Homing

Benedetti, Sara (2007). Homing. Marina di Massa: Edizioni Clandestine. 2007.

Un’opera prima, penso.

Il libro è molto delicato, e sensibile. Mi è piaciuto, e ringrazio chi mi ha messo in contatto con un’opera che altrimenti mi sarebbe sfuggita. Sara Benedetti è intensa. Viene voglia di conoscerla, al di là del romanzo.

Ecco, il punto è qui. Il libro è meno convincente della persona che s’intravede sotto la scrittura, forse troppo filtrata dalla “scuola”. Ma serve, la scuola? Quando uno ha talento, e Sara Benedetti ne ha, serve andare a una scuola di scrittura creativa? Serve che ti insegnino i “trucchi del mestiere”, le frasi paracule, la scansione in capitoli? Io penso di no, e mi piacerebbe leggere la prima stesura di queste pagine, se esiste una prima stesura “ante Baricco”. Perché sono abbastanza sicuro (oddio, proprio sicuro no) che qualcuno dei passi più deboli ci sarebbe stato risparmiato. Che la stupida e goffa scena di sesso alle pagine 72-73 (“Prendimi come una cagna! Bau bau!”) Sara Benedetti non l’avesse scritta. Che, se ci pensa, Sara Benedetti sappia che quando uno cammina fa “Tallone, pianta, punta” e non viceversa (p. 129). Ma il disagio di Mariano Traversi è vero, e intergenerazionale. Raccontaci ancora qualche cosa, Sara.

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Miriam si sveglia a mezzanotte

Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger), 1983, di Tony Scott, con Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon.

Un film visto molti anni fa, e ora rivisto in originale (c’è il DVD in edicola).

Non è un capolavoro, ma è un film cult. Si rivede volentieri, e ci si rende conto di quanto siano debitori a questo film – per le atmosfere, le scenografie e in generale l’ambientazione – film successivi come Intervista con il vampiro.

Sono proprio quelle riprese nel film di Neil Jordan le cose che mostrano più l’usura: le luci sempre sparate, le atmosfere sempre polverose, le tende che svolazzano, il lusso sfrenato nel cuore di New York… La stessa scena della seduzione lesbico-vampiresca, che tanto scalpore aveva suscitato all’epoca, mi è sembrata piuttosto datata. Sarà che abbiamo visto ben altro.

Invece è folgorante il montaggio, soprattutto nella scena iniziale. Ed è incredibile il cast: tutti e tre i personaggi principali sono perfetti. Ovvio che di Bowie avevamo sempre pensato che fosse un vampiro glam (soprattutto ora, che è invecchiato molto meglio di John Blaylock). Ma la Deneuve, gelida e perfetta. E la Sarandon, fragile ma fortissima.

Ma non è di questo che volevo parlare. Rivedendo il film ieri sera, mi sembra di aver capito perché le storie di vampiri ci interessano tanto. O almeno, perché interessano tanto a me, che sui vampiri ho letto e visto quasi tutto quello che c’era da leggere e vedere, da Bram Stoker ai romanzi di Anne Rice, dal Nosferatu di Murnau a quello di Herzog passando da Per favore non mordermi sul collo di Polanski.

L’immortalità non c’entra nulla. È una parabola dell’amore, invece. Dell’amore distruttivo, naturalmente. Perché i vampiri sono inevitabilmente una coppia, tenuta insieme non dall’attrazione sessuale, ma da un’aspirazione al possesso assoluto dell’altro, dall’aspirazione a rendere l’altro identico a sé. E questo implica che per vivere, per durare, ogni membro della coppia debba divorare l’altro, succhiarne il fluido vitale. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, era dopo era. “Forever and ever.” E che poi questo non basti ancora, a che si debbano immolare e consumare tutte le persone che si incontrano, perché l’esistenza dell’altro, di qualunque “altro” da sé non è tollerabile. Il vampiro è solo, di una solitudine peggiore della morte. Il non-morto è anche inevitabilmente non-vivo.

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