Il maiale, la scolastica e i metadati (8)

Leggendo un romanzo che recensirò tra breve, mi è tornato alla mente un brano che ricordavo abbastanza precisamente, e che avevo letto anni fa su un bellissimo e memorabile saggio di Marco d’Eramo. Soltanto la pigrizia mi aveva trattenuto dal ricercarlo (è quando cerchi su un libro di carta che apprezzi la rapidità – e la pulizia, se il libro è vecchiotto e polveroso – della ricerca informatica su un testo digitale) e dal condividerlo con voi (il che ha implicato un lavoretto di trascrizione, che non vi farò pesare più di tanto).

Ma andiamo con ordine. Il tema è ancora una volta quello dei metadati, su cui stiamo conducendo una lacunosa riflessione. Le precedenti puntate le trovate qui: ink: prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta e settima.

Il libro di Marco d’Eramo è questo: Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro. Milano: Feltrinelli. 1995 (ma io faccio riferimento all’edizione che ho, che è la prima nell’Universale economica, del 1999).

Una piccola digressione: in un post di ieri attribuivo ad AD il merito di avermi fatto amare, se non conoscere, Astor Piazzolla. E oggi mi accorgo, vedi la coincidenza, che le va ascritto anche il merito di avermi fatto apprezzare questo libro, che è stato un suo regalo.

Il maiale e il grattacielo

anobii.com

Marco d’Eramo ci sta spiegando la trasformazione di Chicago, da capitale della manifattura agro-alimentare a capitale del commercio agro-alimentare e della sua finanza. Ma ci spiega che al tempo stesso questo processo ridefinisce il modo di pensare alle merci, attraverso la standardizzazione, e la natura delle merci stesse. È un passo che ci fa toccare con mano l’immane potenza dell’astrazione – per parafrasare Hegel – e le conseguenze materiali che un processo che apparentemente avviene tutto nel pensiero ha sulla realtà immediata.Tra i maestri di Marco d’Eramo, oltre a Bourdieu, c’è evidentemente anche Marx. L’astrazione di cui vediamo la potenza è quella della standardizzazione – un’ossessione americana – ma è anche quella dei metadati, che definendo le categorie concettuali ridefiniscono la realtà. È un tema che in continuazione si ripropone ai nostri occhi: ad esempio, tutte le volte che un intervento normativo o di regolazione retroagisce sul quadro delle “convenienze” e delle “opportunità” e, per questa via, sulla struttura produttiva ed economica. La drammatica crisi che stiamo attraversando è anche, anzi forse è soprattutto, una crisi non dei soggetti economici e sociali, ma dell’ecosistema in cui essi si muovono.

levoni.it

Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Facciamo parlare Marco d’Eramo:

Il commercio di prodotti agricoli e dei loro futures ha fatto la grandezza di Chicago, l’ha plasmata. Nel frattempo ha modificato i prodotti agricoli stessi, ha “ridefinito” i buoi, i manzi, il grano, il legname. Uno dei problemi con i contratti in avanti è che bisogna avere ben chiari gli standard della merce futura da vendere e comprare. Quale qualità di grano, quale percentuale di umidità, quale deviazione dalla media è consentita. Per poterla vendere come se fosse denaro, bisogna che la merce stessa sia scambiabile ed equivalente.

Se non c’è standardizzazione non c’è mercato dei futures e, a sua volta, il mercato dei futures può vendere e comprare solo beni standardizzati. E il mercato dei futures rappresenta solo la forma finanziaria per cui nelle società opulente la merce-cibo è disponibile sempre, ovunque, nei supermercati, con qualità controllabili, con caratteristiche paragonabili. Non ci si stanca mai di riflettere sulla potenza dispiegata dalla standardizzazione, sui meccanismi che essa è in grado di generare, dalle prese dei telefoni che funzionano solo se sono tutte uguali, alle viti e ai bulloni che compriamo indifferentemente da un ferramenta o da un altro perché sappiamo che passo e calibri sono standardizzati, intercambiabili. In tutto l’immenso territorio degli Stati Uniti, camper e roulotte possono attingere acqua in tutti campeggi perché prese e bocchettoni sono uniformi. Nathan Rosenberg ha mostrato come nel 1800 la standardizzazione sia stata il fulcro dell’innovazione tecnologica creando l’industria delle macchine utensili. A contrario, chi oggi usa il computer sa quali guai crei la mancanza di uno standard comune nel software.

Perché sia possibile un mercato dei futures agricoli, il singolo contratto deve essere il più determinato possibile: va stabilito quando si può contrattare, quali sono i minimi limiti di oscillazione, quando la data di consegna, quale l’esposizione massima, qual è l’unità da scambiare. Nel caso di beni già immateriali come le monete, è facile determinare le caratteristiche della “partita”: una sterlina inglese è uguale a un’altra sterlina. Ma quando si comprano manzi o maiali, come si fa a essere sicuri della quantità e qualità della merce che si compra? Ci si premunisce esigendo criteri uniformi di qualità, quantità, peso, volume…, anche se nel mondo delle macchine, degli utensili e delle monete la standardizzazione sembra più naturale, più intrinseca, in quanto questi strumenti sono artificiali, pensati per essere standard. Molto di più colpisce la standardizzazione in una gallina, un uovo, un vitello, un porcellino o una qualità di grano.

Niente è lasciato al caso. A questo scopo, si deve stabilire che il bovino vivo (live cattle, unità di 40.000 lb, circa 18 tonnellate) deve essere composto da animali ognuno di 1.050-1.200 libbre (480-540 chili) di peso medio, con un massimo di deviazione individuale di 100 libbre. Nei futures del legname si stabilisce per l’unità (4.400 metri cubi) un massimo di umidità del 19%; il legno deve essere tagliato in assi rettangolari, legato con nastri d’acciaio, avvolto in carta, in pacchi di assi di lunghezza omogenea non minore di 2,4 e non più lunga di 6 metri, soddisfacente i criteri federali per il legno da costruzione, proveniente solo dai seguenti stati Usa e province canadesi – California, Idaho, Montana, Nevada, Oregon, Washington, Wyoming, British Columbia e Alberta – e così via con altre definizioni.

Ma il primo passo in assoluto è creare una discontinuità, stabilire un criterio discontinuo di classificazione che istituisca un numero limitato di qualità per ogni prodotto, mettiamo cinque e solo cinque qualità diverse di carote, ordinate in modo che la qualità 1 sia la più a buon mercato e la qualità 5 sia la più cara. Creare queste qualità, nominare questi tipi diversi di carota, è un’operazione commerciale ma è anche – senza scherzi – un’operazione epistemologica

In natura infatti non crescono carote tutti uguali di qualità 1 o pere tutte uguali di qualità 2, ma carote, pere e frutti di sapori, qualità e misure diverse, anche se simili, che l’uomo raggruppa arbitrariamente sotto un unico nome. Per esempio, nel grano, le diverse specie si differenziano in modo quasi continuo, con scatti lievissimi per dimensioni dei chicchi, tenore di umidità, consistenza, colore e potere nutritivo della farina prodotta. A questa scala continua di beni che la natura ci porge, perché essi diventino merce scambiabile in astratto, su carta, il mercante di futures deve sostituire una graduatoria discontinua di limitate qualità diverse: qualità 1, 2, 3…

Queste qualità definiscono una zona, un’area in cui sono raggruppati grani diversi che poi vengono tutti catalogati con lo stesso nome. Due grani molto simili possono trovarsi in qualità diverse perché vicini al limite tra le qualità, come paesi contigui in nazioni diverse perché sulla frontiera. Ora, non conviene coltivare specie della qualità bassa vicino al limite con la qualità alta; meglio coltivare specie situate verso il basso della qualità alta, che rende di più. La definizione interviene così nella selezione delle specie, favorendo sempre le specie situate verso il basso delle qualità superiori e sfavorendo le specie situate verso l’alto delle qualità inferiori. Intere varietà situate in queste zone sfavorite scompariranno, a causa di una definizione originariamente arbitraria.

Definire per esempio cinque e solo cinque tipi di mele farà sì che le mele prodotte saranno tutte di cinque e non più di cinque tipi. Senza saperlo, il mercato dei futures affronta e risolve a modo suo la discussione medievale sugli universali, il dibattito tra nominalisti e realisti, quando gli scolastici cercarono di risolvere il dilemma se i nomi delle cose sono pura convenzione, alito di voce, o se le idee corrispondano alla realtà oggettiva di ciò di cui esse sono l’idea, o se ancora esse hanno una realtà propria indipendente da noi che le pensiamo e dagli oggetti che vediamo. Per vendere e comprare un bue-futuro, il mercato deve definire “il bue ideale”, “l’idea di bue”. Una volta definita quest’idea, fissato lo standard, la realtà del bue allevato deve adeguarvisi, altrimenti non trova mercato. Negli Stati Uniti ogni anno migliaia di tonnellate di mele sono buttate perché di dimensioni inferiori di qualche millimetro a quelle fissate dagli standard ufficiali. Qui, per quanto all’inizio derivi da una pura convenzione arbitraria, il nome della cosa produce la sua cosa. Non solo. Esso ne definisce l’essenza, la quidditas, e perciò esclude dalla sua sostanza tutto ciò che non rientra nella definizione. Nel mercato dei futures di manzo non è definito il sapore della bistecca, come nei futures delle mele non è definito il sapore, ma solo la varietà, la dimensione, il colore. Quindi la quidditas della mela, la “melità” è definita dal colore, dalla consistenza, dalla dimensione, più in generale dalla forma, ma non dal sapore. E se il sapore è troppo “definito”, esso si scosta dalla norma. Meglio un non sapore che un sapore troppo preciso. Quella stessa definizione che si disinteressa del sapore della cosa tende a produrre cose senza sapore.

Ecco perché nei supermercati le galline sono tutte uguali, le mele hanno identiche dimensioni, le arance hanno indistinguibili colori. E nulla ha sapore. Per poter essere sottomessa al mercato dei futures. Perché i signori di Chicago (e New York, e Hong Kong, e Londra, e Singapore) possano scommetterci, puntarci, non nelle bische clandestine, come i comuni mortali, ma nei grandi templi del denaro, nel “culpii”, come li chiama Oipaz, il protagonista del bellissimo romanzo dello storico inglese Edward Thompson. [pp. 41-44]

Colore e qualità delle mele dell'Alto Adige

freshplaza.it

4 Risposte to “Il maiale, la scolastica e i metadati (8)”

  1. China Miéville – Railsea « Sbagliando s'impera Says:

    […] è il libro che, come dicevo, ha vinto la mia ritrosia a cercare e riprodurre un passo da Il maiale e il grattacielo di […]

  2. Upton Sinclair – The Jungle « Sbagliando s'impera Says:

    […] parte di AD del bel saggio di Marco D’Eramo, Il maiale e il grattacielo (ne abbiamo parlato qui), proseguita lo scorso settembre con la mia visita di quella città (dove ho visto più grattacieli […]

  3. Gli ultimi uomini e la caduta degli dei « Sbagliando s'impera Says:

    […] dunque per prima cosa di collocare i visitatori all’interno del loro sistema di credenze e di categorie: sono umani come noi? che cosa sono venuti a fare qui? sono gli esseri immortali che vivono in […]

  4. Philip Ball – Curiosity: How Science Became Interested in Everything | Sbagliando s'impera Says:

    […] o scrivere “formalmente” in basic English (un’altra delle manie americane di catalogare tutto) o in italiano-base? Cedere o no al rituale di strutturare didatticamente il testo: presentazione […]


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