Religione, opinione, espulsione, Costituzione

Chi mi conosce anche superficialmente, sia pure soltanto per essere un lettore di questo blog, sa che sono ateo e anticlericale, contrario a ogni fanatismo, apprendista praticante delle fatiche del pensiero razionale. Non penso, perciò, di potere essere accusato di simpatia per il predicatore che ha invitato il suo dio a sterminare tutti i credenti in una religione diversa.

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La pratica di invocare l’aiuto divino nello sterminio dei nemici è antica e diffusa, soprattutto nelle religioni “del libro”: i credenti delle tre grandi religioni monoteistiche convergono nel figurarsi una divinità personale modellata sull’archetipo del patriarca mediorientale, una sorta di grande vecchio irascibile e geloso, pronto a intervenire a favore del “suo” popolo. La Bibbia – come sa chi l’ha letta (pochissimi, in Italia, dove tutti però fingono di saperla lunga) – pullula di episodi terrificanti e cruenti, con tutti i maschi nemici passati a fil di spada, mamme bambini e vecchi sterminati con una meticolosità degna delle SS e le giovani vergini rapite e deportate come prede di guerra. Un elenco parziale (ancorché dichiaratamente di parte) lo trovate qui. Ma vi assicuro (io la Bibbia l’ho letta davvero, dalla prima all’ultima pagina) che basta aprire l’Antico testamento a caso, soprattutto nei libri che raccontano la “storia” del popolo ebraico (piuttosto che quelli poetici, profetici o sapienziali) per trovare questi massacri.

Stando così le cose, non è stupefacente che fedeli e sacerdoti invochino l’aiuto di dio per lo sterminio dei nemici, come ha fatto l’imam di San Donà di Piave.

Questo, ad esempio, è Isaia – non l’ultimo dei predicatori di campagna, ma un profeta tra i sommi, accreditato tra i cristiani per aver previsto l’avvento di Gesù. È dio in persona che sta parlando al profeta:

Io avverserò i tuoi avversari;
io salverò i tuoi figli.
Farò mangiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori,
si ubriacheranno del proprio sangue come di mosto.
Allora ogni uomo saprà
che io sono il Signore, tuo salvatore,
io il tuo redentore e il Forte di Giacobbe. [Isaia 49: 25-26. La traduzione è quella ufficiale della CEI-Conferenza episcopale italiana]

Ricordiamo anche che l’appellativo tradizionale del dio dell’Antico testamento era “dio degli eserciti” – che nei testi liturgici viene tradotto pudicamente (e cosmologicamente) “dio dell’universo” – e che di conseguenza il segno che gli viene richiesto più di frequente è un segno di potenza militare.

Di qui anche, prevedibilmente, una lunga sequenza di affermazioni a sostegno della tesi che dio è dalla parte tua, che gli sei fedele e che lo stai invocando: dal “deus lo volt” con cui Pietro l’eremita predicava la prima crociata, la crociata dei pezzenti; all’agghiacciante “Gott mit uns” sulla fibbia dei cinturoni degli eserciti tedeschi della prima e della seconda guerra mondiale (ma era già il motto dei cavaliere teutonici e fu adottato anche dall’impero russo, Съ нами богъ!), a “In God We Trust” motto nazionale degli Stati Uniti d’America (fino al 1956 era E pluribus unum che a me, per quel che conta, piace molto di più), fino alla nota canzone di Bob Dylan, With God on our Side. Ma non crediate che noi italiani ci possiamo chiamare fuori: basterebbe forse il “dio stramaledica gli inglesi” di mussoliniana memoria.

Alla luce di queste tradizionali invocazioni al proprio dio affinché stermini i propri nemici, quella di Abd Al-Barr Al-Rawdhi, imam marocchino di una comunità islamica di San Donà di Piave, non mi sembrano particolarmente originali o particolarmente cruente. Secondo l’Avvenire (quotidiano della CEI) avrebbe detto:

«O​h Allah, contali uno a uno e uccidili fino all’ultimo». O, secondo un’altra traduzione, «A morte tutti gli ebrei», tutti, «fino all’ultimo, senza risparmiare uno solo di loro», perché questo renderebbe «felici» i musulmani. E ancora: «Allah, trasforma il loro cibo in veleno». [Francesco Dal Mas, Espulso imam di San Donà: «Incita all’odio». L’Avvenire. 5 agosto 2014]

* * *

Qui arrivo alla domanda che mi interessa: sono giusti i provvedimenti di fermo e di espulsione?

Intanto: lo si può espellere perché è un cittadino straniero. Se fosse italiano non lo si potrebbe fare: non legalmente, quanto meno.

Il ministro Alfano – che pure è laureato in giurisprudenza – non ha dubbi:

[…] il titolare del Viminale ha disposto l’espulsione dell’imam marocchino, per grave turbamento dell’ordine pubblico e pericolo per la sicurezza nazionale e discriminazione per motivi religiosi. «Non è accettabile che venga pronunciata un’orazione di chiaro tenore antisemita, contenente espliciti incitamenti alla violenza e all’odio religioso», ha spiegato Alfano. «Per questo ne ho disposto l’immediata espulsione dal territorio nazionale. La mia decisione valga da monito per tutti coloro che pensano che in Italia si possa predicare odio». [è sempre l’articolo de l’Avvenire]

In un’intervista a Libero del 6 agosto 2014, ripresa sul sito del ministro, Alfano dichiara (tra l’altro):

Il comportamento dell`imam era inaccettabile. Il fatto che Libero lo abbia rilanciato in questo modo ha reso ancora più eclatante quello che già era noto ai nostri uffici tramite le attività di analisi e di indagine. Ho provato un sentimento di indignazione e di preoccupazione, che si è tradotto nella necessità di assumere un provvedimento immediato che desse la certezza agli italiani che nel nostro paese c’è la libertà di professione dei culti, ma non la libertà di professione degli odi.

Mi dispiace, signor ministro, non sono d’accordo. E mi piacerebbe che il presidente della Repubblica intervenisse – anche se mi rendo conto che sarebbe un intervento impopolare – come garante della Costituzione a ricordare che la libertà di religione e quella di opinione sono fondanti della nostra convivenza civile e sono valori democratici e liberali per cui ci si batte dal secolo dei lumi.

Se non lo fa nessun altro, lo faccio io, invitandovi a leggere le parole semplici e chiare della Costituzione.

Articolo 19. Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Articolo 21. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la
parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Invece non trovo nella Costituzione, per quanti sforzi faccia, una clausola che limita la libertà di opinione nel caso della “professione degli odi”.

Gentle Giant – Milano, Palalido, 4 gennaio 1973

Tra le molte possibili declinazioni del concetto di essere un loser (o, come traducono nei doppiaggi cinematografici e televisivi, uno sfigato) si potrebbe introdurre questa, a mo’ di compendio: non ho mai sentito dal vivo i Genesis, però ho sentito i Gentle Giant.

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Non che fossero poi malaccio, ma al confronto dei “grandi” del prog inglese, i Gentle Giant stavano nel peloton insieme agli Hatfield and the North cantati da Jonathan Coe in un suo romanzo (‘The Rotters’ Club – tradotto in Italia La banda dei brocchi – che è il titolo del secondo LP del gruppo).

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Le riforme e il tappetone di Mucciante

Ho sempre più spesso la sensazione che i cambiamenti, piccoli o grandi, che la “politica” imprime alla rotta del nostro povero Paese siano dettati da una ricerca (abbastanza automatica) della linea di minor resistenza o dei minimi locali del paesaggio delle possibili opzioni.

governo.it/Presidenza

Prima di entrare nel vivo, però, permettetemi due digressioni:

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I numeri portano sempre dolore

Togliti di mezzo, Matrix. Hai fatto il tuo tempo.

La profonda realtà dei numeri, quanto essi contribuiscano a tessere le nostre esistenze, quanto – per quanto dolorosa – la sensibilità ai numeri e la conoscenza quantitativa contribuiscano a farci umani: tutto questo è raccontato, con grandissima poesia, nei 9 minuti di questo film del regista ceco Robert Hloz girato in Corea.

Guardatelo con attenzione.

Mi ringrazierete.

Stefano Bollani e Hamilton De Holanda – Roma, 16 luglio 2014

L’abbiamo evocato, Stefano Bollani, ed eccolo qua, insieme a Hamilton De Holanda, virtuoso di mandolino a 10 corde.

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Mandolino a 10 corde? Perché quante corde ha, di solito, un mandolino?

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Keith Jarrett – Roma, 11 luglio 2014 (e 5 novembre 1993)

Quando vado a un concerto e poi ne scrivo sul blog, la mia massima aspirazione sarebbe quello di parlare di musica. Non sempre è possibile, però, perché a volte gli aspetti extra-musicali prendono il sopravvento.

È successo, a mio parere, con il concerto di Keith Jarrett alla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della musica di Roma l’11 luglio 2014, nell’ambito dell’ormai classica e meritoria rassegna Luglio suona bene.

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Quanto agli aspetti musicali, la sintesi più efficace l’ha fatta uno sconosciuto parlando con una sconosciuto, che ho sentito mentre uscivamo dalla sala: «Non è stato un concerto, è stata una sequenza di bis.»

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Un requiem tedesco – Spoleto, 12 luglio 1988

Non sono un grande frequentatore di occasioni mondane, eppure 26 anni fa ero lì, in piazza del Duomo a Spoleto, per il concerto di chiusura del Festival dei due mondi, insieme ad altre 7.000 persone. Era domenica 10 luglio 1988.

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Ero stato anche l’anno precedente, su invito di un amico e mentore più grande di me, e volentieri avevo accettato l’invito anche per quell’anno. C’era anche mia madre. Ci eravamo mossi con largo anticipo nel primo pomeriggio, lasciando agli altri nonni i bambini (avevano 5 e 3 anni non ancora compiuti, nitroglicerina pura). Rientrammo la sera stessa.

Per la cronaca musicale mi affido alla recensione di Landa Ketoff su la Repubblica:

FINALE CON BRAHMS

SPOLETO
Sembrava che la festa spoletina non potesse concludersi con i soliti fantasmagorici fuochi, invece anche questo rito si è compiuto per la gioia dei cittadini e dei turisti, chiudendo in bellezza un’ edizione del Festival dei Due Mondi che si farà ricordare per alcuni spettacoli assai pregevoli come, per la musica, l’ opera Jenufa di Janacek, e per il gran numero di presenze: più di 101 mila spettatori per 81 produzioni con 187 rappresentazioni.
Il primo Festival del quarto decennio è dunque riuscito finalmente a superare la soglia delle centomila presenze, mostrando ancora una volta la vitalità della propria formula. E gli applausi che gli oltre settemila spettatori del Concerto in Piazza hanno rivolto a Giancarlo Menotti affacciato a una finestra della sua casa che domina la piazza erano profondamente sentiti e grati.
È questo un festival che, nonostante il proliferare delle manifestazioni estive in tutta la penisola, rimane unico, per la varietà e originalità delle proposte e per la capacità che ha di immergere chiunque si trovi in città in qualunque giorno in un bagno di spettacoli di ogni genere che iniziano alle 10.00 di mattina e terminano quasi alle due di notte giustapposti e in parte sovrapposti in modo da offrire un’ ampia possibilità di scelta. È un festival che riesce ad essere insieme elitario e popolare e che, stando alle cifre, non è neppure tra i più costosi (7 miliardi di spesa e 1 miliardo di incassi), quando sappiamo di altri festival che si avvicinano a questa cifra offrendo solo quattro o cinque produzioni e con incassi minimi.
Il più popolare tra i vari momenti del Festival è certamente il concerto finale nella piazza del Duomo. Un rito al quale hanno partecipato oltre settemila persone stipate nella piazza trasformata in enorme auditorio, davanti all’ immensa conchiglia in cui domenica avevano preso posto la Spoleto Festival Orchestra, il Coro Filarmonico di Colonia formato da circa 150 elementi, i due solisti (il soprano Maria Spacagna e il baritono Victor von Halem), l’ organista Paolo Carignani e il direttore Kenneth Montgomery.
Come è quasi sempre accaduto e in fondo questo rito lo esige è stata scelta un’ opera sinfonico-corale, il Requiem tedesco di Brahms (sebbene la scelta iniziale fosse la Missa Solemnis di Beethoven, poi sostituita per motivi legati alla diretta della Rai).
Meno grandioso della Messa beethoveniana, il Requiem brahmsiano non ha un carattere liturgico ma è un’ esortazione rivolta all’umanità di qualsiasi fede (e non è un caso che non vi si nomini mai il Cristo) a riflettere sulla morte. Di proposito vi mancano accenti tragici e scoppi di gioia, ma vi si avverte piuttosto l’ invito a una serena accettazione di un destino comune. Scritto in tempi diversi fra il 1857 e il 1868, il Requiem è costruito su un libero adattamento di testi biblici scelti da Brahms stesso. Lungo tutto il pezzo predomina il coro, mentre i solisti, che pure hanno un ruolo determinante nel significato del lavoro, sono limitati a interventi del baritono nel terzo e nel sesto dei sette numeri che lo compongono, e del soprano nel quinto, aggiunto nel 1868 in memoria della madre dell’ autore. Splendida la parte strumentale, con un linguaggio ricco di contrappunto, mai magniloquente e privo di sentimentalismi ma tutto soffuso di tenerezza.
Una tenera elegia della quale Massimo Mila ebbe a dire, quando nel 1961 Thomas Schippers ne dette, sempre a Spoleto, un’ esecuzione memorabile: «Se la musica avesse nella cultura il posto che le spetta, questo capolavoro verrebbe citato accanto alle opere di Proust e di Joyce, di Freud, di Kafka, di Musil e di Thomas Mann, come un documento fondamentale della crisi dell’ anima moderna da cui esce la civiltà contemporanea.»
L’ interpretazione che domenica ne ha dato Kenneth Montgomery è stata decorosa anche se non memorabile. I tempi sono parsi un po’ troppo lenti specialmente nella prima parte, e tutto l’ insieme un po’ monotono. Anche il coro, che pure è assai buono, non aveva quell’ incisività che si richiede nel Requiem brahmsiano. Molto bravo il soprano, l’ italo-americana Maria Spacagna, dalla voce chiara e pura, e bravo anche Victor von Halem, già apprezzato, senza microfoni e al chiuso, nella Petite Messe rossiniana.
Pubblico nell’insieme soddisfatto, il concerto in piazza è più uno spettacolo che un vero concerto.

Per quello che ricordo, avevo trovato la musica tutt’altro che straordinaria. Da pochi anni (mi pare fosse il 1983) un Giuseppe Sinopoli non ancora quarantenne si era rivelato al mondo con una sua incisione del Requiem tedesco profondamente innovativa e vigorosa. Al confronto, questa di Spoleto mi era sembrata enervata.

Ricordo piuttosto la straordinaria scenografia del concerto. Il palco è situato davanti al portico del Duomo e circondato da una grande (e bellissima) conchiglia di legno per migliorare l’acustica (non mi pare che ci fosse amplificazione, nonostante l’affermazione difforme di Landa Ketoff, e a differenza di quanto ormai accade surrettiziamente in molte sale, anche di grande reputazione).

Il concerto inizia all’imbrunire, direi alle 19:00. Fa ancora un caldo brutale (il termometro aveva raggiunto i 32 °C nel pomeriggio). Siamo stipati su seggiolette di paglia che riempiono la bella piazza in discesa, quasi un teatro naturale. Stormi di piccioni e voli di rondoni riempiono con i loro gridi la piazza, a volte sommergendo la musica.

Molte le signore in abito da sera. Davanti a me un’ampia schiena femminile quasi nuda. Durante tutto il concerto, molte zanzare si avvicendano su quelle belle spalle e tra le scapole per un banchetto ininterrotto. A tratti sono due o tre contemporaneamente. La signora, una vera signora (non certo la moglie di un politico o di un palazzinaro, ma probabilmente una discendente della danese principessa del pisello), non ha mai mosso una mano per scacciarle. Non ha nemmeno mai contratto i muscoli delle spalle, neppure involontariamente. Ne ho sinceramente ammirato l’eleganza e l’autocontrollo.

Sicuramente il Concerto in piazza è un’occasione mondana anche per l’alta società dei culicidi:

– Allora, che mi dici?
– Straordinario. Mi aspettavo molto, ma è stato al di sopra di tutte le mie aspettative. Squisitezze. E poi, non quelle porzioncine da nouvelle cuisine …
– Sai, dipende tutto dalla tracciabilità della filiera. Non è mica sangue qualunque o, peggio, roba d’importazione. Qui la qualità è controllata. Sono le grandi razze italiane: la piemontese, la chianina, la bufala campana. E non stiamo certo parlando di vacche …
– Sì, ma non è solo quello. Anche l’apparecchiatura è raffinatissima. E tutto il contorno. Un posto di gran classe.
– Allora, spero di vederti l’anno prossimo.
– Certamente, all’anno prossimo. E se non potrò venire io, verranno le mie figlie: corro subito a deporre le uova.
– Vedrai come cresceranno belle e sane, dopo questa scorpacciata.

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Michel Onfray – Politiche della felicità

Onfray, Michel (2008). Politiche della felicità (trad. Gregorio De Paola). Firenze: Ponte alle Grazie. 2012. ISBN: 9788862202855. Pagine 320. 23,00 €

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Un altro libro che avrei potuto fare a meno di leggere.

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Emerson, Lake & Palmer – Milano, 4 maggio 1973

Era molto tempo che non li ascoltavo. Eppure ci fu un periodo, neppure brevissimo, in cui sembrava che Emerson, Lake & Palmer fossero l’epitome del progressive. Quanto meno, a giudizio della maggioranza e (soprattutto, per quanto mi riguarda) dei conduttori di Per voi giovani, che accompagnavano da anni i miei pomeriggi di studio («Ma come fai con la radio accesa?» era una domanda ricorrente, ma anche a distanza di decenni mi sembra che la cosa funzionasse egregiamente).

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All’epoca (inizio 1973) penso fossero il napoletano Raffaele Cascone (il «Raffaele è contento / non ha fatto il soldato / ma ha girato e conosce la gente / […] /Raffaele è contento / non si è mai laureato / ma ha studiato e guarisce la gente / e mi dice: stai attento / che ti fanno fuori dal gioco /se non hai niente da offrire al mercato» della canzone Venderò cantata da Edoardo Bennato ma scritta dal fratello Eugenio), il romano Carlo Massarini (il secondo da sinistra nella foto sopra; il primo da sinistra è – se non sbaglio – Paolo Giaccio e il terzo è Mario Luzzatto Fegiz), il milanese Massimo Villa (che veniva dal Liceo scientifico Vittorio Veneto come gli Stormy Six) e il novarese Riccardo Bertoncelli (quello reso immortale dall’Avvelenata di Guccini).

A onor del vero, il mondo del prog era diviso in fazioni rivali e nella stessa Per voi giovani c’erano i tifosi del gruppo concorrente, gli Yes che avevano anch’essi un punto di forza in un tastierista, Rick Wakeman…

Il concerto del 4 maggio 1973 lo ricordo ancora abbastanza bene. Si teneva al mitico Velodromo Vigorelli. Gli ELP erano al massimo della loro popolarità ed eravamo tantissimi. Faceva abbastanza caldo, per essere l’inizio di maggio.

Ricordo un concerto lungo e sontuoso, con il tradizionale accoltellamento finale dell’organo Hammond da parte di Keith Emerson. La setlist (secondo gli specialisti di setlist.fm) fu questa:

  1. Tarkus
  2. Karn Evil 9: 1st Impression, Part 2
  3. Jeremy Bender
  4. The Sheriff
  5. Take a Pebble
  6. Still… You Turn Me On
  7. Lucky Man
  8. Piano Improvisation
  9. Hoedown (da Aaron Copland)
  10. Pictures at an Exhibition (da Modest Petrovič Musorgskij)
  11. Toccata (da Alberto Ginastera)
  12. Rondo (da Wolfgang Amadeus Mozart, via Dave Brubeck)

Il gruppo di sostegno, che aprì il concerto, fu la Premiata Forneria Marconi, da poco passata alla scuderia Manticore degli ELP.

Il tour era quello di Trilogy, ma gli ELP eseguirono anche un brano da Brain Salad Surgery (Karn Evil 9: 1st Impression, Part 2), il nuovo album che sarebbe stato pubblicato soltanto 6 mesi più tardi, il 19 novembre 1973.

Per me, e per molti della mia generazione, la copertina di Brain Salad Surgery, con la sua necrofilia e il suo sottile riferimento osceno, fu il primo incontro con il genio di Hans Rudolf Giger (scomparso poche settimane fa, il 12 maggio 2014), molti anni prima di Alien.

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Quando i giornali parlano di scienza a sproposito, di chi è la responsabilità?

Se lo chiede David Spiegelhalter, un professore di statistica che dirige il Winton programme for the public understanding of risk dell’Università di Cambridge e di cui abbiamo già parlato in questo blog, qui e qui.

understandinguncertainty.org

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