Meriterebbe di essere più famoso, se non più popolare, Leoš Janáček, compositore ceco nato a Hukvaldy in Moravia il 3 luglio 1854 (e morto a Ostrava il 12 agosto 1928). Invece, anche per chi ama la musica classica, è facilmente collocato al terzo posto di un’ipotetica classifica dei compositori cechi dell’Ottocento più famosi: al primo posto si piazza certamente Antonín Dvořák (famoso per la Sinfonia dal nuovo mondo e forse anche per i due cicli di Danze slave) e al secondo probabilmente Bedřich Smetana – che pure era più vecchio di una generazione – per il poema sinfonico Má vlast (“La mia patria”), una specie di colonna sonora di ogni visita a Praga che si rispetti.
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Eppure Janáček avrebbe più di un motivo per essere più famoso di quello che è. Cominciamo dalla biografia: fu introdotto dal padre, maestro elementare e musicista dilettante, ai primi rudimenti della musica. Ma era povero e dovette studiare anche lui da maestro in un seminario di Brno. Continuò però a studiare musica da autodidatta: non potendosi permettere uno strumento, usava una tastiera di cartone che si era costruito da solo. Riuscì comunque a fare il musicista insegnando musica all’istituto magistrale di Brno, dove conobbe la figlia del direttore, Zdenka Schulzová, che sposò nel 1881 e cui dedicò il Tema con variazioni per piano in si bemolle (Variazioni Zdenka). Non fu un matrimonio felice: nel 1890 morì suo figlio Vladimir e nel 1903 l’amatissima figlia Olga. L’anno successivo conobbe Kamila Urválková, di cui s’innamorò senza conseguenze durature sul matrimonio con Zdenka Schulzová. Non così fu per la storia d’amore con la cantante Gabriela Horváthová nel 1916: Zdenka tentò il suicidio e i due “divorziarono” di fatto, anche se non legalmente. L’anno successivo, a 63 anni, l’incontro decisivo di Leoš con Kamila Stösslová, una giovane donna sposata di 38 anni più giovane di lui. Leoš ne fu ossessionato, al punto di scriverle 730 lettere d’amore – pare non ricambiato (passarono 10 anni prima che, rispondendo a una lettera di Leoš, si firmasse tua Kamila – naturalmente la “separata in casa” Zdenka trovò la lettera e gli fece una delle sue memorabili scenate).
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Difficile sottovalutare l’importanza di Leoš Janáček come musicista, ma non penso sia questa la sede per farlo. Mi limiterò a dire che fu un etno-musicologo ante litteram: le sue ricerche lo impegnarono particolarmente tra il 1888 e il 1909.
Almeno 2 – tra le tante – le opere di Janáček che dovreste conoscere.
La prima è la sua Sinfonietta che qui potete ascoltare nella versione di riferimento, quella della Orchestra filarmonica ceca diretta da Karel Ancerl:
Dovreste conoscerla, almeno per 2 motivi:
Il primo è che il tema iniziale, la fanfara, è utilizzato nel brano Knife Edge che compare nell’album di esordio di Emerson, Lake & Palmer (è forse il brano più famoso del disco, a parte Lucky Man). Oltre a Janáček Emerson (intorno a 5’00” in questa versione) suona anche un pezzo della Suite francese in re minore BWV 812 di Johann Sebastian Bach. Qui ascoltiamo una versione dal vivo registrata il 31 dicembre 1970 al Beat Club:
Il secondo è che la Sinfonietta di Janáček è, praticamente, la colonna sonora del bellissimo romanzo di Murakami Haruki 1Q84.
Ma la seconda opera da conoscere – se vi ha incuriosito la strana e straziante storia d’amore epistolare tra Leoš e Kamila – è il Quartetto per archi n. 2 “Lettere intime” (fu lo stesso Janáček a dargli questo nome), scritto nel 1928
Frans de Waal – probabilmente il più grande primatologo vivente – riproduce in questo breve filmato un esperimento fatto da lui e dai suoi collaboratori più di 10 anni fa.
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A due scimmie cappuccine, esposte per la prima volta a questo esperimento, viene dato un semplice compito: restituire un sasso che la sperimentratrice le ha dato. Se lo fa (e lo fa con grande facilità) riceve un premio una fettina di cetriolo.
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Fin qui tutto bene: nella prima replicazione dell’esperimento, entrambe le scimmie – che sono fianco a fianco in una gabbia trasparente e quindi si vedono tra loro – fanno l’esercizio e ricevono la loro fettina di cetriolo in premio.
Ma dalla seconda replicazione in avanti, la scimmia di sinistra continua ad avere il cetriolo, mentre la seconda viene premiata con un acino d’uva.
Guardate voi stessi che cosa succede:
Chiunque di voi abbia subito il trattamento del cetriolo, ormai proverbiale, sa la rabbia che si prova.
Fransiscus Bernardus Maria de Waal, conosciuto semplicemente come Frans de Waal (‘s-Hertogenbosch, 29 ottobre 1948), è un etologo e primatologo olandese. La sua attività scientifica verte principalmente sullo studio comportamento sociale dei primati, in particolare scimpanzè e bonobo. È professore di Primate behavior (comportamento dei primati) presso la Emory University, direttore del Living Links Center presso lo Yerkes National Primate Research Center e membro della Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen e della National Academy of Sciences. È inoltre autore di molti libri divulgativi su bonobo e scimpanzè. [dalla voce di wikipedia]
Una delle poche parole giapponesi che so è neko, che significa gatto. E so anche che i giapponesi adorano i gatti: anche Hello Kitty (ハローキティ Harō Kiti) è nata lì, nell’ormai lontano 1974.
Con tutto questo, a Tokyo non è facile poter tenere un gatto in casa: gli appartamenti sono piccoli e gli affitti esosi; spesso si lavorano orari impossibili, cui si aggiungono tempi dedicati al tragitto casa-lavoro-casa per noi inconcepibili; per di più, spesso i contratti d’affitto vietano esplicitamente di tenere animali domestici in casa.
Ecco allora nascere i cat café (猫カフェ): il primo apre a Osaka nel 2004; un anno dopo, il primo di Tokyo è il Neko no Café. Secondo il Ministero dell’ambiente nipponico, i cat café sono attualmente 150 in tutto il Paese, e almeno 25 a Tokyo.
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Andare in un cat café e giocare con i gatti costa 1500 ¥ l’ora (circa 15 €) – caffè e bevande non incluse.
I cat café sono un po’ come i locali dove operano le entreneuse: i gatti hanno tutti un nome, e sono elencati su un book con tanto di fotografia. I clienti hanno delle preferenze esplicite, e possono comprare loro dei croccantini al posto dello champagne. Non si possono prendere in mano o in braccio i gatti, ma se loro vengono da te e si strofinano o ti vengono in grembo li puoi lasciar fare. I minorenni (per la verità, i bambini e le bambine con meno di 13 anni) non possono entrare. I gatti (come le entreneuse) fanno perfino i turni: al Calico Cat Café, aperto dal 2009 nella centrale Shinjuku di Tokyo, in una tipica serata 53 gatti si mescolano ai clienti nei due piani del locale, mentre altri 40 riposano nel giardino sul retro.
Ma tutto questo è destinato a finire. Il 1° giugno è entrata in vigore la Legge per la gestione e il benessere degli animali, che vieta di vendere ed esporre animali, compresi cani e gatti, dopo le ore 20: il timore è che gli animali, chiusi in piccole gabbie ed esposti al caldo e alla luce abbagliante, possano soffrire gravemente. La lobby dei cat café è riuscito a ottenere 2 ore di più, fino alle 22. Ma finora erano aperti fino all’1 di notte, e si riempivano soltanto la sera, con una clientela composta soprattutto di giovani impiegate. Adesso, si teme che il coprifuoco possa portare alla chiusura dei cat café e alla crescita del randagismo.
È partita dalla blogosfera (o facebook-sfera, non so) ed è poi stata raccolta da alcuni partiti la proposta di non fare la sfilata militare celebrativa del 2 giugno a via dei Fori imperiali a Roma. Quasi subito, il Quirinale ha detto che la sfilata ci sarà, ma sarà sobria. Ecco la dichiarazione ufficiale (che trovate qui):
“Le celebrazioni del 2 giugno per rafforzare la fermezza e la fiducia con cui affrontare problemi di oggi e di domani, a cominciare da quelli del terremoto”
Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati e il Presidente del Consiglio per un ampio informale scambio di opinioni su problemi di comune interesse e urgenza istituzionale: in primo luogo quelli connessi alla condizione dei territori e delle popolazioni dell’Emilia su cui si è abbattuto un violento e distruttivo evento sismico, e relativi all’esigenza del massimo impegno delle forze dello Stato e della più ampia solidarietà nazionale per un’efficace risposta a bisogni acuti di assistenza e a prospettive di rapida ricostruzione. Tale impegno e solidarietà avrà modo di esprimersi ancora in occasione delle imminenti celebrazioni dell’anniversario della nascita della Repubblica.
Le tradizionali celebrazioni saranno improntate a criteri di particolare funzionalità e sobrietà, sia per i limiti entro cui si svolgerà la rassegna militare, sia per i caratteri che assumerà l’incontro in Quirinale con i rappresentanti del Corpo Diplomatico, di tutte le istituzioni e di significative espressioni della società civile. […]
Già prima di lasciare Pordenone, anticipando il rientro a Roma per il confronto istituzionale, il Presidente Napolitano aveva sottolineato perché la Repubblica non possa rinunciare a celebrare l’anniversario della sua nascita: “Credo che anche in questo momento la Repubblica, lo Stato e le Istituzioni debbono dare prova di fermezza e di serenità : non possiamo soltanto piangerci addosso. Una cosa è abbracciare le famiglie che piangono per i loro lutti; altra cosa è piangerci addosso come italiani e come istituzioni. Questo non possiamo farlo: abbiamo il dovere di dare un messaggio di fiducia, e ci sono le ragioni per poter dare questo messaggio di fiducia”. […]
Con tutto il rispetto e la deferenza, mi permetto di fare 2 osservazioni.
La prima è di carattere generale, e vuol essere un invito a riflettere sul significato del binomio Festa della Repubblica e parata militare. L’istituzione della Repubblica può essere celebrata in molti modi, e la parata militare non è certo l’unico. Peraltro, la forma repubblicana fu scelta per pacifico e democratico referendum popolare, e non propiziato da una sollevazione del popolo in armi (come fu in Francia per il 14 luglio 1789) o, peggio, imposta da un putsch militare. Questo basterebbe a rendere la scelta di incentrare le celebrazioni su una imponente sfilata di uomini e mezzi sull’ex-via dell’Impero piuttosto curiosa. A meno che – come spesso accade nei tortuosi ma non del tutto incomprensibili meandri della politica – la scelta non sia stata a suo tempo motivata dalla necessità di cooptare le forze armate (tradizionalmente fedeli alla monarchia savoiarda) alle neonate istituzioni repubblicane.
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Resta il fatto che, personalmente, l’idea della parata militare mi sembra inopportuna, oltre che ripugnante, quando la Costituzione repubblicana afferma con palmare chiarezza il ripudio della guerra:
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. [articolo 11]
A conclusione di questa prima osservazione, mi sembra condivisibile il punto di vista presentato da un altro blogger, metilparaben, nel suo post del 30 maggio 2012:
Bellezza e necessità
Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
iò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un’alzata d’ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.
La seconda osservazione è di carattere storico. Stanno provando a farci credere (ahimè, anche il Quirinale, e un bel po’ di organi d’informazione e di forze politiche, anche di sinistra o sedicenti tali) che la sfilata militare del 2 giugno c’è sempre stata e che sospenderla quest’anno sarebbe un insidioso precedente. Per nostra fortuna, l’agenzia giornalistica AGI racconta (anche se in modo un po’ confuso, che potete andare a leggere qui, “la tormentata storia della parata militare“). Provo a semplificare e a mettere in ordine cronologico, avvalendomi anche di wikipedia.
La prima parata si tenne il 2 giugno 1948 su via dei Fori imperiali.
Nel 1949, con l’ingresso dell’Italia nella NATO, si svolsero 10 sfilate in altrettante città d’Italia.
Nel 1950 la parata fu inserita per la prima volta nel protocollo delle celebrazioni ufficiali.
Nel 1963, papa Giovanni XXIII sta malissimo (morirà il 3 giugno) e la sfilata viene sospesa.
Nel 1976 – come ormai sanno anche i sassi – viene sospesa dal Ministro della difesa Arnaldo Forlani “a seguito della grave sciagura del Friuli e per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.”
Nel 1977 (egge 5 marzo 1977, n.54), soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica è spostata alla prima domenica di giugno (data in cui, curiosamente, durante la monarchia si celebrava la festa nazionale dello Statuto albertino) e una sobria celebrazione delle Forze armate si svolge a piazza Venezia.
Nel 1978, nel suo discorso d’insediamento al Quirinale, Sandro Pertini pronuncia l’ormai celebre frase: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.”
Dal 1983, però, le sfilate riprendono, in tono minore e non su via dei Fori imperiali (salvo che nel 1984).
Nel 1989 La parata militare è sostituita da una Mostra Storico Rievocativa in Piazza di Siena.
Nel 1990 e 1991 si torna a Piazza Venezia.
Nel 1991, nuova sospensione.
Nel 1992 il neo-eletto Oscar Luigi Scalfaro assiste alla sfilata su via dei Fori imperiali (ma senza cingolati per proteggere i monumenti: l’Italia ipocrita è anche questa!).
Ma poi è lo stesso Scalfaro a fermare la parata, sostituita dall’apertura alla popolazione dei giardini del Quirinale.
Nel 2001, il presidente Carlo Azeglio Ciampi la ripristina.
Nel 1976 Ugo Tognazzi è un tragicomico “generale in ritirata”.
Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).
Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:
Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato…
Non è un fotomontaggio. Almeno così ci assicura il Daily Mail.
Il fotografo olandese Han Bouwmeester, a Västerbotten in Svezia per un reportage fotografico sulle aquile, aveva usato il coltello per preparare dei pezzi di carne come esca. Il coltello – dimenticato a terra dal fotografo (eppure la mamma glielo diceva sempre che chi è disordinato si mette nei guai) – si è dimostrato per l’aquila un’esca più attraente della carne. Doveva aver sentito famoso apologo del pesce e della canna da pesca: aiuti più una persona insegnandogli a pescare che non fornendogli ogni tanto un pesce da mangiare.
La luna piena nella notte tra sabato 5 maggio 2012 e domenica 6 (per l’esattezza, la luna sarà piena alle 5:36 di domenica mattina) sarà particolarmente grande e luminosa. Questo accade perché in quest’occasione coincidono sizigia e perigeo.
Nomi complicati per concetti semplici. Che cos’è la sizigia l’ho già spiegato su questo blog anni fa. Il perigeo [oltre a essere il memorabile gruppo prog napoletano di Giovanni Tommaso (contrabbasso, basso elettrico), Franco D’Andrea (tastiere), Bruno Biriaco (batteria), Claudio Fasoli (sax), Tony Sidney (chitarra) e Tony Esposito (percussioni), di cui vi faccio ascoltare La valle dei templi del 1975] è il punto dell’orbita in cui la Luna è più vicina alla Terra (quello più lontano si chiama apogeo): vi ricorderete, spero, che le orbite dei corpi celesti sono ellittiche piuttosto che circolari e che, di conseguenza, la distanza tra Terra e Luna varia tra 356.700 e 406.300 km (la distanza media è di 384.000 km).
Evidentemente, quando la luna è più vicina la vediamo più grande. Ma, altrettanto evidentemente, percepiamo meglio le dimensioni della luna quando la luna è piena, cioè quando la faccia rivolta verso di noi è tutta illuminata dal sole.
Un momento! – dirà qualcuno – ma la luna fa un’orbita intorno alla terra una volta al mese (lunare) e quindi apogeo e perigeo dovrebbero ricorrere anche loro una volta al mese, in corrispondenza delle fasi lunari. Come è possibile che il fatto che apogeo e plenilunio coincidano sia tanto speciale?
Per due motivi:
Il primo è che il mese siderale (il tempo impiegato dalla Luna a percorrere un’orbita intorno alla Terra se fosse osservata dalle stelle “fisse”, all’esterno del sistema solare) è diverso dal mese sinodico (il tempo impiegato a percorre un ciclo completo delle fasi lunari): il primo è di 27,3 giorni e il secondo di 29,5 (perché mentre la Luna orbita intorno alla Terra, la Terra percorre un tratto della sua orbita intorno al Sole).
Il secondo è che il mese anomalistico (il tempo che intercorre tra un perigeo e il successivo) è leggermente diverso dal mese siderale (27,5 giorni contro 27,3). Questo implica che l’asse dell’orbita ellittica della Luna (la linea delle apsidi) ruoti lentamente nella stessa direzione della Luna stessa, compiendo una rivoluzione completa ogni 8,85 orbite solari (anni, per noi comuni mortali).
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Quindi, quanto più vicino il perigeo è al momento della plenilunio, tanto più la luna ci apparirà grande. In particolare, domenica mattina il momento del perigeo e quello della sizigia saranno particolarmente ravvicinati: il primo alle 5:37 e il secondo alle 5:36. La grandezza apparente della luna sarà di 0,56° invece dei consueti 0,52°.
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A comparison of last year’s March supermoon (right) with an average moon from December 2010. Photo by Wikimedia Commons user Marcoaliaslama
Poche curiosità finali:
Il fenomeno lunare di cui abbiamo parlato coincide quest’anno con la festività pagana di Beltane. Cito da Wikipedia: “Beltane o Beltaine (dal gaelico irlandese Bealtaine o dal gaelico scozzese Bealtuinn; entrambi dall’antico irlandese Beletene, “fuoco luminoso”) è un’antica festa gaelica che si celebra attorno al 1º maggio. “Bealtaine”[…] è anche il nome del mese di maggio in irlandese ed è anche tradizionalmente il primo giorno di primavera in Irlanda. È il giorno situato a metà fra l’equinozio di primavera ed il solstizio estivo: astronomicamente il giorno corretto è il 5 maggio. Fonti gaeliche del X secolo affermano che i druidi accendevano dei falò sulla cima dei colli e che vi conducevano attraverso il bestiame del villaggio per purificarlo e in segno di buon augurio. Anche le persone attraversavano i fuochi, allo stesso scopo. L’usanza persistette attraverso i secoli e dopo la cristianizzazione (i popolani sostituirono i druidi nell’accendere i fuochi), fino agli anni cinquanta.
La luna ci mostra sempre la stessa faccia. Io ci ho impiegato un bel po’ a capire perché. L’attrazione tra Terra e Luna, che sulla Terra provoca il fenomeno delle maree (a proposito, la particolare vicinanza della Luna nel prossimo plenilunio provocherà maree particolarmente grandi), ha “allungato” la Luna e la “torsione” che ne risulta ha sincronizzato rivoluzione e rotazione della Luna (se la figura qui sotto non è abbastanza intuitiva, potete andare a leggere qui la voce di Wikipedia).
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Ovviamente, non esiste una faccia oscura della Luna (quando è novilunio sulla faccia visibile dalla Terra, è plenilunio sull’altra, che dunque è illuminata), ma solo una faccia invisibile dalla Terra. E infatti, noi in italiano diciamo così: l’altra faccia della Luna (rispetto a quella visibile). Soltanto che poi sono arrivati i Pink Floyd con The Dark Side of the Moon e cui hanno colonizzato la mente. Per la verità, nel brano finale dell’album, Eclipse, al termine della canzone, una voce dice: “There is no dark side of the moon, really. Matter of fact it’s all dark.” Matter of fact, on the other hand, it’s all light. (lo potete sentire intorno a 1’25”)
This Saturday evening, take a look at the night sky and you might see something special. The moon will make its largest, most stunning appearance of the year—an event known to scientists as “the perigee-syzygy of the Earth-Moon-Sun system” and to the popular skywatching public simply as the “supermoon.” As one of the most spectacular supermoons in years, the moon will appear 14 percent bigger and 30 percent brighter than when it is on the far side of its orbit.
Why does the moon sometimes appear larger, and sometimes smaller? The answer lies in the fact that its orbit around Earth is elliptical, so its distance from us varies—it ranges from roughly 222,000 to 252,000 miles away each month. On Saturday, the moon will reach what is known as the perigee, coming as close as it ever does to the Earth, just 221,802 miles away. At the same time, it will be a full moon, with the entirety of its Earth-facing surface illuminated by the light of the sun.
This supermoon will appear especially large because the exact moment of perigee will neatly coincide with the appearance of a perfectly full moon. The full moon will occur at 11:34 p.m. EST, and the perigee will occur at 11:35. During last year’s supermoon on March 19, 2011, for comparison, the perigee and full moon were 50 minutes apart.
“The timing is almost perfect,” says NASA, according to the Washington Post. AccuWeather’s astronomy blogger Daniel Vogler notes that a look through recent data reveals no more closely-timed (and therefore bigger) supermoons.
Apart from providing a sight to behold in the night sky, the moon’s perigee also has a tangible effect on Earth: It causes higher than normal tides. Because tides are driven by the moon’s gravitational effects, a closer moon means that the oceans will be pulled more than usual towards the satellite. In most places, this will mean a tide that is an inch or so higher than usual, but geographical factors can multiply the effect up to around six inches.
There has long been speculation that the moon’s gravitational effect during its perigee could be the cause of natural disasters, including earthquakes and volcanic activity. In particular, many suggested this link following the earthquake and subsequent tsunami off the coast of Japan in March of 2011. However, the devastating quake occurred over a week before the supermoon, and studies have shown no strong evidence for increased frequency of high-intensity seismic activity during the moon’s perigee.
There are more concrete examples, though, in which supermoons may cause problems. In particular, flooding during storms may be made more severe because of the higher tides. In 1962, the coincidental arrival of a powerful storm with the moon’s perigee inundated the entire Atlantic coast of Cape Cod, causing 40 deaths and $500 million in property damage.
On Saturday, assuming no damaging storms or floods are at your doorstep, just hope for a clear night and take a look outside. The moon will appear larger and brighter than usual all night, but for the most striking views, try to catch it just after it rises above the horizon, when an optical illusion causes it to look larger than it really is, and viewing it through the gases of the earth’s atmosphere can cause the moon to appear yellow, orange or red in color.
L’arrivo della Pasqua per i cristiani ortodossi di Macallè (città dell’Etiopia del nord con oltre 200.000 abitanti) significa la fine delle privazioni della quaresima, per le iene della città e del suo hinterland significa la fine della stagione della caccia all’asino.
Le iene maculate non sono schizzinose e hanno uno stomaco di ferro. Mangiano di tutto: carne putrida, carogne infestate dall’antrace, sterco e immondizie di ogni tipo. Dopo essere passata per il loro apparato digerente, di questa dieta variata (e avariata) residuano, nelle feci: peli, zoccoli e un po’ di polvere biancastra (tutto quello che resta delle ossa, la loro parte inorganica). Con queste premesse, non sorprende che se la cavino piuttosto bene in ambiente urbano, dove la popolazione umana le rifornisce di avanzi e carcasse di bestiame. Le iene prosperano come spazzini e gli abitanti di Macallè le chiamano scherzosamente “addetti del Comune”. Le si può sentire ogni notte, ma non attaccano mai gli umani, preziosa fonte del loro cibo. Invece, le bestiole svuotano le pattumiere domestiche, i cassonetti, le discariche del macello e persino quella della facoltà di veterinaria della locale università.
Questi comportamenti, che si dispiegavano praticamente sotto i suoi occhi, hanno suscitato la curiosità scientifica di Gidey Yirga, un biologo dell’Università di Macallè, che ha raccolto nel 2010 oltre 550 campioni di cacca di iena (ognuno ha i suoi hobby) e li ha analizzati (soprattutto i residui di pelo) per studiare la dieta delle iene di Macallè. Scoprendo che per la maggior parte dell’anno si nutrono di carogne e rifiuti, ma che c’è un periodo in cui tornano a essere i letali cacciatori che sono e sterminano soprattutto gli asini presenti nei villaggi e nelle fattorie.
Sì, perché la religione cristiano-ortodossa professata dalla popolazione di Macallè prevede un rigido periodo di quaresima (Abye Tsome o Hudade, nelle lingue locali), della durata di 55 giorni, in cui l’astinenza dalla carne (e da altri prodotti di origine animale) è totale. Quindi i macelli restano inattivi e nell’immondizia non si trovano più residui appetibili per le iene, che si trovano letteralmente costrette – pena la morte per inedia – a tornare a cacciare (nel resto dell’Africa le iene maculate, nonostante la loro cattiva fama di mangia-carogne, uccidono personalmente tra il 60 e il 95% del loro cibo).
Virga ha però scoperto, con sorpresa, che nella quaresima ortodossa le iene mangiano meno pecore e capre che di solito, e moltissimi asini: pecore e capre sono tenute al sicuro nei recinti (quello che le iene riescono a mangiare, nel resto dell’anno, è soltanto ciò che avanza dal consumo umano), ma gli asini no, e per loro non c’è scampo, sia che siano stati abbandonati a sé stessi quando troppo vecchi o malati per lavorare, sia che siano una facile preda, legati a un palo o a un muro durante la notte.
Ecco il riferimento all’articolo:
Yirga, de Iongh, Leir, Gebrihiwot, Decker & Bauer. 2012. “Adaptability of large carnivores to changing anthropogenic food sources: diet change of spotted hyena (Crocuta crocuta) during Christian fasting period in northern Ethiopia”. Journal of Animal Ecologyhttp://dx.doi.org/10.1111/j.1365-2656.2012.01977.x
Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).
Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:
Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato. Lo stesso terrorismo di stato. Che colpisce, stavolta, non in un luogo “di passaggio”, come nella strage precedente ed in quelle che seguiranno (una banca, un treno, una stazione), ma nella Piazza.
La Piazza.
Tempio della politica e dell’azione, dell’assemblea e della parola. Quella piazza che Giorgio Gaber contrapponeva come scelta della sua generazione alla casa e alla coppia sposata, la piazza “unica salvezza” per una generazione imperdonabile che rifiutava la dimensione privata e borghese della famiglia e le imputava anzi la colpa di tenere le persone lontane “dalla lotta, dal dolore e dalle bombe”. Quell’ordigno nascosto in un cestino dei rifiuti colpì al cuore un’intera generazione in ciò che di più intimo e pubblico nel medesimo tempo aveva al mondo.
È la mattina del 28 maggio 1974. In Piazza della Loggia, cuore storico della città di Brescia, si sta svolgendo una manifestazione organizzata dal Comitato Permanente Antifascista bresciano per protestare contro la violenza dei gruppi della destra radicale. Sta parlando il sindacalista della CGIL Castrezzati. Proprio mentre il sindacalista sta parlando della strage di Piazza Fontana di quattro anni e mezzo prima, si sente uno scoppio. Nell’agghiacciante registrazione della manifestazione, un documento sonoro che chiunque ricordi quegli anni porterà per sempre dentro (fosse stato pure un ragazzino di undici anni, come io ero allora), si sente la voce di Castrezzati che parla; lo scoppio; ancora Castrezzati, che con voce rotta grida “Compagni! State Calmi! Lavoratori! Tutti al centro della piazza!”. Sul selciato, tra i brandelli delle bandiere rossi, restano i corpi dilaniati di otto persone, delle quali vogliamo ricordare il nome.
Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Clementina Calzari Trabeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trabeschi (marito di Clementina), Vittorio Zambarda. Rimangono ferite in modo più o meno grave altre 103 persone.
Da allora, per chi era lì quella mattina, Piazza della Loggia resterà sempre squarciata dai corpi ammucchiati, dalle bandiere rosse come il sangue stese a terra per coprire l’orrore, dal fumo e dalla confusione, dall’odore acre di polvere e carne bruciata. Da allora sarà “la piazza lavata”, dacché qualcuno diede ordine ai pompieri di spazzarla con gli idranti cancellando ogni indizio per rivestirla al cospetto dei nuovi giorni. Non riuscirà mai a riprendere le sue funzioni di mercato al sabato, di fermata degli autobus, di snodo del centro storico: la sua condizione fondamentale sarà quella di piazza ferita, solo per gli occhi disattenti “lavata” e acconciata per le futilità quotidiane. “Loro – quei corpi straziati – ci sono anche se non vogliamo guardare” (Mario Rigoni Stern).
A differenza di quella di Piazza Fontana, la strage di Brescia non ha avuto, a quanto mi è noto, grandissimo eco nella canzone d’autore e popolare. Con un’unica, importantissima eccezione: “Ringhera” di Ivan della Mea. L’intera seconda parte della lunghissima cantata in dialetto milanese è dedicata alla strage, seguendo le vicende di una delle sue vittime (non so dire, onestamente, se basate su una reale corrispondenza, oppure se frutto della fantasia interpretativa dell’autore; ed al riguardo mi piacerebbe ovviamente avere notizie più precise).
Tempo fa (esattamente il 28 ottobre 2004) ebbi modo di presentare “Ringhera” sul newsgroup it.fan.musica,guccini e sulla mailing list “Brigata Lolli”, vale a dire gli stessi luoghi dove sto inserendo questa cosa sulle canzoni e le stragi di stato. Si trattava della prima volta in cui il testo della cantata di Ivan della Mea veniva presentato in rete. Ritengo opportuno ripetere la presentazione che ne feci allora, sfrondata dalle parti appropriate per il suo inserimento nel sito delle “Canzoni contro la guerra”.
*
“Ringhera” è una lunga cantata di lotta, la storia del nostro paese dal fascismo alla guerra di Spagna, dal duro dopoguerra alle stragi di stato e alle bombe fasciste vista attraverso le vicende di un ragazzo e di una ragazza “di ringhiera” milanese. Un affresco totale di una storia di lotte, di sopraffazioni e di morte (la cantata si chiude infatti con la morte della donna il 28 maggio 1974, nella strage di Piazza della Loggia a Brescia). Una storia di guerra e di lotta continua, quindi; una storia militante che, va da sé, si è sempre e necessariamente confusa con la lotta contro la guerra imperialista e contro la violenza delle classi dominanti.
“Ringhera” è a mio parere una delle massime cantate in lingua italiana. Ciononostante, in rete mi è stato assolutamente impossibile reperirne il testo completo. Ho dovuto quindi trascriverla all’ascolto […]
“Ringhera”, tratta dall’album omonimo di Ivan della Mea (del 1974), è senza dubbio una delle composizioni più autenticamente epiche di tutta la canzone d’autore italiana; e ve la annovero volentieri tra le principali in assoluto […]. Un’occasione per vederne il testo, per chi già la conosce, e di conoscerla per chi non ne ha mai sentito parlare.
E’ l’epopea, forse, di una classe, di un paese e di una città intera, Milano, quella Milano che voglio non vedere mai morta e sempre rinascere con quello che veramente è nel profondo, e che ho imparato nel tempo ad amare. Anche grazie al lucchese Della Mea. E’ la storia di questo paese dal fascismo alla Resistenza, dal dopoguerra alle stragi di stato. E’ la storia di una città operaia vista dalla parte della “Ringhera”, le case di ringhiera della Milano popolare (ed ora, spesso, trasformate in abitazioni da “fighettume” di merda…), la cui gente assurge a simbolo di tutti coloro che hanno lottato e che non si sono mai arresi.
E’ la storia di un uomo e di una donna che cade vittima di una strage fascista, quella di Brescia del 28 maggio 1974. Una di quelle stragi che vorrebbero farci dimenticare, non sapendo che qualcuno ci sarà sempre a tenere accesa la memoria. Voglio essere e sono uno di queste persone. Non intendo abdicare mai. Ora e sempre non solo Resistenza: ora e sempre memoria.
Il testo di “Ringhera” è composito e suddiviso in parti ben precise: Un’introduzione, una prima parte dedicata alla vicenda della Guerra di Spagna e una seconda dedicata alla strage di Brescia. E’ in milanese inframezzato con frequenti parti in italiano (e un ritornello in spagnolo, ripreso dal “Quinto regimiento”). Non ritengo opportuno inserire una traduzione per la comprensione abbastanza agevole del testo.
Ho già “postato” (affisso, si dovrebbe dire?) su questo blog il testo e la registrazione di Ringheracommemorando la morte di Ivan Della Mea: Ma è meglio per tutti se la riporto di nuovo.
“El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.
Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.
La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”
L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.
E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.
El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.
Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.
Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.
L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.
E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera
A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera
di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.
E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…”
“El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.
Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.
E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa
a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.
L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.
Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.
E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…
Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”
E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.
Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.
E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.
E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.
E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra! “
Intervengo di nuovo sull’argomento, non con parole mie ma con 2 interventi comparsi sulla stampa, che riproduco per comodità dei lettori del blog e perché ho visto che non è poi così semplice trovarli in rete.
cinquantamila.corriere.it
Il primo è di Corrado Stajano, un cronista “storico” delle vicende di quegli anni. Condivido appieno il suo punto di vista e mi rammarico di non poter leggere che cosa scriverebbero Marco Nozza, Giorgio Bocca e Camilla Cederna, che furono anch’essi protagonisti della battaglia civile di quegli anni (e mi immagino Stajano lì a fare gesti apotropaici!).
Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature
CORRADO STAJANO – Corriere della Sera | 28 Marzo 2012
Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni
Furono anni torbidi, furono anche anni fervidi. La strage di piazza Fontana, per Milano e per l’intero Paese, fu una ferita profonda. Ma la città seppe resistere rivelando il meglio di se stessa. Basta guardare ancora una volta le immagini dei funerali delle vittime, in piazza del Duomo, tre giorni dopo la bomba nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura che aveva lo scopo di distruggere le fondamenta della Repubblica e della Costituzione. La piazza, quella mattina, era color del piombo fuso, la copriva una cappa di nebbia, rotta soltanto dalla fioca luce dei lampioni che rischiaravano un poco la marea di donne e di uomini sgomenti di dolore. Dalle fabbriche di Sesto San Giovanni arrivarono a migliaia le tute bianche della Pirelli, le tute blu della Breda, della Magneti Marelli, della Falck che fecero da servizio d’ordine. La borghesia consapevole e la classe operaia formarono allora, con la serietà dei momenti gravi, un corpo unico nella città affratellata. Il possibile golpe, si può dire, fallì quel giorno.
Non deve esser stato facile per Marco Tullio Giordana, il regista dei Cento passi e della Meglio gioventù, rappresentare, quasi mezzo secolo dopo, con il suo Romanzo di una strage, quel che avvenne in quei giorni e in quegli anni, la macelleria dei corpi, il sangue, le trame eversive, le collusioni e i tradimenti di chi aveva il dovere di tutelare la Repubblica e complottò invece per abbatterla e dar vita a uno Stato autoritario.
12 dicembre 1969, la strage. 15 dicembre 1969, l’arresto di Pietro Valpreda e la morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, la diciottesima vittima. Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in Questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori.
La stanza del questore Guida sembrava più un morbido salotto che un ufficio di polizia. Esordì così, Guida, che nel 1942 era stato direttore del confino politico fascista di Ventotene: «Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. Il dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire. Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa».
Un giornalista chiese chi era Pinelli. Rispose Calabresi: «Sembrava un uomo incapace di ricorrere alla violenza, un uomo tranquillo, ma i suoi rapporti, le sue implicazioni politiche dovevano rivelare il contrario». Chiese un altro giornalista qual era stata l’ultima domanda a Pinelli, quali le ultime cose dette e se esistevano i verbali. Nessuno rispose, senza mostrare imbarazzo. Il giornalista ripeté la domanda, Guida disse allora che l’interrogatorio non comprometteva altre persone. «Era stato convalidato dalla magistratura il fermo che durava da 72 ore?» domandò un altro giornalista. Il questore rispose impudentemente di sì, poi parlò d’altro. Uno dei cinque giornalisti chiese a Calabresi come mai non era sceso in cortile a vedere Pinelli. Di nuovo silenzio.
A colpire, in quella notte difficile da dimenticare, era la percezione che quegli uomini dello Stato non mostrassero neppure un moto di amarezza e di dolore per la morte di un uomo entrato da libero cittadino in Questura e uscito morto. Erano responsabili della sua vita: cinque uomini, in una piccola stanza, non riuscirono a impedirgli di buttarsi dalla finestra lasciata aperta?
Calabresi è stato giudicato innocente dalle inchieste della magistratura. Ma esiste soltanto la responsabilità penale? Si avvertiva quella notte una sottile euforia: la pratica Pinelli era chiusa e con quella morte poteva chiudersi anche la pratica più grossa, la strage.
La città, la società, nel film di Giordana, sono assenti, come le atmosfere di allora. Non c’è traccia del conflitto tra innocentisti e colpevolisti, profondo, e neppure dei tentativi appassionati dell’altra Italia alla ricerca della verità, diversa da quella ufficiale. Ci sono molti buchi nel racconto. Non si sa quasi nulla di Pietro Valpreda, il predestinato capro espiatorio della tragedia. Non sono sufficienti, poi, quei ritagli del giornale e poche scritte sui muri per rendere l’ossessiva campagna denigratoria di Lotta Continua contro Calabresi accusato di essere l’assassino di Pinelli.
Il film gioca di continuo, pericolosamente, tra realismo e finzione. È «liberamente tratto» dal librone di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, ambiguo, con fonti non verificabili.
Moro, il ministro degli Esteri di allora, impeccabilmente interpretato da Fabrizio Gifuni, ha una parte sovrabbondante, un jolly utile per raccontare ciò che serve, ma chi visse il dramma della strategia della tensione non fu mai a conoscenza di quella scelta così progressista di Moro, del suo misterioso dossier che svelava il carattere golpista e neofascista della strage, mostrato a Saragat.
Nel film, Federico Umberto D’Amato, a capo degli Affari riservati, offre a Calabresi di diventare il suo braccio destro al Viminale e fa assurde rivelazioni che ancora una volta stravolgono quel che si sa dagli atti dei processi, dalle inchieste, non poche, di quegli anni. Un altro scoop, poi: furono due i taxi e due le bombe scoppiate in quel tragico buco della banca. Una rossa, gentile, solo per spaventare un po’, portata da Valpreda; e una nera, per uccidere e dare avvio allo stato di emergenza, portata da Sottosanti, il sosia. La fonte? Cucchiarelli, a pag. 641 del suo libro. Di nuovo i doppi estremismi, le piste rosse e quelle nere.
Un gran garbuglio reso ancor più fosco mezzo secolo dopo, tra mister X, legionari e spioni, trafficanti di armi e di esplosivi, la Grecia dei colonnelli, gli infiltrati ovunque, i partiti, tutti, informati e silenti, gli uomini dello Stato dal doppio o triplo gioco.
I ragazzi che non sanno cosa sia successo nel pomeriggio di tanti anni fa in quella banca di Milano, vicina all’Arcivescovado, non avranno da questo film lumi per capire.
Giustizia non è stata fatta. Lo Stato non ha avuto la forza e il coraggio di processare se stesso. Dopo 11 processi di condanna, 4 giudizi in Cassazione, apposizioni del segreto politico-militare, la serranda della legge è calata il 3 maggio 2005: tutti assolti, strage senza colpevoli, i parenti delle vittime condannati a pagare le spese di giudizio.
La verità storica e politica, a ogni modo, è chiara. Sono ben documentati, con le responsabilità della destra neofascista veneta, le complicità e i depistaggi dei servizi di sicurezza e soprattutto dell’Ufficio Affari riservati.
Peccato, bisogna dirlo con amarezza, che in questo smisurato film un po’ asettico non si ritrovino né la passione né le emozioni di quegli anni infuocati.
Il telefilm della bomba Marco Tullio Giordana non è riuscito a fare, nonostante i mezzi, un lavoro decente su Piazza Fontana.
Un male comune…
di Goffredo Fofi
Rimando volentieri alla più saggia delle possibili stroncature politiche del film di Marco Tullio Giordana, scritta qualche giorno fa da Corrado Stajano sul «Corriere della sera». Le incongruenze e gli opportunismi che segnano la ricostruzione della strage di piazza Fontana e i suoi retroscena, operata dal regista con i suoi due sceneggiatori (già autori con lui di un film non eccelso ma onesto su illusioni e sconfitte della generazione del ’68, La meglio gioventù) a partire da un libro dove le illazioni dominano, vi sono elencati con ferma convinzione e non scivolano nell’opinione ma si attengono al concreto dei fatti dimostrati e dimostrabili. Piuttosto che lanciarci nelle diatribe sul vero e sul falso e sul probabile che il film sta scatenando, per la maggior parte opinabili, diciamo subito che il film in sé non merita molta attenzione né molto riguardo e che a noi preme, da critici, rilevarne i limiti in quanto film, e più che i limiti la sostanza e l’idealità della fattura.
Invece che di “romanzo” e di film bisognerebbe, per cominciare, parlare di «docufiction» o di «telefilm» dei più rozzi, nonostante i mezzi a disposizione. E bisognerebbe anzitutto fare il paragone con le altre ventate non di televisione ma di cinema detto politico presenti nella nostra tradizione. Il neorealismo e la commedia o tragedia degli anni del boom e successivi furono in presa diretta su un presente da raccontare scavare discutere, e quando fu possibile, dal 1959 in avanti, vennero tentate anche operazioni di ricostruzione storica di grande portata (dopo La grande guerra, dopo Tutti a casa) dettate dal bisogno di spiegarsi e spiegare le radici del presente. Ho visto più volte un film su un episodio di estrema delicatezza nella nostra storia, Il processo di Verona, diretto da Lizzani e scritto da Pirro, ammirandone ogni volta di più la precisione e la misura. E ho visto, anche questo con il massimo interesse, il lavoro televisivo francese in più puntate di Olivier Assayas sul terrorista Carlos, e cioè su argomenti almeno altrettanto difficili di piazza Fontana, più vicini a noi e perfino più scabrosi da raccontare. Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiana non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema e -perché no, se altrove è possibile? – di una buona televisione. E duro è individuare colpe che riguardano alla fine un po’ tutti – una complicità molto diffusa, benché diversificata – ma in primo luogo i nostri media maggiori. Il cinema politico non è servito, in Italia e, mi pare, neanche altrove, a migliorare la coscienza civile degli spettatori, ma semmai, a seconda delle parti, a sollecitare le loro false coscienze di “buoni” in un mondo di “cattivi”. Ma come è stato possibile che, quindici-vent’anni dopo i fatti (una dittatura, una guerra mondiale, due anni di guerra civile…) il nostro cinema riuscisse a dare dei grandi film civili, e che a più di quarant’anni dagli anni più caldi della nostra storia democratica non sia ancora possibile raccontare la crisi espressa e provocata dal ’68 con uno sguardo sufficientemente limpido, sia pure non di maggioranza? Non ponendosi, come pretende ipocritamente la televisione, e come è impossibile fare, «al di sopra delle parti». Com’è che artisti, intellettuali e profe ssionisti delle comunicazioni di massa, dei settori più ufficiali di esse, non riescano mai 0 quasi mai a raccontare degnamente il tempo passato e a essere all’altezza dei problemi di questo, che dei primi ha ereditato il peggio? Com’è possibile che ci si possa accontentare di parodie di ricostruzione storica come questa, da opera dei pupi, da filodrammatica e da sceneggiata, da museo delle cere, da gara paesana di imitatori, tra santini e macchiette e tra opposti buoni e i morti non possono più parlare, i vivi che sanno tacciono, i “servizi” – nazionali e internazionali – continuano, come hanno sempre fatto, a insabbiare, a inquinare, a manovrare, i politici a preferire la retorica alla persuasione. E i giornalisti e gli sceneggiatori a scrivere, i registi a filmare, perché, si sa, lo spettacolo deve andare avanti.