46 regole per diventare un genio [5]

Quinta puntata (per la quarta, andate qui).

La quinta regola è (con le mie rudimentali traduzioni del pensiero di Neumeier, che non sempre condivido):

Ask a bigger question

Fatti una domanda più grande

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Chiediti che tipo di problema stai cercando di risolvere. È un problema semplice? complesso? strutturale? un problema di comunicazione? di tecnologia? di progettazione? di budget? di leadership? di strategia? Se non sai che tipo di problema stai cercando di risolvere, la soluzione – per quanto ingegnosa – rischia di essere inadeguata.

Di solito, i problemi che dobbiamo risolvere sono compiti assegnati da qualcun altro – un superiore, un insegnante, un cliente, un comitato, un’organizzazione: succede a quasi tutti noi. Anche se il problema ci sembra ben formulato, vale la pena di farsi qualche domanda per vedere che il contesto [scusate il termine abusato: nell’originale c’è framework], che i termini del problema siano privi di falle. Il contesto è il confine intorno al problema, il recinto che impedisce al problema di estendersi fino all’infinito. Aiuta a mettere a fuoco il problema, suggerisce una direzione al lavoro, ne limita i costi e definisce un criterio per misurare il successo. Se il contesto presenta delle falle, tutto il resto sarà sbagliato.

Di primo acchito, sarai tentato di accettare i termini del problema. Resisti. Sii curioso. Fai delle domande. Vai a fondo. Certo, al momento dell’assegnazione del problema può sembrare irrispettoso o scocciante tormentare con troppe domande chi te lo sta assegnando. Suggerisco di soppesare tra te e te dubbi e questioni, metterli in bell’ordine in modo articolato e sollevarli in una riunione specifica. È probabile, anzi, che al momento dell’assegnazione del problema tu non abbia domande da fare. A volte le domande giuste ci mettono del tempo a venire a galla.

Via via che acquisti esperienza nell’affrontare compiti e nel risolvere problemi, imparerai a porti (ed eventualmente a porre) domande utili. Domande come queste:

  • Ho già incontrato questo problema?
  • Di quali elementi di conoscenza dispongo già?
  • I termini del problema sono quelli giusti? I confini sono quelli giusti?
  • O devo piuttosto risolvere un problema più ampio?
  • Se trovo una soluzione, che cosa migliorerà?
  • Che cosa invece peggiorerà? che cosa dovrà essere sostituito, e come?
  • Che possibilità ne scaturiranno?
  • Chi ci guadagnerà? chi ci perderà?
  • Ma siamo sicuri che ci sia un problema da risolvere? qui e ora?
  • Chi lo dice? e allora? e perché no?

Ponendoti domande più grandi, puoi trovare che i termini del problema impongono confini troppo stretti. Che il problema investe questioni più importanti, che però sono state artificialmente compresse per restare all’interno di un budget, di un orizzonte temporale, di una job description, delle competenze a disposizione… Tutti vincoli credibili, e da non sottovalutare: ma è comunque meglio affrontarli a viso aperto e farne oggetto di discussione.

Anche in questo caso, si mischiano fuffa e spunti interessantiComunque da leggere, secondo me.

46 regole per diventare un genio [4]

Quarta puntata (per la terza, andate qui).

La quarta regola è (con le mie rudimentali traduzioni del pensiero di Neumeier, che non sempre condivido):

See what’s not there

Vedi quello che non c’è

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Una delle qualità che distinguono un leader da un gregario è la capacità di vedere quello che ci potrebbe essere, ma ancora non c’è. I più sono in grado di vedere quello che c’è già: non servono occhiali magici per vedere che la Torre Eiffel è una frequentata destinazione turistica, o che l’area del rettangolo si ottiene moltiplicando base per altezza, o che milioni di persone sono disposte a pagare di più per una tazza di caffè speciale. Ma hai bisogno di occhiali magici per vedere che cosa ancora il mondo non ha, perché quello che manca è per definizione invisibile.

Il trucco è quello di notare quello che gli artisti e i designer chiamano spazio negativo: lo sfondo del quadro, lo spazio bianco della pagina, il silenzio tra le battute di una pièce teatrale, le pause in una partitura. Nel mondo dell’arte, sono tutti elementi importanti di composizione. Sul mercato, sono i crepacci in cui si annidano le occasioni nascoste.

Sperimenta queste 3 tecniche per trovare lo spazio negativo in un mercato, in un problema, in una situazione:

  • Setaccia le minacce alla ricerca di possibilità nascoste. Ogni minaccia nasconde in sé un potenziale d’innovazione. La minaccia dell’obesità ha in sé la possibilità di nuovi stili di nutrizione. La minaccia del riscaldamento globale ha in sé la possibilità di nuove fonti energetiche. La minaccia della disoccupazione ha in sé la possibilità di nuovi modelli di istruzione. La lista è infinita, se impariamo a vedere quello che non c’è…
  • Esamina diverse aree alla ricerca di differenze nei tassi di variazione. Il futuro è già qui – si usa dire – solo che non è distribuito omogeneamente. Guarda ad aree che sono cambiate, poi cerca aree simili o analoghe che non sono cambiate. Cerca le sacche di resistenza al successo delle nuove idee. Ci sono buone possibilità che sia soltanto una questione di tempo prima che il cambiamento arrivi anche lì.
  • Immagina come una tendenza potrebbe influire su una regola affermata. Fatti una lista delle tedenze dominanti o nascenti, e poi applicale mentalmente a settori e attività che non sono cambiati da un bel po’. La tendenza a favore dell’agricoltura bio che cosa significa per i fast-food? La diffusione dei pagamenti via cellulare che effetto avrà sulle abitudini di shopping? E le nanotecnologie potrebbero cambiare il mercato dell’energia? L’abitudine di essere sempre online potrebbero cambiare il modo di vivere gli anni dell’università?

Per trovare che cosa non c’è, pensa la lavoro che non si è fatto, alla strada che non si è imboccata, al prodotto che non è andato in produzione. Questi sono gli occhiali magici per vedere l’invisibile e concepire l’inconcepibile.

L’immane potenze del negativo, come diceva Hegel (che non è affatto un cane morto, neppure nel 2014):

Per il suo fondamento, il mio metodo dialettico non solo è differente da quello hegeliano, ma ne è anche direttamente l’opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli, sotto il nome di Idea, trasforma addirittura in soggetto indipendente, è il demiurgo del reale, mentre il reale non è che il fenomeno esterno del pensiero; per me, viceversa, l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini. […]
Ho criticato il lato mistificatore della dialettica hegeliana quasi trent’anni fa, quando era ancora la moda del giorno. Ma proprio mentre elaboravo il primo volume del Capitale i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che dominano nella Germania cólta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava Spinoza: come un “cane morto”. Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore e ho perfino civettato qua e là, nel capitolo sulla teoria del valore, con il modo di esprimersi che gli è peculiare. La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico. [Marx, Karl (1873). Il capitale, libro I, Poscritto alla seconda edizione (1873). Roma: Editori Riuniti. 1964 (5ªed.): pp. 44-45]

11 anni di ricerche concludono: le radiazioni elettromagnetiche dei cellulari non sono cancerogene

Lo so, non convincerò tutti. Molti continueranno a dire che è un complotto delle multinazionali.

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La notizia comunque è questa: 11 anni di ricerche condotte dal programma di ricerca britannico Mobile Telecommunications and Health Research, nessun elemento a sostegno dell’ipotesi che le radiazioni elettromagnetiche dei cellulari possano essere cancerogene.

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Gli elastici degli astici

Quando l’ho letto su facebook, ho pensato a uno scherzo (non sono riuscito a ritrovare il post e me ne scuso con voi).

wikimedia.org/wikipedia/commons

Esiste, all’interno dei tanti movimenti animalisti e anti-specisti (che rispetto nelle opinioni dei loro aderenti e simpatizzanti, come rispetto le opinioni di tutti; chiedo loro, però, di rispettare le mie senza coprirmi di insulti e senza augurarmi una morte lenta e dolorosa perché non disdegno la carne), un movimento che si preoccupa del benessere dei crostacei. E che chiede, quando sono tenuti negli acquari, che siano liberati dagli elastici che impediscono loro di aprire e chiudere le chele. Leggi il seguito di questo post »

46 regole per diventare un genio [3]

Terza puntata (per la seconda, andate qui).

La terza regola è (con le mie rudimentali traduzioni del pensiero di Neumeier, che non sempre condivido):

Feel before you think

Sentire prima di pensare

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Resisti alla tentazione di imporre una soluzione pre-confezionata a un problema intrigante o una soluzione rivoluzionaria a un problema triviale. Trattieniti, datti il tempo per mettere ordine nelle tue sensazioni e considerare tutti gli aspetti. A seconda della natura e dell’ampiezza del problema, ci possono volere cinque secondi o cinque giorni. Quel che ci vuole ci vuole.

Hai mai notato che quando cerchi un’informazione, abbassi gli occhi come se i dati fossero sulla scrivania? E che quando cerchi di trovare una soluzione, alzi lo sguardo come se la soluzione fosse tra le nuvole? Sono comportamenti osservati di frequente in chi cerca di risolvere un problema. Ma non funzionano se stai cercando un’intuizione: non ti serve guardare, devi ascoltare le sensazioni.

Cercare una soluzione attraverso le sensazioni è come quando un giocatore decide la sua prossima mossa. È una cosa più corporea che cerebrale. Ti dà un accesso all’intuizione che supera le solite paure, le distrazioni, le soluzioni di default, le trappole emotive che rendono il tuo lavoro meno brillante. Le sensazioni ti danno una connessione al tuo tema del momento che il solo pensiero non dà.

Chiudi gli occhi e fatti portare alla deriva con il tuo problema. Lascia che ti mormori qualche cosa. Immagina di essere uno psicologo e che il problema sia il paziente. Offrigli profonda empatia e piena attenzione. Sii disponibile. Non cercare di aggiustarlo. Immagina la strada da fare.

Fatta la tara a tutta la fuffa, ci sono spunti interessanti.

Daniel C. Dennett – Intuition Pumps and Other Tools for Thinking

Dennett, Daniel C. (2013). Intuition Pumps and Other Tools for Thinking. London: Allen Lane. 2013. ISBN 9780141970127. Pagine 458. 14,03 €

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Ho incontrato Dan più di 30 anni fa, e da allora ci siamo sempre frequentati, anche se a volte ci siamo persi di vista per lunghi periodi. Me l’aveva presentato Doug Hofstadter, ma poi siamo diventati amici indipendentemente da lui …

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500.000

Un traguardo importante, quello del mezzo milione di visite. Almeno per me. Why evolution is true, il blog di Jerry Coyne, nel 2013 ha avuto 9 milioni di visite e in un solo giorno, il giorno record, ne ha avuti quasi 304.000. In un giorno. Io ci ho messo più di 4 anni. Leonardo, un blogger italiano molto bravo e molto popolare, ha superato i 4 milioni di pagine viste (è pur vero che ha cominciato nel 2001) e viaggia a un ritmo di 1.500 al giorno.

http://www.67notout.com/2011/01/elephants-trunk-and-crocodile.html: a scene caught on camera by photographer Johan Opperman in the Kruger National Park

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46 regole per diventare un genio [2]

Seconda puntata (per la prima, andate qui).

Ho cominciato bene, non rispettando la regola che mi ero dato di proporvi le regole di Marty Neumeier via via che le pubblicava sul suo blog su liquidagency.com.

La seconda regola è (con le mie rudimentali traduzioni del pensiero di Neumeier, che non sempre condivido):

Wish for what you want

Desidera ciò che vuoi

liquidagency.com/blog

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Marco Magini – Come fossi solo

Magini, Marco (2013). Come fossi solo. Firenze-Milano: Giunti. 2013. ISBN 9788809789463. Pagine 224. 8,99 €

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Sono indeciso: in inglese si dice I am of two minds, e per una volta l’inglese mi sembra a un tempo più preciso e più vago. Più preciso, perché in moltissimi casi si può essere in due diversi stati mentali, di due diverse opinioni o posizioni senza che sia in gioco nessuna decisione; più vago, perché fa pensare, almeno a me, a due stati d’animo indefiniti, che magari si disperdono come la nebbia quando si cerca di mettere a fuoco il problema. Da una parte, ho molta simpatia per Marco Magini e per le motivazioni – che non rivela ma che mi sembrano abbastanza trasparenti, soprattutto nel personaggio di Romeo González – che lo hanno spinto a scrivere questo libro. Dall’altra, ho molte riserve proprio sulla riuscita dell’operazione letteraria.

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Peggio gestisci il tuo tempo, più cose riesci a fare

Come sappiamo tutti, il web è pieno di decaloghi, consigli disinteressati, consigli apparentemente disinteressati, consigli esplicitamente interessati: quale software, quale smartphone, quali scarpette per correre, quale racchetta da tennis; scorciatoie e metodi per utilizzare meglio quel software, quello smartphone, quelle scarpette, quella racchetta da tennis; regole per diventare più sani, più belli, più ricchi, più simpatici, più popolari, più convincenti, più produttivi. Addirittura 46 regole per diventare un genio. E qualche volta ci casco anch’io a riproporvele sul mio blog, anche se quasi sempre si tratta di fuffa superciliosa (ho sempre sognato di usare l’aggettivo supercilioso).

Dopo tanti interventi che ti spiegano come utilizzare al meglio il proprio tempo, non poteva che attirare la mia attenzione un titolo che proclamava:

If you manage your time terribly, you’ll get more done

qzprod.files.wordpress.com

Se siete curiosi, esplorate con me.

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