Da molto tempo volevo intervenire sul sedicente “Centro studi della CGIA di Mestre”, auto-attribuitosi il prestigioso ruolo di autorevole think-tank, con la complicità dei nostri pigri giornalisti, cui non par vero di trovarsi spiattellata una gustosa storia ready-made il sabato pomeriggio (4 salti in padella!), per riempire le pagine angosciosamente semivuote dell’edizione domenicale.
Molti commentatori hanno rilevato come l’attuale attenzione dei media per i suicidi causati dalla crisi economica, non rifletta una realtà confermata dai dati. Non solo è assurdo legare un evento complesso come il suicidio a un unico motivo scatenante, ma i media e i politici sono andati più in là, falsando la realtà in maniera sconsiderata e dolosa, anche perché un dato invece certo è che il parlarne attivi fenomeni d’emulazione.
Non sono particolarmente antipolitico: antipatico, piuttosto. Però, come si dice a Roma degli scapaccioni ai figli (che, invece, sono sempre ingiustificabili): “quanno ce vo, ce vo!”
Qualche giorno fa un fatto clamoroso ha scosso il Senato. Nella votazione sui tagli alle pensioni d’oro ai supermanager pubblici il governo (che voleva difenderle) è stato battuto grazie da un emendamento di Idv e Lega. Sorprendentemente, la maggioranza dell’Aula si è dichiarata favorevole ad intervenire sul trattamento pensionistico dei burocrati di Stato che oggi godono di stipendi favolosi e domani avrebbero goduto di pensioni altrettanto favolose. Ne abbiamo parlato qua. Forse, finalmente, si sono resi conto che in un momento in cui tutti gli italiani vengono chiamati a grandi sacrifici togliere qualche euro ai boiardi di Stato, che oggi percepiscono, come il presidente dell’Inps o quello di Equitalia, stipendi fino a 1.200.000 euro all’anno (pagati da noi) sarebbe stato un atto minimo di equità.
E tuttavia, in 94 si sono battuti come leoni contro quell’emendamento e a favore del mantenimento delle pensioni d’oro. Tutto il Pd, ad eccezione di sette senatori che, in uno scatto di dignità, hanno votato contro. Ad esprimersi a favore dell superpensioni dei manager pubblici troviamo, per esempio, figure del calibro di Anna Finocchiaro, Enzo Bianco, Maurizio Gasparri o Pietro Ichino, lo stesso che va in giro a predicare il superamento del divario tra le generazioni.
Non è stato facile trovare i nomi dei 94. Nessuno li ha pubblicati o diffusi, forse pensando così di occultare un dato importantissimo e imbarazzante. Noi invece pensiamo che gli elettori debbano sapere come si muovono i propri rappresentanti dentro il Parlamento, perché è lì, nei meandri dell’attività parlamentare, che va giudicato il loro lavoro e non sui giochetti retorici nei salotti tv. E allora ci siamo messi al lavoro: siamo andati sul sito del Senato, spulciato i resoconti stenografici, individuato (con difficoltà) il codice della votazione e infine elaborato questo elenco. E’ questo, secondo noi, il compito di chi fa informazione, anche di chi, come noi, la fa in maniera volontaria e gratuita (a proposito, se volete sostenerci andate qua) Di seguito l’elenco. Vi invitiamo a diffonderlo il più possibile
Adamo Marilena (Pd)
Adragna Benedetto (Pd)
Agostini Mauro (Pd)
Armato Teresa (Pd)
Astore Giuseppe (Gruppo Misto)
Baio Emanuela (Api)
Barbolini Giuliano (Pd)
Bassoli Fiorenza (Pd)
Bastico Mariangela (Pd)
Enzo Bianco (Pd)
Biondelli Franca (Pd)
Blazina Tamara (Pd)
Filippo Bubbico (Pd)
Antonello Cabras (Pd)
Anna Maria Carloni (Pd)
Maurizio Castro (Pdl)
Stefano Ceccanti (Pd)
Mario Ceruti (Pd)
Franca Chiaromonte (Pd)
Carlo Chiurazzi (Pd)
Lionello Cosentino (Pd)
Cesare Cursi (Pdl)
Mauro Cutrufo (Pdl)
Cristina De Luca (Terzo Polo)
Vincenzo De Luca (Pd)
Luigi De Sena (Pd)
Mauro Del Vecchio (Pd)
Silvia Della Monica (Pd)
Roberto Della Seta (Pd)
Ulisse Di Giacomo (Pdl)
Di Giovan Paolo Roberto (Pd)
Cecilia Donaggio (Pd)
Lucio D’Ubaldo (Pd)
Marco Filippi (Pd)
Anna Finocchiaro (Pd)
Anna Rita Fioroni (Pd)
Marco Follini (Pd)
Vittoria Franco (Pd)
Vincenzo Galioto (Pdl)
Guido Galperti (Pd)
Maria Pia Garavaglia (Pd)
Costantino Garraffa (Pd)
Maurizio Gasparri (Pdl)
Antonio Gentile (Pdl)
Rita Ghedini (Pd)
Giai Mirella (Gruppo Misto)
Basilio Giordano (Pdl)
Claudio Gustavino (Terzo Polo)
Pietro Ichino (Pd)
Cosimo Latronico (Pdl)
Giovanni Legnini (Pd)
Massimo Livi Bacci (Pd)
Andrea Marcucci (Pd)
Francesca Maria Marinaro (Pd)
Franco Marini (Pd)
Ignazio Marino (Pd)
Marino Mauro Maria (Pd)
Salvatore Mazzaracchio (Pdl)
Vidmer Mercatali (Pd)
Riccardo Milana (Terzo Polo)
Francesco Monaco (Pd)
Enrico M0rando (Pd)
Fabrizio Morri (Pd)
Achille Passoni (Pd)
Carlo Pegorer (Pd)
Flavio Pertoldi (Pd)
Lorenzo Piccioni (Pdl)
Leana Pignedoli (Pd)
Roberta Pinotti (Pd)
Beppe Pisanu (Pdl)
Donatella Poretti (Pd)
Raffaele Ranucci (Pd)
Giorgio Roilo (Pd)
Nicola Rossi (Pd)
Antonio Rusconi (Pd)
Gian Carlo Sangalli (Pd)
Francesco Sanna (Pd)
Giacomo Santini (Pdl)
Giuseppe Saro (Pdl)
Anna Maria Serafini (Pd)
Achille Serra (Terzo Polo)
Emilio Silvio Sircana (Pd)
Albertina Soliani (Pd)
Marco Stradiotto (Pd)
Antonino Strano (Pdl)
Salvatore Tomaselli (Pd)
Giorgio Tonini (Pd)
Achille Totaro (Pdl)
Tiziano Treu (Pd)
Simona Vicari (Pdl)
Luigi Vimercati (Pd)
Vincenzo Vita (Pd)
Walter Vitali (Pd)
Luigi Zanda (Pd)
Elaborazioni Il Post Viola su resoconto stenografico Senato (pagine 121-128, codice votazione 016)
Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).
Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:
Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato. Lo stesso terrorismo di stato. Che colpisce, stavolta, non in un luogo “di passaggio”, come nella strage precedente ed in quelle che seguiranno (una banca, un treno, una stazione), ma nella Piazza.
La Piazza.
Tempio della politica e dell’azione, dell’assemblea e della parola. Quella piazza che Giorgio Gaber contrapponeva come scelta della sua generazione alla casa e alla coppia sposata, la piazza “unica salvezza” per una generazione imperdonabile che rifiutava la dimensione privata e borghese della famiglia e le imputava anzi la colpa di tenere le persone lontane “dalla lotta, dal dolore e dalle bombe”. Quell’ordigno nascosto in un cestino dei rifiuti colpì al cuore un’intera generazione in ciò che di più intimo e pubblico nel medesimo tempo aveva al mondo.
È la mattina del 28 maggio 1974. In Piazza della Loggia, cuore storico della città di Brescia, si sta svolgendo una manifestazione organizzata dal Comitato Permanente Antifascista bresciano per protestare contro la violenza dei gruppi della destra radicale. Sta parlando il sindacalista della CGIL Castrezzati. Proprio mentre il sindacalista sta parlando della strage di Piazza Fontana di quattro anni e mezzo prima, si sente uno scoppio. Nell’agghiacciante registrazione della manifestazione, un documento sonoro che chiunque ricordi quegli anni porterà per sempre dentro (fosse stato pure un ragazzino di undici anni, come io ero allora), si sente la voce di Castrezzati che parla; lo scoppio; ancora Castrezzati, che con voce rotta grida “Compagni! State Calmi! Lavoratori! Tutti al centro della piazza!”. Sul selciato, tra i brandelli delle bandiere rossi, restano i corpi dilaniati di otto persone, delle quali vogliamo ricordare il nome.
Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Clementina Calzari Trabeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trabeschi (marito di Clementina), Vittorio Zambarda. Rimangono ferite in modo più o meno grave altre 103 persone.
Da allora, per chi era lì quella mattina, Piazza della Loggia resterà sempre squarciata dai corpi ammucchiati, dalle bandiere rosse come il sangue stese a terra per coprire l’orrore, dal fumo e dalla confusione, dall’odore acre di polvere e carne bruciata. Da allora sarà “la piazza lavata”, dacché qualcuno diede ordine ai pompieri di spazzarla con gli idranti cancellando ogni indizio per rivestirla al cospetto dei nuovi giorni. Non riuscirà mai a riprendere le sue funzioni di mercato al sabato, di fermata degli autobus, di snodo del centro storico: la sua condizione fondamentale sarà quella di piazza ferita, solo per gli occhi disattenti “lavata” e acconciata per le futilità quotidiane. “Loro – quei corpi straziati – ci sono anche se non vogliamo guardare” (Mario Rigoni Stern).
A differenza di quella di Piazza Fontana, la strage di Brescia non ha avuto, a quanto mi è noto, grandissimo eco nella canzone d’autore e popolare. Con un’unica, importantissima eccezione: “Ringhera” di Ivan della Mea. L’intera seconda parte della lunghissima cantata in dialetto milanese è dedicata alla strage, seguendo le vicende di una delle sue vittime (non so dire, onestamente, se basate su una reale corrispondenza, oppure se frutto della fantasia interpretativa dell’autore; ed al riguardo mi piacerebbe ovviamente avere notizie più precise).
Tempo fa (esattamente il 28 ottobre 2004) ebbi modo di presentare “Ringhera” sul newsgroup it.fan.musica,guccini e sulla mailing list “Brigata Lolli”, vale a dire gli stessi luoghi dove sto inserendo questa cosa sulle canzoni e le stragi di stato. Si trattava della prima volta in cui il testo della cantata di Ivan della Mea veniva presentato in rete. Ritengo opportuno ripetere la presentazione che ne feci allora, sfrondata dalle parti appropriate per il suo inserimento nel sito delle “Canzoni contro la guerra”.
*
“Ringhera” è una lunga cantata di lotta, la storia del nostro paese dal fascismo alla guerra di Spagna, dal duro dopoguerra alle stragi di stato e alle bombe fasciste vista attraverso le vicende di un ragazzo e di una ragazza “di ringhiera” milanese. Un affresco totale di una storia di lotte, di sopraffazioni e di morte (la cantata si chiude infatti con la morte della donna il 28 maggio 1974, nella strage di Piazza della Loggia a Brescia). Una storia di guerra e di lotta continua, quindi; una storia militante che, va da sé, si è sempre e necessariamente confusa con la lotta contro la guerra imperialista e contro la violenza delle classi dominanti.
“Ringhera” è a mio parere una delle massime cantate in lingua italiana. Ciononostante, in rete mi è stato assolutamente impossibile reperirne il testo completo. Ho dovuto quindi trascriverla all’ascolto […]
“Ringhera”, tratta dall’album omonimo di Ivan della Mea (del 1974), è senza dubbio una delle composizioni più autenticamente epiche di tutta la canzone d’autore italiana; e ve la annovero volentieri tra le principali in assoluto […]. Un’occasione per vederne il testo, per chi già la conosce, e di conoscerla per chi non ne ha mai sentito parlare.
E’ l’epopea, forse, di una classe, di un paese e di una città intera, Milano, quella Milano che voglio non vedere mai morta e sempre rinascere con quello che veramente è nel profondo, e che ho imparato nel tempo ad amare. Anche grazie al lucchese Della Mea. E’ la storia di questo paese dal fascismo alla Resistenza, dal dopoguerra alle stragi di stato. E’ la storia di una città operaia vista dalla parte della “Ringhera”, le case di ringhiera della Milano popolare (ed ora, spesso, trasformate in abitazioni da “fighettume” di merda…), la cui gente assurge a simbolo di tutti coloro che hanno lottato e che non si sono mai arresi.
E’ la storia di un uomo e di una donna che cade vittima di una strage fascista, quella di Brescia del 28 maggio 1974. Una di quelle stragi che vorrebbero farci dimenticare, non sapendo che qualcuno ci sarà sempre a tenere accesa la memoria. Voglio essere e sono uno di queste persone. Non intendo abdicare mai. Ora e sempre non solo Resistenza: ora e sempre memoria.
Il testo di “Ringhera” è composito e suddiviso in parti ben precise: Un’introduzione, una prima parte dedicata alla vicenda della Guerra di Spagna e una seconda dedicata alla strage di Brescia. E’ in milanese inframezzato con frequenti parti in italiano (e un ritornello in spagnolo, ripreso dal “Quinto regimiento”). Non ritengo opportuno inserire una traduzione per la comprensione abbastanza agevole del testo.
Ho già “postato” (affisso, si dovrebbe dire?) su questo blog il testo e la registrazione di Ringheracommemorando la morte di Ivan Della Mea: Ma è meglio per tutti se la riporto di nuovo.
“El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.
Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.
La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”
L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.
E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.
El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.
Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.
Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.
L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.
E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera
A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera
di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.
E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…”
“El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.
Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.
E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa
a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.
L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.
Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.
E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…
Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”
E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.
Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.
E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.
E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.
E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra! “
Intervengo di nuovo sull’argomento, non con parole mie ma con 2 interventi comparsi sulla stampa, che riproduco per comodità dei lettori del blog e perché ho visto che non è poi così semplice trovarli in rete.
cinquantamila.corriere.it
Il primo è di Corrado Stajano, un cronista “storico” delle vicende di quegli anni. Condivido appieno il suo punto di vista e mi rammarico di non poter leggere che cosa scriverebbero Marco Nozza, Giorgio Bocca e Camilla Cederna, che furono anch’essi protagonisti della battaglia civile di quegli anni (e mi immagino Stajano lì a fare gesti apotropaici!).
Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature
CORRADO STAJANO – Corriere della Sera | 28 Marzo 2012
Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni
Furono anni torbidi, furono anche anni fervidi. La strage di piazza Fontana, per Milano e per l’intero Paese, fu una ferita profonda. Ma la città seppe resistere rivelando il meglio di se stessa. Basta guardare ancora una volta le immagini dei funerali delle vittime, in piazza del Duomo, tre giorni dopo la bomba nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura che aveva lo scopo di distruggere le fondamenta della Repubblica e della Costituzione. La piazza, quella mattina, era color del piombo fuso, la copriva una cappa di nebbia, rotta soltanto dalla fioca luce dei lampioni che rischiaravano un poco la marea di donne e di uomini sgomenti di dolore. Dalle fabbriche di Sesto San Giovanni arrivarono a migliaia le tute bianche della Pirelli, le tute blu della Breda, della Magneti Marelli, della Falck che fecero da servizio d’ordine. La borghesia consapevole e la classe operaia formarono allora, con la serietà dei momenti gravi, un corpo unico nella città affratellata. Il possibile golpe, si può dire, fallì quel giorno.
Non deve esser stato facile per Marco Tullio Giordana, il regista dei Cento passi e della Meglio gioventù, rappresentare, quasi mezzo secolo dopo, con il suo Romanzo di una strage, quel che avvenne in quei giorni e in quegli anni, la macelleria dei corpi, il sangue, le trame eversive, le collusioni e i tradimenti di chi aveva il dovere di tutelare la Repubblica e complottò invece per abbatterla e dar vita a uno Stato autoritario.
12 dicembre 1969, la strage. 15 dicembre 1969, l’arresto di Pietro Valpreda e la morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, la diciottesima vittima. Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in Questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori.
La stanza del questore Guida sembrava più un morbido salotto che un ufficio di polizia. Esordì così, Guida, che nel 1942 era stato direttore del confino politico fascista di Ventotene: «Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. Il dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire. Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa».
Un giornalista chiese chi era Pinelli. Rispose Calabresi: «Sembrava un uomo incapace di ricorrere alla violenza, un uomo tranquillo, ma i suoi rapporti, le sue implicazioni politiche dovevano rivelare il contrario». Chiese un altro giornalista qual era stata l’ultima domanda a Pinelli, quali le ultime cose dette e se esistevano i verbali. Nessuno rispose, senza mostrare imbarazzo. Il giornalista ripeté la domanda, Guida disse allora che l’interrogatorio non comprometteva altre persone. «Era stato convalidato dalla magistratura il fermo che durava da 72 ore?» domandò un altro giornalista. Il questore rispose impudentemente di sì, poi parlò d’altro. Uno dei cinque giornalisti chiese a Calabresi come mai non era sceso in cortile a vedere Pinelli. Di nuovo silenzio.
A colpire, in quella notte difficile da dimenticare, era la percezione che quegli uomini dello Stato non mostrassero neppure un moto di amarezza e di dolore per la morte di un uomo entrato da libero cittadino in Questura e uscito morto. Erano responsabili della sua vita: cinque uomini, in una piccola stanza, non riuscirono a impedirgli di buttarsi dalla finestra lasciata aperta?
Calabresi è stato giudicato innocente dalle inchieste della magistratura. Ma esiste soltanto la responsabilità penale? Si avvertiva quella notte una sottile euforia: la pratica Pinelli era chiusa e con quella morte poteva chiudersi anche la pratica più grossa, la strage.
La città, la società, nel film di Giordana, sono assenti, come le atmosfere di allora. Non c’è traccia del conflitto tra innocentisti e colpevolisti, profondo, e neppure dei tentativi appassionati dell’altra Italia alla ricerca della verità, diversa da quella ufficiale. Ci sono molti buchi nel racconto. Non si sa quasi nulla di Pietro Valpreda, il predestinato capro espiatorio della tragedia. Non sono sufficienti, poi, quei ritagli del giornale e poche scritte sui muri per rendere l’ossessiva campagna denigratoria di Lotta Continua contro Calabresi accusato di essere l’assassino di Pinelli.
Il film gioca di continuo, pericolosamente, tra realismo e finzione. È «liberamente tratto» dal librone di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, ambiguo, con fonti non verificabili.
Moro, il ministro degli Esteri di allora, impeccabilmente interpretato da Fabrizio Gifuni, ha una parte sovrabbondante, un jolly utile per raccontare ciò che serve, ma chi visse il dramma della strategia della tensione non fu mai a conoscenza di quella scelta così progressista di Moro, del suo misterioso dossier che svelava il carattere golpista e neofascista della strage, mostrato a Saragat.
Nel film, Federico Umberto D’Amato, a capo degli Affari riservati, offre a Calabresi di diventare il suo braccio destro al Viminale e fa assurde rivelazioni che ancora una volta stravolgono quel che si sa dagli atti dei processi, dalle inchieste, non poche, di quegli anni. Un altro scoop, poi: furono due i taxi e due le bombe scoppiate in quel tragico buco della banca. Una rossa, gentile, solo per spaventare un po’, portata da Valpreda; e una nera, per uccidere e dare avvio allo stato di emergenza, portata da Sottosanti, il sosia. La fonte? Cucchiarelli, a pag. 641 del suo libro. Di nuovo i doppi estremismi, le piste rosse e quelle nere.
Un gran garbuglio reso ancor più fosco mezzo secolo dopo, tra mister X, legionari e spioni, trafficanti di armi e di esplosivi, la Grecia dei colonnelli, gli infiltrati ovunque, i partiti, tutti, informati e silenti, gli uomini dello Stato dal doppio o triplo gioco.
I ragazzi che non sanno cosa sia successo nel pomeriggio di tanti anni fa in quella banca di Milano, vicina all’Arcivescovado, non avranno da questo film lumi per capire.
Giustizia non è stata fatta. Lo Stato non ha avuto la forza e il coraggio di processare se stesso. Dopo 11 processi di condanna, 4 giudizi in Cassazione, apposizioni del segreto politico-militare, la serranda della legge è calata il 3 maggio 2005: tutti assolti, strage senza colpevoli, i parenti delle vittime condannati a pagare le spese di giudizio.
La verità storica e politica, a ogni modo, è chiara. Sono ben documentati, con le responsabilità della destra neofascista veneta, le complicità e i depistaggi dei servizi di sicurezza e soprattutto dell’Ufficio Affari riservati.
Peccato, bisogna dirlo con amarezza, che in questo smisurato film un po’ asettico non si ritrovino né la passione né le emozioni di quegli anni infuocati.
Il telefilm della bomba Marco Tullio Giordana non è riuscito a fare, nonostante i mezzi, un lavoro decente su Piazza Fontana.
Un male comune…
di Goffredo Fofi
Rimando volentieri alla più saggia delle possibili stroncature politiche del film di Marco Tullio Giordana, scritta qualche giorno fa da Corrado Stajano sul «Corriere della sera». Le incongruenze e gli opportunismi che segnano la ricostruzione della strage di piazza Fontana e i suoi retroscena, operata dal regista con i suoi due sceneggiatori (già autori con lui di un film non eccelso ma onesto su illusioni e sconfitte della generazione del ’68, La meglio gioventù) a partire da un libro dove le illazioni dominano, vi sono elencati con ferma convinzione e non scivolano nell’opinione ma si attengono al concreto dei fatti dimostrati e dimostrabili. Piuttosto che lanciarci nelle diatribe sul vero e sul falso e sul probabile che il film sta scatenando, per la maggior parte opinabili, diciamo subito che il film in sé non merita molta attenzione né molto riguardo e che a noi preme, da critici, rilevarne i limiti in quanto film, e più che i limiti la sostanza e l’idealità della fattura.
Invece che di “romanzo” e di film bisognerebbe, per cominciare, parlare di «docufiction» o di «telefilm» dei più rozzi, nonostante i mezzi a disposizione. E bisognerebbe anzitutto fare il paragone con le altre ventate non di televisione ma di cinema detto politico presenti nella nostra tradizione. Il neorealismo e la commedia o tragedia degli anni del boom e successivi furono in presa diretta su un presente da raccontare scavare discutere, e quando fu possibile, dal 1959 in avanti, vennero tentate anche operazioni di ricostruzione storica di grande portata (dopo La grande guerra, dopo Tutti a casa) dettate dal bisogno di spiegarsi e spiegare le radici del presente. Ho visto più volte un film su un episodio di estrema delicatezza nella nostra storia, Il processo di Verona, diretto da Lizzani e scritto da Pirro, ammirandone ogni volta di più la precisione e la misura. E ho visto, anche questo con il massimo interesse, il lavoro televisivo francese in più puntate di Olivier Assayas sul terrorista Carlos, e cioè su argomenti almeno altrettanto difficili di piazza Fontana, più vicini a noi e perfino più scabrosi da raccontare. Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiana non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema e -perché no, se altrove è possibile? – di una buona televisione. E duro è individuare colpe che riguardano alla fine un po’ tutti – una complicità molto diffusa, benché diversificata – ma in primo luogo i nostri media maggiori. Il cinema politico non è servito, in Italia e, mi pare, neanche altrove, a migliorare la coscienza civile degli spettatori, ma semmai, a seconda delle parti, a sollecitare le loro false coscienze di “buoni” in un mondo di “cattivi”. Ma come è stato possibile che, quindici-vent’anni dopo i fatti (una dittatura, una guerra mondiale, due anni di guerra civile…) il nostro cinema riuscisse a dare dei grandi film civili, e che a più di quarant’anni dagli anni più caldi della nostra storia democratica non sia ancora possibile raccontare la crisi espressa e provocata dal ’68 con uno sguardo sufficientemente limpido, sia pure non di maggioranza? Non ponendosi, come pretende ipocritamente la televisione, e come è impossibile fare, «al di sopra delle parti». Com’è che artisti, intellettuali e profe ssionisti delle comunicazioni di massa, dei settori più ufficiali di esse, non riescano mai 0 quasi mai a raccontare degnamente il tempo passato e a essere all’altezza dei problemi di questo, che dei primi ha ereditato il peggio? Com’è possibile che ci si possa accontentare di parodie di ricostruzione storica come questa, da opera dei pupi, da filodrammatica e da sceneggiata, da museo delle cere, da gara paesana di imitatori, tra santini e macchiette e tra opposti buoni e i morti non possono più parlare, i vivi che sanno tacciono, i “servizi” – nazionali e internazionali – continuano, come hanno sempre fatto, a insabbiare, a inquinare, a manovrare, i politici a preferire la retorica alla persuasione. E i giornalisti e gli sceneggiatori a scrivere, i registi a filmare, perché, si sa, lo spettacolo deve andare avanti.
Luca De Biase ha pubblicato sul suo blog il 24 marzo 2012 un articolo, il cui punto di partenza condivido largamente:
Tutta la discussione attuale sulla vicenda dei licenziamenti economici è basata su un equivoco. Si parla dell’articolo 18 ma in realtà si parla di fiducia.
Correttezza vuole, però, che prima di discutere nel merito del punto di vista di De Biase abbiate letto il suo articolo senza la mia mediazione, cioè senza la mia interpretazione e le mie critiche. Quindi, leggetelo ora, qui:
Sono convinto anch’io che quello della fiducia, e più generale del capitale sociale, sia un problema al centro della crisi italiana in tutte le sue manifestazioni, quella acuta in scena dal 2008, quella strisciante in corso dall’inizio del nuovo millennio, quel malessere che ha in realtà accompagnato tutta la mia vita adulta.
Poi però arrivo al terzo capoverso, che mi fa scattare una reazione riflessa:
I motivi di sfiducia purtroppo non mancano. Il paese degli abusi non ha certo abituato tutti alla correttezza. E questo ha limitato lo spazio degli onesti, sia nella realtà sia soprattutto nella narrazione corrente. La sfiducia è diffusa e si combatte anche con una nuova narrazione, fondata sulle parole e sui fatti.
Narrazione corrente? Nuova narrazione? La mia reazione di fastidio e di rifiuto viene dal lezzo di post-modernismo, di decostruzione, di irrazionalismo che la parola stessa mi suscita, dopo decenni di uso corrivo da parte dei colleghi di De Biase negli ultimi decenni. Cui si è associato più di recente il chiacchiericcio sullo story-telling.
Ma poiché De Biase mi sembra onesto nel suo ragionamento, ho provato a mettere da parte le reazioni istintive per cercare di capire meglio. De Biase sta dicendo – mi pare – che la sfiducia (per me legata alla scarsità di capitale sociale, ma non so se lui hai i miei stessi termini di riferimento) è un effetto della situazione reale, sì, ma “soprattutto della narrazione corrente.” E che, di conseguenza, che la si può combattere (e sconfiggere: suppongo sia questo l’obiettivo finale di De Biase) “con una nuova narrazione.”
E poiché il post del 24 marzo rinvia a un altro del 21 marzo (Informazione di mutuo soccorso), sono andato a leggermi anche quello (e naturalmente vi invito a fare altrettanto). Qui, la centralità della narrazione è ancora più esplicita e centrale:
[…] questo passaggio [si sta parlando dell’art. 18 e delle decisioni del governo] non si può affrontare, né da destra né da sinistra, senza una narrazione del futuro. Senza un’idea della società che vogliamo costruire non facciamo che subire i contraccolpi automatici dei cambiamenti nei rapporti di forze. […]
Per condurre l’innovazione a cogliere le opportunità insite nel cambiamento, basate sulla cooperazione e la solidarietà costruttiva, e a debellare le connivenze di ogni ordine e grado, […] occorre al fondo una narrazione: una grande alleanza delle imprese con i giovani, per i quali il vecchio mondo ha smesso di generare risposte; una definizione del progresso in termini di qualità dell’ambiente, della cultura e delle relazioni; una lealtà nella competizione che riconosca l’onore di chi si è prodigato per il progetto comune, dell’azienda e del paese, e che abbatta la credibilità di chi ha puntato ai vantaggi personali passando sopra ogni correttezza.
Le imprese sono il fondamento della ricostruzione di una prospettiva di progresso economico. Ma la società è il fondamento della ricostruzione di una prospettiva di progresso civile. E al fondo, la relazione tra queste dimensioni dipende dalla qualità dell’informazione sulla base della quale si racconta la prospettiva e si valuta l’apporto di ciascuno. Un’informazione di mutuo soccorso. Contro l’inquinamento dell’ecosistema dell’informazione. Per il bene comune. Che oggi è diventato il nuovo baluardo di un programma che eventualmente si può definire di sinistra.
Ecco, adesso penso di aver capito dove smetto di essere d’accordo con De Biase. Non si tratta soprattutto di una nuova narrazione. Meno che mai si tratta prima di tutto di una nuova narrazione.
Si tratta, secondo me, di condurre ragionamenti e analisi in comune. Pacatamente e serenamente, se possibile, come diceva il Veltroni di Crozza. Ma anche in maniera concitata, se non si può fare altrimenti. Lavorando sui fatti, sui numeri, sulle spiegazioni, sulla comprensione dei meccanismi e delle dinamiche. Alla ricerca di una spiegazione – che poi dovrà anche essere narrata, naturalmente, ma che prima dovrà essere compresa. Che poi dovrà anche essere messa in comune e (se possibile) condivisa, ma che prima dovrà essere raggiunta con l’immane fatica del concetto (come diceva Hegel) e magari anche nello scontro dialettico (tanto per restare con Hegel ancora un po’). E in cui i ruoli non sono pre-definiti (per quanto seducenti possano essere le caratterizzazioni di De Biase – impresa : progresso economico :: società : progresso civile) ma si definiscono come risultato dell’analisi. Insomma, un po’ più di illuminismo e un po’ meno post-modernità.
(AGI) – Roma, 5 mar. – “Le dichiarazioni incommentabili di Umberto Bossi sul Presidente Monti, non lasciano spazio alcuno a considerazioni di tipo politico. Il Signor Umberto Bossi e’ chiaramente incapace di intendere e di volere”. Cosi’ Francesco Boccia, deputato del Pd, sulle dichiarazioni di Bossi su Monti. [AGI.it – Bossi: Boccia (PD), incapace di intendere e di volere]
Con tutto il rispetto, caro Boccia, non ci siamo. Il problema è che Bossi è verosimilmente:
Incapace di intendere, capace di volere.
E quel che è ancora peggio, è che è a capo di un partito in cui i fanatici non mancano, e sono forse la maggioranza. In cui forse, cioè, si troverebbe qualcuno disposto a mettere in atto le minacce del capo. Senza nemmeno tirare in ballo i “cattivi maestri” da una parte, o l’NSDAP dall’altra.
Penso che il caso sia gravissimo e meriti tutta la nostra attenzione. Perciò vi invito a leggere il post di Guido Scorza, superando le difficoltà che molti di noi incontrano nella lettura di un testo giuridico. La sostanza è, purtroppo, chiarissima.
[I] sequestri di blog e siti internet – tutti – vanno immediatamente vietati come – e per le stesse ragioni per le quali – i padri costituenti non ebbero esitazioni a vietare ogni sequestro di stampa e stampati.
Una guerra a colpi di sequestri, oscuramenti e censure è un rischio che la Rete non può correre oltre.
Se lo si ritiene utile ed irrinunciabile, si individui un procedimento per la rimozione delle singole espressioni eventualmente ritenute diffamatorie ma guai a dimenticare che, in una società democratica, è meglio che restino online 80 caratteri di informazione illecita, piuttosto che vengano rimossi milioni di carattere di informazione lecita.
Si attribuisce comunemente a Giulio Andreotti l’affermazione: “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina.”
In questa tradizione, mi chiedo: e se poi dietro tutti questo pasticcio ci fosse semplicemente una questione di prestigio istituzionale tra Comune di Roma capitale e Dipartimento della Protezione Civile? Quello, cioè, che in termini anglosassoni si definisce un pissing contest?
Il dubbio mi viene leggendo un articolo dello schema di (secondo) decreto legislativo su Roma Capitale (quello che fu il primo atto dell’esecutivo Monti e provocò le proteste della Lega), e precisamente l’articolo 10 (Funzioni e compiti in materia di protezione civile):
A Roma capitale, nell’ambito del proprio territorio e senza nuovi o maggiori oneri per il bilancìo dello Stato, sono conferiti le funzioni e i compiti amministrativi relativi alla emanazione di ordinanze per l’attuazione di interventi di emergenza in relazione agli eventi di cui all’articolo 2, comma 1, lettere a) e b), delta legge 24 febbraio 1992, n. 225, al fine di evitare situazioni di pericolo, o maggiori danni a persone o a cose e favorire il ritomo alle normali condizioni di vita nelle aree colpite da eventi calamitosi. Restano ferme le funzioni attribuite al Prefetto di Roma dall’articolo 14 della legge 24 febbraio 1992, n. 225.
Roma Capitale, approvato secondo decreto: nuove funzioni e competenze
Roma, 24 novembre – Via libera da Palazzo Chigi al secondo decreto legislativo su Roma Capitale, in attuazione della legge sul federalismo fiscale: il Consiglio dei Ministri lo ha approvato nell’ultimo giorno utile per l’esercizio della delega. Il decreto passa ora all’esame delle compenti Commissioni parlamentari e delle Conferenze Stato-Regioni e Stato-Città, per i pareri previsti, quindi tornerà al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva. Il secondo decreto determina i poteri e le funzioni che vengono trasferiti dallo Stato a Roma Capitale. Ecco, in sintesi, le funzioni amministrative che passano al Campidoglio:
[…]
In materia di protezione civile, Roma Capitale emana le ordinanze per interventi di emergenza e dichiara, su richiesta della Regione Lazio, lo stato di “eccezionale calamità naturale”.
il sindaco … adotta provvedimenti contingibili e urgenti
gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini
nel territorio di Roma Capitale possono verificarsi, come già avvenuto in passato, precipitazioni nevose, formazione di ghiaccio ed ondate di grande freddo
a causa delle diminuzione delle temperature al di sotto di zero gradi centigradi si sono registrati, nelle passate stagioni invernali, numerose situazioni di disagio alla cittadinanza [sgrammaticature e concordanze errate sono nell’originale]
il traffico veicolare nella città ne risente negativamente
ridurre i rischi connessi a detto evento, specialmente a salvaguardia della pubblica incolumità
in caso di precipitazioni nevose e fino a che le condizioni della rete viaria lo richiedano, tutti i veicoli di proprietà capitolina … dovranno circolare provvisti di catene o pneumatici da neve da utilizzare in caso di necessità
tutti i conducenti di taxi saranno autorizzati a protrarre i rispettivi turni di servizio [autorizzati, non obbligati]
rammenta a tutti i proprietari di stabili … di tenere sgomberi dalla neve, dalle ore 8.00 alle ore 20.00, i marciapiedi antistanti gli stabili stessi per una larghezza di metri due (cioè due metri davanti al portone, e sul resto si scivola; oppure per tutto lo spazio antistante allo stabile, per una profondità di 2 metri, ammesso che il marciapiede ci sia e sia così profondo?]
raccomanda a tutti gli utenti del servizio di acqua potabile … di tenere aperto, nel caso di brusco abbassamento della temperatura, al di sotto dello zero gradi centigradi, il rubinetto di utilizzazione più vicino al contatore …
A questa bella grida manzoniana seguono, nello stesso documento, le Procedure di pronto intervento per caduta neve e formazione ghiaccio (che vi invito a leggervi da soli, anche perché il formato immagine mi costringerebbe a ribattere tutto), dove apprendiamo che abbiamo uno stato di attenzione, uno stato di pre-allarme e uno stato di allarme (no, lo stato di panico e terrore non è previsto) cui segue (si spera) l’avviso di cessato allarme; e che si costituisce un Comitato Operativo Comunale (“di seguito denominato COC”), composto di una serie di soggetti scrupolosamente elencati “oltre a quelli che saranno ritenuti occasionalmente necessari”; che presso i Municipi si costituiscono le Unità di Crisi Municipali, in collagamento con il COC.
Le cose da fare, già dalla proclamazione dello stato di attenzione, sono rassicuranti e dimostrano una grande attenzione anche ai dettagli, dal controllo delle alberature al benessere degli animali. Non vedo che cosa ci sia da lamentarsi o protestare …
In queste ore, in cui a Roma si ride e si piange e ci si incazza per l’assenza di qualunque azione comunale che non sia il delirio mediatico, e in cui si ride soltanto in tutto il resto d’Italia (e tra un po’ del mondo, che dopo Schettino non aveva proprio bisogno di un altro esempio preclaro di inettitudine da cui trarre conclusioni frettolose ma non del tutto inappropriate sulle caratteristiche genetico-culturali degli italiani tutti).
wikipedia.org
In queste ore, dicevo, anch’io vorrei dare il mio contributo. Ma invece di scherzare su Aledanno o sul lupo alemannaro (tutta invidia, naturalmente, perché sono calembour che vorrei avere scovato io) riprenderò una citazione che ho già riportato su questo blog, lasciando a voi il piacere di decidere a quale delle 4 categorie appartenga il sindaco di Roma Capitale. Roma Capitale: eh già, perché forse non tutti sanno che l’articolo 24 della legge sul federalismo fiscale, ancora in parte inattuato, ha però dato luogo (con il decreto legislativo 156/2010 e il recentissimo schema di decreto legislativo recante ulteriori disposizioni in materia di ordinamento di Roma capitale, approvato dal Governo e attualmente all’esame della Camera dei deputati) al cambio di denominazione di Roma in Roma Capitale e delle sue istituzioni con l’aggiunta dell’aggettivo “capitolino/a”, come si può leggere sulla livrea tempestivamente rinnovata del parco macchine della polizia municipale e degli uffici comunali.
Allora, Hans Magnus Enzensberger nel suo bel libro sul generale prussiano Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord (che ho recensito su questo blog il 7 giugno 2009) racconta l’aneddoto che segue:
Un giorno, quando gli chiesero da quale punto di vista valutasse i suoi ufficiali, disse: «Li divido in quattro tipi. Ci sono ufficiali intelligenti, laboriosi, stupidi e pigri. Il più delle volte due di queste caratteristiche coincidono. Se sono intelligenti e laboriosi, devono entrare nello Stato maggiore generale. Poi ci sono gli stupidi e pigri che costituiscono il 90 per cento di ogni esercito e sono adatti per compiti di routine. Chi è intelligente e insieme pigro si qualifica per gli incarichi di comando più elevati, perché dispone della chiarezza mentale e della stabilità emotiva per prendere decisioni difficili. Bisogna guardarsi da chi è stupido e laborioso e non affidargli responsabilità, perché combinerà solo disastri».
wikipedia.org
Il medesimo aneddoto è ripreso dal nostro Gianrico Carofiglio nel suo romanzo Le perfezioni provvisorie (che ho recensito il 27 febbraio 2010). Merita di essere letto in questa versione per la perfezione (provvisoria, sicuramente) delle scelte lessicali:
Ha detto qualcuno che gli uomini si dividono nelle categorie degli intelligenti o dei cretini, e dei pigri o degli intraprendenti. Ci sono i cretini pigri, normalmente irrilevanti e innocui, e ci sono gli intelligenti ambiziosi, cui possono essere assegnati compiti importanti, anche se le più grandi imprese, in tutti i campi, vengono quasi sempre realizzate dagli intelligenti pigri. Una cosa però va tenuta a mente: la categoria più pericolosa, da cui ci si possono aspettare i più gravi disastri e da cui bisogna guardarsi con la massima circospezione, è quella dei cretini intraprendenti.
A voi il piacere di individuare la categoria cui apparterrebbe il sindaco Alemanno.
Ma io non resisto alla tentazione di riprodurre quello che Daniele Luttazzi raccontava di Francesco Storace, ma che secondo alcune correnti storico-biografiche sarebbe applicabile anche a Gianni Alemanno:
“Una volta Storace mi ha salvato la vita. Dei naziskin mi stavano pestando a sangue, è passato lui e ha detto «Ragazzi, può bastare».”
Ascolto la radio più di quanto non guardi la televisione. Quando ascolto la radio, mi muovo in genere tra Auditorium (il canale della musica classica, in progressivo peggioramento da anni, ma questa è un’altra storia) e RadioTre. RadioTre è invece in miglioramento, con qualche eccezione: c’è un presentatore di Qui comincia, Attilio Scarpellini, che non sopporto perché parla con incredibile affettazione e, soprattutto, con pause artefatte, come se esitasse a dire le cose “intelligenti e colte” che invece si è evidentemente scritto da sé con grande compiacimento (se non mi credete, provate ad ascoltarlo qui). A parte l’incredibile snobismo di parlare alla radio di arti visive.
Con RadioTre mi becco anche i notiziari, che invece dipendono – se ho ben capito – da un altro pezzo di RadioRai (Giornale Radio Rai, direttore Antonio Preziosi, ci dicono a ogni edizione). Non troppo spesso, ma abbastanza spesso perché quando ne trasmettono uno si noti, va in onda un servizio da Washington di tal Oscar Bartoli. Orbene, come si diceva una volta, non ho mai, dico mai, lo giuro, mai sentito nulla di interessante, nulla che non sia sconcertantemente banale, in un servizio di Oscar Bartoli. Tanto da chiedermi se manteniamo questo signore a Washington a spese del contribuente e se il suo incarico consiste unicamente nel produrre un servizio ogni 4-5 settimane (potrebbe anche essere che Oscar Bartoli abbia l’incarico di produrre quotidianamente un servizio, ma che poi la redazione gliene butti 49 su 60: il che mi farebbe apprezzare moltissimo il lavoro dei redattori, ma non cambierebbe poi molto sotto il profilo dello spreco di danaro pubblico).
Oggi (28 gennaio 2012), per esempio, edizione delle 16:45 del Giornale Radio Tre, il servizio era sull’incontro/scontro tra la governatrice dell’Arizona Jan Brewer e il presidente Barack Obama. Purtroppo, contrariamente a quanto si afferma alla fine di ogni edizione, non tutte sono disponibili online e quindi non posso farvela sentire. Vi prego però di credermi.
Tanto per cominciare, la notizia non è proprio freschissima. Sono passati due giorni da quando tutta la stampa americana ne ha parlato, perché non succede tutti i giorni che qualcuno agiti un ditino accusatore sotto il naso del presidente degli Stati Uniti. E due giorni nell’era della comunicazione globale istantanea sono un’era geologica. Qui sotto, il webcast delle ABC World News: la foto si vede dopo meno di 30″
Ma quello che ho appreso gironzolando sulla rete è che Oscar Bartoli è titolare di un blog, Letter from Washington DC, su cui la stessa notizia il nostro l’aveva già pubblicata (ecco il link, per i più scettici):
Del tipo: “Bada Obama…!”
La signora governatrice e’ conosciuta per essere un tipo focoso come si conviene a chi comanda uno stato focoso come l’Arizona. Jan Brewer si e’ recata all’aeroporto di Phoenix a ricevere il Presidente Obama, anche se non ne aveva molta voglia. Ma una volta sulla pista Jan Brewer ha preso da parte Barack Obama, tra lo stupore dei presenti, ed ha instaurato un’animata discussione, caratterizzata da un dito indice agitato piu’ volte sotto il naso del Presidente. Il comportamento poco rispettoso dell’esponente repubblicana era motivato dal fatto che all’inquilino della Casa Bianca non sono andate a genio certe espressioni usate nel libro della signora-governatrice dal titolo “Scorpioni a colazione”, nel quale ricordando un colloquio con il Presidente, l’autrice defini’ l’atteggiamento di Obama ‘patronizing’, ovvero cortesemente sufficiente e distaccato e non certo caloroso. Che la governatrice dell’Arizona non ami il Presidente Obama e’ cosa nota. Nello scorso ottobre un giudice federale ha cancellato una sua richiesta di azione legale promossa contro Barack Obama accusato dalla matura governatrice di non difendere sufficientemente le azioni promosse contro l’infiltrazione di clandestini dal confine con il Messico.
AP
Adesso, potrei sbagliarmi, perché non posso giurare di avere un orecchio fotografico (se mi passate l’espressione; o sarà “fonografico”?), ma sono piuttosto sicuro che si tratta esattamente delle stesse parole del servizio trasmesso dal Giornale Radio Rai. Tradurre patronizing con “cortesemente sufficiente e distaccato e non certo caloroso” non è da tutti e attira l’attenzione. Se è così, niente di male. Bartoli resta l’autore tutelato dalla convenzione di Berna dei parti della sua creatività e immagino che la Rai non abbia nulla in contrario che pubblichi anche sul suo blog i servizi per il Giornale Radio. Sarebbe un po’ meno elegante se rivendesse alla Rai i pezzi scritti per il suo blog …
Ma chi è Oscar Bartoli? Si presenta così:
Avvocato, giornalista pubblicista, collabora con molti media italiani. Risiede negli Stati Uniti dal 1994 e vive tra Washington D.C. e Los Angeles. Ha lavorato per molti anni nel gruppo SMI, leader europeo nel settore metalli non ferrosi, successivamente nell’IRI come responsabile dei contatti con i media e in seguito direttore IRI USA. Ha insegnato per dieci anni alla scuola di giornalismo della Luiss e per due anni alla Catholic University di Washington DC. Tiene un corso sulla comunicazione nel Master di Relazioni Internazionali dello IULM di Milano. Da giovane, per pagarsi gli studi ma, soprattutto, perche’ gli piaceva, ha lavorato come chitarrista – cantante suonando nelle case del popolo, circoli cattolici, night clubs, radio e televisione.
Apprendiamo anche che il nostro ha vinto il prestigioso premio giornalistico dell’Associazione Amerigo, che “riunisce gli alumni italiani dei Programmi di scambi culturali internazionali promossi, nelle loro varie articolazioni, dal Dipartimento di Stato USA (Bureau of Educational and Cultural Affairs).”
Per chi lo vuole conoscere meglio, eccovi una lunga intervista. A proposito, quando dice di avere 25.000 contatti, più di un blasonato quotidiano nazionale, non dategli retta. Sitemeter, proprio sul suo sito, dice che ha in media 285 visite al giorno …