4 aprile 1968 – Martin Luther King (2)

A completamento del post di ieri, mi sembra utile riportare l’articolo di Marco d’Eramo che compare su il manifesto di oggi, 5 aprile 2008.

Martin Luther King, 40 anni dopo
Marco d’Eramo
Il Lorraine motel è ancora lì, in un quartiere non agiato di Memphis: a vederlo, pare un ambiente improbabile per un evento storico, tanto è liso e ordinario. Eppure alle sei del pomeriggio del 4 aprile 1968 Martin Luther King stava proprio al balcone, al primo (e ultimo) piano di quest’edificio prefabbricato, quando fu ucciso da una fucilata. Oggi – manco a dirlo – l’albergo è diventato un museo nazionale per i diritti civili.
Come tutti gli esseri scomodi, King andava prima ammazzato, compianto con un lutto nazionale, decorato con medaglie postume al valor civile, celebrato come strenuo martire per la libertà, indi musealizzato, e infine ridotto a innocua icona. La prima pietra del suo Memoriale con un scultura di Lei Yixin è stata posta nel 2006 a Washington dove nel 1963 tenne il famoso discorso in cui diceva «Ho un sogno» (I have a dream), frase citata così tante volte a proposito e a sproposito dai più disparati politici europei, da indurci all’oniromanzia comparata; mentre quasi nessuno ricorda la critica che Malcolm X rivolse a questo «sogno» di armonia razziale, quando definì la Marcia di Washington la «Farsa di Wahington».
Non c’è ghetto nero negli Usa che non sia traversato da un Martin Luther King Drive. Quegli stessi ghetti neri che non cessano di ricordarci come il sogno di King sia tuttora solo un sogno, a 40 anni dal suo omicidio: negli Stati uniti, rispetto ai bianchi, ancora adesso la vita media dei neri è sei anni più breve, la mortalità infantile è tripla, la probabilità di essere vittime di un omicidio è sei volte più alta. La percentuale di neri sotto la soglia della povertà è il triplo dei quella dei bianchi, mentre il reddito medio delle famiglie nere è un 35% più basso. Per non parlare dell’incarcerazione, che negli Stati uniti vede in atto il più grande «internamento razziale» della storia.
I neri sono solo il 12,5% della popolazione, ma quasi la metà dei detenuti. Un giovane maschio di un ghetto nero ha la certezza statistica di finire in galera almeno una volta nella sua vita. Anche la desegregazione sembra destinata a rimanere un sogno, se è vero che, grazie ad alcune recenti sentenze della Corte suprema, in tutte le città degli Stati uniti è in corso un processo di accelerata risegregazione razziale delle scuole (tema cui il Christian Science Monitor ha di recente dedicato una copertina). Di decennale in decennale, la rituale celebrazione degli anniversari a cifra tonda ha perciò una funzione insieme assolutoria e disinnescante. Come Ernesto Che Guevara è assurto a icona universale quando il termine «rivoluzione» è diventato una parolaccia, così onorare Martin Luther King è un artifizio della retorica collettiva per rimuovere il problema della superiorità bianca e cullarsi nella convinzione che negli Stati uniti si sia ormai richiusa la piaga razzista: un po’ come in India i benpensanti sostengono che le caste «sono un problema del passato». Quest’anno la compunta ipocrisia dell’anniversario è accentuata dalla concomitanza con l’accesa competizione in campo democratico per le primarie presidenziali e la folgorante ascesa di Barack Obama, Con balzani paragoni tra i due personaggi – e il nemmeno tanto sotterraneo auspicio, da parte di tanti razzisti di qua e di là dell’Atlantico, di vedere l’ascesa del senatore dell’Illinois terminare in un simile sanguinoso epilogo. L’ascesa di Obama sarebbe la dimostrazione vivente che il sogno di King si è avverato, che la vergogna del razzismo è ormai alle spalle e che gli Usa sono pronti per un presidente nero. In realtà il paese può restare benissimo razzista anche con un presidente nero, tanto più se una delle ragioni principali per cui molti americani bianchi votano Obama è che è «il primo nero che non li fa sentire colpevoli di essere bianchi». Obama fa parte di una ristretta, ma consistente borghesia nera che ha già espresso i Colin Powell e le Condoleezza Rice, una minoranza che si apre un varco nell’élite statunitense mentre statisticamente le sorti della comunità nera rimangono stazionarie, quando non si aggravano. Ma soprattutto, Martin Luther King era il portavoce dei neri, mentre Barack Obama fa di tutto per essere un candidato nero sì, ma «postrazziale» e soprattutto non «candidato dei neri». Senza contare altre differenze sostanziali: quelle del messaggio politico innanzitutto. Luther King si rivolterebbe nella tomba a sentire Obama parlare degli eccessi delle «discriminazioni positive» e delle sofferenze che a causa di esse hanno subito i bianchi. Per Obama il dramma della povertà negli Stati uniti non è così tragico e urgente come per King. D’altronde, un nero non avrebbe nessuna possibilità di essere eletto presidente degli Stati uniti se non si presentasse come moderato, centrista, anzi un po’ conservatore. La differenza del messaggio si articola in una totale diversità dell’azione politica. Mai Obama sarebbe finito in carcere per una manifestazione. E qui va chiarito un malinteso che in Italia si è diffuso, grazie al – magari involontario – contributo di Rifondazione Comunista, e cioè che la politica della non violenza sia non violenta, sia non conflittuale, dolcetta e in scarpette da sera. In realtà il nome originario della politica della non violenza era «disobbedienza civile» e comportava prigionie, arresti, linciaggi e morti per chi la praticava: basti ricordare, a proposito del Mahatma Gandhi, che la famosa Marcia del Sale fu repressa dagli inglesi nel 1930 incarcerando 80.000 persone; o che il momento culminante della lotta per i diritti civili di Luther King avvenne a Selma, in Alabama, in una domenica del 1965 che non a caso fu chiamata «Bloody Sunday». Insomma, non violenza non vuol dire essere innocui e imbelli.
Marco d’Eramo

4 aprile 1968 – Martin Luther King

Il 4 aprile 1968, dunque 40 anni fa, a Memphis nel Tennessee Martin Luther King fu assassinato con un colpo di fucile (da James Earl Ray).

King aveva cominciato la sua carriera di attivista dei diritti civili durante la lotta contro la segregazione sugli autobus di Montgomery, in Alabama, di cui abbiamo già parlato.

Nel 1963 King aveva guidato la grande marcia per i diritti civili che portò a Washington oltre 250.000 persone. Fu in quell’occasione che King, il 28 agosto, fece il famoso discorso “I have a dream”. Eccolo.

I am happy to join with you today in what will go down in history as the greatest demonstration for freedom in the history of our nation. [Applause]

Five score years ago, a great American, in whose symbolic shadow we stand signed the Emancipation Proclamation. This momentous decree came as a great beacon light of hope to millions of Negro slaves who had been seared in the flames of withering injustice. It came as a joyous daybreak to end the long night of captivity.

But one hundred years later, we must face the tragic fact that the Negro is still not free. One hundred years later, the life of the Negro is still sadly crippled by the manacles of segregation and the chains of discrimination. One hundred years later, the Negro lives on a lonely island of poverty in the midst of a vast ocean of material prosperity. One hundred years later, the Negro is still languishing in the corners of American society and finds himself an exile in his own land. So we have come here today to dramatize an appalling condition.

In a sense we have come to our nation’s capital to cash a check. When the architects of our republic wrote the magnificent words of the Constitution and the declaration of Independence, they were signing a promissory note to which every American was to fall heir. This note was a promise that all men would be guaranteed the inalienable rights of life, liberty, and the pursuit of happiness.

It is obvious today that America has defaulted on this promissory note insofar as her citizens of color are concerned. Instead of honoring this sacred obligation, America has given the Negro people a bad check which has come back marked “insufficient funds.” But we refuse to believe that the bank of justice is bankrupt. We refuse to believe that there are insufficient funds in the great vaults of opportunity of this nation. So we have come to cash this check — a check that will give us upon demand the riches of freedom and the security of justice. We have also come to this hallowed spot to remind America of the fierce urgency of now. This is no time to engage in the luxury of cooling off or to take the tranquilizing drug of gradualism. Now is the time to rise from the dark and desolate valley of segregation to the sunlit path of racial justice. Now is the time to open the doors of opportunity to all of God’s children. Now is the time to lift our nation from the quicksands of racial injustice to the solid rock of brotherhood.

It would be fatal for the nation to overlook the urgency of the moment and to underestimate the determination of the Negro. This sweltering summer of the Negro’s legitimate discontent will not pass until there is an invigorating autumn of freedom and equality. Nineteen sixty-three is not an end, but a beginning. Those who hope that the Negro needed to blow off steam and will now be content will have a rude awakening if the nation returns to business as usual. There will be neither rest nor tranquility in America until the Negro is granted his citizenship rights. The whirlwinds of revolt will continue to shake the foundations of our nation until the bright day of justice emerges.

But there is something that I must say to my people who stand on the warm threshold which leads into the palace of justice. In the process of gaining our rightful place we must not be guilty of wrongful deeds. Let us not seek to satisfy our thirst for freedom by drinking from the cup of bitterness and hatred.

We must forever conduct our struggle on the high plane of dignity and discipline. We must not allow our creative protest to degenerate into physical violence. Again and again we must rise to the majestic heights of meeting physical force with soul force. The marvelous new militancy which has engulfed the Negro community must not lead us to distrust of all white people, for many of our white brothers, as evidenced by their presence here today, have come to realize that their destiny is tied up with our destiny and their freedom is inextricably bound to our freedom. We cannot walk alone.

And as we walk, we must make the pledge that we shall march ahead. We cannot turn back. There are those who are asking the devotees of civil rights, “When will you be satisfied?” We can never be satisfied as long as our bodies, heavy with the fatigue of travel, cannot gain lodging in the motels of the highways and the hotels of the cities. We cannot be satisfied as long as the Negro’s basic mobility is from a smaller ghetto to a larger one. We can never be satisfied as long as a Negro in Mississippi cannot vote and a Negro in New York believes he has nothing for which to vote. No, no, we are not satisfied, and we will not be satisfied until justice rolls down like waters and righteousness like a mighty stream.

I am not unmindful that some of you have come here out of great trials and tribulations. Some of you have come fresh from narrow cells. Some of you have come from areas where your quest for freedom left you battered by the storms of persecution and staggered by the winds of police brutality. You have been the veterans of creative suffering. Continue to work with the faith that unearned suffering is redemptive.

Go back to Mississippi, go back to Alabama, go back to Georgia, go back to Louisiana, go back to the slums and ghettos of our northern cities, knowing that somehow this situation can and will be changed. Let us not wallow in the valley of despair.

I say to you today, my friends, that in spite of the difficulties and frustrations of the moment, I still have a dream. It is a dream deeply rooted in the American dream.

I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident: that all men are created equal.”

I have a dream that one day on the red hills of Georgia the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at a table of brotherhood.

I have a dream that one day even the state of Mississippi, a desert state, sweltering with the heat of injustice and oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.

I have a dream that my four children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.

I have a dream today.

I have a dream that one day the state of Alabama, whose governor’s lips are presently dripping with the words of interposition and nullification, will be transformed into a situation where little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls and walk together as sisters and brothers.

I have a dream today.

I have a dream that one day every valley shall be exalted, every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight, and the glory of the Lord shall be revealed, and all flesh shall see it together.

This is our hope. This is the faith with which I return to the South. With this faith we will be able to hew out of the mountain of despair a stone of hope. With this faith we will be able to transform the jangling discords of our nation into a beautiful symphony of brotherhood. With this faith we will be able to work together, to pray together, to struggle together, to go to jail together, to stand up for freedom together, knowing that we will be free one day.

This will be the day when all of God’s children will be able to sing with a new meaning, “My country, ‘tis of thee, sweet land of liberty, of thee I sing. Land where my fathers died, land of the pilgrim’s pride, from every mountainside, let freedom ring.”

And if America is to be a great nation this must become true. So let freedom ring from the prodigious hilltops of New Hampshire. Let freedom ring from the mighty mountains of New York. Let freedom ring from the heightening Alleghenies of Pennsylvania!

Let freedom ring from the snowcapped Rockies of Colorado!

Let freedom ring from the curvaceous peaks of California!

But not only that; let freedom ring from Stone Mountain of Georgia!

Let freedom ring from Lookout Mountain of Tennessee!

Let freedom ring from every hill and every molehill of Mississippi. From every mountainside, let freedom ring.

When we let freedom ring, when we let it ring from every village and every hamlet, from every state and every city, we will be able to speed up that day when all of God’s children, black men and white men, Jews and Gentiles, Protestants and Catholics, will be able to join hands and sing in the words of the old Negro spiritual, “Free at last! free at last! thank God Almighty, we are free at last!”

Pubblicato su Citazioni. 1 Comment »

3 aprile 1948 – Il piano Marshall

Mi sembra abbastanza curioso che nessuno abbia commentato, sulla stampa italiana, l’importante anniversario di ieri. Eppure, ricorreva il sessantesimo anniversario della firma del presidente americano Harry Truman alla legge che – con l’istituzione dell’ECA (Economic Cooperation Administration) – dava il via ufficiale al programma d’aiuti. Sempre nel 1948, i 17 paesi coinvolti (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e Turchia) diedero vita all’Organisation for the European Economic Cooperation, che diventerà poi l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).

Il silenzio è curioso, soprattutto in questa campagna elettorale, dal momento che molte volte Berlusconi ha parlato (in genere a sproposito) della necessità di un’iniziativa simile… forse perché una vulgata storiografica collega la vittoria di De Gasperi nelle elezioni del 1948 alla firma da parte del governo italiano di un trattato di amicizia, commercio e navigazione con gli Stati Uniti (2 febbraio 1948) che dava via libera, in sostanza, all’applicazione del piano Marshall in Italia.

L’idea del piano era stata lanciata da Marshall (ministro degli esteri statunitense) in un discorso tenuto ad Harvard il 5 giugno 1947:

It is logical that the United States should do whatever it is able to do to assist in the return of normal economic health to the world, without which there can be no political stability and no assured peace. Our policy is not directed against any country, but against hunger, poverty, desperation and chaos. Any government that is willing to assist in recovery will find full co-operation on the part of the U.S.A.

Il piano, bocciato dai sovietici (che in alternativa approvarono il piano Molotov per i loro satelliti), era molto generoso. Il 90% degli aiuti era erogato a fondo perduto e il restante 10% in prestiti a lunghissima scadenza (30-40 anni) e a basso tasso d’interesse (2,5%). Si trattava però, pressoché esclusivamente, di merci d’origine statunitense. I 22 miliardi di dollari originariamente stimati, a seguito della forte opposizione repubblicana in Congresso, furono ridotti a poco meno di 13 miliardi in 4 anni: 3,4 spesi per l’importazione di materie prime e semi-lavorati; 3,2 in aiuti alimentari, prodotti agricoli e fertilizzanti; 1,9 in mezzi di trasporto, macchinari e altri beni d’investimento e 1,6 in carburanti.

L’Italia non fu uno dei beneficiari più importanti, né in termini assoluti, né in termini pro capite.

Paese 1948/49
(milioni di $)
1949/50
(milioni di $)
1950/51
(milioni di $)
Totale
(milioni di $)
Regno Unito 1316 921 1060 3297
Francia 1085 691 520 2296
Germania 510 438 500 1448
Italia (incl. Trieste) 594 405 205 1204
Paesi Bassi 471 302 355 1128
Belgio e Lussemburgo 195 222 360 777
Austria 232 166 70 468
Danimarca 103 87 195 385
Norvegia 82 90 200 372
Grecia 175 156 45 366
Svezia 39 48 260 347
Svizzera 0 0 250 250
Turchia 28 59 50 137
Irlanda 88 45 0 133
Portogallo 0 0 70 70
Islanda 6 22 15 43
Totale 4924 3652 4155 12721

Per me, il piano Marshall è un solo ricordo, la serie dei francobolli che finì nella mia collezione agli inizi degli anni Sessanta.

Le 7 opere di misericordia

Nella tradizione cattolica (in quella che ci insegnavano al catechismo e che si stampa sulle immaginette) le 7 opere di misericordia sono 14, 7 corporali e 7 spirituali.

Le sette opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Alloggiare i pellegrini.
  5. Visitare gli infermi.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i morti.

Le sette opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi.
  2. Insegnare agli ignoranti.
  3. Ammonire i peccatori.
  4. Consolare gli afflitti.
  5. Perdonare le offese.
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste.
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Già misericordia è una parola bellissima, vicina al concetto di empatia: nella miseriordia (misereo, “ho pietà” + cor, “cuore”) la misera altrui tocca il nostro cuore, nell’empatia (en, “dentro” + pàthos, “passione”) interiorizziamo passioni e sentimenti altrui.

Per quanto ne so io, le opere di misericordia spirituale sono un’invenzione del clero (anche se devo ammettere che sono molto evocative: “sopportare pazientemente le persone moleste” è un capolavoro), mentre quelle di misericordia corporale trovano un riferimento in un passo del vangelo di Matteo (XXV, 31 ss.). Chi sta parlando è Gesù:

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.”
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”
Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.”
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?”
Ma egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.”
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.

Le 7 opere di misericordia corporale sono rappresentate in un famoso quadro del Caravaggio:

The Hitchhikers Guide To The Galaxy – BBC – Ep3P1

La nuova squadra (5)

Monnezza.

I quit.

Ho di meglio da fare.

Pubblicato su La squadra. 5 Comments »

Capatàz – Per non inciampare in un accattone

A Graziano Cioni, che si è inventato il problema e la soluzione (È possibile, anche se improbabile, inciampare in un accattone? Quindi, eliminiamo gli accattoni per ordinanza comunale – sempre meglio del lavoro coatto, direte voi: ma l’un provvedimento non esclude l’altro!), nell’impossibilità di potergli conferire un premio più consistente, dedico una vecchia canzone di Francesco De Gregori, Capatàz. Purtroppo non ho trovato il video su YouTube.

Non siamo nati mica ieri Capataz, non siamo nati mica ieri,
non siamo mica prigionieri dentro la stella di questa bella modernità.
Non siamo nati mica per morire qua.
Se provi a aprire la finestra Capataz,
e coi tuoi occhi guardi fuori, quante persone che non contano
e invece contano e ci stanno contando già,
stanno soltanto aspettando un segno, Capataz.
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo,
quando cambia il tempo arriverà.
Questo vecchio legno, quando si alza il vento,
quando si alza il vento navigherà.
Non siamo nati mica ieri, Capataz.

Se provi a entrare nella mia testa, Capataz,
e coi miei occhi guardi fuori, quante persone e quanti cuori,
quanti colori al posto di quel grigio, quante novità.
C’è un altro tipo di futuro, Capataz.
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo,
quando cambia il tempo arriverà.
Questo vecchio legno, quando si alza il vento,
quando si alza il vento navigherà.
C’è un altro tipo di futuro, Capataz.

Vi invito anche a leggere il commento di Alessandro Robecchi su il manifesto di oggi, 2 aprile 2008.

La nuova lotta alla povertà
Alessandro Robecchi
Spero che i vasti e spinosi problemi dell’Occidente non vi distraggano dai veri drammi della civiltà evoluta e del capitalismo maturo come, per esempio, quello dei mendicanti orizzontali. La città di Firenze, salotto sopraffino, se ne è accorta e passa al contrattacco, ha funzionato per i lavavetri, funzionerà anche per i mendicanti, e la civiltà sarà salva, insieme alle sorti luminose e progressive del «si può fare».
Il problema, naturalmente non è il pietoso gesto di chiedere la carità, ma il fatto di farlo da seduti, sdraiati, orizzontali, e insomma, nello sconveniente modo di diventare un problema alla circolazione. In poche parole un mendicante di Firenze, se decide di non stare in piedi, diventa un intralcio al traffico. Non c’è solo l’insolazione a dare alla testa, ma anche le elezioni. Comunque sia, dice l’assessore Cioni, è urgente «contrastare chi chiede l’elemosina intralciando i pedoni».
Una signora non vedente è inciampata in un mendicante, e lo spiacevole incidente prelude dunque alla cacciata dei mendicanti da Firenze, una cosa che somiglia molto al colpirne cento per educarne uno (quando si dice: più realisti del re). Ma sia: se c’è una cosa che non scarseggia sono i capri espiatori, esauriti i lavavetri (venti temibili eversori armati di spugne che tenevano in pugno la città di Dante), si passa ai mendicanti.
La stagione elettorale aiuta: chissà di quali mirabolanti sondaggi sono in possesso l’assessore Graziano Cioni e il sindaco Leonardo Domenici. Forse c’è qualche studio avanzato, qualche grafico di flussi elettorali che dice che cacciare i poveri rende popolare la sinistra, o quel che ne rimane. Del resto che Cioni e Dominici siano sinistra dura e pura lo sanno tutti. Il primo, ai tempi dei lavavetri attaccò il presidente della camera che criticava il pogrom dicendo: «Questi palazzi allontanano gli eletti dal popolo, dalla gente». E parlava di Bertinotti, mentre lui, il prode Cioni, allontanava quattro straccioni. E quanto al sindaco Domenici, pur di cacciare una ventina di povericristi citava nientemeno che Lenin: «In fondo si tratta di un’ordinanza leninista. Lenin diceva: il problema è l’analisi concreta di una situazione concreta». Testuali parole. Era estate, faceva caldo, sentire un esponente dei Ds, oggi Pd, citare Lenin dava il brivido di una granita alla menta. Usare Lenin come un corpo contundente contro il lumpenproletariat semaforico, nomade e accatone sembrava assurdo, e invece era solo una astuta preparazione dell’oggi.
Come diceva il fortunato slogan di un vecchio congresso pidiessino (1997), «Il futuro entra in noi molto prima che accada». Ecco è accaduto, il futuro sta entrando, dolorosamente simile all’ombrello di Altan. Ora è primavera. Il sindaco è sempre quello, l’assessore è sempre quello, in mancanza di lavavetri, sotto coi mendicanti. Ancora una volta Firenze è all’avanguardia, traccia il solco e poi lo difende, ma soprattutto ci dice chiaro e tondo dove stiamo andando. E che, purtroppo, si può fare.

Bip & Go: un aggiornamento

Dopo mesi di malfunzionamenti …

Avete notato che non esistono più i guasti o le inefficienze? Solo malfunzionamenti e inconvenienti. Come in Francia, quando ai tempi di Mitterand non esisteva più lo sciopero (gréve) ma solo il “movimento sociale” (mouvement social). Il newspeak è in agguato!

Dopo mesi di malfunzionamenti, dicevo, fanno la loro comparsa ai tornelli dei nuovi lettori per le tessere d’abbonamento (che tutti chiamano magnetiche, ma funzionano invece in radiofrequenza). I nuovi lettori apparentemente funzionano meglio e, oltre alla lucetta verde e rossa, hanno anche un display a cristalli liquidi che invita a convalidare il titolo o ti avverte che il titolo è stato convalidato.

Il titolo? “Il fatto giuridico per effetto del quale un diritto viene attribuito a un soggetto | il documento che lo comprova” – insomma, il biglietto o l’abbonamento, in burocratese stretto.

Una giornata al mare

Canzoni che forse piacciono solo a me (per me la versione è quella dell’Equipe 84, ma non l’ho trovata).


Pubblicato su Musica. 1 Comment »

Persona

Parola dai molti significati, di cui il primo e più comune è: “essere umano senza distinzione di sesso, età e condizione” (De Mauro online).

Secondo l’etimologia più accreditata, deriva dal greco πρόσωπον, la maschera dell’attore, termine entrato in Italia tramite l’etrusco phersu.

A me piace molto di più la storiella che racconta Aula Gellio ne Le notti attiche:

“Personae” vocabulum quam lepide interpretatus sit quamque esse vocis eius originem dixerit Gavius Bassus.
Lepide mi hercules et scite Gavius Bassus in libris, quos de origine vocabulorum composuit, unde appellata “persona” sit, interpretatur; a personando enim id vocabulum factum esse coniectat. Nam “caput” inquit “et os coperimento personae tectum undique unaque tantum vocis emittendae via pervium, quoniam non vaga neque diffusa est, set in unum tantummodo exitum collectam coactamque vocem ciet, magis claros canorosque sonitus facit. Quoniam igitur indumentum illud oris clarescere et resonare vocem facit, ob eam causam “persona” dicta est “o” littera propter vocabuli formam productiore.”

Gustosa interpretazione della parola persona e origine di questo termine secondo Gavio Basso.
Gustosa davvero, e dotta, l’interpretazione della parola persona «maschera da teatro», data da Gavio Basso nei libri da lui composti Sull’origine dei nomi; egli congettura che la parola derivi dal verbo personare «risuonare». Dice: «Testa e volto, coperti da ogni lato dall’involucro della maschera e accessibili solo per l’unica via — non instabile né dispersiva — che consente l’emissione della voce, raccolgono e costringono la voce dirigendola verso un unico sbocco e così rendono il suono più squillante e armonioso. Quell’indumento del volto, dunque, fa diventare la voce chiara e risonante: perciò è detto persona, con allungamento della vocale o provocato dalla forma della parola».

Insomma, la parola cui attribuiamo tanti significati nella cultura occidentale, e cui leghiamo tutta una teoria del rispetto per l’individuo, fino alle frasi fatte (“che bella persona!”), rimanda alla finzione teatrale, e al far la voce grossa con un meccanismo acustico. Quello che per noi ormai è la quintessenza dell’autenticità è invece il frutto d’un artifizio.

Pubblicato su Parole. Leave a Comment »