A Heartbreaking Work of a Staggering Genius

Eggers, Dave (2000). A Heartbreaking Work of a Staggering Genius. London: Picador. 2007.

Mi è sempre difficile recensire i libri di culto, come questo. Anche se sono un lettore esperto (e accanito), sono però abbastanza umile da avere il sospetto di essere io a non aver compreso la bellezza di un romanzo che mi ha, invece, lasciato piuttosto freddo.

Ad aggravare la situazione, c’è che molti hanno paragonato questo “romanzo” a The Catcher in the Rye (Il giovane Holden). E a me (lo confesso) il celeberrimo romanzo di Salinger non ha entusiasmato, proprio per gli stessi motivi che mi lasciano perplesso in Eggers: troppo parlarsi addosso, troppo autocompiacimento, troppa ipertrofia dell’ego adolescenziale. Perdinci, mi sono liberato dei tormenti adolescenziali da pochissimo, dopo i 50 e (sospetto) per un deficit di testosterone (altrimenti, perché riceverei decine di email ogni giorno che mi suggeriscono di fare qualcosa per recuperare ed estendere la mia virilità?), e perché adesso dovrei farmi prendere dai tormenti adolescenziali di qualcun altro?

Qualcosa, tuttavia, a difesa di Eggers va detto:

  1. Il libro non è un romanzo, ma una memoria. Eggers lo dice con onestà fin dall’inizio, nelle prime righe della Prefazione, anche se in modo caratteristicamente un po’ obliquo: “this is not, actually, a work of pure nonfiction”. Ma comunque un’opera di nonfiction, e così la classifica l’autore stesso nel suo sito.
  2. L’autore è del tutto onesto nelle sue intenzioni, in modo quasi disarmante. Le regole e i suggerimenti per meglio godere il libro, che sono letteralmente all’inizio del tutto, sono letteralmente oneste (anche se ti viene il sospetto che l’autore stia un po’ ciurlando nel manico). È vero che si possono tranquillamente saltare la Prefazione, gli Acknowledgments e la Table of contents. È vero che la parte centrale del libro, soprattutto i capitoli VII VIII e IX, è la più debole: nel mio caso, è stata quella dove più spesso mi ha colto la stanchezza (letteralmente, mi si chiudevano gli occhi e dopo un po’ il libro mi cadeva di mano – dopo un po’ perché sono ormai un maestro dell’addormentarmi mantenendo il libro stretto ed eretto come se stessi ancora leggendo). Il fatto è che la vita di un gruppetto di ventenni è spesso difficile da rendere interessante (questo lo scrive Eggers) e che gli espedienti letterari che Eggers usa peggiorano la situazione invece di migliorarla (questo lo dico io).
  3. È vero, soprattutto, che i primi 4 capitoli formerebbero un romanzo breve in sé perfetto e concluso.

Insomma, Eggers ha scritto da solo la migliore recensione del suo libro che si potesse scrivere. E a me, allora, che cosa resta da dire?

Intanto, che Eggers si sottovaluta. Quei primi 4 capitoli sono un capolavoro. Un capolavoro dolorosissimo, e capirete perché quando lo leggerete. Io ho avuto, purtroppo, un’esperienza per metà simile (nella perdita precoce di un genitore, non nel ruolo del fratello-padre) e riconosco a Eggers la profonda verità, sincerità e capacità di trasfigurare in arte il suo vissuto. Sono 123 pagine indimenticabili. Da cui non riesci a staccarti, né mentre le leggi, né quando le ripercorri nella memoria.

L’altra cosa che mi è piaciuta moltissimo è la consapevolezza dell’autore (Eggers aveva 30 anni quando ha pubblicato questo libro). C’è una conversazione rivelatrice tra l’autore e John, verso la fine del libro:

[John] “I mean, how much do you really care about me, outside of my usefulness as some kind of cautionary tale, a stand-in for some­one else, for your dad, for these people who disappoint you—”

[Dave] “You are so like him.”

“Fuck you. I am not him.”

“But you are.”

“Let me out.”

“No.”

“l’m not this. I can’t be reduced to this.”

“You did it yourself.”

“I am more than this.”

“Are you?”

“I cannot be used to get back at your dad. Your dad is not a lesson. I am not a lesson. You are not a teacher.”

“You wanted this. You wanted the attention.”

“Whatever. I’m just another one of the people whose tragedies you felt fit into the overall message. You don’t really care so much about the people who just get along and do fine, do you? Those people don’t make it into the story, do they?”

[…]

[John] “All to help make some point. l mean, isn’t it odd that some­one like Shalini, for example, who really wasn’t one of your clos­est friends, is suddenly this major presence? And why? Because your other friends had the misfortune not to be misfortunate. The only people who get speaking parts are those whose lives are grabbed by chaos—”

“l am allowed.”

“No.”

“l am allowed—”

“No. And poor Toph. l wonder how much say he had in this whole process. You’ll claim that he had full approval, thought it was great, hilarious, etc., and maybe he did, but how happy do you think he is about alI this? lt’s disgusting, the whole enterprise.”

“lt’s too big for you to understand. You know nothing about us.”

“Oh God.”

“lt’s enlightenmeot, inspiration. Proof.”

“No. You know what it is? lt’s entertainment. If you back up far enough, it all becomes a sort of show. You grew up with comforts, without danger, and now you have to seek it out, manufacture it, or, worse, use the misfortunes of friends and acquaintances to add drama to your own life. But see, you cannot move real people around like this, twist their arms and legs, position them, dress them, make them talk—”

“l am allowed.”

“You’re not.”

“l am owed.”

“You’re not. See— You’re just not. You’re like a … a cannibal or something. Don’t you see how this is just flesh-eating? You’re making lampshades from human sk—”

“Oh Jesus.”

“Let me out.”

“l can’t let you out here.”

“Let me out. I’ll walk. And l don’t want to be your fuel, your food.”

“l would do it for you.”

“Right.”

“l would feed myself to you.”

“l don’t want you to feed yourself to me. And l don’t want to devour you. l don ‘t want to use you as fuel. l don’t want any­thing from you. You think that because you had things taken from you, that you can just take and take—everything. But you know, not everyone wants to eat each other all the time, not everyone wants to—”

“We are all feeding from each other, all the time, every day.”

“No.”

“Yes. That’s what we do, as people.”

“For you it’s all blood and revenge, but you know, there is more, or rather less, to all this than that. Not everyone is so angry, and so desperate, and hungry—” [pp. 423-425]

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Una Risposta to “A Heartbreaking Work of a Staggering Genius”

  1. David Mitchell – The Thousand Autumns of Jacob de Zoet « Sbagliando s’impera Says:

    […] su The New York Times Book Review (strano, dirà qualcuno di voi, perché non mi era piaciuto A Heartbreaking Work of a Staggering Genius e non ho più letto nulla di suo). La recensione la trovate qui, ma consentitemi di citarne la […]


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