Insulti shakespeariani

Buon divertimento:

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Franck e Ferrè: ancora su creatività, debiti e spalle gigantesche

Al suo ingresso, mentre la signora Verdurin, mostrando le rose che lui aveva mandato il mattino, diceva: «Vi devo sgridare», e gl’indicava un posto vicino a Odette, il pianista suonava per loro due la piccola frase di Vinteuil, che era come l’inno nazionale del loro amore. Attaccava coi tremoli di violino protratti, che durante qualche battuta si sentono soli, occupando tutto il primo piano; poi di colpo sembravano farsi da parte, e molto lontano, d’un colore diverso, nel vellutato d’una luce interposta, come in quei quadri di Pieter de Hooch resi più profondi dalla stretta inquadratura di una porta socchiusa, la piccola frase appariva, danzante, pastorale, intercalata, episodica, appartenente a un altro mondo. Passava in pieghe semplici e immortali, distribuendo qua e là i doni della sua grazia, con un sorriso identico e ineffabile; ma adesso Swann credeva distinguervi del disinganno. Essa sembrava conoscere l’inconsistenza di quella felicità di cui mostrava la via. Nella sua grazia leggera aveva qualche cosa di compiuto, come il distacco che subentra al rimpianto. Ma a lui poco importava, la considerava meno in se stessa — in ciò che poteva esprimere per un musicista che, quando l’aveva composta, ignorava l’esistenza e di lui e di Odette, e per tutti coloro che l’avrebbero ascoltata nei secoli —, e più come un pegno, un ricordo del proprio amore che, anche per i Verdurin e per il giovane pianista, faceva pensare a Odette nello stesso tempo che a lui, li univa; fino al punto che, come Odette lo aveva pregato per capriccio, aveva rinunciato al progetto di farsi eseguire da qualcuno la sonata intera, e continuò a conoscerne solo quel passaggio. «Che bisogno avete del resto?, gli aveva detto lei, il pezzo nostro è questo.» E anzi, soffrendo al pensiero che, nel momento in cui passava così vicina e tuttavia infinitamente lontana e in cui si rivolgeva a loro, essa non li conosceva, Swann arrivava quasi a rammaricarsi del fatto che avesse un significato, una bellezza intrinseca e fissa, estranea a loro; come nei gioielli avuti in dono, e perfino nelle lettere scritte da una donna amata, ce la prendiamo con l’acqua della gemma e con le parole del linguaggio, di non essere fatte unicamente dell’essenza di quel legame passeggero e di quell’essere particolare.





Tutte le volte che ascolto la Sonata per violino e pianoforte di César Franck, non posso fare a meno di pensare alla celebre “piccola frase” che è l’inno nazionale dell’amore tra Odette e Swann. Naturalmente, che lo stesso Proust abbia scritto che la “piccola frase”, il Leitmotiv (o l’idée fixe) sotteso a un amore tra i più celebri della letteratura non è un tema della Sonata di Franck è un dato di fatto (che io rispetto proprio perché assolutamente irrilevante). Su un piano più elevato della realtà (sto parodiando una certa critica e una Weltanschauung idealistica, ma non senza una piccola vena di serietà), quello cioè delle associazioni profondamente radicate, la Sonata di Franck e quella di Vinteuil restano sovrapposte per sempre, perché anche noi ci rammarichiamo, con Swann, che possa esistere un significato, una bellezza intrinseca e fissa, una realtà, estranei alla nostra esperienza e alla nostra memoria. Tempo perduto e ritrovato.

Scrive lo stesso Proust in una lettera ad Antoine Bibesco:

Tra il 21 settembre e il 4 ottobre 1915 ?
Caro Antoine,
solo due righe perché sto malissimo. Volevo ringraziarti e dirti che la Sonate di Vinteuil non è quella di Franck. Se la cosa ti interessa, ma non penso, ti dirò con il testo alla mano tutte le opere che hanno “posato” per la mia Sonata.
La “piccola frase” è una frase della Sonata per piano e violino di Saint-Saëns che ti canterò (trema!).
I sovrastanti tremoli sono di un Preludio di Wagner, gli alti e bassi lamentosi dell’inizio sono della Sonata di Franck, i movimenti spaziati della Ballata diFauré, e via dicendo. E la gente crede che queste cose si scrivano per caso, per facilità di vena.
Affettuosità ai due fratelli. [Antoine ed Emmanuel Bibesco]
Marcel

Come commenta questo bel sito su Proust:

La Sonata di Franck ha sicuramente ispirato quella di Vinteuil, ma la piccola frase nella quale si riflette la passione di Swann per Odette non appartiene ad un solo musicista. Per immaginarla, bisognerebbe “comporla” con la musica di Saint-Saëns, Fauré, Franck, Wagner, Schubert. [http://www.marcelproust.it/musica/franck.htm]

C’é molto di César Franck, nel personaggio di Vinteuil.
Sono entrambi insegnanti di pianoforte e organisti: Vinteuil ha composto la “Variation religieuse pour orgue” così come Franck i corali per organo; Vinteuil è modesto come lo era Franck, come lui misconosciuto per molto tempo pur avendo scritto opere la cui ricchezza e novità non le rendevano accessibili che a una piccola cerchia di musicofili. [http://www.marcelproust.it/musica/franck.htm]

Basta là. Tutta questa è una lunga digressione. C’è un altro prestito di César Franck alla cultura del Novecento, forse meno importante in assoluto, ma con una certa importanza per me, che penso di averla scoperta (ma forse mi illudo di essere stato il primo). E che in ogni caso ci permette di riprendere il discorso su creatività e debiti verso i predecessori su cui sono intervenuto più volte: ad esempio, su Italo Calvino cantautore, Fabrizio De André debitore e la creatività combinatoria e Sulle spalle dei giganti.

Forse vale la pena di seguire il percorso che mi ha portato alla scoperta.

Nel 1970 il cantautore francese Léo Ferrè registrò una canzone che aveva scritto l’anno prima. La canzone divenne un classico (in Francia l’eseguirono, tra gli altri, Catherine Sauvage, Dalida, Jane Birkin, Philippe Léotard, Renée Claude, Henri Salvador, Catherine Ribeiro, Juliette Gréco,Alain Bashung, Michel Jonasz, Belinda Carlisle, Abbey Lincoln, Mônica Passos). In Italia la cantarono Patti Pravo e Dalida e, mi pare, anche Gino Paoli.

Io, vi devo confessare, la trovavo allora e la trovo ancora una canzone deprimente. Però è stata per un po’ un tormentone (tutti dicevano che Léo Ferrè era una grande profeta anarchico e ne contrapponevano la presunta profondità alla superficialità della musica che ascoltavamo noi – il 1970 è stato l’anno di Bridge over Troubled Waters di Simon & Garfunkel, di Let It Be dei Beatles, di Layla dei Derek and the Dominoes con Eric Clapton, di Voodoo Chile di Jimi Hendrix, e mi pare quindi che la musica che ascoltavamo noi non fosse seconda a quella di Léo Ferrè).

Qualche anno dopo ho trovato sorprendente che la “piccola frase” di Avec le temps sia tratta da un’altra composizione di César Franck, il Preludio Corale e Fuga. Godetevelo nell’interpretazione di Sviatoslav Richter (la piccola frase la si sente la prima volta dopo 20″ dall’inizio del secondo video).


Monti e Russell: un decalogo liberale

Si discute forsennatamente, ma senza molto costrutto, su se e quanto Mario Monti sia un liberale, e su come – ammesso che lo sia – abbia potuto nel 1994 votare per Berlusconi (un esempio per tutti, l’articolo non particolarmente felice di Michele Fusco su Linkiesta del 3 maggio 2012, Professor Monti, davvero nel ’94 un liberale credeva in Berlusconi?). Altri si chiedono se invece (addirittura) non sia massone [uno dei commenti all’articolo di Fusco, firmato da Ecoluso, afferma: “Monti si professa liberale per lo stesso motivo per cui Berlusconi si professa tale: va di moda così. Monti era legato a doppio filo alla DC (partito dalle profonde radici liberali, come insegna la storia dell’Iri …) e in particolare è stato lungamente consulente di Cirino Pomicino. Che ci sia di liberale in tutto questo è per me un mistero. C’è molto di massonico nel suo modo di fare e di costruire gruppetti ristretti, associazioni e relazioni. Lui dice di non essere massone; va beh, crediamogli fino a conclamata prova contraria. Per il resto se il primo governo liberale di degli ultimi decenni è formato da Polillo, Martone, Patroni Griffi, Ornaghi, Milone, Gnudi & co. …che altro c’è da aggiungere sugli afflati liberali di Monti?”].

Mario Monti

Personalmente ritengo – senza avere altri elementi se non il sapere che Mario Monti è stato alunno dei Gesuiti al Leone XIII di Milano e che tuttora li frequenta avendo partecipato nel giugno dello scorso anno al cinquantennale della sua maturità classica, come frequenta anche la vicina Parrocchia di S. Pietro in Sala – che difficilmente può essere un massone (se non forse nel senso in cui Castellitto, in Caterina va in città, parla di conventicole).

Certo è anche che sul significato di liberale l’equivoco è in agguato, anche a causa di una certa ambiguità semantica del termine e del diverso significato che assume nella cultura politica italiana e in quella anglosassone.

Per il Vocabolario Treccani, liberale è aggettivo che deriva “dal latino liberalis «proprio di uomo libero», quindi «nobile, generoso»; il significato politico è della fine del ’700″. E infatti, il significato che interessa a noi è soltanto il 4° tra quelli proposti dal Vocabolario:

4. a. Che s’ispira ai principî etici del liberalismo, basati sul rispetto e sulla difesa della libertà individuale e della libera iniziativa economica: l’ideologia liberale; i movimenti liberali; leggi, riforme liberali; Partito liberale, nome di varî partiti europei ispirati all’ideologia liberale; il Partito Liberale. Italiano (sigla PLI), fondato nel 1924; i deputati liberali; la politica liberale. Cattolicesimo liberale, corrente del cattolicesimo sorta e sviluppatasi nel secolo 19°, caratterizzata da un atteggiamento di accettazione delle dottrine politiche proprie del liberalismo. Per socialismo liberale, vedi socialismo.
4. b. Come sostantivo, chi appartiene al partito liberale o comunque aderisce al liberalismo: un liberale di vecchio stampo; le idee sostenute dai liberali; la politica dei liberali.

Secondo l’Oxford English Dictionary, il primo significato dell’aggettivo liberal è:

  1. willing to respect or accept behaviour or opinions different from one’s own; open to new ideas:
    liberal views towards divorce

    • favourable to or respectful of individual rights and freedoms:
      liberal citizenship laws 
    • (in a political context) favouring individual liberty, free trade, and moderate political and social reform:
      a liberal democratic state
    • (Liberal) relating to Liberals or a Liberal Party, especially (in the UK) relating to the Liberal Democrat party: the Liberal leader
    • Theology regarding many traditional beliefs as dispensable, invalidated by modern thought, or liable to change.

Se ci spostiamo negli Stati Uniti, liberal assume in politica un significato vicino a quello di progressista e la definizione forse più significativa l’ha data John F. Kennedy:

[…] someone who looks ahead and not behind, someone who welcomes new ideas without rigid reactions, someone who cares about the welfare of the people — their health, their housing, their schools, their jobs, their civil rights, and their civil liberties — someone who believes we can break through the stalemate and suspicions that grip us in our policies abroad, if that is what they mean by a ‘Liberal’, then I’m proud to say I’m a ‘Liberal’. [citato in Eric Alterman, Why we’re liberals: a political handbook for post-Bush America (2008) p. 32]

Un altro famoso liberal, l’economista premio Nobel Paul Krugman l’ha ripresa quasi letteralmente:

I believe in a relatively equal society, supported by institutions that limit extremes of wealth and poverty. I believe in democracy, civil liberties, and the rule of law. That makes me a liberal, and I’m proud of it. [Paul R. Krugman, The conscience of a liberal (2007) p. 267]

Bertrand Russell

wikipedia.org

Un altro famoso liberal in quest’ultima accezione del termine, questa volta inglese, Bertrand Russell, ha formulato questo decalogo del liberalismo a conclusione di un articolo pubblicato sul The New York Times Magazine il 16 dicembre 1951 e intitolato “The Best Answer to Fanaticism – Liberalism; Its calm search for truth, viewed as dangerous in many places, remains the hope of humanity“:

Perhaps the essence of the Liberal outlook could be summed up in a new decalogue, not intended to replace the old one but only to supplement it. The Ten Commandments that, as a teacher, I should wish to promulgate, might be set forth as follows:

  1. Do not feel absolutely certain of anything.
  2. Do not think it worth while to proceed by concealing evidence, for the evidence is sure to come to light.
  3. Never try to discourage thinking for you are sure to succeed.
  4. When you meet with opposition, even if it should be from your husband or your children, endeavor to overcome it by argument and not by authority, for a victory dependent upon authority is unreal and illusory.
  5. Have no respect for the authority of others, for there are always contrary authorities to be found.
  6. Do not use power to suppress opinions you think pernicious, for if you do the opinions will suppress you.
  7. Do not fear to be eccentric in opinion, for every opinion now accepted was once eccentric.
  8. Find more pleasure in intelligent dissent than in passive agreement, for, if you value intelligence as you should, the former implies a deeper agreement than the latter.
  9. Be scrupulously truthful, even if the truth is inconvenient, for it is more inconvenient when you try to conceal it.
  10. Do not feel envious of the happiness of those who live in a fool’s paradise, for only a fool will think that it is happiness.

Ho trovato questo prezioso decalogo, in cui mi riconosco molto, grazie al bel sito di Maria Popova, che vi raccomando vivamente: A Liberal Decalogue: Bertrand Russell’s 10 Commandments of Teaching | Brain Pickings.

Da molto tempo volevo intervenire sul sedicente “Centro studi della CGIA di Mestre”, auto-attribuitosi il prestigioso ruolo di autorevole think-tank, con la complicità dei nostri pigri giornalisti, cui non par vero di trovarsi spiattellata una gustosa storia ready-made il sabato pomeriggio (4 salti in padella!), per riempire le pagine angosciosamente semivuote dell’edizione domenicale.

Avatar di mazzettaMazzetta

Molti commentatori hanno rilevato come l’attuale attenzione dei media per i suicidi causati dalla crisi economica, non rifletta una realtà confermata dai dati. Non solo è assurdo legare un evento complesso come il suicidio a un unico motivo scatenante, ma i media e i politici sono andati più in là, falsando la realtà in maniera sconsiderata e dolosa, anche perché un dato invece certo è che il parlarne attivi fenomeni d’emulazione.

Merita il primo premio Mario Monti, per il suo discorso nel quale ha affermato di voler evitare all’Italia il gran numero di suicidi registrato in Grecia. Perché in Grecia non c’è alcun aumento statistico anomalo che segnali un’impennata dei suicidi per motivi economici e per di più perché i greci che si suicidano, sono percentualmente la metà degli italiani. Sarebbe quindi il caso di “fare la fine dei greci” in questo senso.

Tale improvvida uscita è stata probabilmente…

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25 aprile 2012

25 aprile 2012. Repetita iuvant.

E già che c’ero ho rimesso la canzone (il video precedente era stato rimosso).

Avatar di borislimpopoSbagliando s'impera

Finalmente la canzone (di cui avevo già parlato in un post di quasi un anno fa)  è ora disponibile su YouTube:

Il testo è di L. Lunari e la musica del maestro Gino Negri.

Non maledire questo nostro tempo
Non invidiare chi nascerà domani,
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam’ voluto
negli anni oscuri senza libertà.
Siamo passati tra le forche e i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.

Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina,
di queste mani sporche a una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di sì.
A chi è caduto per la strada noi giuriamo
pei loro figli non sarà così.

Vogliamo un mondo fatto per la gente
di cui ciascuno possa…

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I centurioni e il natale di Roma

Secondo una tradizione (notoriamente falsa sotto il profilo dei fatti storicamente accertati) Roma compie oggi 2.765 anni. Molti (me compreso) si aspettavano per l’occasione l’apertura della diramazione della metro B verso Monte Sacro, ma così non è stato.

Secondo Repubblica.it è andata così:

Ad aprire oggi le celebrazioni del Natale di Roma, “una giornata di orgoglio romano” come l’ha definita, è stato questa mattina il sindaco Gianni Alemanno, con la deposizione di una corona d’alloro all’Altare della Patria. “Dimostreremo in tanti modi diversi che Roma è una città forte, in crescita e che non risponde minimamente agli stereotipi che si cerca in tutti i modi di attaccarle addosso.”
[…]
Il presidente dell’Assemblea capitolina, Marco Pomarici […] ha conferito la cittadinanza onoraria al Reggimento Corazzieri, così come era stato deciso dall’aula Giulio Cesare con l’approvazione della proposta di delibera 32/2011. “Il corpo dei Corazzieri nasce nel 1868 a Firenze, in quell’anno capitale d’Italia – ha ricordato Pomarici – […] Il Comune è quindi lieto oggi di conferire la cittadinanza a una delle cifre distintive di Roma capitale”.

Nessun riconoscimento invece ai Centurioni, che nelle settimane scorse avevano reagito al divieto di operare in prossimità dei ruderi romani, e in particolare del Colosseo, sia con una richiesta di costituzione di un Albo dei centurioni (abbastanza paradossale in una fase in cui la politica delle liberalizzazioni cerca di sottrarci al gravame di altre e ben più onerose corporazioni), sia con una protesta sfociata nello scontro fisico.

Poveri centurioni. Non resterà loro che affidarsi alla creatività, ultima risorsa nazionale …

Sylvia Plath – Last Words

I do not want a plain box, I want a sarcophagus
With tigery stripes, and a face on it
Round as the moon, to stare up.
I want to be looking at them when they come
Picking among the dumb minerals, the roots.
I see them already — the pale, star-distance faces.
Now they are nothing, they are not even babies.
I imagine them without fathers or mothers, like the first gods.
They will wonder if I was important.
I should sugar and preserve my days like fruit!
My mirror is clouding over —
A few more breaths, and it will reflect nothing at all.
The flowers and the faces whiten to a sheet.

I do not trust the spirit. It escapes like steam
In dreams, through mouth-hole or eye-hole. I can’t stop it.
One day it won’t come back. Things aren’t like that.
They stay, their little particular lusters
Warmed by much handling. They almost purr.
When the soles of my feet grow cold,
The blue eye of my tortoise will comfort me.
Let me have my copper cooking pots, let my rouge pots
Bloom about me like night flowers, with a good smell.
They will roll me up in bandages, they will store my heart
Under my feet in a neat parcel.
I shall hardly know myself. It will be dark,
And the shine of these small things sweeter than the face of Ishtar.

Titanic 1912-2012

Chiedo scusa a tutti, anche a quelli che non mi leggono abitualmente e che magari capiteranno per caso su questo blog trascinati dalla marea di detriti gettati a riva dalla commemorazione del centesimo anniversario dell’affondamento dell’inaffondabile Titanic.

Sì, perché si sprecano le letture metaforiche (i naufragi sono attraenti in tempi di crisi, come già ci aveva fatto capire la Costa Concordia) e si cita De Gregori: lo fa anche ilPost (Francesco De Gregori e il Titanic). Album giusto, canzone sbagliata. Perché quella rilevante in chiave metaforica non è Titanic ma I muscoli del capitano:

Ma capitano non te lo volevo dire,
ma c’è in mezzo al mare una donna bianca,
così enorme, alla luce delle stelle,
che di guardarla uno non si stanca.
[…]
E il capitano disse al mozzo di bordo
“Giovanotto, io non vedo niente.
C’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole.
Andiamo avanti tranquillamente”.

Piazza della Loggia

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974

antiwarsongs.org

Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).

Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:

Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato. Lo stesso terrorismo di stato. Che colpisce, stavolta, non in un luogo “di passaggio”, come nella strage precedente ed in quelle che seguiranno (una banca, un treno, una stazione), ma nella Piazza.
La Piazza.
Tempio della politica e dell’azione, dell’assemblea e della parola. Quella piazza che Giorgio Gaber contrapponeva come scelta della sua generazione alla casa e alla coppia sposata, la piazza “unica salvezza” per una generazione imperdonabile che rifiutava la dimensione privata e borghese della famiglia e le imputava anzi la colpa di tenere le persone lontane “dalla lotta, dal dolore e dalle bombe”. Quell’ordigno nascosto in un cestino dei rifiuti colpì al cuore un’intera generazione in ciò che di più intimo e pubblico nel medesimo tempo aveva al mondo.
È la mattina del 28 maggio 1974. In Piazza della Loggia, cuore storico della città di Brescia, si sta svolgendo una manifestazione organizzata dal Comitato Permanente Antifascista bresciano per protestare contro la violenza dei gruppi della destra radicale. Sta parlando il sindacalista della CGIL Castrezzati. Proprio mentre il sindacalista sta parlando della strage di Piazza Fontana di quattro anni e mezzo prima, si sente uno scoppio. Nell’agghiacciante registrazione della manifestazione, un documento sonoro che chiunque ricordi quegli anni porterà per sempre dentro (fosse stato pure un ragazzino di undici anni, come io ero allora), si sente la voce di Castrezzati che parla; lo scoppio; ancora Castrezzati, che con voce rotta grida “Compagni! State Calmi! Lavoratori! Tutti al centro della piazza!”. Sul selciato, tra i brandelli delle bandiere rossi, restano i corpi dilaniati di otto persone, delle quali vogliamo ricordare il nome.
Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Clementina Calzari Trabeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trabeschi (marito di Clementina), Vittorio Zambarda. Rimangono ferite in modo più o meno grave altre 103 persone.

Da allora, per chi era lì quella mattina, Piazza della Loggia resterà sempre squarciata dai corpi ammucchiati, dalle bandiere rosse come il sangue stese a terra per coprire l’orrore, dal fumo e dalla confusione, dall’odore acre di polvere e carne bruciata. Da allora sarà “la piazza lavata”, dacché qualcuno diede ordine ai pompieri di spazzarla con gli idranti cancellando ogni indizio per rivestirla al cospetto dei nuovi giorni. Non riuscirà mai a riprendere le sue funzioni di mercato al sabato, di fermata degli autobus, di snodo del centro storico: la sua condizione fondamentale sarà quella di piazza ferita, solo per gli occhi disattenti “lavata” e acconciata per le futilità quotidiane. “Loro – quei corpi straziati – ci sono anche se non vogliamo guardare” (Mario Rigoni Stern).
A differenza di quella di Piazza Fontana, la strage di Brescia non ha avuto, a quanto mi è noto, grandissimo eco nella canzone d’autore e popolare. Con un’unica, importantissima eccezione: “Ringhera” di Ivan della Mea. L’intera seconda parte della lunghissima cantata in dialetto milanese è dedicata alla strage, seguendo le vicende di una delle sue vittime (non so dire, onestamente, se basate su una reale corrispondenza, oppure se frutto della fantasia interpretativa dell’autore; ed al riguardo mi piacerebbe ovviamente avere notizie più precise).
Tempo fa (esattamente il 28 ottobre 2004) ebbi modo di presentare “Ringhera” sul newsgroup it.fan.musica,guccini e sulla mailing list “Brigata Lolli”, vale a dire gli stessi luoghi dove sto inserendo questa cosa sulle canzoni e le stragi di stato. Si trattava della prima volta in cui il testo della cantata di Ivan della Mea veniva presentato in rete. Ritengo opportuno ripetere la presentazione che ne feci allora, sfrondata dalle parti appropriate per il suo inserimento nel sito delle “Canzoni contro la guerra”.
*
“Ringhera” è una lunga cantata di lotta, la storia del nostro paese dal fascismo alla guerra di Spagna, dal duro dopoguerra alle stragi di stato e alle bombe fasciste vista attraverso le vicende di un ragazzo e di una ragazza “di ringhiera” milanese. Un affresco totale di una storia di lotte, di sopraffazioni e di morte (la cantata si chiude infatti con la morte della donna il 28 maggio 1974, nella strage di Piazza della Loggia a Brescia). Una storia di guerra e di lotta continua, quindi; una storia militante che, va da sé, si è sempre e necessariamente confusa con la lotta contro la guerra imperialista e contro la violenza delle classi dominanti.
“Ringhera” è a mio parere una delle massime cantate in lingua italiana. Ciononostante, in rete mi è stato assolutamente impossibile reperirne il testo completo. Ho dovuto quindi trascriverla all’ascolto […]
“Ringhera”, tratta dall’album omonimo di Ivan della Mea (del 1974), è senza dubbio una delle composizioni più autenticamente epiche di tutta la canzone d’autore italiana; e ve la annovero volentieri tra le principali in assoluto […]. Un’occasione per vederne il testo, per chi già la conosce, e di conoscerla per chi non ne ha mai sentito parlare.
E’ l’epopea, forse, di una classe, di un paese e di una città intera, Milano, quella Milano che voglio non vedere mai morta e sempre rinascere con quello che veramente è nel profondo, e che ho imparato nel tempo ad amare. Anche grazie al lucchese Della Mea. E’ la storia di questo paese dal fascismo alla Resistenza, dal dopoguerra alle stragi di stato. E’ la storia di una città operaia vista dalla parte della “Ringhera”, le case di ringhiera della Milano popolare (ed ora, spesso, trasformate in abitazioni da “fighettume” di merda…), la cui gente assurge a simbolo di tutti coloro che hanno lottato e che non si sono mai arresi.
E’ la storia di un uomo e di una donna che cade vittima di una strage fascista, quella di Brescia del 28 maggio 1974. Una di quelle stragi che vorrebbero farci dimenticare, non sapendo che qualcuno ci sarà sempre a tenere accesa la memoria. Voglio essere e sono uno di queste persone. Non intendo abdicare mai. Ora e sempre non solo Resistenza: ora e sempre memoria.
Il testo di “Ringhera” è composito e suddiviso in parti ben precise: Un’introduzione, una prima parte dedicata alla vicenda della Guerra di Spagna e una seconda dedicata alla strage di Brescia. E’ in milanese inframezzato con frequenti parti in italiano (e un ritornello in spagnolo, ripreso dal “Quinto regimiento”). Non ritengo opportuno inserire una traduzione per la comprensione abbastanza agevole del testo.

Ho già “postato” (affisso, si dovrebbe dire?) su questo blog il testo e la registrazione di Ringhera commemorando la morte di Ivan Della Mea: Ma è meglio per tutti se la riporto di nuovo.

“El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.

El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.

La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”

L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.

E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.

El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.

Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.

Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.

L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.

E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera

A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera

di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…”
“El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.

E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa

a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.

Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.

E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra! “

Robert Doisneau – Le Baiser de l’hôtel de ville

Oggi ricorre il centenario della nascita di Robert Doisneau (nato il 14 aprile 1912, morto a pochi giorni dal suo 82º compleanno, il 1º aprile 1994, a Montrouge: questo lo scrivo per Il barbarico re).

Anche Google gli dedica il suo doodle.

La sua foto (forse) più famosa è quella che vedete qui sotto, Le Baiser de l’hôtel de ville.

Come vedete, rappresenta una giovane coppia che si bacia su un marciapiede affollato di passanti, davanti ai tavolini (di zinco?) della terrasse di un caffè, con in secondo piano un tipico palo di lampione parigino (quello che, proverbialmente, gli ubriachi usano per sostegno e non per illuminazione) e sullo sfondo, annebbiato e fuori fuoco, l’Hôtel de Ville.

Le Baiser de l'hôtel de ville

people.uncw.edu

Una foto che è diventata un’icona della Parigi idealtipica, quella che ognuno di noi ha in mente anche prima di essere andato a Parigi o senza esserci mai stato. Quando ne fu realizzato un poster, nel 1996, vendette 410.000 esemplari.

La foto ci sembra anche del tutto rappresentativa della filosofia di Doisneau, che scrisse:

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.

Infine, la foto è anche diventata un’icona della spontaneità: quella degli amanti che si baciano dimentichi di tutto e di tutti, e quella del fotografo capace di cogliere un istante in un’inquadratura …

Bene, almeno quest’ultima cosa è falsa, o almeno non è del tutto vera. Indubbiamente, la foto esprime un’intuizione creativa folgorante. Ma non è il frutto di un momento di serendipità, ma il risultato di una posa. Doisneau stava realizzando un servizio per la rivista americana Life e chiese l’aiuto di una studentessa di teatro, Françoise Bornet e del suo ragazzo, Jacques Carteaud. L’identità dei due era ignota allo stesso Doisneau e i due si separarono poco dopo. Così la veridica istoria dello scatto restò sconosciuta per molti anni.

Nel 1992 una coppia (Denise e Jean-Louis Lavergne) si presentò alla televisione francese rivendicando di essere quella rappresentata nella foto, e denunciando Doisneau per averli fotografati senza il loro permesso.

Fu allora, che in un’intervista, il fotografo fu costretto a fare a pezzi le illusioni dei romantici di tutto il mondo, dichiarando: «Non avrei mai osato fare una foto così senza chiedere il permesso: raramente la gente che si bacia per strada è una coppia regolare».

Soltanto allora, dopo oltre 40 anni, Françoise Bornet riemerse dall’oscurità e andò a trovare Doisneau, portando con sé la copia della stampa, timbrata e autografata, che il fotografo le aveva inviato pochi giorno dopo averla sviluppata. È questa la stampa battuta nel 2005 per 125.000 € dalla casa d’aste parigina Artcurial Briest-Poulain-Le Fur (lo racconta BBCNews in un articolo del 25 aprile 2005, Classic Kiss shot sold at auction).

Quanto al protagonista maschile, Jacques Carteaud, dopo aver abbandonato la Bornet e la carriera teatrale, divenne viticultore. Ce lo racconta il Corriere della sera in un articolo dell’8 gennaio 1993 (Doisneau: ora quel celebre “Bacio” ha un nome), che ci rivela anche che l’uomo con il basco subito alle spalle della coppia che si bacia – altra icona della francesità, l’uomo con il basco – è in realtà un irlandese.