Il piano segreto di Napolitano

Nel caso dovesse fallire il tentativo dei 10 saggi, il presidente Napolitano ha pronto il piano segreto: il pazzariello.

I 10 saggi e The Wizard of Id

Commentando la scelta dei 10 saggi operata dal presidente Napolitano, il professor Sigmund Freud ha innanzitutto citato sé stesso, riprendendo un celeberrimo brano del suo Das Ich und das Es (citiamo qui dalla traduzione inglese, The Ego and the Id):

Now I think we shall gain a great deal by following the suggestion of a writer who, from personal motives, vainly asserts that he has nothing to do with the rigours of pure science. I am speaking of Georg Groddeck, who is never tired of insisting that what we call our ego behaves essentially passively in life, and that, as he expresses it, we are “lived” by unknown and uncontrollable forces. We have all had impressions of the same kind, even though they may not have overwhelmed us to the exclusion of all others, and we need feel no hesitation in finding a place for Groddeck’s discovery in the structure of science. I propose to take it into account by calling the entity which starts out from the system Pcpt. and begins by being Pcs. the “ego”, and by following Groddeck in calling the other part of the mind, into which this entity extends and which behaves as though it were Ucs., the “id”. (Freud 1927/1961, 13).

wikimedia.org/wikipedia

Ha poi proseguito affermando che molti dei saggi individuati dal presidente Napolitano si caratterizzano per un’ipertrofia dell’ego («the Wizards of Ego», li ha chiamati il padre della psicoanalisi) e che appare opportuno riequilibrare il gruppo con un saggio dell’id («the Wizard of Id», suggerisce il professor Freud).

johnhartstudios.com

Che cosa hanno in comune Bersani e Boris

Oltre alla B, rispettivamente del cognome e del nome, anche la B di Blasco.

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Riprendo da ilPost di oggi 1° marzo 2013 l’articolo di Luigi Zagni Bersani e l’orgoglio:

Oggi il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, in un’intervista con Massimo Giannini di Repubblica, dice che gli insulti di Grillo a lui rivolti non lo “impressionano”. Bersani è noto da tempo per la sua passione per Vasco Rossi.

Ma se Grillo le risponde picche, e le ripete che lei è un “morto che cammina” che si fa?
«Mi aspettavo che Grillo rispondesse così. Ma sbaglia di grosso, se pensa di aver davanti uno che si impressiona. A Grillo voglio solo dire che accolgo il suggerimento di Vasco Rossi: “fottitene dell’orgoglio”»

La canzone di Vasco Rossi cui Bersani cita un verso è Giocala ed era nell’album Bollicine, del 1983. Confesso di saperne quasi a memoria le parole e di averla usata come un mantra in più di un momento difficile. Ma vedi tè, direbbe Vasco.

Che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirgli cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
si chiama orgoglio
quello che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala
giocala…giocala…giocala

ma c’è qualcosa che ti frena
certo è il tuo orgoglio
che ti frena
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
prendila…prendila…prendila
prendila…prendila…prendila
prendila

che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirmi cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
è sempre il solito orgoglio
che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala…
prendila…prendila…prendila…
prendila

Gli ultimi uomini e la caduta degli dei

Soltanto nel corso degli anni Trenta gli occidentali scoprirono che le montagne all’interno della Nuova Guinea, finora ritenute inospitali e disabitate, erano invece la patria di numerose bande e tribù di aborigeni. Lo racconta Jared Diamond nel suo nuovo libro, The World Until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies?.

Diamond ci invita anche ad assumere la prospettiva non degli esploratori occidentali, ma degli aborigeni stessi, che fino a quel momento avevano ritenuto di essere l’unico popolo esistente e non avevano neppure sospettato che potessero esistere altri uomini. La prima reazione fu di spavento e terrore, come reagiremmo noi se sbarcassero degli extraterrestri da un’astronave. Anzi, molto di più: perché noi almeno alla possibilità che gli extraterrestri esistano e possano un giorno arrivare qui siamo preparati da migliaia di narrazioni.

smh.com.au

Alcuni dei resoconti (uno per tutti: First Contact di Rob Connolly e Robin Anderson) hanno intervistato, molti anni dopo, alcuni dei protagonisti. Uno di loro racconta che, oltre a credere di essere soli al mondo, il suo popolo credeva che dopo la morte la pelle degli uomini diventasse bianca ed essi si trasferissero «in quell’altro posto», la terra dei morti. E che quindi gli esploratori occidentali, grossi e bianchi, fossero – si direbbe a Roma – “l’anime de li mortacci loro”. Probabilmente a questa credenza gli esploratori dovettero la vita.

Gli aborigeni cercarono dunque per prima cosa di collocare i visitatori all’interno del loro sistema di credenze e di categorie: sono umani come noi? che cosa sono venuti a fare qui? sono gli esseri immortali che vivono in cielo? sono spiriti? sono i fantasmi degli antenati?

A questo scopo, ne osservarono attentamente il comportamento e le abitudini e – dopo che se ne erano andati – passarono al setaccio tutto quello che avevano lasciato al loro campo. Nelle latrine, gli escrementi erano perfettamente uguali a quelli degli abitanti del villaggio. Alcune giovanette che si erano accompagnate sessualmente con gli esploratori riferirono che anche i genitali erano simili a quelli degli uomini della tribù. “Non sono dei o spiriti, sono uomini come noi,” conclusero saggiamente gli anziani.

Richard Nixon (9 gennaio 1913-22 aprile 1994)

Se fosse ancora vivo, Richard Nixon compirebbe oggi 100 anni.

Fu da me odiato all’epoca: era difficile essere – nel 1968, per di più! – il primo presidente repubblicano dopo che Kennedy, che lo aveva sconfitto nel 1960, e Johnson ci avevano fatto sperare in un progresso illimitato – ancorché troppo lento per le nostre impazienze – della prosperità e dei diritti.

Ha avuto un momento di grandezza (e forse un raro sprazzo di sincerità, lui che era chiamato Tricky Dicky) nel discorso con cui si dimise, alle 9:01 di sera dell’8 agosto 1974.

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Ecco il testo:

Good evening.

This is the 37th time I have spoken to you from this office, where so many decisions have been made that shaped the history of this Nation. Each time I have done so to discuss with you some matter that I believe affected the national interest.

In all the decisions I have made in my public life, I have always tried to do what was best for the Nation. Throughout the long and difficult period of Watergate, I have felt it was my duty to persevere, to make every possible effort to complete the term of office to which you elected me.

In the past few days, however, it has become evident to me that I no longer have a strong enough political base in the Congress to justify continuing that effort. As long as there was such a base, I felt strongly that it was necessary to see the constitutional process through to its conclusion, that to do otherwise would be unfaithful to the spirit of that deliberately difficult process and a dangerously destabilizing precedent for the future.

But with the disappearance of that base, I now believe that the constitutional purpose has been served, and there is no longer a need for the process to be prolonged.

I would have preferred to carry through to the finish whatever the personal agony it would have involved, and my family unanimously urged me to do so. But the interest of the Nation must always come before any personal considerations.

From the discussions I have had with Congressional and other leaders, I have concluded that because of the Watergate matter I might not have the support of the Congress that I would consider necessary to back the very difficult decisions and carry out the duties of this office in the way the interests of the Nation would require.

I have never been a quitter. To leave office before my term is completed is abhorrent to every instinct in my body. But as President, I must put the interest of America first. America needs a full-time President and a full-time Congress, particularly at this time with problems we face at home and abroad.

To continue to fight through the months ahead for my personal vindication would almost totally absorb the time and attention of both the President and the Congress in a period when our entire focus should be on the great issues of peace abroad and prosperity without inflation at home.

Therefore, I shall resign the Presidency effective at noon tomorrow. Vice President Ford will be sworn in as President at that hour in this office.

As I recall the high hopes for America with which we began this second term, I feel a great sadness that I will not be here in this office working on your behalf to achieve those hopes in the next 21/2 years. But in turning over direction of the Government to Vice President Ford, I know, as I told the Nation when I nominated him for that office 10 months ago, that the leadership of America will be in good hands.

In passing this office to the Vice President, I also do so with the profound sense of the weight of responsibility that will fall on his shoulders tomorrow and, therefore, of the understanding, the patience, the cooperation he will need from all Americans.

As he assumes that responsibility, he will deserve the help and the support of all of us. As we look to the future, the first essential is to begin healing the wounds of this Nation, to put the bitterness and divisions of the recent past behind us, and to rediscover those shared ideals that lie at the heart of our strength and unity as a great and as a free people.

By taking this action, I hope that I will have hastened the start of that process of healing which is so desperately needed in America.

I regret deeply any injuries that may have been done in the course of the events that led to this decision. I would say only that if some of my Judgments were wrong, and some were wrong, they were made in what I believed at the time to be the best interest of the Nation.

To those who have stood with me during these past difficult months, to my family, my friends, to many others who joined in supporting my cause because they believed it was right, I will be eternally grateful for your support.

And to those who have not felt able to give me your support, let me say I leave with no bitterness toward those who have opposed me, because all of us, in the final analysis, have been concerned with the good of the country, however our judgments might differ.

So, let us all now join together in affirming that common commitment and in helping our new President succeed for the benefit of all Americans.

I shall leave this office with regret at not completing my term, but with gratitude for the privilege of serving as your President for the past 51/2 years. These years have been a momentous time in the history of our Nation and the world. They have been a time of achievement in which we can all be proud, achievements that represent the shared efforts of the Administration, the Congress, and the people.

But the challenges ahead are equally great, and they, too, will require the support and the efforts of the Congress and the people working in cooperation with the new Administration.

We have ended America’s longest war, but in the work of securing a lasting peace in the world, the goals ahead are even more far-reaching and more difficult. We must complete a structure of peace so that it will be said of this generation, our generation of Americans, by the people of all nations, not only that we ended one war but that we prevented future wars.

We have unlocked the doors that for a quarter of a century stood between the United States and the People’s Republic of China.

We must now ensure that the one quarter of the world’s people who live in the People’s Republic of China will be and remain not our enemies but our friends.

In the Middle East, 100 million people in the Arab countries, many of whom have considered us their enemy for nearly 20 years, now look on us as their friends. We must continue to build on that friendship so that peace can settle at last over the Middle East and so that the cradle of civilization will not become its grave.

Together with the Soviet Union we have made the crucial breakthroughs that have begun the process of limiting nuclear arms. But we must set as our goal not just limiting but reducing and finally destroying these terrible weapons so that they cannot destroy civilization and so that the threat of nuclear war will no longer hang over the world and the people.

We have opened the new relation with the Soviet Union. We must continue to develop and expand that new relationship so that the two strongest nations of the world will live together in cooperation rather than confrontation.

Around the world, in Asia, in Africa, in Latin America, in the Middle East, there are millions of people who live in terrible poverty, even starvation. We must keep as our goal turning away from production for war and expanding production for peace so that people everywhere on this earth can at last look forward in their children’s time, if not in our own time, to having the necessities for a decent life.

Here in America, we are fortunate that most of our people have not only the blessings of liberty but also the means to live full and good and, by the world’s standards, even abundant lives. We must press on, however, toward a goal of not only more and better jobs but of full opportunity for every American and of what we are striving so hard right now to achieve, prosperity without inflation.

For more than a quarter of a century in public life I have shared in the turbulent history of this era. I have fought for what I believed in. I have tried to the best of my ability to discharge those duties and meet those responsibilities that were entrusted to me.

Sometimes I have succeeded and sometimes I have failed, but always I have taken heart from what Theodore Roosevelt once said about the man in the arena, “whose face is marred by dust and sweat and blood, who strives valiantly, who errs and comes short again and again because there is not effort without error and shortcoming, but who does actually strive to do the deed, who knows the great enthusiasms, the great devotions, who spends himself in a worthy cause, who at the best knows in the end the triumphs of high achievements and who at the worst, if he fails, at least fails while daring greatly.”

I pledge to you tonight that as long as I have a breath of life in my body, I shall continue in that spirit. I shall continue to work for the great causes to which I have been dedicated throughout my years as a Congressman, a Senator, a Vice President, and President, the cause of peace not just for America but among all nations, prosperity, justice, and opportunity for all of our people.

There is one cause above all to which I have been devoted and to which I shall always be devoted for as long as I live.

When I first took the oath of office as President 51/2 years ago, I made this sacred commitment, to “consecrate my office, my energies, and all the wisdom I can summon to the cause of peace among nations.”

I have done my very best in all the days since to be true to that pledge. As a result of these efforts, I am confident that the world is a safer place today, not only for the people of America but for the people of all nations, and that all of our children have a better chance than before of living in peace rather than dying in war.

This, more than anything, is what I hoped to achieve when I sought the Presidency. This, more than anything, is what I hope will be my legacy to you, to our country, as I leave the Presidency.

To have served in this office is to have felt a very personal sense of kinship with each and every American. In leaving it, I do so with this prayer: May God’s grace be with you in all the days ahead.

Di seguito, il video della prima parte del discorso (fino a quando dice: «Therefore, I shall resign the Presidency effective at noon tomorrow.»).

1Q84 e Lohengrin

Del mio amore per Richard Wagner in questo blog si trovano molti indizi, soltanto a volerli cercare. Solamente per fare un esempio, trovate qui un post di 5 anni fa, motivato da un’altra inaugurazione wagneriana della stagione scaligera, il memorabile Tristano e Isotta di Daniel Baremboim (direttore) e Patrice Chéreau (regista) con la grandissima (e bellissima e intensissima) Waltraud Meier.

Lohengrin

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Non avevo mai fai un coming out esplicito (in alcuni ambienti essere wagneriano è qualche cosa di un po’ vergognoso, don’t ask don’t tell, si cambia discorso immediatamente, con un filo d’imbarazzo, e tutti ripetono la battuta di Woody Allen sull’invasione della Polonia). È arrivato il momento di farlo, perché ieri sera, seguendo alla televisione il Lohengrin

Un inciso: la regia non mi è piaciuta neanche un po’, con Lohengrin che sembrava un eroinomane che ti chiede le proverbiali ciento lire grattandosi nervosamente il collo ed Elsa che cadeva continuamente per terra, in un’ambientazione ottocentesca che scopiazzava la celebre edizione dell’Anello del nibelungo di Patrice Chéreau e Pierre Boulez).

Ieri sera, dicevo, ho avuto una modesta illuminazione: ho capito il senso del Lohengrin, che mi sfuggiva, o almeno un possibile senso del Lohengrin grazie a 1Q84 di Murakami Haruki.

Per prima cosa, però, devo spiegare che cosa in Lohengrin mi ha sempre lasciato perplesso. Lohengrin non è considerata una della grandi opere wagneriane, è un’opera di transizione tra le prove giovanili e la concezione (musicalmente e drammaturgicamente rivoluzionaria) della maturità. Musicalmente, l’invenzione secondo me più bella è quella del preludio del primo atto, con quei leggerissimi violini nel registro acuto, che entusiasmaronno (tra gli altri) Charles Baudelaire:

Mi sentii liberato dai legami di pesantezza e ritrovai la straordinaria voluttà che circola nei luoghi alti. Dipinsi a me stesso lo stato di un uomo in preda ad un sogno in una solitudine assoluta, con un immenso orizzonte e una larga luce diffusa. Un’immensità con il solo sfondo di se stessa. Allora concepii l’idea di un’anima mossa in un ambiente luminoso, ondeggiante al di sopra e molto lontano dal mondo naturale.

Questa è l’interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan (forse, la versione che avevo affisso prima non è più disponibile):

Quello che lascia perplessi, del Lohengrin, è che la storia è insensata. In epoca storica, nel IX secolo, un re tedesco, Enrico l’Uccellatore (una volta i re si chiamavano così, chissà se questo era dedito alla caccia o al bunga bunga) sta facendo una cosa politico-militare assolutamente prosaica: reclutare un esercito per combattere gli ungheresi. Va in Belgio, o comunque si chiamasse allora, nella regione del Brabante, e trova una situazione un po’ strana ma anch’essa tutto sommato credibile: il vecchio re o duca che sia è morto lasciando due figli in tenera età, Elsa e Goffredo, e lasciando detto che fino alla maggiore età della figlia il trono sia retto dal conte Federico di Telramondo. Ma, appena arrivato Enrico, Federico accusa Elsa di aver ucciso il fratellino: per questo non l’ha sposata, maritando invece una certa Ortruda, anche lei di antica schiatta, ma pagana e un po’ fattucchiera. Enrico, un po’ scocciato (ma guarda un po’ se per reclutare un plotone in più mi dovevo trovare in queste beghe dinastiche di provincia, si sarà detto) manda a chiamare Elsa e, dopo aver constatato che straparla, ordina un giudizio di dio: Federico, l’accusatore, si batterà in duello con un campione di Elsa e chi vincerà avrà detto la verità. Il problema è che nessuno vuole battersi per Elsa. Allora arriva una barchetta trainata da un cigno, ne scende un bellissimo misterioso cavaliere (avete indovinato, è Lohengrin) e dice che sarà il campione di Elsa e che dopo aver vinto (cosa su cui non ha nessun dubbio) la sposerà pure e vivranno sempre felici e contenti, ma a una sola precisa condizione: Elsa non dovrà chiedergli mai, ma proprio mai, chi è e da dove viene:

Nie sollst du mich befragen,
noch Wissens Sorge tragen,
woher ich kam der Fahrt,
noch wie mein Nam und Art!

Mai devi domandarmi
né a palesar tentarmi
ond’io ne venni a te
e il nome mio qual è!

Lo canta a 2’52” del clip qui sotto:

È il brano che dà il titolo a una raccolta di saggi di Natalia Ginzburg ed era originariamente un articolo pubblicato su La Stampa del 18 maggio 1969 con il titolo Il nome di Lohengrin. Ne riporto un brano:

La prima opera di cui ebbi notizia nella mia vita, fu il Lohengrin. Me ne parlò mia madre; ed è stata l’unica opera la cui storia m’abbia commosso. Provai e provo ancora per la storditaggine commessa da Elsa un fortissimo dispiacere. Non chiedere niente era così facile. Sono quelle cose di cui non ci si consola mai, come, avendo letto Guerra e pace, non ci si consola mai che Natascia abbandoni il principe Andrej per fuggire con quello stupido di Anatol.
Riguardo alla vicenda di Elsa nel Lohengrin, rodendomi di rabbia pensavo, da bambina, che io mai avrei dato retta alla cattiva Ortruda, mai avrei chiesto a Lohengrin il suo nome. Mi stupivo che un nome potesse destare tanta curiosità (trascuravo il fatto che in me non destava curiosità semplicemente perché io già lo sapevo). Le parole di Lohengrin a Elsa, «Mai devi domandarmi», ancora oggi non posso udirle o sillabarle in me senza un brivido nella schiena. Esse vibrarono per me nell’infanzia del presagio che sarebbero state inutili; suonarono come un comando straziante perché conscio che non sarebbe stato obbedito, carico dell’annuncio d’una catastrofe che avrebbe separato quei due esseri, e di fronte alla quale il ritorno del fratello era una ben magra consolazione per Elsa e per tutti.
«Mai devi domandarmi – né a palesar tentarmi – ond’io ne venni a te – e il nome mìo qual è». La sciocca Elsa invece volle sapere come si chiamasse lui. Pensavo come aveva dovuto rimaner male dinanzi alla deludente rivelazione («Mio padre Parsifal in esso regna – io son Lohengrin suo figlio e cavalier»), dopo la quale s’erano scatenati disastri. Usavo ricostruire la storia dei due a modo mio. Elsa non chiedeva nulla e vivevano felicissimi Oppure lui, Lohengrin, rimaneva con lei nonostante lei gli avesse disobbedito. Perché a un certo punto il fatto che lui se ne andasse per così poco, mi apparve forse ancora più imbecille dell’insensatezza di lei.
Tuttavia capii a un tratto che, con un finale felice, quella storia crollava a terra, ne spariva ogni fuoco. Il segreto della tua grandezza vampeggiava nell’errore e nell’irrevocabilità dell’errore. Era una verità elementare, ma ne rimasi trasecolate, e l’istante in cui ne presi coscienza è stampato nella mia memoria, avendo io allora per la prima volta nella vita intraveduto una superiorità della sventura sulla felicità.
Quando andai a vedere il Lohengrin a teatro, rimasi delusa. Trovai che il cigno era piccolo, una specie di oca, Lohengrin vecchiotto e imbruttito da un elmo troppo grosso, Elsa bassa e vecchiotta e con due code gialle, per niente simile alla alata creatura che soggiornava nella mia immaginazione. Dissi a mia madre che non mi piaceva l’opera a teatro perché la musica copriva le parole. Preferivo quelle parole nella voce di mia madre.
In realtà quelle parole non le riconoscevo a teatro non solo a causa della musica, ma anche perché inghiottite dai gorgheggi e dai trilli. Le trecce d’oro di Elsa e le trecce nere di Ortruda continuarono a vivere in me per mio uso domestico, e persi la speranza di ritrovarle mai a teatro. È possibile che, all’origine del mio scarso interesse per le opere, vi sia quella antichissima delusione. Più tardi, mio marito mi disse che il Lohengrin è una grande opera ma non fra le più grandi. Non gli credetti. Conservo la persuasione che sia l’opera più grande di Wagner. Le parole «Mai devi domandarmi», che mia madre cantava bevendo il caffè al mattino, hanno il magico potere di riportarmi ai felici mattini della mia infanzia e a mia madre.

Resta inspiegato il motivo di questa proibizione. Lohengrin nella scena finale dice che se ne deve andare una volta noti il suo nome e la sua missione, in quanto cavaliere del Graal, ma non spiega un bel niente:

Anche colui che dal Gral è in lontano paese inviato,
ed eletto a campione in difesa della virtù,
non viene punto spogliato della sua santa forza,
finché quale suo cavaliere colà non sia riconosciuto.
Di tale augusta natura infatti è la virtù del Gral,
che, scoperto… ei deve fuggire agli occhi dei profani.
E perciò nessun dubbio dovete nutrire intorno al suo cavaliere;
ma se lo riconoscete… allora se ne deve da voi partire…
Ora udite, com’io ricompenso la vietata domanda!
Dal Gral fui io dunque presso di voi mandato:
Parsifal mio padre ne porta la corona,
e suo cavaliere io sono… chiamato Lohengrin.

Quello che invece ho capito ieri, grazie a 1Q84, è il perché della proibizione: il castello di Montsalvat, dove si conserva il sacro Graal, è in un universo parallelo, eguale al nostro se non per pochi, apparentemente insignificanti dettagli. Ma si tratta di un universo parallelo, collegato al nostro soltanto in uno stato di sovrapposizione quantica, come il gatto di Erwin Schrödinger:

Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione \Psi dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono stati puri, ma miscelati con uguale peso.

Il gatto di Schrodinger

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Elsa e Lohengrin (a differenza di Aomame e Tengo) possono coesistere nella stessa «scatola d’acciaio» soltanto finché essa non è aperta, cioè soltanto fino a che il nome e la natura di Lohengrin sono ignoti …

Se poi, a questo punto, vi è venuta voglia di vedere e sentire tutta l’opera, qui c’è l’edizione del 2011 di Bayreuth:

Il galateo di Lorenzo Milani e i poliziotti

Dal momento che, molto prevedibilmente, dopo gli incidenti occorsi in molte città, ma soprattutto a Roma, il 14 novembre 2012, tutti i conformisti si sono sentiti in dovere di ricordare la poesia scritta da Pier Paolo Pasolini dopo Valle Giulia (Pasolini, grande polemista, poeta interessante, regista discontinuo e intellettuale discusso, era un uomo profondamente di destra), mi permetto di riprendere un brano dagli Appunti per un nuovo galateo di Lorenzo Milani che ho già citato qui:

Dalla cartella numero 10, sottotitolata CON LE AUTORITÀ:
i poliziotti sono l’unica categoria che si può trattare come da padrone a servo.
Come educazione alla fede nella sovranità popolare e come educazione dei poliziotti stessi. [pp. 218-219]

Per i più duri di comprendonio e per quelli in malafede (e, poveri noi, non so chi è maggioranza o chi stia peggio): non c’è nessuna simmetria e nessuna par condicio tra poliziotti e manifestanti. I poliziotti sono a tutti gli effetti civil servants, retribuiti con i proventi della tassazione generale per svolgere un servizio (in questo caso di ordine pubblico) a nostro beneficio. Sono, quindi, accountable nei confronti di tutti i cittadini, in quanto contribuenti (o contribuenti potenziali). Ai manifestanti chiediamo il rispetto delle regole, naturalmente: ma è cosa ben diversa dall‘accountability: possiamo sanzionarli, naturalmente, ma la forza di un ipotetico “contratto sociale” è molto più debole del rapporto principal/agent che si instaura tra cittadino e civil servant. Per il manifestante, limitiamoci a chiedere che non occulti l’evidenza della sua identità (no a caschi e passamontagna); per il celerino, come per il controllore ferroviario, esigiamo l’evidenza dell’identità.

ACAB

paesesera.it

* * *

Controcanto: Uguaglianza, di Paolo Pietrangeli.

È stata una colonna sonora della mia Klassenbewusstsein:

Ci dicon siete uguali, ma io vorrei sapere: uguali davanti a chi? uguali perché e per chi?
È comodo per voi, che avete in mano tutto, dire che siamo uguali davanti a Dio.
È un Dio ch’è tutto vostro, è un Dio che non accetto e non conosco.

Anzi, alla radice della mia Klassenbewusstsein: mi perdoni, se può, György Lukács.

Ti ho visto lì per terra
al sole del cantiere
le braccia e gambe rotte dal dolore
dicevan ch’eri matto
ma debbo ringraziare la tua pazzia.

Ti ho visto un sol momento
poi ti ha coperto il viso
la giacca del padrone che ti ha ucciso
ti hanno nascosto subito
eri per loro ormai da buttar via.

Ci dicon siete uguali
ma io vorrei sapere
uguali davanti a chi
uguali perché e per chi.

E’ comodo per voi
dire che siamo uguali
davanti a una giustizia
se non la vostra guardia quotidiana.

Ci dicon siete uguali
ma io vorrei sapere uguali
davanti a chi uguali
perché e per chi.

E’ comodo per voi
che avete in mano tutto
dire che siamo uguali davanti a Dio
è un Dio ch’è tutto vostro
è un Dio che non accetto e non conosco.

Dicevi questo ed altro
e ti chiamavan matto
ma quello in cui credevi verrà fatto
alla legge del padrone
risponderemo con rivoluzione.

Le previsioni dei meteorologi privati sono distorte?

Ieri (16 novembre 2012) la Repubblica ha pubblicato un’inchiesta di Ettore Livini, “Il gran business del tempo che fa. Guerra di bollettini nel meteo show“. Articolo interessante e ambizioso, che cerca di tenere fede allo standard proposto dal compianto Giuseppe D’Avanzo, posto a epigrafe del sito che la Repubblica e L’Espresso dedicano congiuntamente a questo genere giornalistico:

D'Avanzo

inchieste.repubblica.it

L’inchiesta di Livini tiene fede a un proposito così impegnativo? In prima battuta avrei detto di sì, anche se la chiarezza dei fatti è un po’ offuscata dal registro giornalistico. «E che altro volevi?» qualcuno potrebbe chiedermi. E allora mi spiego meglio. Primo, vorrei che la ricerca di un tono leggero e scherzoso non andasse a scapito della chiarezza delle cose presentate, perché non essere pallosi (per evitare che il lettore smetta di leggere prima che siamo riusciti a comunicargli quello che ci premeva di fargli sapere) non significa non essere rigorosi. Secondo, vorrei che l’articolo avesse una chiara struttura, una gerarchia delle cose che si ritengono importanti rispetto a quelle che si riportano per completezza di cronaca o per semplice colore, e una presa di posizione su quello che il giornalista – proprio sulla base del suo lavoro d’inchiesta e mettendoci la faccia, come si dice (abusatamente) ora – ritiene credibile su base fattuale, rispetto a quello che è stato detto o affermato dagli intervistati, ma che il giornalista riporta senza prestarvi troppa fiducia. Su questi 2 punti, un modello per me inarrivabile continua a essere l’insegnamento di Lorenzo Milani, a proposito sia del modo di condurre un inchiesta, sia di quello di leggere criticamente un articolo di giornale.

Mi vorrei soffermare soprattutto su 2 punti, anche perché – per pura coincidenza – sull’argomento ho appena letto il capitolo (“For years you’ve been telling us that rain is green”) che vi dedica Nate Silver nel suo bel libro (The Signal and the Noise) che recensirò quando l’avrò finito.

  • Per quanto riguarda la nostra capacità di formulare previsioni, le previsioni del tempo – a differenza, ad esempio, delle previsioni economiche – sono una storia di successo. La storia inizia nel 1916, in piena 1ª Guerra mondiale, quando il fisico inglese Lewis Fry Richardson ammazza il tempo libero che il suo lavoro su un’ambulanza dell’esercito inglese nella Francia del nord gli lascia tra un bombardamento e l’altro per formulare un metodo per prevedere il tempo atmosferico (o meglio simulare, dato che il suo obiettivo era il tempo sulla Germania alle 13 del 20 maggio 1910). Per farlo, suddivide la mappa dell’Europa centrale in una griglia di 3 gradi di latitudine e longitudine, quadrati di circa 340 km di lato. Per ognuna occorreva calcolare una serie di parametri chimici e fisici dell’atmosfera e poi osservarne la trasmissione alle celle contigue e nelle ore successive. Un’impresa impossibile senza un computer: e infatti fallì.
    Richardson

    abc.net.au

    Ci riprova nel 1950 il solito John von Neumann (ne abbiamo parlato ampiamente qui, ma se volete sul web c’è anche il suo articolo originale) utilizzando l’ENIAC: ma è costretto a utilizzare una griglia ancora più grande di quella di Lewis Fry Richardson (736 km invece di 340) proprio per la limitazione della memoria interna del computer. ENIAC poteva fare circa 5.000 operazioni al secondo.
    Naturalmente, la potenza delle macchine, come ben sappiamo è aumentata. Ma così anche la complessità del problema: le celle devono essere molto più piccole di 740 o 340 km di lato e devono svilupparsi anche in altezza: dimezzare la dimensione del lato di una cella significa moltiplicare per 8 il numero di celle da calcolare. Poi le condizioni delle celle devono evolversi nel tempo, e anche la “risoluzione” temporale raddoppia al dimezzarsi della dimensione delle celle (un uragano che si muove, diciamo, a 40 km/h transita ogni ora da una cella di 40 km di lato alla successiva, ma ogni mezzora da una cella di 20 km di lato alla successiva).
    Fosse tutto qui, non sarebbe un problema. Ma come dovrebbero sapere tutti quelli che hanno citato almeno una volta la frase sulla farfalla brasiliana e il tornado texano (Predictability: Does the Flap of a Butterfly’s Wings in Brazil set off a Tornado in Texas? era il titolo di una relazione del meteorologo Edward Norton Lorenz tenuta alla American Association for the Advancement of Science a Washington nel 1972, ma la sua scoperta risale al 1963, quando era formulata in modo molto meno evocativo: «One meteorologist remarked that if the theory were correct, one flap of a seagull’s wings would be enough to alter the course of the weather forever) il tempo atmosferico è un sistema caotico, cioè al tempo stesso dinamico e non lineare.
    In pratica e in parole poverissime, questo vuol dire che non basta calcolare una previsione sola, ma bisogna simularne molte, perturbando appena appena le condizioni iniziali, e vedere quali sono più frequenti. Quando leggete che le probabilità di pioggia domani alle 15 a Roma sono del 70% vuol dire che nel 70% delle simulazioni girate sul computer a quell’ora era prevista pioggia.
    Fin qui tutto chiaro? Conclusione: non basta un computer, ci vuole un super-computer, il più potente che c’è, e un esercito di meteorologi. E come accade (o dovrebbe accadere) quando una cosa di rilevantissimo interesse per tutta la popolazione è grande e costosa, intervengono l’interesse e l’intervento pubblici. È quello che succede negli Stati Uniti della libera iniziativa privata e dello Stato minimo, dove il National Center for Athmospheric Research (NCAR) di Boulder, Colorado, è pubblico e dispone di un super-computer, un IBM Bluefire capace di 77 teraFLOPS (77 milioni di milioni di operazioni al secondo), 15 miliardi di volte più veloce di ENIAC. In Europa, abbiamo lo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMRW) di Reading, in Inghilterra, operativo dal 1992 e co-finanziato da 34 Stati, tra cui l’Italia. L’NCAR fornisce i suoi dati gratuitamente, afferma Nate Silver; l’ECMRW – secondo l’inchiesta di Ettore Livini – «per poche lire»; «ci costano poche centinaia di migliaia di euro l’anno», conferma Sanò, il numero uno di ilmeteo.it.
    Conclusione: c’è un’asimmetria di fondo tra produttori pubblici e “produttori” privati di informazione meteorologica: senza minimamente sottovalutare il ruolo che hanno gli uomini e le organizzazioni nell’analisi, l’interpretazione e la comunicazione al pubblico, mi pare evidente che una comparazione che non metta preliminarmente in chiaro questo diverso punto di partenza – oltre a essere ingenerosa nei confronti dei meteorologi pubblici – non aiuta a farsi un’opinione informata.

  • Nate Silver si spinge ad adombrare che siamo in presenza di un caso di concorrenza sleale. Prendendo i dati gratuitamente dall’NCAR e dal National Weather Service (NWS, anch’esso pubblico), privati come AccuWeather e weather.com (il sito di The Weather Channel-TWC) hanno un traffico 10 volte maggiore di quello del NWS, con i correlati proventi pubblicitari.
    Ma il problema non è solo questo. Il problema per noi (cittadini e utenti) è: ci possiamo fidare delle previsioni dei centri privati?
    Livini si limita a riportare il punto di vista di Sanò, senza commenti: «Noi abbiamo tutto l’interesse a fare le migliori previsioni possibili. […] L’Aeronautica si infastidisce per l’arrivo di nuovi protagonisti.» Mi correggo, Livini commenta, ma il suo commento è sconcertante (e, mi perdoni, un po’ stupido): «Se la bontà delle previsioni si misura in clic, ha ragione lui. Il suo sito a ottobre ha macinato 30 milioni di browser unici, cinque volte più del competitor più vicino.» Ma infatti – si direbbe a Roma – la bontà delle previsioni non si misura in clic, non più di quanto la proverbiale bontà della merda si misuri in numero di mosche che la gradiscono.
    In primo luogo, i divulgatori commerciali traducono l’esattezza delle previsioni in pittoresche metafore: le bombe d’acqua, i cicloni mediterranei, Circe Cassandra Cleopatra Lucifero e Caronte… Aiutano davvero a capire meglio o diffondono allarme ingiustificato e impreciso? Certo non è facile dare una risposta, perché bisogna pur sempre “tradurre” il linguaggio dei dati: in fin dei conti anche “parzialmente nuvoloso” e “piogge sparse” sono locuzioni imprecise.
    In secondo luogo, e questo è un problema più grave, non è affatto vero che i privati abbiano interesse a comunicare le migliori previsioni possibili.
    Ma che cos’è, poi, una buona previsione? Il problema se lo pose – per le previsioni del tempo, ma vale anche per quelle economiche – il meteorologo Allan Murphy in un saggio del 1993, What Is a Good Forecast? An Essay on the Nature of Goodness in Weather Forecasting. Murphy distingue 3 modi diversi in cui una previsione può essere buona (o cattiva):

    1. Quella che Murphy chiama qualità e che sarebbe meglio (concordo con Silver) chiamare accuratezza: le condizioni previste corrispondono alle condizioni osservate ex post?
    2. Quella che Murphy chiama coerenza (consistency) e che Silver chiamare onestà: la previsione, al momento in cui è formulata, rispecchia la migliore valutazione del previsore sulla base degli elementi conoscitivi a disposizione?
    3. Quella che tanto Murphy quanto Silver chiamano valore (economico): la previsione ha aiutato i decisori pubblici e privati ad assumere decisioni migliori?

    Queste 3 dimensioni della qualità delle previsioni, come vedremo, non vanno necessariamente di conserva.
    Negli Stati Uniti, dal 2002 Eric Floehr (forecastwatch.com) raccoglie dati che documentano lo scostamento tra il tempo reale e le previsioni: non emerge un chiaro vincitore tra NWS AccuWeather e TWC. Ma emerge un fatto inquietante: dopo 8 giorni, le previsioni non valgono più nulla: non sono in grado di formulare ipotesi più attendibili da quelle che verrebbero da ipotesi fondate sulla persistenza (il tempo continua a essere quello che è al momento della previsione) o sulla climatologia (il tempo sarà quello che storicamente c’è di solito in questo periodo). Anzi, sono un po’ peggiori di quelle che si potrebbero formulare sulla base di persistenza e climatologia. Ma non è questo che ci deve sorprendere: se il tempo è soggetto alle dinamiche del caos, è soltanto normale che dopo un certo numero di periodi di previsione il modello amplifichi il rumore piuttosto che il segnale.
    Quello che ci deve preoccupare, invece, è che – per quanto perfettamente consapevoli di questo – TWC formuli previsioni a 10 giorni e AccuWeather addirittura a 15. Per quanto la risposta non ci piaccia, purtroppo è univoca: non è l’accuratezza, ma la percezione dell’accuratezza che crea valore agli occhi del consumatore.
    Un altro esempio. Le previsioni commerciali (a differenza di quelle del NWS) sono distorte nella direzione di prevedere più pioggia di quanto effettivamente accada (qui stiamo parlando di accuratezza). È una distorsione voluta, perché se piove quando la probabilità prevista era bassa, il consumatore se la prende con il previsore; ma se viene il sole quando era prevista pioggia pensa di aver avuto fortuna.
    È un segreto di Pulcinella che i previsori commerciali non prevedono mai una probabilità di pioggia del 50% (sembra un sintomo di indecisione o di incompetenza), ma lo correggono casualmente in 40% o 60%.
    I meteorologi delle reti locali formulano previsioni ancora più distorte, e sono più intrattenitori che scienziati.

Supercell

pinterest.com

Qui il cerchio si chiude. Ma con una differenza fondamentale. Nate Silver giunge alla conclusione che la spettacolarizzazione delle previsioni meteorologiche va a scapito dell’accuratezza e dell’onestà (dimensioni della qualità a vantaggio dei consumatori) e a vantaggio del valore economico (dei produttori privati). E giunge a queste conclusioni dopo un’analisi serrata e documentata di come si fanno le previsioni meteorologiche. E le sue conclusioni sono utili al lettore (in questo caso, a me).

Livini parte dalla spettacolarizzazione delle previsioni, in apertura del suo articolo, come nota di colore o, a voler essere molto benevoli, come ipotesi da verificare. Ma poi si perde nel pettegolezzo, accumula fatti e opinioni senza orientarvicisi lui stesso e, dunque, senza orientare noi.

Io non ho trovato né paziente faticaforza incoercibile. Non so se Giuseppe D’Avanzo sarebbe stato contento.

I Beatles interpretano Shakespeare

1964. I Beatles sono già un fenomeno di massa, ma hanno ancora molti assi nelle ampie maniche, tra cui quello della recitazione. Qui recitano una parte del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Per l’esattezza, siamo nel quinto atto, scena prima, vv. 126-304.

Grazie ancora una volta a Maria Popova di brainpickings.org.

[Enter PYRAMUS and THISBE, WALL, MOONSHINE, and LION, as in dumb show.]

PROLOGUE
Gentles, perchance you wonder at this show;
But wonder on, till truth make all things plain.
This man is Pyramus, if you would know;
This beauteous lady Thisby is certain.
This man, with lime and rough-cast, doth present
Wall, that vile Wall which did these lovers sunder;
And through Wall’s chink, poor souls, they are content
To whisper, at the which let no man wonder.
This man, with lanthorn, dog, and bush of thorn,
Presenteth Moonshine: for, if you will know,
By moonshine did these lovers think no scorn
To meet at Ninus’ tomb, there, there to woo.
This grisly beast, which by name Lion hight,
The trusty Thisby, coming first by night,
Did scare away, or rather did affright;
And as she fled, her mantle she did fall;
Which Lion vile with bloody mouth did stain:
Anon comes Pyramus, sweet youth, and tall,
And finds his trusty Thisby’s mantle slain;
Whereat with blade, with bloody blameful blade,
He bravely broach’d his boiling bloody breast;
And Thisby, tarrying in mulberry shade,
His dagger drew, and died. For all the rest,
Let Lion, Moonshine, Wall, and lovers twain,
At large discourse while here they do remain.

[Exeunt PROLOGUE, THISBE, LION, and MOONSHINE.]

THESEUS
I wonder if the lion be to speak.

DEMETRIUS
No wonder, my lord: one lion may, when many asses do.

WALL
In this same interlude it doth befall
That I, one Snout by name, present a wall:
And such a wall as I would have you think
That had in it a crannied hole or chink,
Through which the lovers, Pyramus and Thisby,
Did whisper often very secretly.
This loam, this rough-cast, and this stone, doth show
That I am that same wall; the truth is so:
And this the cranny is, right and sinister,
Through which the fearful lovers are to whisper.

THESEUS
Would you desire lime and hair to speak better?

DEMETRIUS
It is the wittiest partition that ever I heard discourse, my lord.

THESEUS
Pyramus draws near the wall; silence.

[Enter PYRAMUS.]

PYRAMUS
O grim-look’d night! O night with hue so black!
O night, which ever art when day is not!
O night, O night, alack, alack, alack,
I fear my Thisby’s promise is forgot!—
And thou, O wall, O sweet, O lovely wall,
That stand’st between her father’s ground and mine;
Thou wall, O wall, O sweet and lovely wall,
Show me thy chink, to blink through with mine eyne.

[WALL holds up his fingers.]

Thanks, courteous wall: Jove shield thee well for this!
But what see what see I? No Thisby do I see.
O wicked wall, through whom I see no bliss,
Curs’d be thy stones for thus deceiving me!

THESEUS
The wall, methinks, being sensible, should curse again.

PYRAMUS
No, in truth, sir, he should not. ‘Deceiving me’ is Thisby’s cue: she is to enter now, and I am to spy her through the wall. You shall see it will fall pat as I told you.—Yonder she comes.

[Enter THISBE.]

THISBE
O wall, full often hast thou heard my moans,
For parting my fair Pyramus and me:
My cherry lips have often kiss’d thy stones:
Thy stones with lime and hair knit up in thee.

PYRAMUS
I see a voice; now will I to the chink,
To spy an I can hear my Thisby’s face.
Thisby!

THISBE
My love! thou art my love, I think.

PYRAMUS
Think what thou wilt, I am thy lover’s grace;
And like Limander am I trusty still.

THISBE
And I like Helen, till the fates me kill.

PYRAMUS
Not Shafalus to Procrus was so true.

THISBE
As Shafalus to Procrus, I to you.

PYRAMUS
O, kiss me through the hole of this vile wall
.
THISBE
I kiss the wall’s hole, not your lips at all.

PYRAMUS
Wilt thou at Ninny’s tomb meet me straightway?

THISBE
‘Tide life, ‘tide death, I come without delay.

WALL
Thus have I, wall, my part discharged so;
And, being done, thus Wall away doth go.

[Exeunt WALL, PYRAMUS and THISBE.]

THESEUS
Now is the mural down between the two neighbours.

DEMETRIUS
No remedy, my lord, when walls are so wilful to hear without warning.

HIPPOLYTA
This is the silliest stuff that ever I heard.

THESEUS
The best in this kind are but shadows; and the worst are no worse, if imagination amend them.

HIPPOLYTA
It must be your imagination then, and not theirs.

THESEUS
If we imagine no worse of them than they of themselves, they may pass for excellent men. Here come two noble beasts in, a moon and a lion.

[Enter LION and MOONSHINE.]

LION
You, ladies, you, whose gentle hearts do fear
The smallest monstrous mouse that creeps on floor,
May now, perchance, both quake and tremble here,
When lion rough in wildest rage doth roar.
Then know that I, one Snug the joiner, am
A lion fell, nor else no lion’s dam:
For, if I should as lion come in strife
Into this place, ‘twere pity on my life.

THESEUS
A very gentle beast, and of a good conscience.

DEMETRIUS
The very best at a beast, my lord, that e’er I saw.

LYSANDER
This lion is a very fox for his valour.

THESEUS
True; and a goose for his discretion.

DEMETRIUS
Not so, my lord; for his valour cannot carry his discretion, and the fox carries the goose.

THESEUS
His discretion, I am sure, cannot carry his valour; for the goose carries not the fox. It is well; leave it to his discretion, and let us listen to the moon.

MOONSHINE
This lanthorn doth the hornèd moon present:

DEMETRIUS
He should have worn the horns on his head.

THESEUS
He is no crescent, and his horns are invisible within the circumference.

MOONSHINE
This lanthorn doth the hornèd moon present;
Myself the man i’ the moon do seem to be.

THESEUS
This is the greatest error of all the rest: the man should be put into the lantern. How is it else the man i’ the moon?

DEMETRIUS
He dares not come there for the candle: for, you see, it is already in snuff.

HIPPOLYTA
I am aweary of this moon: would he would change!

THESEUS
It appears, by his small light of discretion, that he is in the wane: but yet, in courtesy, in all reason, we must stay the time.

LYSANDER
Proceed, moon.

MOON
All that I have to say, is to tell you that the lantern is the moon; I, the man i’ the moon; this thorn-bush, my thorn-bush; and this dog, my dog.

DEMETRIUS
Why, all these should be in the lantern; for all these are in the moon. But silence; here comes Thisbe.

[Enter THISBE.]

THISBE
This is old Ninny’s tomb. Where is my love?

LION
Oh!

[The LION roars.—THISBE runs off.]

DEMETRIUS
Well roared, lion.

THESEUS
Well run, Thisbe.

HIPPOLYTA
Well shone, moon.—Truly, the moon shines with a good grace.

[The LION tears THISBE’S Mantle, and exit.]

THESEUS
Well moused, lion.

DEMETRIUS
And so comes Pyramus.

LYSANDER
And then the lion vanishes.

[Enter PYRAMUS.]

PYRAMUS
Sweet moon, I thank thee for thy sunny beams;
I thank thee, moon, for shining now so bright:
For, by thy gracious golden, glittering streams,
I trust to take of truest Thisby’s sight.
But stay;—O spite!
But mark,—poor knight,
What dreadful dole is here!
Eyes, do you see?
How can it be?
O dainty duck! O dear!
Thy mantle good,
What! stained with blood?
Approach, ye furies fell!
O fates! come, come;
Cut thread and thrum;
Quail, rush, conclude, and quell!

THESEUS
This passion, and the death of a dear friend, would go near to make a man look sad.

HIPPOLYTA
Beshrew my heart, but I pity the man.

PYRAMUS
O wherefore, nature, didst thou lions frame?
Since lion vile hath here deflower’d my dear;
Which is—no, no—which was the fairest dame
That liv’d, that lov’d, that lik’d, that look’d with cheer.
Come, tears, confound;
Out, sword, and wound
The pap of Pyramus:
Ay, that left pap,
Where heart doth hop:—
Thus die I, thus, thus, thus.
Now am I dead,
Now am I fled;
My soul is in the sky:
Tongue, lose thy light!
Moon, take thy flight!
Now die, die, die, die, die.

[Dies. Exit MOONSHINE.]

DEMETRIUS
No die, but an ace, for him; for he is but one.

LYSANDER
Less than an ace, man; for he is dead; he is nothing.

THESEUS
With the help of a surgeon he might yet recover and prove an ass.

HIPPOLYTA
How chance moonshine is gone before Thisbe comes back and finds her lover?

THESEUS
She will find him by starlight.—Here she comes; and her passion ends the play.

[Enter THISBE.]

HIPPOLYTA
Methinks she should not use a long one for such a Pyramus: I hope she will be brief.

DEMETRIUS
A mote will turn the balance, which Pyramus, which Thisbe, is the better.

LYSANDER
She hath spied him already with those sweet eyes.

DEMETRIUS
And thus she moans, videlicet.—

THISBE
Asleep, my love?
What, dead, my dove?
O Pyramus, arise,
Speak, speak. Quite dumb?
Dead, dead? A tomb
Must cover thy sweet eyes.
These lily lips,
This cherry nose,
These yellow cowslip cheeks,
Are gone, are gone:
Lovers, make moan!
His eyes were green as leeks.
O Sisters Three,
Come, come to me,
With hands as pale as milk;
Lay them in gore,
Since you have shore
With shears his thread of silk.
Tongue, not a word:—
Come, trusty sword;
Come, blade, my breast imbrue;
And farewell, friends:—
Thus Thisbe ends;
Adieu, adieu, adieu.

[Dies.]

THESEUS
Moonshine and lion are left to bury the dead.

DEMETRIUS
Ay, and wall too.

BOTTOM
No, I assure you; the wall is down that parted their fathers. Will it please you to see the epilogue, or to hear a Bergomask dance between two of our company?

THESEUS
No epilogue, I pray you; for your play needs no excuse. Never excuse; for when the players are all dead there need none to be blamed. Marry, if he that writ it had played Pyramus, and hang’d himself in Thisbe’s garter, it would have been a fine tragedy: and so it is, truly; and very notably discharged. But come, your Bergomask; let your epilogue alone.

[Here a dance of Clowns.]

The iron tongue of midnight hath told twelve:—
Lovers, to bed; ‘tis almost fairy time.
I fear we shall out-sleep the coming morn,
As much as we this night have overwatch’d.
This palpable-gross play hath well beguil’d
The heavy gait of night.—Sweet friends, to bed.—
A fortnight hold we this solemnity,
In nightly revels and new jollity.

[Exeunt.]

Baloney!

L’immortale Scrooge di A Christmas Carol di Charles Dickens risponde al nipote che gli augura un buon natale sotto la protezione divina con un celeberrimo humbug.

“A merry Christmas, uncle! God save you!” cried a cheerful voice. It was the voice of Scrooge’s nephew, who came upon him so quickly that this was the first intimation he had of his approach.
“Bah!” said Scrooge, “Humbug!”

L’espressione è la prima che Scrooge proferisce e lo caratterizza immediatamente e splendidamente, tanto da essere divenuta proverbiale. L’ho usata anch’io per recensire il (brutto) film di Zemeckis.

Ebezener Scrooge

wikimedia.org/wikipedia/commons

L’humbug era originariamente (pare) una caramella alla menta, ma fin dalla metà del XVIII è attestato nel significato di inganno, e poi di sciocchezza. L’OED lo definisce così:

[mass noun] deceptive or false talk or behaviour: his comments are sheer humbug.

È una parola tipicamente britannica. Se Ebenezer Scrooge non fosse stato londinese, ma americano d’elezione come il suo omonimo Scrooge McDuck avrebbe forse esclamato, in circostanze analoghe: Baloney!

In questo caso, andiamo a leggere quello che dice il vocabolario americano Merriam-Webster:

pretentious nonsense : bunkum — often used as a generalized expression of disagreement
Don’t believe all of that baloney.
Just follow my orders, and stop the baloney.

La parola è di creazione recente, essendo attestata dal 1922: un altro buon motivo per cui Ebenezer Scrooge non avrebbe potuto pronunciarla.

La curiosità per noi italiani è che la parola nasce in origine come traslitterazione approssimativa ed erronea di bologna, ossia di mortadella. Di tutte le salsicce importate negli Stati Uniti al seguito degli emigranti, la mortadella era la più grossa ma anche la meno piccante: per questo – pare – è stata utilizzata inizialmente per denotare una persona non particolarmente brillante, e in questa accezione è attestata in un testo pubblicato sul Colliers Magazine del 16 ottobre 1920, intitolato “The Leather Pushers” e scritto da H. C. Witwer:

The aristocratic Kid’s first brawl for sugar was had in Sandusky, Odryo, with a boloney entitled Young Du Fresne,

L’accezione che ha poi preso piede sarebbe stata invece creata da Jack Conway, un redattore di Variety.

Ma la celebrità venne soltanto negli anni Trenta, quando il governatore dello Stato di New York Alfred E. Smith ne fece quasi uno slogan personale:

No matter how thin you slice it, it’s still baloney.
Per quanto sottile l’affetti, mortadella era e mortadella resta!

Su questo blog abbiamo parlato di baloney (traducendolo come bùbbole e panzane) a proposito del decalogo di Michael Shermer.