Questa volta la segnalazione l’ho trovata su Cacao, che ringrazio:
Firenze la prima wikicittà
Grazie a un accordo tra l’amministrazione comunale di Firenze e l’associazione Wikitalia è nato il portale http://opendata.comune.fi.it/ . All’interno ci sono tutte le informazioni, liberamente consultabili, che riguardano la vita della città. Dalle spese dell’amministrazione alle opere pubbliche in cantiere, dall’istruzione al turismo, per un totale di 180 aree tematiche. Ogni giorno viene inserito un dato nuovo. L’idea è del sindaco Matteo Renzi.
(Fonte: Corrierecomunicazioni.it)
Secondo il Vocabolario Treccani, l’imprinting ‹ëmprìntiṅ› sostantivo inglese [propriamente «impressione, stampa», derivato di (to) imprint «stampare, imprimere»], usato in italiano al maschile – In etologia, particolare forma di apprendimento precoce, irreversibile o comunque durevole, di alcune specie animali, per il quale, per esempio, l’individuo, nelle primissime ore della vita, riconosce e segue i suoi genitori, oppure un loro surrogato, che può essere rappresentato da individui di altra specie o anche da oggetti inanimati, purché in movimento, che cadano per primi nel suo campo di osservazione. Il termine è talvolta tradotto in italiano con impressione o, più raramente, con conio.
Contrariamente a quanto credevo io (e immagino molti con me) l’imprinting non è stato scoperto da Konrad Lorenz, che pure ne parla ne L’anello di Re Salomone in una narrazione indimenticabile di cui è protagonista l’oca Martina.
Molte cose importanti devono accadere in una di queste uova di oca selvatica: accostandovi l’orecchio si ode dentro scricchiolare e muoversi qualcosa, e poi, ecco, si percepisce chiaramente un flebile, flautato “piip”. Dopo ci vuole ancora un’ora perché si apra un buchino, attraverso il quale si scorge la prima cosa visibile del nuovo uccello: la punta del becco, con sopra il cosiddetto dente dell’uovo; il movimento del capo con cui il dente, dal di dentro, viene spinto contro il guscio dell’uovo, provoca non solo la rottura del guscio, ma anche uno spostamento dell’uccellino che vi giace dentro tutto avvoltolato su se stesso, e che lentamente gira all’indietro attorno all’asse longitudinale dell’uovo. Il dente si muove dunque dentro il guscio lungo un “parallelo” sul quale apre una fila ininterrotta di buchini; alla fine, quando il cerchio si è chiuso, l’uccello con un movimento di estensione del collo fa sollevare l’intera calotta del guscio.
La mia prima ochetta selvatica era dunque venuta al mondo, e io attendevo che, sotto il termoforo che sostituiva il tiepido ventre materno, divenisse abbastanza robusta per poter ergere il capo e muovere alcuni passetti.
La testina inclinata, essa mi guardava con i suoi grossi occhi scuri; o meglio, con un solo occhio, perché, come la maggior parte degli uccelli, anche l’oca selvatica si serve di un solo occhio quando vuole ottenere una visione molto netta. A lungo, molto a lungo mi fissò l’ochetta, e quando io feci un movimento e pronunciai una parolina, quel minuscolo essere improvvisamente allentò la tensione e “mi salutò”: col collo ben teso e la nuca appiattita, pronunciò rapidamente il verso con cui le oche selvatiche esprimono i loro stati d’animo, e che nei piccoli suona come un tenero, fervido pigolio. Il suo saluto era identico, preciso identico a quello di un’oca selvatica adulta, identico al saluto che essa avrebbe pronunciato migliaia e migliaia di volte nel corso della vita; ed era come se anche lei mi avesse già salutato migliaia e migliaia di volte nello stesso identico modo. Neppure il migliore conoscitore di questo cerimoniale avrebbe potuto comprendere che quello era il primo saluto della sua vita. E io non sapevo ancora quali gravosi doveri mi ero assunto per il fatto di aver subito l’ispezione del suo occhietto scuro e di aver provocato con una parola imprevidente la prima cerimonia del saluto.
La mia intenzione era infatti di affidare, una volta che fossero usciti dall’uovo, anche i piccoli covati dalla tacchina alla summenzionata oca domestica […]. Portai l’uccellino in giardino, […i]nfilai la mano sotto il ventre tiepido e morbido della vecchia e vi sistemai ben bene la piccina, convinto di aver assolto il mio compito. E invece mi restava ancora molto da imparare. Trascorsero pochi minuti, durante i quali meditavo soddisfatto davanti al nido dell’oca, quando risuonò da sotto la biancona un flebile pigolio interrogativo: “ vivivivivi”. In tono pratico e tranquillizzante la vecchia oca rispose con lo stesso verso, solo espresso nella sua tonalità: “gangangangang”. Ma, invece di tranquillizzarsi come avrebbe fatto ogni ochetta ragionevole, la mia rapidamente sbucò fuori da sotto le tiepide piume, guardò su con un solo occhio verso il viso della madre adottiva e poi si allontanò singhiozzando: “fip… fip… fip…”. Così pressappoco suona il lamento delle ochette abbandonate: tutti i piccoli uccelli fuggiti dal nido possiedono, in una forma o nell’altra, un lamento di questo genere. La povera piccina se ne stava lì tutta tesa, continuando a lamentarsi ad alta voce, a metà strada fra me e l’oca. Allora io feci un lieve movimento e subito il pianto si placò: la piccola mi venne incontro col collo proteso, salutandomi con il più fervido: “vivivivivi”. Era proprio commovente, ma io non avevo intenzione di fungere da madre oca. Presi dunque la piccola, la ficcai nuovamente sotto il ventre della vecchia e me ne andai. Non avevo fatto dieci passi che udii dietro di me: “fip… fip… fip…”: la poveretta mi correva dietro disperatamente.
[…]
Avrebbe commosso un sasso la povera piccina, con quel modo di corrermi dietro piangendo con la sua vocina rotta dai singhiozzi, incespicando e rotolando, eppure con velocità sorprendente e con una decisione dal significato inequivocabile:
ero io sua madre, non la bianca oca domestica! Sospirando mi presi la mia piccola croce e la riportai in casa. Pesava allora non più di cento grammi, ma sapevo benissimo come mi sarebbe stata greve, quanta dura fatica e quanto tempo mi sarebbe costato portarla degnamente.
Mi comportai come se fossi stato io ad adottare l’ochetta, non lei me, e la piccola fu solennemente battezzata col nome di Martina.
In realtà, secondo l’Enciclopedia Treccani, il fenomeno è stato descritto per la prima volta da D.A. Spalding nel 1873 e soltanto “riscoperto” da Lorenz, ancorché in modo così colorito.
Tutto questo per raccontare che il mio imprinting con Lucio Dalla (morto ieri, 1° marzo 2012), cioè la prima volta che ricordo di averlo ascoltato e notato, è stato con una canzone molto diversa da quelle che poi ne avrebbero segnato il successo. Era il 1966 e la canzone si intitolava Quand’ero soldato. Anche in quegli anni in cui in Italia spirava un vento di contestazione e sperimentazione musicale, quella canzone sembrò alle mie orecchie curiose e aperte a ogni novità degna di nota per il modo in cui era cantata e arrangiata, oltre che per le parole che parlavano della naja in maniera fortemente ironica (il testo è di Sergio Bardotti, la musica di Gian Franco Reverberi):
Quando ero soldato
allora sì che era bella la vita anche per me
15 mesi senza i problemi di casa mia
quando ero soldato trattato bene meglio di un re
senza pagar mai una lira di tasca mia
e con le ragazze le sole che poi non ti chiedano
un matrimonio …
Quando ero soldato beato me
la guerra non c’era adesso c’è
l’han dichiarata tutti d’accordo contro di me
quando ero soldato vivevo tranquillo
ora son tanti a bombardare la vita mia.
In questa esecuzione dell’epoca (come si usava allora, fintamente dal vivo ma rigorosamente in playback), oltre a un giovane ma già marpionissimo Gianni Boncompagni (allora presentatore di Bandiera Gialla il sabato pomeriggio), si riconosce Luigi Tenco.
Lo stesso anno, Dalla era andato a Sanremo e aveva presentato Paff….bum!, sempre della coppia Bardotti-Reverberi, ma molto meno bella. All’epoca a Sanremo succedeva (o forse era la regola) che le canzoni fossero presentate in doppia esecuzione, da una coppia di esecutori italiani o più spesso in abbinamento con qualche star straniera: venne persino Louis Armstrong, mi pare, ma certamente Wilson Pickett che cantò Un avventura con Lucio Battisti. L’abbinamento al Paff….bum! di Dalla furono gli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui, qui e qui). Erano una leggenda già nel 1996, noti per avere due chitarre soliste in formazione (Jeff Beck e Jimmy Page, scusate se è poco), e per essere, un paio d’anni dopo, il gruppo che “gemmò” i Led Zeppelin. L’ineffabile Mike Buongiorno, presentandoli, ne tradusse il nome in Gallinacci, come racconta Adele Gallotti su Stampa Sera del 29 gennaio 1966:
Sanremo, sabato sera. Nefasta è stata per la pallida Carla Puccini – denutrita da tre giorni di quasi digiuno, dovuti a delle misteriose pillole che le tolgono l’appetito – il titolo dell’ultima canzone in gara ieri sera Paff… bum. Al «bum» Carla è crollata in terra, mentre Mike – per questa volta umorista – spiegava che “yard-birds” vuole dire gallinacci.
Ecco l’esecuzione sanremese, questa volta effettivamente live, anche se priva di video:
Vorrei innanzitutto ringraziare .mau. per la segnalazione, senza neppure pavoneggiarmi per il bel distico del mio titolo.
La notizia è che la Camera dei deputati ha realizzato un sito da cui è possibile accedere, in formato Linked Open Data e con la licenza Creative Commons più aperta che c’è, a molti suoi dati. Non so, per la verità, da quanto tempo l’iniziativa sia andata in rete.
Immagino una raffica di obiezioni (troppo poco troppo tardi, un altro formato sarebbe stato meglio, e le app? e i metadati? e la cultura e la formazione per farne qualcosa di sensato eccetera eccetera eccetera). Film visto un milione di volte, che neppure Tutti insieme appassionatamente il giorno di natale. Non mi interessa. Mi interessa che un’istituzione così autorevole abbia dato un messaggio così chiaro. E mi auguro che sia un’apristrada.
Conoscere la storia, l’attività, i meccanismi di funzionamento della Camera dei deputati. Condividere i dati e i documenti prodotti, disponibili al libero riutilizzo attraverso la rete Cos’è dati.camera.it?
Una piattaforma di pubblicazione e condivisione di Linked Open Data sull’attività e gli organi della Camera, da scaricare o interrogare liberamente. Quali dati sono disponibili?
Nel portale dati.camera.it sono disponibili i dati relativi ai deputati, agli organi parlamentari, ai gruppi parlamentari, ai lavori parlamentari dalla I legislatura della Camera regia fino alla legislatura che precede quella corrente. E’ possibile riusare i dati?
I dataset disponibili possono essere scaricati e riutilizzati da chiunque in ogni momento, secondo le condizioni di utilizzo previsti dalla licenza scelta.
Ma poiché sono incontentabile adesso aspetto, dopo l’annuncio del 20 ottobre 2011, la discesa in campo dell’Istat.
Da Yahoo!Sport | EuroSport
Serie A – Ranieri-Moratti: ecco il chiarimento
mar, 28 feb 14:30:00 2012
Il presidente annuncia di aver risolto le divergenze con il tecnico, che sembra quindi destinato a proseguire nella sua sventura nerazzurra nonostante il momento di crisi profonda della squadra.
Dall’11 giugno 2011 al Museo nazionale per la scienza e l’innovazione emergenti di Tokyo è in esposizione Geo-Cosmos, uno schermo interattivo sferico realizzato dalla Mitsubishi con tecnologia OLED. Pare sia il primo e il più grande del mondo. Non so se è vero, ma il video è mozzafiato.
Il mio primo incontro con la Winterreise fu straordinario, una di quelle cose che ti capitano da ragazzo (eh sì, perché persino ai miei tempi a 21 anni si era ancora ragazzi, o almeno io lo ero, ragazzo e bamboccione, e non ho paura di dirlo; sfigato nel senso di Martone certamente no, anche se quella è un’altra storia), che non capisci fino in fondo che ti è successa una cosa straordinaria, e te ne rendi conto anni dopo: la consapevolezza cresce nel tempo. Forse sono questi gli ingredienti dei ricordi indimenticabili, delle cose che – pensi – ti hanno formato, hanno fatto di te quello che sei realmente. Che ti fanno dire “meglio una testa piena di musica che una testa piena di ambizioni” anche nei periodi più difficili (e questo ancora lo è).
Ho studiato musica, da ragazzo. Mio padre aveva un disco (un 33 giri piccolo come un 45, mi pare si chiamassero EP, extended play, ma posso sbagliarmi e non mi va di controllare adesso) dell’Eine Kleine Nachtmusik di Mozart, una delle prime cose che ho imparato a fischiare da piccolo, e sulla copertina azzurra c’era un ritratto di Mozart con i capelli lunghi. Pensavo che da grande avrei voluto avere i capelli lunghi (me li tagliavano a spazzola, con la sfumatura altissima fatta con la macchinetta) ed essere musicista. Alla televisione davano dei recital di Arturo Benedetti Michelangeli (qualche anno fa Roman Vlad li ha riproposti) e a me pareva che il piano avesse uno specchio in cui le mani si riflettevano.
Così a 7 anni cominciai a prendere lezioni con la signorina P. (aveva un alito micidiale) e i miei noleggiarono un pianoforte: ci rimasi malissimo perché non c’era lo specchio; pensai che i miei si erano fatti fregare o che avevano voluto risparmiare. Soltanto molti anni dopo capii che il legno era così lucido e le luci cosi forti che le mani del pianista vi si riflettevano. Ma ditemi voi stessi se non era facile cadere in inganno.
Per la verità su YouTube il recital chopiniano di Arturo Benedetti Michelangeli all’Auditorium RAI di Torino c’è tutto intero. Era il 21 settembre 1962, ma non so se l’abbiano trasmesso in diretta (e certamente non era questo il concerto che mi aveva tratto in inganno). Chi è interessato può ascoltarlo: dura quasi 2 ore, ma ne vale sicuramente la pena:
Insomma, per 2-3 anni mi fece lezione la signorina P., senza molto costrutto. Allora i miei decisero di cambiare insegnante. Il Maestro Mario M. era un collega di mio padre (e dunque faceva il bancario per campare) ma aveva studiato al conservatorio ed era – secondo me – molto bravo. Aveva capito che con me doveva spiegare tutto, che non ero interessato a suonare per suonare, ma volevo capire la teoria che c’era sotto la musica. Dunque mi conquistò subito.
Peccato che io non sia capace di fare nulla che richieda fisicità e coordinamento (be’, quasi nulla, di andare in bicicletta, nuotare e un paio d’altre cose sono capace). Facevo la seconda media (un anno che fu anche per molti altri motivi molto difficile per me) quando un giorno, infuriatosi, il Maestro M. sul quadernetto sul quale mi assegnava gli esercizi scrisse a caratteri cubitali: “Negato alla tastiera del pianoforte.” Non lo dimenticherò mai sembra una frase fatta, ma non lo è. Sono passati quasi 50 anni e non l’ho certo dimenticato.
Smise dunque di provare a insegnarmi a suonare (anche se qualcosina sono ancora in grado malamente di strimpellare), ma continuò a farmi lezione di musica. E mi insegnò a conoscere, ascoltare e capire la musica. Continuammo per molti anni, per il resto delle medie e il ginnasio e il liceo e l’università, a vederci 2 volte alla settimana, prima nella casa al 4° piano e poi in quella nuova, al 7°. Lo dico perché M. era rimasto sotto un bombardamento durante la guerra e da allora soffriva di claustrofobia: non prendeva mai la metropolitana ma rigorosamente il tram, e non saliva in ascensore ma rigorosamente a piedi, anche se i piani erano 7.
Si metteva al piano e suonava lo spartito di quello che stavamo studiando: le sinfonie di Beethoven, l’Incompiuta e i Trii di Schubert, Tristano e la tetralogia di Wagner, Don Giovanni di Mozart. Poi ascoltavamo sul disco (compravamo versioni economiche, perché per ascoltare bene era necessario spostare la puntina più e più volte). Se c’era da cantare, cantavamo a squarciagola. A volte, a motivare quello che studiavamo c’era qualche evento speciale in programma: così studiammo la tetralogia in vista di un’edizione scaligera (con l’all’epoca giovane Sawallisch), e Bach per un ciclo di lezioni settimanali bellissime di Giulio Confalonieri alla Piccola Scala.
M. aveva una passione sfrenata per i Lieder e studiammo quelli di Schubert e Schumann, soprattutto. E fu così che ci preparammo alla Winterreise che eseguirono una sera di marzo del 1974 piuttosto freddina (non vi so dire se lunedì 4, più probabilmente, o sabato 9) al Piccolo Teatro di via Rovello Dino Ciani al pianoforte e il baritono Claudio Desderi. Non sapevo chi fosse Dino Ciani (uno dei pianisti più promettenti della sua generazione) né (ovviamente) che sarebbe morto a 32 anni entro la fine di quel mese (il 27) al km 7 della Flaminia in un incidente automobilistico. Ma fui rapito da quella musica.
Ed è fantastico (trovo) che il web mi permetta di ricostruire la data e il repertorio di quel concerto. E di sciogliere il dubbio se fosse il concerto del lunedì (il suo terzultimo) o quello del sabato: era lunedì, e lo so perché su questo sito giapponese ho trovato anche l’elenco dei bis che eseguirono:
Trockne Blumen, n. 18 dal ciclo Die Schöne Müllerin D795
Die Forelle D550
Der Doppelgänger, n. 13 dal ciclo Schwanengesang D957
E, come dicevo prima, io quel Doppelgänger spero di non dimenticarlo mai.
In mancanza della versione di Desderi e Ciani, che non ho trovato, quella classica di Dietrich Fischer-Dieskau.
Il testo è di Heinrich Heine.
Still ist die Nacht, es ruhen die Gassen,
In diesem Hause wohnte mein Schatz;
Sie hat schon längst die Stadt verlassen,
Doch steht noch das Haus auf dem selben Platz.
Da steht auch ein Mensch und starrt in die Höhe,
Und ringt die Hände, vor Schmerzensgewalt;
Mir graust es, wenn ich sein Antlitz sehe –
Der Mond zeigt mir meine eigne Gestalt.
Du Doppelgänger! du bleicher Geselle!
Was äffst du nach mein Liebesleid,
Das mich gequält auf dieser Stelle,
So manche Nacht, in alter Zeit?
La mia rudimentale traduzione:
La notte è quieta, le strade sono calme.
In questa casa viveva il mio amore:
Da molto tempo ha lasciato la città,
Ma la casa è sempre qui, nello stesso posto.
Un uomo è là e guarda il cielo,
E si torce le mani sopraffatto dal dolore:
Vederlo in volto mi atterrisce –
La luna illumina le mie stesse fattezze!
Mio sosia! Mio pallido compagno!
Perché scimmiotti la mia pena d’amore
Che mi tormentò in questo stesso luogo,
Per tante notti, tanto tempo fa?
Roma, Auditorium, Sala Sinopoli
Ian Bostridge, tenore
Julius Drake, pianoforte
Franz Schubert, Winterreise D911
Una grande serata, per quello che è forse il più grande ciclo di Lieder (cioè di canzoni) di tutti i tempi. E fa impressione che, nonostante una serata romana pressoché primaverile, più della metà dei posti della sala intermedia dell’Auditorium di Renzo Piano fossero vuoti. Vuol dire che c’erano meno di 600 persone.
Bostridge ci ha dato una versione quasi espressionistica della Winterreise, facendoci riflettere sul romanticismo estremo delle 24 poesie di Wilhelm Müller che Schubert ha musicato: un vagare senza meta nel freddo inverno tedesco di un uomo che ha perso l’amore:
Straniero sono arrivato,
straniero me ne vado.
Maggio mi aveva accolto bene,
con mazzi di fiori,
la fanciulla parlava d’amore,
la madre già di nozze, –
ora il mondo è così cupo,
la via sepolta dalla neve.
Ma soprattutto una trasparente metafora del cammino verso la morte:
Ad un cimitero mi ha portato il mio cammino;
proprio qui voglio fermarmi, ho pensato fra di me.
Voi verdi ghirlande potreste essere il segno
che invita lo stanco viandante nella gelida locanda.
In questa casa, sono occupate tutte le stanze?
Sono stanco, cado a terra, ferito a morte.
Tu, oste senza pietà, mi cacci via?
E dunque avanti, avanti ancora, mio fedele bastone!
Su YouTube il ciclo di Bostridge e Drake c’è nella sua interezza, in 24 clip. Penso di fare cosa apprezzabile per tutti gli appassionati collegandoli da qui.
Un libro letto parecchio tempo fa – sono stato alla presentazione romana e l’ho divorato nel week-end immediatamente successivo – ma che non ho recensito subito per almeno 2 motivi: la pigrizia (sono tuttora parecchio indietro con le recensioni di libri che ho letto, come forse i più attenti tra i seguaci di questo blog avranno capito da tempo) e il fatto di essere da molti anni amico dell’autore. Nel frattempo il prolifico Donato ne ha scritto almeno altri 2, di libri.
Per questo e per altri motivi (mi è anche capitato di fare un paio di lavori per l’Eni, in quegli anni, anche se ero ovviamente molto junior, e di avere incrociato alcuni dei protagonisti) mi è difficile fare oggi una recensione dettagliata della ricostruzione di Speroni. Ma una cosa voglio dire, ed è quella che mi ha colpito di più: Donato ha ridato onore e dignità a una persona, Giorgio Mazzanti, la cui immagine era uscita molto compromessa dalle cronache dell’epoca. E questo, a mio modesto ma insindacabile giudizio, rende il libro importante e Donato Speroni grande.
Molti si ricorderanno della tavola periodica degli elementi dai tempi della scuola, anche se magari non hanno più avuto modo di frequentarla negli anni successivi.
Per chi proprio non se ne ricordasse, qui in piccolo riassunto da Wikipedia:
La tavola periodica degli elementi (o semplicemente tavola periodica) è lo schema con il quale vengono ordinati gli elementi sulla base del loro numero atomico Z.
Ideata dal chimico russo Dmitrij Mendeleev nel 1869 – ma anche, contemporaneamente e indipendentemente, dal chimico tedesco Julius Lothar Meyer (1830 – 1895) – inizialmente contava numerosi spazi vuoti, previsti per gli elementi che sarebbero stati scoperti in futuro, alcuni nella seconda metà del 1900.
In onore del chimico russo, la tavola periodica degli elementi è anche detta tavola periodica di Mendeleev.
È stata proprio la fascinazione del libro di Sachs a spingere Theo Gray, uno dei co-fondatori di Wolfram Research, a costruirsi una tavola-tavola, fatta di legno e con piccoli ripostigli sotto ogni coperchietto. Tutta fatta e popolata da lui nel tempo libero.