray you; for your play needs no excuse. Never excuse; for when the players are all dead there need none to be blamed. Marry, if he that writ it had played Pyramus, and hang’d himself in Thisbe’s garter, it would have been a fine tragedy: and so it is, truly; and very notably discharged. But come, your Bergomask; let your epilogue alone.
[Here a dance of Clowns.]
The iron tongue of midnight hath told twelve:—
Lovers, to bed; ‘tis almost fairy time.
I fear we shall out-sleep the coming morn,
As much as we this night have overwatch’d.
This palpable-gross play hath well beguil’d
The heavy gait of night.—Sweet friends, to bed.—
A fortnight hold we this solemnity,
In nightly revels and new jollity.