Deportee

Nel mio piccolo, anch’io…

wikimedia.org/wikipedia/commons

Bob Dylan e Joan Baez, live, nel tour Rolling Thunder Revue (1976). Il video non c’è più su YouTube, ma lo trovate qui.

PLANE WRECK AT LOS GATOS (DEPORTEE)
Words by Woody Guthrie – Music by Martin Hoffman

The crops are all in and the peaches are rott’ning
The oranges piled in their creosote dumps
They’re flying ‘em back to the Mexican border
To pay all their money to wade back again

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

My father’s own father he waded that river
They took all the money he made in his life
Six hundred miles to that Mexican border
They chase us like outlaws like rustlers like thieves

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

The skyplane caught fire over Los Gatos Canyon
A fireball of lightning and shook all our hills
Who are all these friends all scattered like dry leaves
The radio says “They are just Deportees”

Is this the best way we can grow our big orchards
Is this the best way we can grow our good fruit
To fall like dry leaves to rot on my topsoil
And be called by no name except “Deportees”

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

Però c’è la bellissima versione che canto Bruce Springteen vent’anni dopo, nel 1996, in occasione della proclamazione dell’inserimento di Woody Guthrie nella Rock & Roll Hall Of Fame. La storia la racconta Andrea Falcone, che ha postato il brano su YouTube.

Nel 1996 Woody Guthrie venne accolto nella “Rock & Roll Hall Of Fame” e la sera della proclamazione, alla “Severance Hall” di Cleveland, alcuni grandi artisti suoi discepoli gli resero omaggio e accertarono la sua influenza a trent’anni ormai dalla morte. Fu un bellissimo show, con musicisti di varie e lontane generazioni: da Ramblin’ Jack Elliott che già negli anni Cinquanta agognava al ruolo di “figlio putativo di Woody” al figlio reale, Arlo, dai vecchi fan country Joe McDonald e Bruce Springsteen, a più giovani aficionados come Ani DiFranco e Dave Pirner, il leader dei “Soul Asylum”. Nel 2000, cioè quattro anni dopo, quel memorabile show esce dai cassetti e dalla circoscritta esperienza dei duemila spettatori e diventa disco, grazie all’amore e alla tenacia di Ani DiFranco e della sua etichetta “Righteous Baby”. Il CD si titola ” ‘Til We Outnumber ‘Em ” (e ha come sottotitolo “The Song Of Woody Guthrie”), vede l’interpretazione stupenda di Ani DiFranco in “Do Re Mi” e quella di Springsteen in “Plane Wreck At Los Gatos – Deportee” che vi propongo. Lo Springsteen che sceglie questa canzone è lo stesso che di lì a poco, in “The Ghost Of Tom Joad”, racconterà nella “trilogia del confine” storie analoghe dei tempi nostri, di immigrati messicani clandestini e ammazzati in California.

Los Gatos è uno di quei posti sperduti in fondo alla California che Jack Kerouac nomina di sfuggita senza fermarsi in “On The Road”, ma che per Woody Guthrie era carico di significato, perchè qui un aereo carico di braccianti messicani stagionali rispediti a casa a fine raccolto, precipitò uccidendoli tutti, e la radio commentò che in fondo erano “Just Deportees”, nient’altro che clandestini senza permesso di soggiorno, giustamente rispediti a casa loro quando non servivano più. E fu proprio durante gli anni Quaranta, il decennio più attivo per Guthrie, che scrisse “Plane Wreck At Los Gatos – Deportees” : è la voglia di Guthrie di affrontare temi difficile, la voglia di gridare la rabbia, il dolore. La voglia di essere la voce dei più deboli. Lui che veniva dalla campagna e dalla sua durezza e che aveva vissuto i picchetti degli operai, il crumiraggio, le angherie e la violenza dei padroni e dei proprietari terrieri, volle diventare il cantore, il testimone, dei più indifesi. Cantò la povertà, l’emarginazione, la fame e usò sempre il linguaggio della gente più povera, il linguaggio che aveva imparato da giovane e poi nei suoi vagabondaggi con gli altri hobos. Raccontava frammenti di vita, istantanee, singole immagine come solo una canzone può fare. Gridando il dolore e la disperazione ma senza vere velleità politiche come invece molti pensarono. La sua era una protesta che nasceva dalla conoscenza e dal dolore e che soprattutto nella prima fase delle sue canzoni non aveva, non poteva avere, una linea politica organica. Fu una voce ruvida e una chitarra elementare e non sempre accordata. Questo era Woody Guthrie con il suo talkin’ blues a metà tra la tradizione bianca e la tradizione nera della musica, una strada tutta sua con al centro i testi, le parole. Mai sconfitto cantò l’orgoglio degli sconfitti.

The Mongoliad: Book Three (The Foreworld Saga)

Stephenson, Neal, Joseph Brassey, Greg Bear, Erik Bear, Nicole Galland, Cooper Moo, Mark Teppo (2013). The Mongoliad: Book Three (The Foreworld Saga). Las Vegas: 47North. 2013. ISBN 1612182380. Pagine 804. 5,01 €

amazon.com

Anche qui non ho molto da dire, rispetto alle recensioni che ho fatto al primo e al secondo volume della saga: una lettura piacevole, e poco più.

In questa terza parte si arriva a uno scioglimento, anche se molti fili restano penzolanti, ed è abbastanza evidente che gli autori si stanno lasciando aperta la possibilità di scrivere uno o più seguiti, gemmazioni, prequel, serie e di sfruttare – come si dice adesso – la franchise.

Tra i personaggi storici, è molto divertente il modo in cui è tratteggiato Federico II di Svevia; tra quelli non storici ma (quasi) credibili, il papa eletto Padre Rodrigo Bendrito, una specie di Albino Luciani ante litteram.

L’avanzata mongola – che nella storia raccontata sui libri di scuola si arresta per motivi in larga parte ignota – qui è interrotta dalle azioni dei nostri eroi, una via di mezzo tra il mucchio selvaggio del western e un’accolita di cavalieri jedi. Non si tratta quindi di una riscrittura integrale e ucronica della storia, ma di una sua piccola variante, di uno scarto in un universo parallelo in cui i sentieri che si dipartono nello svolgimento temporale canonico ritornano prima o poi a ricongiungersi alla strada principale (è la solita vecchia storia dell’ergodicità). Più che un Contro-passato prossimo alla Morselli un «para-passato remoto.»

* * *

Continuano a essere fastidiosissimi gli errori di latino. Ad esempio:

Quoniam fortiduo mea at refugium meum es tu. [2121; corsivo mio]

E, già che ci siamo, suppongo che quella che viene chiamata porta Flamina [7811] sia un refuso per Flaminia, che sia chiama peraltro Porta del Popolo. E quanto a the rounded dome of St. Peter’s Basilica [10531], nel 1241 non c’era nessuna cupola!

* * *

Ho imparato una nuova parola in inglese, che per la verità avevo già incontrato ma – avendone intuito il seno dal contesto – non ero andato a guardare sul vocabolario. Il Kindle, che ti dà la possibilità di raggiungere la definizione del lemma con un solo gesto sullo schermo, ti priva di ogni ragionevole alibi. Eccola:

widdershins:
adverb
chiefly Scottish
in a direction contrary to the sun’s course, considered as unlucky; anticlockwise:
she danced widdershins around him
Origin:
early 16th century: from Middle Low German weddersins, from Middle High German widersinnes, from wider ‘against’ + sin ‘direction’; the second element was associated with Scots sin ‘sun’

* * *

Come al solito, un piccolo florilegio di citazioni (riferimento alle posizioni Kindle):

[…] the palate of memory. [2037]

[…] the one whose hips are lower is the one who wins […] [2557]

They were prisoners, surely, but they were not broken men, not like some of the others who were so filled with bitterness and resentment that the very idea of rebellion was violently loathsome. But they were wary of being hopeful. It was a dangerous emotion, the kind that could get them killed. [2709]

“No,” she said, “the man with the huge sword speaks true. Were I as well-endowed as he, I would make sure to sheath such a weapon in every town I conquered. ’Tis only the basic rule of rapine, is it not? Take what isn’t yours. At sword point no less.” [3066: femminismo ante litteram in Vera!]

Gansukh waited a moment for Chucai to continue, but he wasn’t terribly surprised when the Khagan’s advisor said nothing. This was a not uncommon gambit on Chucai’s part: to start a conversation, and then let it peter into silence. He had infinite patience: as a hunter, he could probably outwait even the most cautious deer; as a veteran of the Khagan’s courts, there was no one more skilled than he at making silence excruciating. The more he learned from Lian, the more Gansukh had understood the merits of Chucai’s techniques. People were more likely to believe something they felt like they had a hand in creating. Order a man, and he will dutifully comply; let him possess an idea as his own, will he not leap to implement it with great enthusiasm? [5235]

“A man earns those things that he carries with him his entire life. Both his victories and his secrets. What he doesn’t earn haunts him, always.” [9256]

[…] I’m the most dedicated atheist alive.” [9458: è Federico II che parla]

Eterogenesi dei fini

Non so chi abiti, a Roma, al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur. Non mi interessa neanche tanto, e dico fin da subito – a scanso di equivoci e di possibili attenzioni poliziesche o giudiziarie – che la mia è una semplice osservazione / considerazione da cittadino che si trova a passare di lì nello svolgimento di attività salutistico-sportive.

Ho immaginato che si tratti (o si trattasse) di una personalità, e più esattamente di una personalità elettiva. Davanti a quella bella palazzina o villa unifamiliare (anche questo lo ignoro, dal momento che oltre alla recinzione metallica e alla siepe, l’abitazione è nascosta alla vista da un’impenetrabile staccionata in pannelli di legno) ha stazionato per mesi, 24 ore su 24, un Defender dei Carabinieri (a volte un diverso mezzo, e non posso escludere che a volte si sia trattato persino della Polizia di Stato). Sempre con il motore acceso. Sempre.

Non so per la verità da quanto tempo, dal momento che la mia attività sportiva, ancorché assidua, è piuttosto recente. Ma che il motore fosse sempre acceso (di notte e d’inverno per il freddo, suppongo; di giorno e d’estate per il caldo; nelle ore e nelle stagioni intermedie per noia o distrazione, chissà) ne sono certo.

Due o tre giorni dopo le elezioni, il mercoledì o il giovedì, la scorta e l’automezzo sono spariti. Naturalmente, mi sono figurato che il nostro sia uno dei tanti non eletti. Ma non ne sono certo e mi rallegro soltanto per l’alleviamento della sua impronta ecologica…

fiammeblu.it

Se vi state chiedendo il perché del titolo di questo post, posso riassumere così (da Wikipedia):

L’espressione eterogenesi dei fini, in tedesco Heterogonie der Zwecke, fu coniata dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt. Con essa si fa riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali».

Man-Erg

last.fm

Un brano che mi è sempre piaciuto smodatamente, da un album che mi è sempre piaciuto smodatamente, di un gruppo che mi è sempre piaciuto smodatamente…

Riemerso oggi dal profondo della memoria e da un’imponente collezione musicale.

Quegli uccellacci stridenti al 3° minuto! Il video è costruito su Un Chien Andalou di Luis Buñuel.

The killer lives inside me: yes, I can feel him move.
Sometimes he’s lightly sleeping in the quiet of his room
but then his eyes
will rise and stare through mine;
he’ll speak my words and slice my mind inside…
Yes the killer lives.

The angels live inside me: I can feel them smile.
Their presence strokes and soothes the tempest in my mind;
And their love
can heal the wounds that I have wrought,
They watch me as I go to fall – well, I know I shall be caught
While the angels live.

How can I be free?
How can I get help?
Am I really me?
Am I someone else?

But stalking in my cloisters hang the acolytes of gloom
and Death’s Head throws his cloak into the corner of my room
and I am doomed
But laughing in my courtyard play the pranksters of my youth
and solemn, waiting old man in the gables of the roof –
he tells me truth…

I, too, live inside me and very often don’t know who I am;
I know I’m not a hero – well, I hope that I’m not damned.
I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators, saviours, refugees in war and peace
as long as man lives…

I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators,
Saviours,
Refugees.

E come ho fatto a perdermi il concerto di Roma del 4 aprile 2011?

Carminativo

Non è una parola scoperta ora. La conosco da anni ed è anzi una delle mie preferite (per motivi che saranno presto ovvi). Ma la facevo derivare da un’etimologia erronea, anche se affascinante, e sono qui a emendarmi.

Ma intanto cominciamo dalla definizione che prendo, come di consueto, dal Vocabolario Treccani:

Aggettivo e sostantivo maschile: di medicamento (cardamomo, cannella, anice) cui si attribuiva la capacità di promuovere l’espulsione di gas presenti nel tratto gastro-intestinale e di calmare i dolori da questi provocati.

Cardamomo / wikimedia.org/wikipedia/commons

Cannella / wikimedia.org/wikipedia/commons

Anice / wikimedia.org/wikipedia/commons

Poiché ho l’età mentale di un bambino di 3 anni, che ha appena conseguito il controllo dei propri sfinteri e, pertanto, è ancora affascinato dalle sue funzioni corporali più “basse”, facevo discendere l’aggettivo italiano carminativo dal sostantivo latino carmen («canto»). I carminativi – mi dicevo –, favorendo l’espulsione di gas intestinali dall’un orifizio o dall’altro del tubo digerente, consentono prestazioni sonore tonitruanti, se non leggiadre. Celebrate da letterati e poeti: forse non dal Bruce Chatwin de La vie dei canti, ma certamente dal nostro padre Dante nel Canto XXI dell’Inferno, laddove il diavolo Barbariccia dà in questo modo il segnale del via alla marcia della sua demoniaca compagnia («ed elli avea del cul fatto trombetta»). Ma le citazioni letterarie sono troppe per poterle citare qui (potete andarvele a leggere alla voce Flatulenza di Wikipedia). Mi limiterò a citare il mio amato conterraneo Teofilo Folengo aka Merlin Cocai che nel suo Baldus disserta in latino maccheronico sulla differenza tra pernacchia e flatulenza, distinguendo poi all’interno di quest’ultima tra peto e scoreggia. Attribuendo peraltro il tutto nientemeno che al filosofo arabo medievale Averroè:

Petezatio fit dupliciter, ait Averois: altera causa bertezandi, altera causa sanitatis; prima ore, secunda et coetera.

Pettus est ventositas tundior coreza. Testatur Averois.

Purtroppo, pare che la mia etimologia sia sbagliata. Gli studiosi concordano nel derivare l’aggettivo dal verbo latino carminare, ma poi si dividono su quale dei due significati del verbo latino sia all’origine del significato dell’aggettivo italiano. Nella prima accezione, carminare deriva sì da carmen, ma inteso come strumento per cardare la lana:

Pettinare, scardassare la lana e il lino; figurato, scherzoso: il misero Martellino era senza pettine carminato (Boccaccio), cioè malmenato, graffiato. Con altro senso figurato, esaminare minutamente: carminandosi la questione (Sacchetti). [Vocabolario Treccani]

I carminativi, cioè, pettinerebbero l’intestino guidando passo passo i gas verso il loro esito naturale.

Nella seconda, di carmen si usa piuttosto l’accezione di «incantesimo», cioè sortilegio atto a sanare un malessere clinico:

Nel linguaggio medico del passato, promuovere l’espulsione dei gas presenti nell’intestino. [Vocabolario Treccani]

Pensateci un momento prima di cliccare «Mi piace»

Cliccare «Mi piace»: un piccolo gesto che facciamo d’istinto, senza pensare alle conseguenze: forse abbiamo ferito una persona amica, forse abbiamo contribuito a diffondere un pettegolezzo o una maldicenza. Forse abbiamo rivelato di noi qualche cosa in più di quello che intendevamo fare su FB. Forse abbiamo rivelato molto di più: il nostro orientamento politico, ma anche quello sessuale; se siamo alcolizzati o tabagisti o drogati …

Sono le conclusioni cui giunge uno studio pubblicato dagli autorevoli PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA) l’11 marzo 2013 e svolto da Michal Kosinski e David Stillwell dell’Università di Cambridge e da Thore Graepel di Microsoft Research: Private traits and attributes are predictable from digital records of human behavior. Se volete potete scaricare e leggere l’articolo per intero cliccando il link precedente. Me se volete soltanto il succo, ecco come gli autori stessi presentano il proprio lavoro per un pubblico di non specialisti:

A study demonstrates that a variety of personal characteristics—such as political and religious views, gender, ethnicity, and sexual orientation—can be predicted from a person’s record of “Likes” on Facebook. Michal Kosinski and colleagues developed a mathematical model to predict an individual’s traits and preferences based on 58,000 U.S. Facebook users’ records of Likes. The authors trained the model using demographic information from the volunteers’ Facebook profiles and other traits such as intelligence, personality, and satisfaction with life that were measured in online surveys and tests. The model accurately predicted study participants’ gender, ethnic origin, and sexual orientation, correctly identifying males and females in 93% of the cases, African Americans and Caucasians in 95% of the cases, and homosexual and heterosexual men in 88% of the cases. The model also correctly classified Democrats and Republicans as well as Christians and Muslims in more than 80% of the cases, but was less accurate at predicting relationship status, substance abuse, and parents’ relationship status. The authors further found that the model was nearly as accurate as a short personality test for predicting a user’s degree of openness to experience. The findings may be useful for improving the delivery of numerous products and services, but may also have negative implications for personal privacy, according to the authors. [Digital records of online behavior may reveal private traits and attributes].

salon.com / Credit: AHMAD FAIZAL YAHYA / Shutterstock.com

Ancorché pubblicata da una rivista scientifica tra le più reputate, la notizia è troppo ghiotta perché la stampa se la facesse sfuggire. Qui potete trovare gli articoli di Kathy McDonough su Salon (Study: Your Facebook “likes” might be overexposing you) e di Raphael Satter dell’Associated Press (Study: ‘Likes’ likely to expose you | The Portland Press Herald / Maine Sunday Telegram).

Forse la mia è una deformazione professionale, ma le conclusioni dello studio non mi sorprendono per nulla. Forse dobbiamo rassegnarci e goderci i vantaggi dei social media, dei big data, del quantified self, consapevoli del fatto che tutto ha un prezzo e quello che stiamo pagando è la fine della privacy, niente di più e niente di meno. Uno scambio più faustiano che economico: ma al Faust di Goethe non è poi andata così male …

Alles Vergängliche
ist nur ein Gleichnis;
das Unzulängliche,
hier wird’s Ereignis;
das Unbeschreibliche,
hier ist es getan;
das Ewigweibliche
zieht uns hinan.
Tutto ciò che passa
è soltanto un simbolo,
l’insufficiente
qui ha compimento;
l’indescrivibile
qui ha già esistenza;
in alto ci attira
l’eterna femminea essenza.
[Traduzione di Quirino Principe]

Obituary: Kevin Ayers

Kevin Ayers se n’è andato un’altra volta, verrebbe da dire. Come se n’era andato dai Soft Machine, dopo averli fondati. Come se n’era andato dalla scena di Canterbury, dopo averla fecondata (anche in senso letterale: il leggendario concerto del 1° giugno 1974 al Rainbow Theatre di Londra – che vedeva insieme sulla scena Kevin Ayers, Mike Oldfield, Nico, Brian Eno e John Cale – fu messo in forse quando quest’ultimo, la notte della vigilia, beccò la moglie che scopava con il nostro bel Kevin).

Kevin Ayers nel 1974 / wikimedia.org/wikipedia/commons

Kevin Ayers era il più scanzonato, lunare, autenticamente hippie e disimpegnato dei Soft Machine e della colonia di Canterbury. Non so se davvero sia morto solo e triste come lo immagina Marinella Venegoni su La stampa del 22 febbraio 2013:

Addio triste e solitario a Kevin Ayers
Fondò i Soft Machine e scappò subito

Kevin Ayers doveva proprio amare la vita fuorimano. La notizia della sua morte a 68 anni, il 18 scorso a Montolieu in Linguadoca, villaggio di neanche mille anime, ci ha messo qualche giorno a uscire dalle campagne francesi, e l’ha dovuta dare il sindaco perché Kevin viveva lì da 15 anni da solo, in modo anche misterioso e precario, ed evidentemente le sue tre figlie lo cercavano poco. Gli abitanti se lo ricordano perché spesso suonava la chitarra al caffè, così per sport.
Accanto al letto hanno trovato, dice già la leggenda, un foglio con su scritto «You can’t shine if you don’t burn», non puoi brillare se non bruci. Kevin, polistrumentista e compositore, membro fondatore dei leggendari Soft Machine, aveva molto brillato, e molto si era bruciato nei modi più appropriati alla distruzione, in quella generazione di fenomeni che ha prodotto grandissimi musicisti e moltissime morti premature.
Amava la vita fuorimano, Ayers. Era stato a casa sua, nel 1973, durante un party ad Aylesbury nelle natia Inghilterra, che il socio co-fondatore e amicone Robert Wyatt era caduto giù dalla finestra (o si era buttato, secondo altre versioni), fatto come un’acciuga al sale, rimediando una paralisi permanente agli arti inferiori.
I Soft Machine si erano chiamati così ispirandosi a un libro di Williams Borroughs, che aveva pure concesso l’uso del nome. Si rivelarono subito una band seminale della psichedelia nella cosiddetta scena di Canterbury. Sbarcarono a Londra nei tardi ‘60 e fecero faville: si metta su da You Tube una qualunque «Dim Dam Dom» del ‘67 o un live dell’Ufo Club dove stazionarono a lungo, per avere una piccola, immediata idea di cosa si parla. Pop, jazz, rumoristica, improvvisazione ribalda.
Nella Swinging London dell’epoca, Ayers stringe amicizia con Syd Barrett e con Jimi Hendrix che lo convince a comporre, e sarà con lui che i Soft faranno la prima tournée Usa, dove registreranno il primo album. Ma Ayers non ama la caccia alla fama e al denaro, abbandona subito e inizia una carriera solista all’insegna dell’eclettismo, incidendo 17 album a partire dal fulminante «Joy of a Toy». La stima nei suoi confronti è alta, collaborerà con Brian Eno, Phil Manzanera e naturalmente Nico dei Velvet. In mezzo, pause e disperazioni con droghe pesantissime, e un’irrequietezza che lo porta poi da Ibiza a Montolieu. L’ultimo album è del 2007, «The Unfairground», con la collaborazione di gente della nuova scena musicale, dai Teenage Fanclub ai Neutral Milk Hotel.

lastampa.it/

Io non riesco a immaginarlo, un Kevin Ayers disperato. Solitario sì, melanconico come nella foto qui sopra sì, disperato no, nonostante canzoni come Song from the Bottom of a Well:

This is a song from the bottom of a well
I didn’t move here, I just fell.
But I’m not complaining, I don’t even care
‘Cause if I’m not here, then it’s not there.

Lo immagino piuttosto irridente e devoto all’eterno femminino: «Let’s drink some wine and have a really good time». «What else?», gli risponderebbe quello della pubblicità. Mike Oldfield, giovanissimo e ben prima di Tubular Bells, fa il celeberrimo assolo di chitarra.

I’m looking ‘round madly
for something to find
That might give me a front
To put something, something behind.

Just bouncing this ball
Up and down the hall
But it’s full of best wishes
and suffocating fishes, and all.

So, let’s drink some wine
And have a good time.
But if you really want to come through
Let the good time, good time have you.
It’s what you’ve got to do.

You said it was foolish
for me to be sad;
But I’m very hungry, and you..
You’re very well fed,
You’re such a fat lady.

And I’m talking to you
just for something to do
‘Cause I’d much rather kiss you
But I know, I’m gonna miss you
Again and again, I know I’m gonna miss you.

So, let’s drink some wine, etc.

I sing to the island
That sings in your head
‘Cause I know you’d much rather be there
Be there instead.
I know you’d rather be there…

But you won’t find the answer
Even when the wind blows;
‘Cause the answer, my friend
is in front..
Right there in front of your nose
Everybody knows, it’s their nose.

So, let’s drink some wine, etc. (repeat)

S’io fossi Robert Wyatt (com’io sono e fui), dall’amico mi congederei così:

Open your window
lend an ear
and then
pull back the curtain
hurry
so you can hear

Listen to the
hum
as it rises
riding the breeze
leaving gravity’s children
agrounded

Onwards and upwards
that’s the way
ever on
beyond the highest plateau
that’s OK

There’s a reason why some people float
sometimes
are floored
God knows this reason
that’s what gods are for

Press on your window
feel the pane

Clessidra

Tutti sanno, o pensano di sapere, che cos’è una clessidra. Ma quando si parla di lingua, le cose non sono mai facili come sembrano. Secondo il Vocabolario Treccani:

Orologio usato nell’antichità, formato essenzialmente da un vaso contenente acqua o sabbia, che può gradatamente vuotarsi dal fondo: la valutazione del tempo trascorso si ricava dall’abbassamento del livello nel vaso, oppure dalla quantità di liquido o sabbia affluita in un altro vaso collocato inferiormente. La clessidra è stata adoperata anche in seguito per misurare grossolanamente brevi intervalli di tempo (per esempio, a bordo delle navi, col nome di ampollina, per il computo della velocità della nave stessa, oppure per misurare le unità di una conversazione telefonica interurbana, il tempo della cottura di un uovo, eccetera) o per uso decorativo, e in questo caso ha assunto e conservato la forma caratteristica di due ampolle comunicanti fra loro per mezzo di un sottile orifizio attraverso cui fluisce la sabbia o l’acqua (capovolgendo poi lo strumento, si inverte la posizione dei due vasi o si protrae lo scorrimento del fluido e, quindi, l’intervallo di tempo misurato). Nell’iconografia, è simbolo dello scorrere del tempo e della caducità della vita terrena.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Allora, tanto per cominciare, la clessidra vera, o comunque quella originaria o primigenia, non è quella cosa che viene in mente a tutti e ho rappresentato qui sopra: un’ampolla di sottile vetro, con un vitino di vespa, in cui la sabbia scorre lentamente definendo un certo volgere di tempo. Quella cosa che qualche vecchia zia teneva in salotto vicino al telefono o che qualche professionista teneva sulla scrivania. Il progetto originario era quello di un orologio ad acqua: un vaso con un buco sul fondo. La figura qui sotto ne chiarisce il funzionamento:

wikimedia.org/wikipedia/commons

Ecco farsi allora immediatamente chiara l’etimologia del nome: passando dal latino clepsydra, deriva dal greco antico κλεψύδρα, composto del verbo κλέπτω «rubare» e ὕδωρ «acqua». La clessidra è un vaso che ruba acqua, per colpa del buco sul fondo.

Nonostante il nome greco, se l’erano già inventata gli egizi (ce n’è una nella tomba del faraone Amenhotep I, vecchia di 3.500 anni). I greci l’hanno copiata, ma non erano soddisfatti della sua precisione, molto inferiore a quella delle meridiane. Ma le meridiane non si potevano usare di notte, e per la verità neppure nelle giornate nuvolose (horas non numero nisi serenas), ed ecco che anche la clessidra aveva un suo perché.

Dal principio della clessidra derivano – oltre al modello nordafricano costituito «da un contenitore di metallo forato sul fondo che, posto a galleggiare in un contenitore più grande, affondava in un tempo determinato» (Wikipedia) – anche gli orologi ad acqua, invenzione ellenistica di Ctesibio: altrettanto imprecisi, ma spesso molto belli.

L’orologio del Pincio a Roma wikimedia.org/wikipedia/commons

La clessidra a sabbia si chiama più propriamente clepsamia.

Che cosa hanno in comune Bersani e Boris

Oltre alla B, rispettivamente del cognome e del nome, anche la B di Blasco.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Riprendo da ilPost di oggi 1° marzo 2013 l’articolo di Luigi Zagni Bersani e l’orgoglio:

Oggi il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, in un’intervista con Massimo Giannini di Repubblica, dice che gli insulti di Grillo a lui rivolti non lo “impressionano”. Bersani è noto da tempo per la sua passione per Vasco Rossi.

Ma se Grillo le risponde picche, e le ripete che lei è un “morto che cammina” che si fa?
«Mi aspettavo che Grillo rispondesse così. Ma sbaglia di grosso, se pensa di aver davanti uno che si impressiona. A Grillo voglio solo dire che accolgo il suggerimento di Vasco Rossi: “fottitene dell’orgoglio”»

La canzone di Vasco Rossi cui Bersani cita un verso è Giocala ed era nell’album Bollicine, del 1983. Confesso di saperne quasi a memoria le parole e di averla usata come un mantra in più di un momento difficile. Ma vedi tè, direbbe Vasco.

Che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirgli cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
si chiama orgoglio
quello che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala
giocala…giocala…giocala

ma c’è qualcosa che ti frena
certo è il tuo orgoglio
che ti frena
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
prendila…prendila…prendila
prendila…prendila…prendila
prendila

che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirmi cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
è sempre il solito orgoglio
che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala…
prendila…prendila…prendila…
prendila

Eur, parco delle cascate

Stamattina all’alba il quartiere romano dell’Eur era bellissimo. [Per i pignoli e gli amanti di Robert Musil, erano le 6:50 del 27 febbraio 2013.] Il cielo era sereno, azzurro intenso, striato di cirri delicatamente tinti di rosa dalle dita di Aurora. Ho iniziato la mia passeggiata mattutina infreddolito ma beato e pieno di ottimismo. Nel cratere lasciato dalla sciagurata distruzione del velodromo olimpico (ne abbiamo parlato qui e qui) ristagnava candida e batuffolosa la nebbia.

Poco più avanti, anche sul laghetto dell’Eur si muovevano pigramente alcuni fiocchi di nebbia. Ho cominciato a percorrere la Passeggiata del Giappone, che fa il periplo del lago e che prende il nome “[dal]l’impianto in massa di Prunus da fiore donati dalla città di Tokyo” [La Passeggiata del Giappone all’Eur]: donati, penso (ma non sono riuscito a trovarne attestazione), in occasione delle Olimpiadi romane del 1960, come ideale staffetta verso le Olimpiadi di Tokyo del 1964. Le bocchette dell’acqua che alimenta il lago fumavano nell’aria gelida, dando al paesaggio un vago sentore newyorchese.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Manco del necessario lirismo per descrivere l’incanto della passeggiata e lo stato di grazia in cui mi trovavo stamattina. Per mia fortuna, parole sufficientemente alate non difettano a Francesco Tonini, il blogger che ho già citato poco fa:

Percorrere i vialetti di questa area è molto piacevole, un continuo avvicendarsi di quinte chiuse ed aperte si susseguono tra percorsi sinuosi contornati da specie vegetali sempre diverse, tra sali scendi che permettono di apprezzare visuali diverse dei grattacieli dell’eur, il tutto immersi in un clima rilassato ed isolato dal traffico cittadino.
Il successo della Passeggiata è evidente: centinaia di persone la percorrono ad ogni ora per passeggiare, fare jogging e sostare sulle panchine all’ombra degli alberi con serenità.[La Passeggiata del Giappone all’Eur]

Il percorso, oltrepassato il primo dei 2 ponti sotto via Cristoforo Colombo (se pensate che l’espressione “dormire sotto i ponti” sia una trita metafora, mettetevi nei panni di quel poveretto che, infagottato, ci dorme davvero), arriva alla sezione di passeggiata che si chiama Parco delle cascate.

wikimedia.org/wikipedia

Ecco, la vedete al centro dell’immagine: quella è la passerella realizzata pochi anni fa per consentire il periplo completo del lago (al momento, per la verità, reso di nuovo impraticabile dai lavori per la costruzione del nuovo acquario Mare Nostrum, sulla sponda opposta). Ma lasciamo parlare ancora una volta Francesco Tonini:

Per permettere la connessione integrale del periplo del lago dell’Eur composto dalla Passeggiata del Giappone, tra 2006 e 2007 Eur SPA ha realizzato due progetti di Franco Zagari, quello della terrazza galleggiante Cythera e quello della passerella Hashi. Entrambe le opere sono contraddistinte da composizioni di materiali che ne tracciano la presenza nella contemporaneità, acciaio, vetro e legno.
La passerella è posizionata esattamente in corrispondenza dell’asse di caduta dell’acqua e promette uno spettacolo unico nei momenti di funzionamento della cascata. Per la descrizione dell’opera ci affidiamo nuovamente alle sognanti parole di Franco Zagari:
“HASHI” è una nuova passerella pedonale posta sulla cascata centrale del Lago dell’Eur. Il nome significa “ponte” in giapponese, nel suo doppio senso di passaggio e limite. La dedica è alla Passeggiata del Giappone, vi era infatti – dopo il passaggio a Ovest reso possibile da Cythera – ancora una discontinuità del percorso in corrispondenza della cascata centrale, aggirabile solo con un lungo sentiero che obbligava ad entrare in profondità nel giardino, in una zona per il momento non aperta al pubblico se non per avvenimenti eccezionali. Quattro nuovi cancelli colorati introducono al Giardino delle Cascate, in previsione della ricostituzione della recinzione originaria di rose rampicanti lungo i due rami del viale Cristoforo Colombo. La passerella connette direttamente le due rive della cascata centrale, scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%), in modo di avere un impatto visivo contenuto. In questo modo si raggiunge la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua. Per dare un riscontro armonico alla geometria voluta da De Vico, un elegante disegno a forma di diapason, si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta. La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa. La struttura portante, tutta in acciaio inox, ha un’anima centrale con mensole a sbalzo che sostengono il piano di calpestio. Il pavimento è in doghe di legno esotico pregiato, sui due lati, e in vetro serigrafato in corrispondenza del passaggio sull’acqua. Le balaustre sono in rete inox per la parte che corre sulla cataratta, garantendo il massimo della trasparenza (la stessa soluzione della terrazza galleggiante), mentre i raccordi in corrispondenza delle rive sono in lamiera traforata per adattarsi meglio alla conformazione del suolo e favorire attraverso i fori la crescita della vegetazione delle ripe. Hashi, pur essendo in fondo solo una breve passerella, ha una notevole qualità tecnologica, che ha permesso di ottenere una particolare leggerezza e trasparenza.
Ho trovato sufficientemente interessante percorrere la passerella, che sembra progettata per essere ben inserita nel contesto, anche se per il momento ci sono segni inequivocabili che indicano ancora un po’ di tempo per il completamento dei lavori. Sono sicuro che non appena l’opera sarà totalmente assorbita dalla vegetazione e dall’acqua della cascata, la Passeggiata del Giappone troverà in questo punto un luogo indimenticabile. [Hashi, la passerella di completamento della Passeggiata del Giappone]

paesaggiocritico.com / foto di Francesco Tonini

Malimor…, come si dice a Roma. Luogo indimenticabile di sicuro. E non certo per responsabilità di Francesco Tonini, il cui parere estetico condivido e che comunque sul posto, a giudicare dalla data dei suoi post, c’è andato alla fine di maggio di quasi 3 anni fa. Per responsabilità di quella mente eccelsa, di quel visionario professionista che tutto il mondo ci invidia, Franco Zagari.

Perché ce l’ho con lui? – mi precipito a dirlo prima che scatti la denuncia nei miei confronti. Ce l’ho con lui perché io oggi ci sono rovinosamente caduto, sulla sua passerella. E non soltanto per mia imperizia e imprudenza (una modica quantità gliela posso concedere, che non si nega a nessuno, come il concorso di colpa che appioppano al povero pedone travolto sulle strisce pedonali mentre attraversava con il semaforo verde), ma perché il suo progetto di passerella è demenziale. E per di più – come potete ben vedere qui sotto – ride, ride, come quell’infame di Franti.

ilsole24ore.com

Ci sono rovinosamente caduto perché oggi la passerella, nella sua parte vitrea, ancorché serigrafata, era una perfetta lastra di invisibile ghiaccio. E io ci sono scivolato, nonostante mi sia reso conto per un interminabile istante del guaio in cui mi stavo cacciando e abbia tentato in extremis di aggrapparmi alle inutili «balaustre in rete inox». Ora io posso capire che le giornate di gelo di Roma (25-30 all’anno secondo i dati climatologici) possano sembrare poche al professor Zagari; oppure il prof. Zagari si immagina che i giardinieri dell’Eur verifichino ogni mattina le condizioni della passerella e collochino, zelanti come addetti alle pulizie dei bagni dell’autogrill o dell’aeroporto, apposita segnaletica di pericolo, oppure chiudano per precauzione i «quattro nuovi cancelli colorati» che dànno accesso al Giardino delle cascate.

safeatwork.ch

Ma oltre ai giorni di gelo – grosso modo 30 su 365 – il prof. Zagari si è interrogato sulle altre circostanze in cui la passerella «in doghe di legno esotico pregiato […] e in vetro serigrafato» avrebbe potuto essere bagnata, e dunque scivolosa? Praticamente sempre, caro professore: anche senza esami di meteorologia o di fisica dei fluidi, ma con un modicum di capacità di ragionamento e di osservazione si sarebbe potuto (e dovuto) giungere alla conclusione che un ponticello vicino a un lago e in prossimità dei 10 getti d’acqua della monumentale fontana (guardate, vi prego, la 2ª foto di questo post) sarebbe stato perennemente bagnato, soprattutto se si è avuta la lungimiranza di far raggiungere «la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua».

Ma non basta, la passerella è in pendenza [«scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%)»] e se non bastasse è in curva [«si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta»].

Dunque il prof. Zagari è un sadico? Il suo ghigno è davvero quello infame di Franti? Non lo penso davvero, e non è certo questo il mio punto. La mia convinzione, in questo caso e in molti altri, è che il progettista abbia privilegiato i valori formali ed estetici [«La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa»], trascurando del tutto, e colpevolmente, quelli pratici e funzionali.

Avrei potuto farmi molto male (ho rischiato di battere anche la nuca, oltre alla regione sacro-coccigea), e invece sono qui a ragionarne e a riderne con voi. Proprio una gran botta di culo!

francozagari.it