AA. VV. – Donne nel Sessantotto

AA. VV. (2018). Donne nel Sessantotto. Bologna: il Mulino. eISBN: 9788815340566. Pagine 291. 11,20 €.

Donne nel Sessantotto (Biblioteca storica) di [Cioni, Paola, Di Caro, Eliana, Gaglianone, Paola, Galimberti, Claudia, Levi, Lia, Maraini, Dacia, Palieri, Maria Serena, Sabbadini, Linda Laura, Sancin, Francesca, di San Marzano, Cristiana, Serri, Mirella, Valentini, Chiara]

Lo dico sùbito che il libro non mi è piaciuto per niente, consapevole del rischio di passare per maschilista e snob. Naturalmente, la scelta delle figure da inserire nella raccolta di saggi biografici è del tutto soggettiva, ma il lettore (o almeno il lettore Boris) si aspetta di poter cogliere una logica, con minore o maggiore fatica. Io non l’ho trovata: perché proprio queste sedici donne, e non altre? Perché il riferimento al Sessantotto, se la partecipazione al “movimento” di quegli anni – sia che si pensi al movimento studentesco e operaio (certo un bel po’ maschile e maschilista), sia che si pensi al movimento femminista, affermatosi per la verità un po’ dopo (affermatosi, ho detto, non sto parlando di chi lo ha precorso e ha contribuito alla sua affermazione) – non è certo un denominatore comune delle biografie? Perché il riferimento puntuale a un anno, se poi l’arco temporale abbracciato è molto più vasto?

Giudicate voi stessi, se vi va. Le 16 donne sono (nell’ordine in cui sono citate nalla “quarta di copertina”, se è appropriato parlarne per un ebook): Franca Viola, Mara Cagol, Amelia Rosselli, Carla Accardi, Patty Pravo, Giovanna Marini, Perla Peragallo, Krizia, Emma Bonino, Rossana Rossanda, Carla Lonzi, Letizia Battaglia, Annabella Miscuglio, Mira Furlani, Elena Gianini Belotti, Tina Lagostena Bassi.

Un’altra possibile logica sarebbe potuta essere quella dell’omogeneità stilistica e di trattazione: ma la scelta di assegnare uno o più saggi biografici ad autrici diverse (Paola Cioni, Eliana Di Caro, Paola Gaglianone, Claudia Galimberti, Lia Levi, Dacia Maraini, Maria Serena Palieri, Linda Laura Sabbadini, Francesca Sancin, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini) non poteva che rendere questa scelta impraticabile.

Detto questo, alcune delle biografie sono interessanti e ben scritte. Ma non suggerirei comunque la lettura del libro.

Ho preso poche note. Due erano riferite a dubbi che nel frattempo ho sciolto. La prima riguarda la nomina a membro della Commissione europea di Emma Bonino: la ricordavo nel 1995 (come il libro scrive correttamente) e quindi non riuscivo ad attribuirla al primo Governo Berlusconi (che si era dimesso il 22 dicembre 1994). Ma invece è così, e si trattò dunque forse di un provvedimento in extremis di un governo che restò formalmente in carica fino all’insediamento del Governo Dini, il 17 gennaio 1995.

La seconda riguarda Il paradiso di Patty Pravo ( uno degli aspetti più sorprendenti del libro è la beatificazione in vita di Patty Pravo, che a me non piace e non è mai piaciuta, anche se ora in molti la collocano tra i “venerati maestri”, per dirla con Edmondo Berselli): io pensavo fosse la cover di un brano degli Amen Corner (If paradise is half as nice…). Invece è effettivamente della coppia Mogol-Battisti: solo che la casa discografica l’aveva fatta interpretare da una certa Ragazza 77 (al secolo Ambra Borelli), e nessuno ne era rimasto impressionato. Solo dopo il successo d’oltremanica e il nuovo arrangiamento del gruppo inglese, Patty Pravo la fece propria e la portò al Festivalbar.

La terza nota è in effetti una citazione, ma non di Eliana Di Caro (l’autrice del saggio), ma di Rossana Rossanda stessa:

Non è affatto vero, come pensava la Rivoluzione francese, che si nasce uguali e si resta uguali nei diritti per tutta la vita. Si nasce inuguali e si cerca di stabilire un’uguaglianza. E per lo più si perde. (pos. 3122)

Kate Atkinson – Transcription

Atkinson, Kate (2018). Transcription. London: Penguin. eISBN: 9781409043768. Pagine 341. 12,99 €.

Kate Atkinson è molto brava. Kate Atkinson ha scritto uno dei romanzi più belli che abbia letto, Life After Life, che ho recensito qui. Ho letto anche altre cose sue, che recensirò quando sarò un po’ meno pigro. Questo romanzo è diverso, e si cimenta con un tema che mi ha reso all’inizio diffidente: quello dello spionaggio britannico, dalla Seconda guerra mondiale alla guerra fredda. Diffidenza quasi obbligata, se uno pensa a Bletchley Park (di Enigma, la macchina, sul blog ho parlato qui, ma in realtà in questo momento ho in mente l’omonimo romanzo di Robert Harris e il film che ne è stato tratto grazie al finanziamento di Mick Jagger, e anche il Cryptonomicon di Neal Stephenson) e alla produzione di John le Carré.

Kate Atkinson si avvicina al tema con reverenza (almeno così è sembrato a me), con mano leggera, con un umorismo understated tipicamente inglese, e con il suo marchio di fabbrica degli slittamenti temporali (chi ha letto Vita dopo vita sa di che cosa sto parlando).

Non dirò altro, perché in fin dei conti è un thriller sui generis.

Vi dispenso invece le consuete citazioni (con riferimento è alla posizione Kindle):

‘Yes, Mr Prendergast,’ Juliet had said, because it seemed a much simpler answer than ‘no’. She had learnt from experience. (111)

Inside each pearl there was a little piece of grit. That was the true self of the pearl, wasn’t it? The beauty of the pearl was just the poor oyster trying to protect itself. From the grit. From the truth. (264-5)

[…] snoring like a goods train […] (3195)

(What was an actuary, Juliet wondered? It sounded as if it belonged in a zoo, along with a cassowary and a dromedary.) (3266)

MI5 is like the hierarchy of angels. I doubt we would ever meet the ones at the top – cherubim and seraphim and so on.’ (4411)

Bureaucratic vandalism in the service of interior decoration. (4564)

‘I don’t want to live in Russia.’

‘That’s your problem, you see, you and Merton and his ilk. You’re intellectual Communists, but you don’t actually want to live beneath its iron thumb.’ ‘It’s called idealism, I suppose.’ ‘No, it’s called betrayal […]’ (4646)

A servant with two masters. A mouse being toyed with by two cats. (4683)

Moles, Juliet thought, wasn’t that what they were called? A final gift of irony from her country. (4782)

William T. Vollmann – Europe Central

Vollmann, William T. (2005). Europe Central. New York NY: Viking. 2005. eISBN: 9781101118191. Pagine 832. 14,04 €.

Forse la prima cosa da dire – almeno questa è la mia soggettiva impressione – è che dopo avere letto questo romanzo non ascolterete mai più Šostakovič allo stesso modo di prima, soprattutto l’Op. 40 e l’Op. 110, ma anche la Settima sinfonia.

Ma andiamo con ordine. Devo ringraziare Il barbarico re (ma chissà se si fa ancora chiamare così da qualcuno) per il suggerimento. Ho acquistato il libro la sera stessa che me lo ha consigliato. per la verità me ne aveva parlato già un paio d’anni fa in occasione di una bella esecuzione del Quartetto Op. 110 al Museo Bilotti di Roma il 17 febbraio 2017. Ma non avevo prestato sufficiente attenzione.

Il romanzo è monumentale, non soltanto per la lunghezza (più di 800 pagine, e ci ho messo un buon mese e mezzo per leggerle), ma anche per il respiro e per le ambizioni. Viene fuori alla distanza, dopo un po’ di disorientamento iniziale. La narrazione, infatti, procede grosso modo cronologicamente, mentre le storie seguono i diversi protagonisti – in parte inventati, ma per lo più “ricreati” a partire da persone reali (oltre a Dmitri Šostakovič, Käthe Kollwitz, Friedrich Paulus, Andrej Andreevič Vlasov e altri). Un “romanzo storico”, dunque, ma sui generis. Il tema è l’immane conflitto tra Germania e Russia, e tra i due dittatori che le guidavano (senza però nessuna equiparazione tra le due, salvo che una grande compassione per le sofferenze dei due popoli). Nonostante le molte diversità, difficile non pensare a Vita e destino di Vasilij Grossman: altro romanzo monumentale e straordinario, che ho letto nel 2013, ma non recensito per colpevole pigrizia.

Eviterò di fare una recensione anch’essa lunghissima. Mi limito di consigliarne vivamente la lettura a chi voglia impegnarsi a capire meglio il Novecento, le radici del totalitarismo (che non sono ancora estirpate) e i grandi rischi che comporta (comprese la guerra, lo sterminio e la completa disumanizzazione). Il libro (che conserva il titolo originale) è stato tradotto in italiano da Gianni Pannofino e pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu nel 2010: in questa edizione si superano le mille pagine.

Se volete una bella recensione, lunga ed esauriente (anche se non sono sempre d’accordo con l’autore), vi consiglio quella di Giuseppe Genna (autore anche lui di un libro su Hitler, bruttino, che ho letto e recensito qui). Nel rinviarvi al testo completo della recensione, che trovate su carmillaonline, vi riporto la parte dedicata a Hitler in persona:

Da pagina 164 a pagina 180, questo genio neorinascimentale (ma anche neogreco e neobabilonese e tutti i neo più epici della storia della letteratura universale) compie ciò che nessuno è riuscito a compiere: narra Hitler. La narrazione di Hitler è difficile, al punto che se ne hanno pochissimi esempi – il romanzo latita a fronte dello sbaglio a cui induce la rappresentazione del Führer. Spiegarlo, renderlo umano, renderlo disumano, farne leggenda, abbassarlo a figurina polverosa, dichiararlo perdente, essere asettici nei suoi confronti: come si vede, tra alcune opzioni di narrazione possibile, ciascuna risulta immorale, eticamente scorretta, sbagliata drammaturgicamente. Ciò semplicemente perché Hitler non è un personaggio. Vollmann coglie proprio questa gigantesca falla, che non si dimostra affatto una chance narrativa: vede il buco bianco Hitler e lo attraversa, facendolo chiudere dall’interno. Questo capitolo di poche pagine, Il sonnambulo, è un’opera nell’opera, è il centro della Centrale Europa narrata con sforzo omerico. In nemmeno venti pagine Vollmann compie un gesto impressionante, che a mio parere non ha pari nella storia della narrativa contemporanea occidentale. Vengono narrate, per brevi metope, alcune diseguali gesta del sonnambulo e della realtà da lui innescata. Il sonnambulo: è scritto così, semplicemente in minuscolo, non nominato se non con questa qualifica che lo mette in contatto con l’umanità, ma anche lo separa dall’umanità, lui che vorrebbe separare l’umanità da se stessa. Non si è mai visto infatti un sonnambulo che lo sia per tutta la sua vicenda esistenziale. In sedici pagine Vollmann esaurisce l’avventura tragica in cui Hitler trascina il mondo, la sua grottesca e quasi ineffata seminagione di male – e ciò senza mitizzare Hitler nemmeno in una frase. Chi scrive ha affrontato di persona, con mezzi di intelletto e vocazione artistica assai inferiori a quelli di Vollmann, il problema della narrazione di Hitler e assicura che quanto è stato realizzato in Europe Central ha dell’incredibile, del sovraumano: e cioè dell’umanissmo. Qui l’arte non sutura affatto la ferita, ma è mimetica dello svuotamento a cui Hitler deve essere sottoposto affinché gli sia impedita ogni vittoria postuma. Ecco un esempio della prosa e della visione e del trattamento che Vollmann riserva a Hitler per svuotarlo trattenendo tutto quanto è stato, in modo che non continui a essere:
“Il sonnambulo, nel suo cappotto grigio chiaro (i nostri ricordi di lui si sono fatti così grigi e sgranati) anela a essere un altro Gunnar. Non è forse un apripista anche lui? Non è forse stato abile a incantare tutti i serpenti fino a quel momento? E la sua Germania sarà Gúthrun. La Germania deve morire feroce, mettendo a fuoco ogni cosa…”
Il sonnambulo sogna cosa? La realtà. Tanto che riesce a muoversi in essa, quasi fosse sveglio, agilmente, non urta, incede. Incide nella realtà e sulla realtà, essendone di fatto separato per un fatto di percezione – per un fatto coscienziale che lo separa dalla veglia e dall’umano. Lo separa sì, ma chi si azzarderebbe a dire che un sonnambulo non appartiene all’umanità?

Come di consueto, qualche citazione (il riferimento è alla posizione Kindle):

(People forget that Hagen, the man who murdered Siegfried, was also a German. He had his reasons. This war was Siegfried’s war. The next war would be Hagen’s.) (757)

The woman with the dead child is me, myself. And the child is also myself. (1160)

The future doesn’t exist until it happens. (1247)

Pyotr Alexeev, with whom I sometimes do wet work, told me a funny one yesterday. It seems that a herd of kolkhozniks with fresh manure on their shoes get to Moscow; you know; they’re shock workers; they’ve won the prize! Think of them as Rodchenko’s robotlike abstract paper cutouts painted with dark oil and mounted on circular wooden bases. The guide explains that they are now in the world capital of progress, abundance, freedom, you name it. Eventually one of the farmers comes up timidly and says: Comrade Leader, yesterday I walked all over the city and didn’t see any of those things! The guide has just the right answer. He replies: You should spend less time walking around and more time reading newspapers! (1256)

[…] the piano was the skeleton; the cello was the flesh; he was the knowledge and commemoration; she was the life. (1615)

I’m only a mollusk; I need to hide forever within your lovely shell […] (1622)

[…] imagining the future, then mistaking imagination for foresight, is one of life’s luxuries; (1644)

And how can love be self-ironic? (1709)

She loved him without understanding him, which may be the noblest love of all. (2287)

I love you, he said. I love you, too, very very much. I need you. No you don’t! she cried in a panic. You don’t need to need anybody. You love me. That’s enough. (4692)

Paulus himself believed far less in luck than he did in application. (6594)

[…] the skin of her naked throat was as perfect as a political idea. (8147)

Those Greek caryatids, they’re female without being human. (8551)

And the further those subjects (I mean objects) get altered in accordance with the purpose, the more problematic it becomes to perceive their irrelevantly human qualities. I quote the testimony of Michal Chilczuk, Polish People’s Army (he’d participated in the liberation of Sachsenhausen): But what I saw were people I call humans, but it was difficult to grasp that they were humans. What did Chilczuk mean by this? To put it aphoristically, a human skeleton is not human. (8875)

[…] when you flee one menace for another, the world will call you brave. (9969)

Send me out, and I’ll take the wires in my teeth; who cares what happens after that, as long as their signal goes through? (10123: mi ha fatto venire in mente Underground di Kusturica)

After all, one of life’s best pleasures is reading a book of perfect beauty; more pleasurable still is rereading that book; most pleasurable of all is lending it to the person one loves. (10220)

When you separate from a woman, what you have to do is kill your love for her; you have to blockade it and starve it to death, just as the sleepwalker set out to do in Leningrad; that’s the only way. (10669)

Soviets had antidotes to everything, even unfortunate facts. (10864)

That was how I learned that no is stronger than yes. It takes two yesses for I to become we, but only one no for we to break apart, no matter what the other party wishes. (11121)

Frau Lange had much on her side: logic, experience, and, above all, love. (11284)

Happiness is the absence of unpleasant information. (12105: forse l’aforisma più bello del libro)

You can’t hide your secrets from me, Mitya. When you were sleeping with that slut Elena I could literally smell her on you. That cheap, catty smell of her—ugh! You’re a man who has to have affairs. Maybe I would have preferred to love somebody different, but that’s how it is, right? Well, are you going to answer me or not? I, I don’t see what this has to do with— Maybe the only person that an artist can be faithful to is himself. Maybe he’s got to betray everybody else. (12633)

Just as in winter we frontline men dread abandoning our dugouts, because it’s so difficult to dig new ones in the frozen ground, so he did not want to give up Ustvolskaya, especially now that his penis could no longer perform its world-historic task; there was nothing more to it than that. (13337: the world-historic task!)

(The center of the world is Leningrad, which is Stalingrad, which is Auschwitz.) (13902)

When his death began, it was as if successive shrouds, each one so gauzy as to be nearly transparent, kept settling over his face, strangling away the breath almost tenderly, with Irina bending over him in the hospital ward, screaming his name like a shrilling telephone. He could hear her longer than he could see her, for the shrouds kept swirling down so that her image steadily greyed into a blackness deeper than meaning, and although for a little while longer he could almost perceive the reflection of her presence swimming on the nightstruck waters, she was fading very rapidly now; indeed, before he had time to mistake her for a certain other woman, she’d vanished with an almost playful suddenness, so that he sank irremediably alone into his velvet agony which drowned and tickled him while a blood-red spot rushed before him in ever-narrowing spirals. (14365: la morte di Šostakovič)

 


Sergio Rizzo – 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro

Rizzo, Sergio (2018). 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro. Milano: Feltrinelli. 2018. ISBN: 9788858824382. Pagine 92. 9,99 €.

02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euro di [Rizzo, Sergio]

Poco da dire. Un instant pamphlet in forma di romanzo. Non penso ne resterà molto tra qualche mese o qualche anno: le cose potrebbero andare meglio o peggio di così, ma è difficile che vadano esattamente così. C’è da sperare che i posteri non lo annoverino tra i testi profetici.

***

Ce n’è per tutti. Anche per l’Istat:

Dopo la diffusione delle statistiche sulla povertà e la disoccupazione dilaganti , il presidente dell’Istat venne sostituito con un commissario che aveva l’ordine di sottoporre preventivamente al governo i dati prima della loro diffusione , per evitare problemi di ordine pubblico .

Rizzo, Sergio. 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 1221-1223). Feltrinelli Editore. Edizione del Kindle.

Ian McEwan – The Children Act

McEwan, Ian (2014). The Children Act. London: Jonathan Cape. 2014. ISBN: 9781473513273. Pagine 213. 12,99 €

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Ian McEwan ha scritto – ancora una volta – un romanzo molto bello e anche quasi perfetto.

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Un requiem tedesco – Spoleto, 12 luglio 1988

Non sono un grande frequentatore di occasioni mondane, eppure 26 anni fa ero lì, in piazza del Duomo a Spoleto, per il concerto di chiusura del Festival dei due mondi, insieme ad altre 7.000 persone. Era domenica 10 luglio 1988.

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Ero stato anche l’anno precedente, su invito di un amico e mentore più grande di me, e volentieri avevo accettato l’invito anche per quell’anno. C’era anche mia madre. Ci eravamo mossi con largo anticipo nel primo pomeriggio, lasciando agli altri nonni i bambini (avevano 5 e 3 anni non ancora compiuti, nitroglicerina pura). Rientrammo la sera stessa.

Per la cronaca musicale mi affido alla recensione di Landa Ketoff su la Repubblica:

FINALE CON BRAHMS

SPOLETO
Sembrava che la festa spoletina non potesse concludersi con i soliti fantasmagorici fuochi, invece anche questo rito si è compiuto per la gioia dei cittadini e dei turisti, chiudendo in bellezza un’ edizione del Festival dei Due Mondi che si farà ricordare per alcuni spettacoli assai pregevoli come, per la musica, l’ opera Jenufa di Janacek, e per il gran numero di presenze: più di 101 mila spettatori per 81 produzioni con 187 rappresentazioni.
Il primo Festival del quarto decennio è dunque riuscito finalmente a superare la soglia delle centomila presenze, mostrando ancora una volta la vitalità della propria formula. E gli applausi che gli oltre settemila spettatori del Concerto in Piazza hanno rivolto a Giancarlo Menotti affacciato a una finestra della sua casa che domina la piazza erano profondamente sentiti e grati.
È questo un festival che, nonostante il proliferare delle manifestazioni estive in tutta la penisola, rimane unico, per la varietà e originalità delle proposte e per la capacità che ha di immergere chiunque si trovi in città in qualunque giorno in un bagno di spettacoli di ogni genere che iniziano alle 10.00 di mattina e terminano quasi alle due di notte giustapposti e in parte sovrapposti in modo da offrire un’ ampia possibilità di scelta. È un festival che riesce ad essere insieme elitario e popolare e che, stando alle cifre, non è neppure tra i più costosi (7 miliardi di spesa e 1 miliardo di incassi), quando sappiamo di altri festival che si avvicinano a questa cifra offrendo solo quattro o cinque produzioni e con incassi minimi.
Il più popolare tra i vari momenti del Festival è certamente il concerto finale nella piazza del Duomo. Un rito al quale hanno partecipato oltre settemila persone stipate nella piazza trasformata in enorme auditorio, davanti all’ immensa conchiglia in cui domenica avevano preso posto la Spoleto Festival Orchestra, il Coro Filarmonico di Colonia formato da circa 150 elementi, i due solisti (il soprano Maria Spacagna e il baritono Victor von Halem), l’ organista Paolo Carignani e il direttore Kenneth Montgomery.
Come è quasi sempre accaduto e in fondo questo rito lo esige è stata scelta un’ opera sinfonico-corale, il Requiem tedesco di Brahms (sebbene la scelta iniziale fosse la Missa Solemnis di Beethoven, poi sostituita per motivi legati alla diretta della Rai).
Meno grandioso della Messa beethoveniana, il Requiem brahmsiano non ha un carattere liturgico ma è un’ esortazione rivolta all’umanità di qualsiasi fede (e non è un caso che non vi si nomini mai il Cristo) a riflettere sulla morte. Di proposito vi mancano accenti tragici e scoppi di gioia, ma vi si avverte piuttosto l’ invito a una serena accettazione di un destino comune. Scritto in tempi diversi fra il 1857 e il 1868, il Requiem è costruito su un libero adattamento di testi biblici scelti da Brahms stesso. Lungo tutto il pezzo predomina il coro, mentre i solisti, che pure hanno un ruolo determinante nel significato del lavoro, sono limitati a interventi del baritono nel terzo e nel sesto dei sette numeri che lo compongono, e del soprano nel quinto, aggiunto nel 1868 in memoria della madre dell’ autore. Splendida la parte strumentale, con un linguaggio ricco di contrappunto, mai magniloquente e privo di sentimentalismi ma tutto soffuso di tenerezza.
Una tenera elegia della quale Massimo Mila ebbe a dire, quando nel 1961 Thomas Schippers ne dette, sempre a Spoleto, un’ esecuzione memorabile: «Se la musica avesse nella cultura il posto che le spetta, questo capolavoro verrebbe citato accanto alle opere di Proust e di Joyce, di Freud, di Kafka, di Musil e di Thomas Mann, come un documento fondamentale della crisi dell’ anima moderna da cui esce la civiltà contemporanea.»
L’ interpretazione che domenica ne ha dato Kenneth Montgomery è stata decorosa anche se non memorabile. I tempi sono parsi un po’ troppo lenti specialmente nella prima parte, e tutto l’ insieme un po’ monotono. Anche il coro, che pure è assai buono, non aveva quell’ incisività che si richiede nel Requiem brahmsiano. Molto bravo il soprano, l’ italo-americana Maria Spacagna, dalla voce chiara e pura, e bravo anche Victor von Halem, già apprezzato, senza microfoni e al chiuso, nella Petite Messe rossiniana.
Pubblico nell’insieme soddisfatto, il concerto in piazza è più uno spettacolo che un vero concerto.

Per quello che ricordo, avevo trovato la musica tutt’altro che straordinaria. Da pochi anni (mi pare fosse il 1983) un Giuseppe Sinopoli non ancora quarantenne si era rivelato al mondo con una sua incisione del Requiem tedesco profondamente innovativa e vigorosa. Al confronto, questa di Spoleto mi era sembrata enervata.

Ricordo piuttosto la straordinaria scenografia del concerto. Il palco è situato davanti al portico del Duomo e circondato da una grande (e bellissima) conchiglia di legno per migliorare l’acustica (non mi pare che ci fosse amplificazione, nonostante l’affermazione difforme di Landa Ketoff, e a differenza di quanto ormai accade surrettiziamente in molte sale, anche di grande reputazione).

Il concerto inizia all’imbrunire, direi alle 19:00. Fa ancora un caldo brutale (il termometro aveva raggiunto i 32 °C nel pomeriggio). Siamo stipati su seggiolette di paglia che riempiono la bella piazza in discesa, quasi un teatro naturale. Stormi di piccioni e voli di rondoni riempiono con i loro gridi la piazza, a volte sommergendo la musica.

Molte le signore in abito da sera. Davanti a me un’ampia schiena femminile quasi nuda. Durante tutto il concerto, molte zanzare si avvicendano su quelle belle spalle e tra le scapole per un banchetto ininterrotto. A tratti sono due o tre contemporaneamente. La signora, una vera signora (non certo la moglie di un politico o di un palazzinaro, ma probabilmente una discendente della danese principessa del pisello), non ha mai mosso una mano per scacciarle. Non ha nemmeno mai contratto i muscoli delle spalle, neppure involontariamente. Ne ho sinceramente ammirato l’eleganza e l’autocontrollo.

Sicuramente il Concerto in piazza è un’occasione mondana anche per l’alta società dei culicidi:

– Allora, che mi dici?
– Straordinario. Mi aspettavo molto, ma è stato al di sopra di tutte le mie aspettative. Squisitezze. E poi, non quelle porzioncine da nouvelle cuisine …
– Sai, dipende tutto dalla tracciabilità della filiera. Non è mica sangue qualunque o, peggio, roba d’importazione. Qui la qualità è controllata. Sono le grandi razze italiane: la piemontese, la chianina, la bufala campana. E non stiamo certo parlando di vacche …
– Sì, ma non è solo quello. Anche l’apparecchiatura è raffinatissima. E tutto il contorno. Un posto di gran classe.
– Allora, spero di vederti l’anno prossimo.
– Certamente, all’anno prossimo. E se non potrò venire io, verranno le mie figlie: corro subito a deporre le uova.
– Vedrai come cresceranno belle e sane, dopo questa scorpacciata.

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Michel Onfray – Politiche della felicità

Onfray, Michel (2008). Politiche della felicità (trad. Gregorio De Paola). Firenze: Ponte alle Grazie. 2012. ISBN: 9788862202855. Pagine 320. 23,00 €

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Un altro libro che avrei potuto fare a meno di leggere.

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Kate Atkinson – Life After Life

Atkinson, Kate (2013). Life After Life. London: Transworld. 2013. ISBN: 9781409043799. Pagine 545. 5,89 €

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Comincerò con una excusatio, però petita, e che dunque non dovrebbe condurre a un’accusatio manifesta. Leggi il seguito di questo post »

Edmond Rostand – Cyrano de Bergerac

Rostand, Edmond (1897). Cyrano de Bergerac (trad. Cinzia Bigliosi Franck). Milano: Feltrinelli. 2009. ISBN: 9788807822117. Pagine 285. 0,99 €

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Un’altra offerta-lampo di Amazon, tre classici a 99 centesimi l’uno.

Comprato perché Morgaine, che l’aveva letto nell’originale francese, mi aveva detto che era bellissimo, che lo aveva divorato in un baleno e aveva passato il tempo a piangere.

Devo avere il cuore di pietra, perché non mi è piaciuto per niente, ho trovato la storia scontata (con lo meno spessore drammaturgico del Rigoletto, anche se sotto il profilo narratologico la storia è la stessa: uno scambio di persona andato a finire male), il modo di raccontarla stucchevole (confesso di capire poco la scrittura teatrale, con tutti quegli a capo), il brio più da Ferrarelle che da champagne

Per di più, il bacio non è per nulla «un apostrofo rosa tra le parole t’amo», come sui cartigli dei baci Perugina, ma «un punto rosa sulla i di amor mio» (pos. Kindle 3223): certo più vicino all’originale francese («Un point rose qu’on met sur l’i du verbe aimer», pos. 5357), ma insomma, un altro anticlimax.

Luciana Castellina – La scoperta del mondo

Castellina, Luciana (2011). La scoperta del mondo. Roma: nottetempo. 2011. ISBN: 9788874522781. Pagine 296. 1,99 €

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Le offerte-lampo che Amazon fa quotidianamente ai possessori di Kindle sono una buona approssimazione della serendipità: come si fa a resistere a comprare un libro che ti interessa anche solo marginalmente, e che non acquisteresti a prezzo pieno, se te Amazon te lo offre – per un giorno solo, in modo che tu non abbia il tempo di riflettere bene – per 1,99 o 0,99 euro? Per mia fortuna, per quanto onnivoro e curioso, conosco abbastanza i miei limiti di tempo (anzi, so già che non mi basterebbero anni di vita e di pensione per leggere tutto quello che ho messo da parte per quando avrò più tempo) ed è piuttosto raro che le offerte mi tentino: o perché sono libri che sospetto brutti, o perché sono manuali di giardinaggio o di agopuntura, o perché sono libri gialli (che leggo molto raramente), o perché sono storie di cani o di gatti o di altri animali domestici, o perché sono traduzioni dall’inglese (e in questi caso preferisco leggere l’originale). Insomma, spesso la faccio franca.

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