Sylvia Plath – Last Words

I do not want a plain box, I want a sarcophagus
With tigery stripes, and a face on it
Round as the moon, to stare up.
I want to be looking at them when they come
Picking among the dumb minerals, the roots.
I see them already — the pale, star-distance faces.
Now they are nothing, they are not even babies.
I imagine them without fathers or mothers, like the first gods.
They will wonder if I was important.
I should sugar and preserve my days like fruit!
My mirror is clouding over —
A few more breaths, and it will reflect nothing at all.
The flowers and the faces whiten to a sheet.

I do not trust the spirit. It escapes like steam
In dreams, through mouth-hole or eye-hole. I can’t stop it.
One day it won’t come back. Things aren’t like that.
They stay, their little particular lusters
Warmed by much handling. They almost purr.
When the soles of my feet grow cold,
The blue eye of my tortoise will comfort me.
Let me have my copper cooking pots, let my rouge pots
Bloom about me like night flowers, with a good smell.
They will roll me up in bandages, they will store my heart
Under my feet in a neat parcel.
I shall hardly know myself. It will be dark,
And the shine of these small things sweeter than the face of Ishtar.

La quaresima delle iene di Macallé

Ho trovato questa bellissima storia su una rubrica della rivista Discover (In run-up to Easter, fasting Ethiopians force hyenas to kill donkeys | Not Exactly Rocket Science | Discover Magazine).

Iena

discovermagazine.com

L’arrivo della Pasqua per i cristiani ortodossi di Macallè (città dell’Etiopia del nord con oltre 200.000 abitanti) significa la fine delle privazioni della quaresima, per le iene della città e del suo hinterland significa la fine della stagione della caccia all’asino.

Le iene maculate non sono schizzinose e hanno uno stomaco di ferro. Mangiano di tutto: carne putrida, carogne infestate dall’antrace, sterco e immondizie di ogni tipo. Dopo essere passata per il loro apparato digerente, di questa dieta variata (e avariata) residuano, nelle feci: peli, zoccoli e un po’ di polvere biancastra (tutto quello che resta delle ossa, la loro parte inorganica). Con queste premesse, non sorprende che se la cavino piuttosto bene in ambiente urbano, dove la popolazione umana le rifornisce di avanzi e carcasse di bestiame. Le iene prosperano come spazzini e gli abitanti di Macallè le chiamano scherzosamente “addetti del Comune”. Le si può sentire ogni notte, ma non attaccano mai gli umani, preziosa fonte del loro cibo. Invece, le bestiole svuotano le pattumiere domestiche, i cassonetti, le discariche del macello e persino quella della facoltà di veterinaria della locale università.

Questi comportamenti, che si dispiegavano praticamente sotto i suoi occhi, hanno suscitato la curiosità scientifica di Gidey Yirga, un biologo dell’Università di Macallè, che ha raccolto nel 2010 oltre 550 campioni di cacca di iena (ognuno ha i suoi hobby) e li ha analizzati (soprattutto i residui di pelo) per studiare la dieta delle iene di Macallè. Scoprendo che per la maggior parte dell’anno si nutrono di carogne e rifiuti, ma che c’è un periodo in cui tornano a essere i letali cacciatori che sono e sterminano soprattutto gli asini presenti nei villaggi e nelle fattorie.

Sì, perché la religione cristiano-ortodossa professata dalla popolazione di Macallè prevede un rigido periodo di quaresima (Abye Tsome o Hudade, nelle lingue locali), della durata di 55 giorni, in cui l’astinenza dalla carne (e da altri prodotti di origine animale) è totale. Quindi i macelli restano inattivi e nell’immondizia non si trovano più residui appetibili per le iene, che si trovano letteralmente costrette – pena la morte per inedia – a tornare a cacciare (nel resto dell’Africa le iene maculate, nonostante la loro cattiva fama di mangia-carogne, uccidono personalmente tra il 60 e il 95% del loro cibo).

Virga ha però scoperto, con sorpresa, che nella quaresima ortodossa le iene mangiano meno pecore e capre che di solito, e moltissimi asini: pecore e capre sono tenute al sicuro nei recinti (quello che le iene riescono a mangiare, nel resto dell’anno, è soltanto ciò che avanza dal consumo umano), ma gli asini no, e per loro non c’è scampo, sia che siano stati abbandonati a sé stessi quando troppo vecchi o malati per lavorare, sia che siano una facile preda, legati a un palo o a un muro durante la notte.

Ecco il riferimento all’articolo:

Yirga, de Iongh, Leir, Gebrihiwot, Decker & Bauer. 2012. “Adaptability of large carnivores to changing anthropogenic food sources: diet change of spotted hyena (Crocuta crocuta) during Christian fasting period in northern Ethiopia”. Journal of Animal Ecology http://dx.doi.org/10.1111/j.1365-2656.2012.01977.x

Titanic 1912-2012

Chiedo scusa a tutti, anche a quelli che non mi leggono abitualmente e che magari capiteranno per caso su questo blog trascinati dalla marea di detriti gettati a riva dalla commemorazione del centesimo anniversario dell’affondamento dell’inaffondabile Titanic.

Sì, perché si sprecano le letture metaforiche (i naufragi sono attraenti in tempi di crisi, come già ci aveva fatto capire la Costa Concordia) e si cita De Gregori: lo fa anche ilPost (Francesco De Gregori e il Titanic). Album giusto, canzone sbagliata. Perché quella rilevante in chiave metaforica non è Titanic ma I muscoli del capitano:

Ma capitano non te lo volevo dire,
ma c’è in mezzo al mare una donna bianca,
così enorme, alla luce delle stelle,
che di guardarla uno non si stanca.
[…]
E il capitano disse al mozzo di bordo
“Giovanotto, io non vedo niente.
C’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole.
Andiamo avanti tranquillamente”.

Lawrence Krauss – A Universe from Nothing

Krauss, Lawrence M. (2012). A Universe from Nothing. New York: Free Press. 2012. ISBN 9781451624458. Pagine 226. 9,99 €

A Universe from Nothing

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Non è la prima volta che provo a leggere un libro di cosmologia: il tema non mi appassiona, ma mi dico che è dovere di una persona colta (come aspiro a diventare) cercare di capire i progressi della scienza e della conoscenza anche in campi diversi da quelli che le sono congeniali.

Questa filosofia mi ha spesso portato ad aperture di nuovi orizzonti, ad avventure del pensiero e a esperienze felici, ma non sempre. A volte la stessa filosofia è stato un lasciapassare per la frustrazione.

Ricordo ancora quando – studiavo all’università – volli cimentarmi con La linguistica strutturale di Giulio C. Lepschy. Non esattamente rocket science, come si suol dire.  La 4ª di copertina diceva qualcosa del tipo:

La linguistica strutturale è venuta occupando un posto centrale nella cultura, al punto d’incontro fra scienze esatte e discipline umanistiche. Al rigore dei suoi metodi guardano spesso come a un modello studiosi in campi diversi, dall’antropologia alla storia, dalla logica alla cibernetica alla critica letteraria. Questo è dovuto a un rinnovamento che la linguistica ha operato nelle proprie basi e nei propri metodi, introducendo distinzioni come quelle di sincronia e di diacronia, sintagmatica e paradigmatica, “langue” e “parole”, e interpretando gli elementi linguistici in base alla loro pertinenza rispetto a certe funzioni, che essi possono esercitare in quanto costituiscono un sistema. In questo libro uno specialista presenta al lettore italiano non specialista una rassegna sistematica dei metodi della linguistica strutturale, un esame delle sue varie correnti, e una discussione di alcune più recenti applicazioni.

D’accordo, qualche termine intimidiva (“sincronia e diacronia, sintagmatica e paradigmatica, langue e parole“) ma l’editore ti tranquillizzava (“uno specialista presenta al lettore italiano non specialista”): io ero certo un non specialista ed Einaudi all’epoca era un editore serio. E dunque, avanti. Avanti un corno. Incontrai per la prima volta nella mia vita la sensazione di aver cozzato contro i limiti della mia capacità di comprensione, e dovetti ammettere a me stesso che potevano esserci cose che non capivo e non avrei capito. In un certo senso fu anche un’esperienza tardiva (ero stato fortunato a non avere incontrato questi miei limiti intellettuali più precocemente, come invece mi era avvenuto con quasi tutte le attività sportive e con l’acuità sensoriale) e salutare (conoscere i propri limiti è evidentemente meglio che credersi un superuomo).

Dopo quella disavventura, l’esperienza di incontrare qualcosa che non capivo, o che capivo solo dopo un grande sforzo di applicazione e che comunque avevo la sensazione di non capire fino in fondo (“You don’t understand anything until you learn it more than one way” come ha scritto Marvin Minski) si è presentata molte volte. Soprattutto con la cosmologia e con la fisica. Influendo persino sull’andamento del complesso di Edipo e sulle scelte di studio della mia prole: ma questa è tutta un’altra storia.

Ho affrontato Krauss perché speravo sinceramente che le sue qualità di “divulgatore” mi avrebbero aiutato (avevo letto il suo libro, godibilissimo, su La fisica di Star Trek) ad affrontare un tema che un risvolto affascinante l’ha senz’altro: Why is there something rather than nothing? Perché c’è qualche cosa invece di niente?

Domanda che ha anche un risvolto teologico, evidentemente. Evidentemente, almeno, per noi italiani che ci siamo scontrati con il tomismo fin dai tempi della scuola e, si suppone, i conti con questo modo di ragionare – apparentemente a tenuta ermetica, ma in realtà fragilissimo – li abbiamo fatti da un pezzo. E la presenza di una post-fazione di Richard Dawkins, ormai arruolato full-time a paladino di una visione scientifica e razionalistica del mondo, mi sembrava una garanzia che la risposta alla domanda sarebbe stata, appunto, scientifica e razionalistica.

Sotto questo profilo non sono stato deluso. Ma mentirei se dicessi che ho capito tutto.

Il libro è, in qualche misura, “figlio” di una conferenza-lezione di Lawrence Krauss, ancora una volta introdotta da Richard Dawkins, al meeting 2009 della Atheist Alliance International. Il filmato è stato visto da 1,3 milioni di persone nel momento in cui scrivo. Eccolo qui:

***

Al termine della recensione, alcuni passi del libro che mi sembrano degni di nota. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

[…] data rarely impress people who have decided in advance that something is wrong with the picture. [456: come a dire che, se hai un pregiudizio, non sarà l’evidenza dei dati a farti cambiare idea.]

The pattern of density fluctuations that result after inflation — arising, I should stress, from the quantum fluctuations in otherwise empty space — turns out to be precisely in agreement with the observed pattern of cold spots and hot spots on large scales in the cosmic microwave background radiation. While consistency is not proof, of course, there is an increasing view among cosmologists that, once again, if it walks like a duck and looks like a duck and quacks like a duck, it is probably a duck. And if inflation indeed is responsible for all the small fluctuations in the density of matter and radiation that would later result in the gravitational collapse of matter into galaxies and stars and planets and people, then it can be truly said that we all are here today because of quantum fluctuations in what is essentially nothing. [1374]

Of course, speculations about the future are notoriously difficult. I am writing this, in fact, while at the World Economic Forum in Davos, Switzerland, which is full of economists who invariably predict the behavior of future markets and revise their predictions when they turn out to be horribly wrong. More generally, I find any predictions of the far future, and even the not-so-far future, of science and technology to be even sketchier than those of “the dismal science.” Indeed, whenever I’m asked about the near future of science or what the next big breakthrough will be, I always respond that if I knew, I would be working on it right now! [1602]

I should point out, nevertheless, that even though incomplete data can lead to a false picture, this is far different from the (false) picture obtained by those who choose to ignore empirical data to invent a picture of creation that would otherwise contradict the evidence of reality (young earthers, for example), or those who instead require the existence of something for which there is no observable evidence whatsoever (like divine intelligence) to reconcile their view of creation with their a priori prejudices, or worse still, those who cling to fairy tales about nature that presume the answers before questions can even be asked. [1636]

In this case, the answer to the question, “Why is there something rather than nothing?” will then simply be: “There won’t be for long.” [2470]

Edoardo Nesi – Le nostre vite senza ieri

Nesi, Edoardo (2012). Le nostre vite senza ieri. Milano: Bompiani. 2012. ISBN 9788845269479. Pagine 157. 9,99 €

Le nostre vite senza ieri

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Edoardo Nesi è uno che sa scrivere bene. “Ha una grande facilità di scrittura,” si dice in questi casi. E si dovrebbe dire invece che ha una grande facilità di lettura: perché siamo noi, i lettori, che leggiamo con piacere e leggerezza, e il tempo ci vola via. So nel mio piccolo, e lo immagino per un professionista come Edoardo Nesi, che scrivere è tutt’altro che facile e, nella maggior parte dei casi e delle situazioni, costa tempo e fatica.

Ho già raccontato che ho incontrato Nesi per caso (sembra il nome di un gruppo musicale a cappella, i Nesi per caso ) guardando il documentario di Daniele Vicari Il mio paese. E ho scritto anche che prediligo il Nesi romanziere (quello che ci ha dato il bellissimo L’età dell’oro) rispetto al Nesi non-fiction (quello di Storie della mia gente).

Purtroppo la critica ufficiale non la pensa come me. O forse, come spesso accade, la critica ufficiale non ha il coraggio di dare un premio a uno scrittore che considera non ancora sufficientemente affermato e poi gli attribuisce il premio, anni dopo, per un’opera meno bella. È successo, secondo me, anche per il suo conterraneo Sandro Veronesi (Caos calmo era bello, ma folgorante fu Gli sfiorati, uscito almeno 15 anni prima) e a Maurizio Maggiani (La regina disadorna e Il coraggio del pettirosso sono entrambi molto più belli, secondo me, de Il viaggiatore notturno). Sia come sia, Nesi lo Strega l’ha vinto con Storie della mia gente; un po’ tardivamente, come rileva quasi con stupore lo stesso Nesi:

Il libro è candidato al premio Strega e, dopo più di un anno dalla sua uscita, è improvvisamente resuscitato. [789]

Dopo il Premio Strega tutti si mettono a leggere il libro, che a fine luglio arriva primo in classifica e ci rimane per due settimane. [811]

Il risultato (immagino e temo) sarà stato che la casa editrice avrà premuto per un tempestivo sequel e lo stesso Nesi avrà sentito la necessità interiore di proseguire e completare il discorso avviato con Storie della mia gente. A conferma della mia sensazione ho trovato questa sua anticipazione del nuovo libro sul sito bol.it:

Il libro sarà un diario dell’ultimo, folle anno della mia e delle nostre vite: il tentativo d’illustrare un mondo in cui l’economia pare sfuggire alla logica, gli Stati Uniti d’America rischiano di fallire e l’euro di crollare mentre il nostro Presidente del Consiglio vive i suoi giorni nell’impotenza politica, accusato – con qualche ragione, parrebbe – di reati infamanti. Sarà anche un libro intimo, però, popolato d’un caravanserraglio di personaggi. Presenterò la pars construens di ‘Storia della mia gente’ – nelle mie speranze una sorta di manifesto per il lavoro e per un’economia nuova e forse anche per una nuova Italia di sviluppo e crescita guidati dalla cultura. Un’avventura che a me pare del tutto possibile e persino vicina, e che potrebbe ricordarci i giorni vicini in cui il futuro era per tutti – o quasi tutti – un gran regalo brillante. (Edoardo Nesi)

Date queste premesse, capirete che mi sono avvicinato al nuovo Nesi con un misto di aspettative e sospetti. Ma subito ho avuto una bella sorpresa: il ritorno, per un lungo addio, del vecchio caro Ivo Barrocciai. E poi, come scrive lo stesso Nesi, il futuro:

Ricorda con struggimento il passato solo chi teme il futuro [180]

Al passato, però, vorrei dare l’addio che merita. Chiederò l’aiuto di un carissimo amico che non sento da un po’ di tempo: quel vecchio pirata che m’ha insegnato che, quando si deve lasciare una persona che abbiamo amato, bisogna farci l’amore per l’ultima volta. Meglio che si può.
E poi andare avanti. [183]

Il resto del libro è, come dicevo, più vicino a Storie della mia gente che a L’età dell’oro, e forse non poteva essere altrimenti. E poi, avendo appena letto Reality Hunger di David Shields non posso non notare che Edoardo Nesi ha saputo cogliere ante litteram, o quasi, questa interessante tendenza verso il memoir. Il che non significa però che – come già era accaduto con Storie della mia gente – io sia completamente d’accordo con tutte le analisi e le proposte.

In molti momenti lo sento molto vicino a me, Edoardo Nesi – che ha una dozzina d’anni di meno: anche nelle invettive e nelle speranze frustrate, ma mai come quando parla di La vita è meravigliosa, un film che adoro e che anch’io – giuro che è vero – vado a cercare sui canali televisivi ogni notte di Natale.

E non resisto neppure ora:

Prima di terminare la mia recensione e di passare al consueto florilegio di citazioni dal libro, vorrei fare a Nesi 2 appunti di uso linguistico (sommessamente, perché i miei panni non li lavo né in Arno né in Bisenzio, ma al massimo a Po o nel Tevere):

  1. Nesi usa (ben 3 volte in questo libro) il verbo vagellare, che sono dovuto andare a trovare nel Vocabolario Treccani, che lo dice equivalente a vacillare, ma toscano o letterario (e, aggiungo io, anche un po’ lezioso):
    1. Vacillare, tremare, non essere fermo e sicuro come di norma: la testa le vagellava talmente, da sentir bisogno di appoggiarsi al muro (Capuana); sudava freddo, si agitava un po’ su la seggiola, l’occhio gli vagellava (Pirandello).
    2. Vaneggiare, delirare, farneticare (per febbre, passione, pazzia, fissazione): il malato vagellava; anche con gli usi estensivi di vaneggiare (sragionare, parlare a vanvera, pensare o dire cose assurde e strane, ecc.): O io vagello sempre colla testa, O qui vanno i dementi a processione (Giusti); tu vagelli, caro mio!
  2. La mia seconda obiezione è più difficile da mettere a fuoco. Nesi usa “si avvia” dove io userei “ci si avvia”. Ad esempio, scrive Nesi: «Si avvia a dibattere apertamente della possibilità di fallimento del nostro paese …». E ancora: «… ecco che siamo già in città, e si avvia a divincolarci dal traffico». Di nuovo, e per me particolarmente stridente (e non solo perché sono interista): «… e bisogna resistere agli attacchi del Real Madrid, che non è certo venuto a Milano per perdere, e di colpo si avvia a soffrire perché si ha paura di prendere gol alla fine …». Infine: «Si avvia a scambiarci le prime spallate sgarbate …».
    Qui il Vocabolario Treccani aiuta poco, perché fa esempi tutti all’infinito:
    «Come rifl. o intr. pron., avviarsi, mettersi in cammino, dirigersi verso un luogo per raggiungerlo: avviarsi a casa, verso la stazione; finita la partita, il pubblico s’avviò verso l’uscita; e in senso fig., avviarsi verso una meta ambiziosa, verso la propria rovina. Anche assol.: sarà l’ora di avviarsi; io intanto m’avvio; di meccanismi, mettersi in moto: il motore stentava ad avviarsi. Fig., essere prossimo a fare una cosa, essere sul punto di: era una borgata molto popolosa, che s’avviava a diventare città; la minestra s’avvia a bollire; con questo sign., anche senza la particella pron.: pare che il tempo avvii a piovere».

***

Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra.
Primo Levi [49: è la citazione con cui il libro si apre e la sottoscrivo in pieno, sentendo di avere perso da qualche mese proprio questo privilegio di pochi]

[…] una regione dal passato illustre e dal presente residuale […] [115: lo dice dell’Europa del sud]

[…] la certezza d’aver scampato un male maggiore svanisce sempre in un attimo di fronte all’ineluttabilità di un male minore. [273]

Sarà di accorgermi come imprese un tempo semplici possano diventare da un giorno all’altro prima complesse, poi molto complesse e infine del tutto impossibili. [577]

Noi che ci siamo accomodati a vivere a Pottersville, mentre i nostri figli ci sono solo nati. [648]

Perché, perso il Sogno Americano, non ne avremo altri, e ci troveremo impauriti e impoveriti e questuanti in un’Europa grande e gelida che non ci capisce e ci sopporta a stento, costretti a vivere in un’epoca durissima in cui ogni nostro diritto diventa un costo […] [761]

E riguardo alle infrastrutture, anche senza voler considerare il loro costo astronomico, il tempo infinito necessario per costruirle e il branco di lupi famelici che tradizionalmente gli si aduna intorno, il loro impatto sul sistema economico è grande se i territori in cui si realizzano ne sono sprovvisti, ma diventa invece molto meno significativo su un territorio già largamente infrastrutturato come quello italiano. [1189]

Chi è debole non vuole decrescere, mai. Un disoccupato non vuole decrescere. Un anziano non vuole decrescere, perché conosce bene, meglio di tutti, l’essenza stessa del decrescere, e cioè il dolente calare di ogni cosa sua. [1266]

[…] io sogno il progresso, maledizione, questa parola desueta e potentissima – e col progresso il gran rimescolar delle carte della vita, la cancellazione dei privilegi immeritati ottenuta non mediante l’oscena piallatura ed equalizzazione dei destini, ma attraverso lo scatenarsi libero e vitale delle capacità di chi merita e non ha, ed è tenuto dalla vita ingiusta a ringhiare alla catena. [1286]

Credetemi, è impossibile riuscire a percepire la profondità della crisi abbeverandosi ai dati statistici aggregati che vengono sparati ogni giorno dal caravanserraglio dei mezzi d’informazione, rifacendosi allo sterile balletto di percentuali dell’esattezza delle quali a nessuno verrà chiesto di rendere conto. Impossibile raccontare coi numeri lo scoramento del presente, lo stagnare delle iniziative, lo sconcerto per il futuro, il languore avvelenato e intossicante del ricordo d’un passato perduto, la depressione silenziosa che sembra essersi impossessata del paese. [1334: e qui non posso essere d’accordo, non del tutto almeno, io che mi guadagno la vita cercando di dare conto di come va il mondo e il Paese proprio con i dati statistici …]

Non abbiamo bisogno di aziende più grandi, in Italia e in tutta l’Europa del sud, ma di più aziende nuove. [1390]

Funzionerà se saremo capaci di investire in un’idea grande, se saremo capaci di comportarci come quei padri e quelle madri che capiscono che l’unico modo per aiutare davvero i loro figli e le loro figlie è dargli fiducia prima che la meritino, nella speranza fervida che un giorno la meritino, nella certezza che la meriteranno. [1513]

Piazza della Loggia

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974

antiwarsongs.org

Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).

Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:

Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato. Lo stesso terrorismo di stato. Che colpisce, stavolta, non in un luogo “di passaggio”, come nella strage precedente ed in quelle che seguiranno (una banca, un treno, una stazione), ma nella Piazza.
La Piazza.
Tempio della politica e dell’azione, dell’assemblea e della parola. Quella piazza che Giorgio Gaber contrapponeva come scelta della sua generazione alla casa e alla coppia sposata, la piazza “unica salvezza” per una generazione imperdonabile che rifiutava la dimensione privata e borghese della famiglia e le imputava anzi la colpa di tenere le persone lontane “dalla lotta, dal dolore e dalle bombe”. Quell’ordigno nascosto in un cestino dei rifiuti colpì al cuore un’intera generazione in ciò che di più intimo e pubblico nel medesimo tempo aveva al mondo.
È la mattina del 28 maggio 1974. In Piazza della Loggia, cuore storico della città di Brescia, si sta svolgendo una manifestazione organizzata dal Comitato Permanente Antifascista bresciano per protestare contro la violenza dei gruppi della destra radicale. Sta parlando il sindacalista della CGIL Castrezzati. Proprio mentre il sindacalista sta parlando della strage di Piazza Fontana di quattro anni e mezzo prima, si sente uno scoppio. Nell’agghiacciante registrazione della manifestazione, un documento sonoro che chiunque ricordi quegli anni porterà per sempre dentro (fosse stato pure un ragazzino di undici anni, come io ero allora), si sente la voce di Castrezzati che parla; lo scoppio; ancora Castrezzati, che con voce rotta grida “Compagni! State Calmi! Lavoratori! Tutti al centro della piazza!”. Sul selciato, tra i brandelli delle bandiere rossi, restano i corpi dilaniati di otto persone, delle quali vogliamo ricordare il nome.
Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Clementina Calzari Trabeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trabeschi (marito di Clementina), Vittorio Zambarda. Rimangono ferite in modo più o meno grave altre 103 persone.

Da allora, per chi era lì quella mattina, Piazza della Loggia resterà sempre squarciata dai corpi ammucchiati, dalle bandiere rosse come il sangue stese a terra per coprire l’orrore, dal fumo e dalla confusione, dall’odore acre di polvere e carne bruciata. Da allora sarà “la piazza lavata”, dacché qualcuno diede ordine ai pompieri di spazzarla con gli idranti cancellando ogni indizio per rivestirla al cospetto dei nuovi giorni. Non riuscirà mai a riprendere le sue funzioni di mercato al sabato, di fermata degli autobus, di snodo del centro storico: la sua condizione fondamentale sarà quella di piazza ferita, solo per gli occhi disattenti “lavata” e acconciata per le futilità quotidiane. “Loro – quei corpi straziati – ci sono anche se non vogliamo guardare” (Mario Rigoni Stern).
A differenza di quella di Piazza Fontana, la strage di Brescia non ha avuto, a quanto mi è noto, grandissimo eco nella canzone d’autore e popolare. Con un’unica, importantissima eccezione: “Ringhera” di Ivan della Mea. L’intera seconda parte della lunghissima cantata in dialetto milanese è dedicata alla strage, seguendo le vicende di una delle sue vittime (non so dire, onestamente, se basate su una reale corrispondenza, oppure se frutto della fantasia interpretativa dell’autore; ed al riguardo mi piacerebbe ovviamente avere notizie più precise).
Tempo fa (esattamente il 28 ottobre 2004) ebbi modo di presentare “Ringhera” sul newsgroup it.fan.musica,guccini e sulla mailing list “Brigata Lolli”, vale a dire gli stessi luoghi dove sto inserendo questa cosa sulle canzoni e le stragi di stato. Si trattava della prima volta in cui il testo della cantata di Ivan della Mea veniva presentato in rete. Ritengo opportuno ripetere la presentazione che ne feci allora, sfrondata dalle parti appropriate per il suo inserimento nel sito delle “Canzoni contro la guerra”.
*
“Ringhera” è una lunga cantata di lotta, la storia del nostro paese dal fascismo alla guerra di Spagna, dal duro dopoguerra alle stragi di stato e alle bombe fasciste vista attraverso le vicende di un ragazzo e di una ragazza “di ringhiera” milanese. Un affresco totale di una storia di lotte, di sopraffazioni e di morte (la cantata si chiude infatti con la morte della donna il 28 maggio 1974, nella strage di Piazza della Loggia a Brescia). Una storia di guerra e di lotta continua, quindi; una storia militante che, va da sé, si è sempre e necessariamente confusa con la lotta contro la guerra imperialista e contro la violenza delle classi dominanti.
“Ringhera” è a mio parere una delle massime cantate in lingua italiana. Ciononostante, in rete mi è stato assolutamente impossibile reperirne il testo completo. Ho dovuto quindi trascriverla all’ascolto […]
“Ringhera”, tratta dall’album omonimo di Ivan della Mea (del 1974), è senza dubbio una delle composizioni più autenticamente epiche di tutta la canzone d’autore italiana; e ve la annovero volentieri tra le principali in assoluto […]. Un’occasione per vederne il testo, per chi già la conosce, e di conoscerla per chi non ne ha mai sentito parlare.
E’ l’epopea, forse, di una classe, di un paese e di una città intera, Milano, quella Milano che voglio non vedere mai morta e sempre rinascere con quello che veramente è nel profondo, e che ho imparato nel tempo ad amare. Anche grazie al lucchese Della Mea. E’ la storia di questo paese dal fascismo alla Resistenza, dal dopoguerra alle stragi di stato. E’ la storia di una città operaia vista dalla parte della “Ringhera”, le case di ringhiera della Milano popolare (ed ora, spesso, trasformate in abitazioni da “fighettume” di merda…), la cui gente assurge a simbolo di tutti coloro che hanno lottato e che non si sono mai arresi.
E’ la storia di un uomo e di una donna che cade vittima di una strage fascista, quella di Brescia del 28 maggio 1974. Una di quelle stragi che vorrebbero farci dimenticare, non sapendo che qualcuno ci sarà sempre a tenere accesa la memoria. Voglio essere e sono uno di queste persone. Non intendo abdicare mai. Ora e sempre non solo Resistenza: ora e sempre memoria.
Il testo di “Ringhera” è composito e suddiviso in parti ben precise: Un’introduzione, una prima parte dedicata alla vicenda della Guerra di Spagna e una seconda dedicata alla strage di Brescia. E’ in milanese inframezzato con frequenti parti in italiano (e un ritornello in spagnolo, ripreso dal “Quinto regimiento”). Non ritengo opportuno inserire una traduzione per la comprensione abbastanza agevole del testo.

Ho già “postato” (affisso, si dovrebbe dire?) su questo blog il testo e la registrazione di Ringhera commemorando la morte di Ivan Della Mea: Ma è meglio per tutti se la riporto di nuovo.

“El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.

El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.

La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”

L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.

E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.

El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.

Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.

Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.

L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.

E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera

A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera

di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…”
“El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.

E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa

a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.

Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.

E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra! “

Robert Doisneau – Le Baiser de l’hôtel de ville

Oggi ricorre il centenario della nascita di Robert Doisneau (nato il 14 aprile 1912, morto a pochi giorni dal suo 82º compleanno, il 1º aprile 1994, a Montrouge: questo lo scrivo per Il barbarico re).

Anche Google gli dedica il suo doodle.

La sua foto (forse) più famosa è quella che vedete qui sotto, Le Baiser de l’hôtel de ville.

Come vedete, rappresenta una giovane coppia che si bacia su un marciapiede affollato di passanti, davanti ai tavolini (di zinco?) della terrasse di un caffè, con in secondo piano un tipico palo di lampione parigino (quello che, proverbialmente, gli ubriachi usano per sostegno e non per illuminazione) e sullo sfondo, annebbiato e fuori fuoco, l’Hôtel de Ville.

Le Baiser de l'hôtel de ville

people.uncw.edu

Una foto che è diventata un’icona della Parigi idealtipica, quella che ognuno di noi ha in mente anche prima di essere andato a Parigi o senza esserci mai stato. Quando ne fu realizzato un poster, nel 1996, vendette 410.000 esemplari.

La foto ci sembra anche del tutto rappresentativa della filosofia di Doisneau, che scrisse:

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.

Infine, la foto è anche diventata un’icona della spontaneità: quella degli amanti che si baciano dimentichi di tutto e di tutti, e quella del fotografo capace di cogliere un istante in un’inquadratura …

Bene, almeno quest’ultima cosa è falsa, o almeno non è del tutto vera. Indubbiamente, la foto esprime un’intuizione creativa folgorante. Ma non è il frutto di un momento di serendipità, ma il risultato di una posa. Doisneau stava realizzando un servizio per la rivista americana Life e chiese l’aiuto di una studentessa di teatro, Françoise Bornet e del suo ragazzo, Jacques Carteaud. L’identità dei due era ignota allo stesso Doisneau e i due si separarono poco dopo. Così la veridica istoria dello scatto restò sconosciuta per molti anni.

Nel 1992 una coppia (Denise e Jean-Louis Lavergne) si presentò alla televisione francese rivendicando di essere quella rappresentata nella foto, e denunciando Doisneau per averli fotografati senza il loro permesso.

Fu allora, che in un’intervista, il fotografo fu costretto a fare a pezzi le illusioni dei romantici di tutto il mondo, dichiarando: «Non avrei mai osato fare una foto così senza chiedere il permesso: raramente la gente che si bacia per strada è una coppia regolare».

Soltanto allora, dopo oltre 40 anni, Françoise Bornet riemerse dall’oscurità e andò a trovare Doisneau, portando con sé la copia della stampa, timbrata e autografata, che il fotografo le aveva inviato pochi giorno dopo averla sviluppata. È questa la stampa battuta nel 2005 per 125.000 € dalla casa d’aste parigina Artcurial Briest-Poulain-Le Fur (lo racconta BBCNews in un articolo del 25 aprile 2005, Classic Kiss shot sold at auction).

Quanto al protagonista maschile, Jacques Carteaud, dopo aver abbandonato la Bornet e la carriera teatrale, divenne viticultore. Ce lo racconta il Corriere della sera in un articolo dell’8 gennaio 1993 (Doisneau: ora quel celebre “Bacio” ha un nome), che ci rivela anche che l’uomo con il basco subito alle spalle della coppia che si bacia – altra icona della francesità, l’uomo con il basco – è in realtà un irlandese.

Trago

Uno pensa – avendo superato l’età del liceo ed essendo appassionato cultore delle parole, del loro significato e della loro origine – che l’incontro con parole mai sentite prima sia un evento rarissimo. E invece non è così: ieri ho incontrato il trago. E pensare che ne avevo addosso 2, senza averlo mai appreso. Sono entrato anch’io nel club di “quelli che … a loro insaputa,” come direbbe Enzo Jannacci.

Secondo il Vocabolario Treccani:

In anatomia, sporgenza triangolare del padiglione auricolare dell’uomo e dei mammiferi, situata anteriormente al meato acustico esterno.

Trago

wikipedia.org

Gray's Ear

wikipedia.org

A questo punto, verrebbe logico pensare che l’aggettivo derivato dal sostantivo trago sia tragico: “peli tragici: i peletti che crescono sul trago di maschi, dopo una certa età.” Ha un suo perché, non vi pare?

Invece no. Secondo Wikipedia:

Il trago è un’eminenza rettangolare, dal quale spesso prendono origine dei peli detti “tragi”, posta al di sotto dell’origine dell’elice, al davanti della conca e del condotto uditivo esterno, che nasconde e protegge.

Peli tragi, dunque, nulla di tragico. Oppure no?

No, perché l’etimologia di trago è la stessa di tragedia: attraverso il latino, dal greco τράγος, parola dai numerosi significati “tra cui quello di «capro», in rapporto semantico non sempre chiaro,” come chiarisce ancora una volta il Vocabolario Treccani. Così, abbiamo però l’aggettivo intertràgico, composto di inter- e trago, che non è riferito alle performance della mia squadra del cuore ma, in anatomia, all’incisura che nel padiglione dell’orecchio delimita l’antitrago dal trago, e il sostantivo tràġion (o tràghion) che è, in antropometria, il punto craniometrico corrispondente all’incrocio della tangente condotta lungo il margine anteriore con quella condotta lungo il margine superiore del trago.

tragion

designingforhumans.com

ilNichilista

La Federazione Editori Musicali ha arruolato artisti del calibro di Roberto Vecchioni, Enrico Ruggeri, Gino Paoli e altri (età media 63 anni, nota un commentatore su YouTube) per l’ennesimo spot contro la pirateria digitale. Eccolo:

Diverse affermazioni mi sembrano contestabili, false, incomplete o controproducenti. Provo a spiegare perché, una a una:

«In tutto il mondo si sta discutendo di come regolamentare la diffusione di contenuti su Internet.»
Vero, ma perché interessa alle lobby dell’intrattenimento, che premono da anni per norme più stringenti contro la pirateria online. Non mi risulta che tutto il mondo discuta del fatto che circa un miliardo di cittadini digitali già subisce una qualche forma di filtraggio dei contenuti online. O della possibilità concessa alle aziende occidentali di fare profitti per 5 miliardi di dollari vendendo strumenti di sorveglianza digitale a regimi autoritari che li utilizzano per identificare e uccidere i dissidenti. Sarà questione di punti di…

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Statistici per caso

Gli statistici sono considerati, non del tutto immeritatamente, persone noiose. Secondo un prezioso libretto pubblicato alcuni anni fa da Statistics Denmark [Hermann, Anne ed. StatisTics. Copenhagen: Statistics Denmark. 2005):

A statistician is … someone who doesn’t have the personality to be an accountant. [Unknown]

Nondimeno, anche gli statistici hanno le loro mitologie, i loro padri fondatori, i loro grandi uomini.

Uno di questi è lo statistico inglese George E. P. Box (le iniziali stanno per Edward Pelham), nato il 18 ottobre 1919 e (a quanto mi risulta) tuttora vivente. Se parlassi dei suoi contributi alla scienza statistica vi annoierei certamente. Ma Box è famoso anche al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, per avere scritto un frase profondissima nella sua apparente scanzonatezza:

Essentially, all models are wrong, but some are useful [Box, George E. P.; Norman R. Draper (1987). Empirical Model-Building and Response Surfaces, Wiley, p. 424]

George E. P. Box

wikipedia.org

Non che Box avesse mostrato fin dai tempi della scuola una spiccata vocazione per la statistica. Allo scoppio della 2ª guerra mondiale era studente di chimica, ma si arruolò volontario ed entrò nel genio. Come divenne statistico è lui stesso a raccontarlo, in un articolo scritto 70 anni dopo e intitolato, appunto, An Accidental Statistician:

[…] I was moved to a highly secret experimental station in the south of England. At the time they were bombing London every night and our job was to help to find out what to do if, one night, they used poisonous gas.
Some of England’s best scientists were there. There were a lot of experiments with small animals, I was a lab assistant making biochemical determinations, my boss was a professor of physiology dressed up as a colonel, and I was dressed up as a staff sergeant.
The results I was getting were very variable and I told my colonel that what we really needed was a statistician.
He said “we can’t get one, what do you know about it?” I said “Nothing, I once tried to read a book about it by someone called R. A. Fisher but I didn’t understand it”. He said “You’ve read the book so you better do it”, so I said, “Yes sir”.

Ma il caso non aveva ancora finito di giocare con Box, e di fargli incontrare i più grandi statistici dell’epoca: ancora dopo la guerra i suoi superiori la mandano a Cambridge a sottoporre un problema statistico a Ronald A Fisher.

Ronald Fisher

wikipedia.org

Dopo la guerra si lauera all’University College di Londra con Egon S.  Pearson.

Egon Pearson

swlearning.com

Nel 1956 John Tukey lo invita a Princeton per formare e dirigere lo Statistical Techniques Research Group (STRG).

John Tukey

wikipedia.org

Per complicare l’albero genealogico della statistica del 20º secolo, Box sposò la seconda delle 5 figlie di Ronald A Fisher (autrice anche di una biografia del padre, R.A. Fisher: The Life of a Scientist).

Joan Fisher Box

amazon.com

Egon Sharpe Pearson