Verso un bis di Monti? Un precedente storico

Paganini non ripete

(dalle Vite degli uomini illustri, di Achille Campanile)

Quando Paganini, dopo un ultimo, interminabile, acrobatico geroglifico di suoni rapidissimi, ebbe terminata la sonata, nel salone del regal palazzo di Lucca scoppiò un applauso da far tremare i candelabri gocciolanti di cera e iridescenti di cristalli di rocca, che pendevano dal soffitto. Il prodigioso esecutore aveva entusiasmato, come sempre, l’uditorio.

Calmatosi il fragor dei consensi e, mentre cominciavano a circolare i rinfreschi e d’ogni intorno si levava un cicaleccio ammirativo, la marchesa Zanoni, seduta in prima fila e tutta grondante di merletti veneziani intorno alla parrucca giallastra, disse con la voce cavernosa e fissando il concertista con un sorriso che voleva essere seducente tra le mille rughe della sua vecchia pelle:

– Bis!

Inguainato nella marsina, con le ciocche dei capelli sugli occhi, Paganini s’inchinò galantemente, sorrise alla vecchia gentildonna e mormorò a fior di labbra:

– Mi dispiace, marchesa, di non poterla contentare. Ella forse ignora che io, per difendermi dalle richieste di bis che non finirebbero mai, ho una massima dalla quale non ho mai derogato, né mai derogherò: Paganini non ripete.

La vecchia signora non lo udì. Con un entusiasmo quasi incomprensibile in lei, ch’era sorda come una campana, continuava a batter le mani e a gridare, con le corde del collo tese come una tartaruga:

– Bis! Bis!

Paganini sorrise compiaciuto di tanto entusiasmo ma non si lasciò commuovere. Fe’ cenno alla vecchia dama di non insistere e ripeté con cortese fermezza:

– Paganini non ripete.

– Come? – fece la vecchia che, naturalmente, non aveva sentito.

– Paganini – ripeté il grande violinista, a voce più alta, – non ripete.

La vecchia sorda non aveva ancora capito. Credé che il musicista avesse consentito e si dispose ad ascoltare nuovamente la sonata. Ma, vedendo che il celebre virtuoso s’accingeva a riporre lo strumento nella custodia, esclamò afflitta:

– Come? E il bis?

– Le ho già detto, signora, – fece Paganini – Paganini non ripete.

– Non ho capito – disse la vecchia.

– Paganini non ripete – strillò Paganini.

– Scusi, – fece la vecchia – con questo brusio non si arriva ad afferrar le parole. Parli un po’ più forte.

Il violinista fece portavoce delle mani attorno alla bocca e le urlò quasi all’orecchio:

– Paganini non ripete!

La vecchia scosse il capo.

– Non ho capito le ultime parole – gridò, come se sordo fosse l’altro.

– Non ripete, non ripete, Paganini non ripete! – strillò il virtuoso.

La vecchia fece una faccia allarmata. – Si vuol far prete? – domandò.

– Ma no – urlò Paganini sgomento. – Paganini non ripete.

– Ha sete? – fece la vecchia.

E volta ai domestici in livrea, che circolavano coi vassoi:

– Un rinfresco al nostro glorioso violinista.

– Ma che sete! – esclamò questi. – Che rinfresco!

– Via, via, il bis ora – insisté la vecchia, convinta che il concertista stesse per contentarla.

Ma questi di nuovo s’inchinò con perfetta galanteria e:

– Le ripeto – disse – che Paganini non ripete.

– Quel pezzo ultimo – continuava la sorda.

– Paganini non ripete! – urlò il violinista proteso sull’orecchio di lei, facendo svolazzare i merletti veneziani, che le pendevano dalla gialla parrucca. – Quante volte glielo debbo ripetere?

– Una volta, – fece la vecchia che era riuscita ad afferrare l’ultima frase e credé che Paganini le domandasse quante volte doveva ripetere la sonata – una sola volta mi basta.

– Ma Paganini non ripete – ripeté Paganini.

– Va bene, va bene –, replicò la vecchia, che questa volta aveva capito e credé che Paganini non volesse ripetere la frase detta – non occorre che me lo ripeta, ho capito benissimo; mi basta che faccia il bis.

– Paganini – strillò Paganini con quanto fiato aveva in gola – non ripete, non ripete, non ripete!

La vecchia fe’ cenno di non aver capito. Paganini si vide perduto. Si volse al gruppo degli altri invitati che si erano affollati intorno a loro attratti dalla scena e disse in tono disperato:

– Fatemi il favore, diteglielo voi. Non ha ancora capito che non ripeto. Gliel’ho ripetuto venti volte, glielo sto ripetendo: non ripeto! Quante volte glielo debbo ripetere?

Sul ruolo del parlamento, Monti ha ragione o torto?

Cercherò di rispondere alla domanda. Ma va da sé – e ad ogni buon conto lo ribadisco – che la mia risposta sarà personale e fortemente idiosincratica.

Il che non toglie che, in questa vicenda, ci sia più di un elemento oggettivo, che oggettivamente dunque – e non solo soggettivamente – può essere trattato.

Il primo elemento oggettivo è che, se non mi sbaglio e se non sono stato troppo superficiale, nella stampa italiana online è pressoché impossibile trovare il testo integrale dell’intervista rilasciata da Mario Monti a Der Spiegel. Un problema per chi, come me, non legge correntemente il tedesco. Si è costretti a fare riferimento alle sintesi pubblicate dai nostri quotidiani (per esempio, quella di La Repubblica è qui), che però non avevano ritenuto essenziale il passo che ha provocato tante reazioni. Per fortuna, Der Spiegel ha anche un’edizione inglese, in cui l’intervista è pubblicata integralmente (Interview with Italian Prime Minister Mario Monti | ‘A Front Line Between North and South’). Penso che Mario Monti non parli neppure lui correntemente il tedesco: perciò c’è qualche speranza che il testo inglese sia quello realmente originale, almeno per quanto riguarda le risposte di Monti.

Naturalmente, quando ieri (6 agosto 2012) si sono scatenate le reazioni tedesche (bipartisan) alle dichiarazioni di Mario Monti e le contro-reazioni italiane (altrettanto bipartisan), le pagine dei giornali si sono riempite della polemica, senza che si sentisse la necessità di (ri)proporre l’intervista ai lettori, possibilmente nella sua integrità.

E questa è la mia prima considerazione “oggettiva”: il governo Berlusconi è caduto, ma nei mezzi di comunicazione è rimasto il brutto vizio di dare più spazio alle reazioni, cioè alle dichiarazioni contro-dichiarazioni e prese di posizione delle diverse parti, che alla fonte alla base della polemica. L’effetto è che il lettore o spettatore – non essendosi potuto fare un’opinione di prima mano sull’oggetto del contendere – è automaticamente e inconsapevolmente portato a trovarsi d’accordo con lo schieramento d’appartenenza o di riferimento, che parla un linguaggio che gli suona familiare e immediatamente comprensibile. È un effetto di framing che non ha neppure bisogno di stabilire preliminarmente l’ordine del giorno del dibattito (agenda setting): si discute, semplicemente, su un oggetto assente, e ognuna delle parti “crea” il proprio oggetto secondo la propria convenienza (è quello che accade continuamente nelle cosiddette “trasmissioni di approfondimento”, in cui l’assenza di una materia condivisa di discussione consente di rendere di parte i fatti stessi, o la rappresentazione che – latitando i fatti – ne prende il posto). Qui è sparito il testo delle affermazioni di Monti, e ognuno lo ricostruisce come gli fa più comodo (come è più funzionale alla propria argomentazione) senza che nessuno dei giornalisti che raccolgono le “reazioni” si senta in dovere di chiedere: «Scusi, ma di che stiamo parlando, esattamente?». Italiani, non potendovi anch’io esortare alle storie, vi invito almeno a consultare le fonti. Nell’era dell’informazione non dovrebbe comportare uno sforzo sovrumano.

Secondo punto “oggettivo” e inquietante. In questa lunga e preoccupante crisi europea, non c’è maître à penser (italiano o d’oltralpe) che non ci abbia detto e autorevolmente ammonito che da questa crisi si esce in piedi soltanto se si costruisce più Europa, un’Europa oltre che monetaria anche bancaria e fiscale, e infine politica. Salvo poi, al minimo screzio, alla prima divergenza d’opinione, strepitare che noi italiani non prendiamo ordini di politica economica né lezioni di democrazia da nessuno. Al che osservo 2 cose:

  1. Che la costruzione dell’Europa come la vorremmo (o, quanto meno come la vorrei io), cioè come aggregazione di volontà politiche in direzione federalista, non potrà che passare attraverso compromessi, cessioni volontarie non soltanto di sovranità ma anche di convincimenti, consuetudini e istituzioni più o meno radicati. La politica, la politica democratica e liberale, si fa così. L’alternativa è una qualche forma di conquista imperiale e imperialistica, che l’Europa ha sperimentato fin troppe volte nella sua lunga storia, con conseguenze in genere disastrose per i popoli e le persone (sì, anche per i nostri avi quando comandavano i Romani: siete sicuri che se foste vissuti allora sareste stati ricchi patrizi e non poveri schiavi? e lo sapete che, in ogni caso, avreste goduto di un benessere, di possibilità di scelta e di prospettive di vita incomparabilmente minori di quelle che oggi considerate il minimo vitale?)
  2. Le lezioni di democrazia le possono dare tutti: è proprio questa l’essenza della democrazia. E non volersi far dare lezioni da nessuno, invece, è proprio tipico di un atteggiamento profondamente anti-democratico. E la finisco qui perché non mi va di essere predicatorio.
Mario Monti

spiegel.de

Veniamo piuttosto al passo incriminato dell’intervista di Mario Monti:

Monti: [… T]here are a few countries — and they lie to the north of Germany — who every time we have reached a consensus at the European Council (the EU body representing the leaders of the 27 member states) then say things two days later that call into question this consensus.

SPIEGEL: You are now referring to the Finns as well as others?

Monti: I can understand that they must show consideration for their parliament. But at the end of the day, every country in the European Union has a parliament as well as a constitutional court. And of course each government must orient itself according to decisions made by parliament. But every government also has a duty to educate parliament. If I had stuck to the guidelines of my parliament in an entirely mechanical way, then I wouldn’t even have been able to agree to the decisions that were made at the most recent (EU) summit in Brussels.

SPIEGEL: Why not?

Monti: I was given the task of pushing through euro bonds at the summit. If governments let themselves be fully bound by the decisions of their parliaments without protecting their own freedom to act, a breakup of Europe would be a more probable outcome than deeper integration. [i corsivi sono miei]

Qui, come annunciato, usciamo dal terreno “oggettivo” ed entriamo in quello delle opinioni personali e idiosincratiche. Ecco, secondo me la reazione tedesca a difesa del parlamentarismo è comprensibile, giusta e storicamente fondata. La reazione italiana sproporzionata e, come cercherò di spiegare, in una certa misura incostituzionale. Provo a spiegarmi. Il signore che vedete qui sotto è Hans Kelsen, un padre del diritto moderno.

Hans Kelsen

wikipedia.org

Kelsen è considerato il capostipite novecentesco della dottrina liberal-democratica del diritto su base giuspositivista. Nel 1920 Kelsen partecipò alla scrittura della Legge costituzionale federale per la Repubblica austriaca, che sarà poi un modello per la Legge fondamentale della Repubblica federale di Germania del 1949 e anche per la Costituzione della Repubblica italiana del 1946.

Per Kelsen, democrazia e parlamentarismo sono inscindibili:

La lotta combattuta alla fine del secolo XVIII ed al principio del XIX contro l’autocrazia fu essenzialmente una lotta in favore dell’istituto parlamentare, […] una costituzione che accorda alla rappresentanza popolare una parte decisiva nella formazione della volontà statale e mette fine alla dittatura del monarca assoluto o ai privilegi di un ordinamento giuridico per caste.

[… Il parlamentarismo è] formazione della volontà normativa dello Stato mediante un organo collegiale eletto dal popolo in base al suffragio universale ed uguale per tutti, cioè dunque democraticamente, secondo il principio della maggioranza.

[…] il principio della restrizione dei poteri governativi [è] il principio fondamentale del liberalismo politico. La democrazia moderna non può essere separata dal liberalismo politico. Il suo principio è che il governo non deve interferire in certe sfere di interessi proprie dell’individuo. [Hans Kelsen, La democrazia]

Per Kelsen, cioè, non si può «mettere seriamente in dubbio che il parlamentarismo non sia l’unica possibile forma reale in cui nella realtà sociale odierna possa attuarsi l’idea della democrazia.» Ne consegue che «la condanna del parlamentarismo [sarebbe] al tempo stesso la condanna della democrazia».

La cultura democratica e giuridica tedesca è fortemente impregnata del pensiero di Kelsen, che viene studiato non soltanto come un maestro della filosofia del diritto, ma anche come un padre della costituzione e un artefice della rinascita post-nazista e post-bellica. Non è un caso che Kelsen, ebreo di famiglia, sia dovuto fuggire davanti all’espansione del Reich millenario, prima da Colonia e poi da Praga.

Al pensiero di Hans Kelsen si era storicamente opposto, già all’inizio degli anni Trenta, quello di Carl Schmitt, per il quale il parlamento è legato a un sistema sostanzialmente oligarchico: «da teatro di una discussione libera e costruttiva dei liberi rappresentanti del popolo […] diventa il teatro di una divisione pluralistica delle forze sociali organizzate», mentre «le decisioni essenziali vengono prese fuori dal Parlamento.» [le citazioni di Carl Schmitt sono tratte da un articolo di Roberto Di Maria, “La vis expansiva del Governo nei confronti del Parlamento: alcune tracce della eclissi dello Stato legislativo parlamentare nel “ruolo” degli atti aventi forza di legge”].

Insomma, avete capito dove voglio andare a parare: in Italia nel dibattito politico (e implicitamente costituzionale) da oltre 20 anni, in nome della governabilità, ci si è allontanati dal quadro di riferimento kelseniano e avvicinati a quello schmittiano: si è cercato di risolvere il problema della frammentazione delle forze politiche rappresentate in parlamento abbandonando il sistema proporzionale (senza riflettere, se non tardivamente, che in Germania un sistema proporzionale ancorché con sbarramento ha garantito per 60 anni un bipartitismo pressoché perfetto); si è mutato l’equilibrio dei poteri a vantaggio dell’esecutivo e a scapito del legislativo (e, in prospettiva, del giudiziario); la stessa democrazia ha teso a perdere i caratteri di democrazia rappresentativa (come la intendeva Kelsen) per farsi democrazia identitaria (come la intendeva Schmitt).

Monti non è un giurista ma nemmeno uno sprovveduto. Non posso quindi pensare a una gaffe quando afferma che i governi non possono essere rigidamente vincolati alle decisioni dei parlamenti senza spazi di manovra (governments [cannot] let themselves be fully bound by the decisions of their parliaments without protecting their own freedom to act). Non di questo si tratta: i governi hanno questi spazi di manovra, ma devono riferirne e renderne conto ex post in parlamento, che in ultima istanza (e in ultima istanza solamente) ha l’arma della fiducia. E l’affermazione che i governi abbiano il dovere (assegnatogli da chi?) di educare i parlamenti (a duty to educate parliament) lo trovo peggio che insultante: manco i parlamenti fossero gattini da educare alla cassettina sfregandogli il nasino nella cacca.

E pensare che Monti aveva esordito, come presidente del consiglio dei ministri, richiamando le istituzioni europee a più metodo comunitario e meno decisioni del Consiglio europeo (che è composto dagli esecutivi degli Stati membri).

Sospetto, a questo punto, che Kelsen sia del tutto estraneo alla cultura e alla Weltanschauung di Monti: non per quel po’ d’ignoranza sugli altri campi del sapere che ogni specializzazione comporta, ma per il baratro che separa il Kelsen relativista nell’etica e “proceduralista” nella concezione della democrazia dal Monti legato al mondo cattolico e dunque diffidente verso ogni relativismo e portatore di valori “oggettivi”. Non penso sia un caso che Jacques Maritain, il filosofo cattolico caro a papa Montini, abbia scritto polemizzando proprio con Kelsen:

[N]on c’è tolleranza reale e autentica se non quando un uomo è fermamente e assolutamente convinto di una verità, o di quella che ritiene una verità, e quando, nel medesimo tempo, riconosce a quelli che negano questa verità il diritto di esistere e di contraddirlo, non perché siano liberi nei confronti della verità, ma perché cercano la verità a modo loro e perché rispetta in essi la natura umana e la dignità umana. [il corsivo è mio]

È in affermazioni come queste, temo, che Monti scopre il suo dovere di educare i parlamenti.

La strage e Fioravanti

Come spesso accade per questi eventi traumatici, ricordo perfettamente dove mi raggiunse la notizia della stragedi Bologna del 2 agosto 1980. Ero arrivato a Milano il giorno prima per passare qualche giorno con i miei prima delle vacanze “vere”; mia nonna accese la radio per un notiziario; pensammo subito tutti ai fascisti, erano anni che facevano le prove generali. Venendo da Roma, ero passato dalla stazione di Bologna quasi esattamente 24 ore prima, ma – dato che erano i giorni dell’inizio delle ferie di massa e data la posizione nodale di Bologna nel sistema ferroviario italiano – è una coincidenza che condivido con moltissimi.

Ho scritto da poco sulla strage, recensendo un romanzo bruttino (Strage) di Loriano Macchiavelli. Vi si adombra l’ipotesi (ancorché solo romanzescamente) dell’esplosione avvenuta per errore. Non lo penso. E per una volta non la pensa così neppure la magistratura: c’è una sentenza in giudicato (23 novembre 1995), che individua i responsabili, tra gli altri, in Francesca Mambro e Giusva Fioravanti.

I 2 si proclamano innocenti, e ne hanno il diritto.

Forse qualcuno ricorderà Fioravanti come il figlio piccolo di una fortunatissima serie televisiva del 1968-69, forse la prima sit-com o soap-opera (non sono un esperto): era bravissimo e simpaticissimo. Cito da Wikipedia:

La famiglia Benvenuti è una serie TV italiana degli anni sessanta andata in onda su Raiuno e considerata la capostipite delle moderne fiction televisive in quanto scritta appositamente per la televisione da Alfredo Giannetti che ne cura anche la regia.

Narra le vicende di una famiglia italiana appartenente alla media borghesia: padre, madre, due figli e la governante. La serie riscuote molto successo da parte del pubblico in quanto – attraverso la narrazione di fatti quotidiani medi, non eccezionali – riesce ad attivare un forte meccanismo di personificazione e proiezione.

Ma per quanto il personaggio interpretato da Fioravanti da piccolo potesse essere simpatico, il Valerio terrorista e il Fioravanti ergastolano non suscitano in me alcuna comprensione. Lascio parlare Stefano Nazzi e l’articolo che ha scritto oggi per il Post, Il 2 agosto 1980 e altre storie.

C’è un documentario, Un solo errore, girato da Matteo Pasi e dedicato alla strage della stazione di Bologna. In un’intervista Giusva Fioravanti, che per quella strage è stato condannato all’ergastolo, dice «che il presidente dell’associazione delle vittime della strage (Paolo Bolognesi) in quell’attentato ha perso una suocera. E la suocera non è una vera perdita». Dice ancora Fioravanti: «Bolognesi è un vecchio partigiano, è la carica ideologica che lo muove». Dà le pagelle alle perdite: la suocera vale poco, evidentemente.

Quella suocera si chiamava Vincenzina Sala, il 2 agosto 1980 era andata alla stazione di Bologna con il nipotino Marco, sei anni, il figlio di Paolo Bolognesi. Erano lì ad aspettare Paolo e la moglie, che tornavano da un viaggio in Svizzera. L’esplosione li travolse: Marco venne devastato, sfigurato, riconosciuto dai genitori solo per una voglia sulla pancia. Il 3 agosto Sandro Pertini andò in ospedale, ne uscì piangendo, disse «Ho visto un bambino che sta morendo». Non morì Marco, ma i segni di quel giorno li porta ancora addosso: ha invalidità superiori all’80%. Il corpo di Vincenzina venne riconosciuto solo per una doppia fede nuziale al dito. La testa non fu trovata. Il deputato Raisi ha detto però che la suocera di Bolognesi non morì quel giorno, ma tre anni dopo.

Parlano. Giusva Fioravanti ha tutto il diritto di continuare a proclamare la sua innocenza. Ha tutto il diritto di dire, come chiunque altro, ciò che vuole. Ma io il diritto di ricordarmi che era Giusva Fioravanti. Ricordarmi di lui e di quelli che erano con lui: Alessandro Alibrandi, Massimo Carminati, Gilberto Cavallini che il 27 aprile 1976 insieme ad altri camerati in via Uberti, a Milano, squarciò a coltellate l’addome di Gaetano Amoroso, “vestito da compagno”. Ricordarmi di quando Fioravanti e i suoi venivano a Milano, per cercare compagni da ammazzare anche in trasferta.

Ci sono storie che continuano a mettere i brividi. Il 28 febbraio 1978 Fioravanti e i suoi a Roma sono a “caccia di rossi”. In piazza San Giovanni Bosco ci sono alcuni ragazzi su una panchina che si stanno facendo una canna: Fioravanti e i suoi scendono dall’auto, sparano. Scialabba è colpito al torace ma non è morto. Fioravanti gli sale a cavalcioni, lo guarda e lo finisce con due colpi in testa. Si stava solamente facendo una canna, Roberto Scialabba.

Ce ne sono tante di cose da ricordare, non solo il 2 agosto 1980.

Ecco, ricordatevi anche questo, di Giusva Fioravanti.

La decimazione del dirigente pubblico

Il titolo è volutamente sbagliato. È un vecchio trucco, che serve ad attirare l’attenzione del lettore.

In realtà a essere decimato è il dipendente pubblico (tagliare il 10% dei dipendenti pubblici significa eliminarne – vabbè, non letteralmente, diciamo mandarne a casa – 1 su 10). E per me l’immagine dei cittadini rastrellati e messi in fila, e dell’SS che li passa in rassegna e contando dice «tu», «tu», «tu» e «tu», è trita ma irresistibile. Invece, un verbo che si riferisce all’eliminazione di 1 su 5 non mi risulta che ci sia.

Peccato, perché 1 su 5 è veramente tanto. È più della probabilità di farsi un buco nella tempia giocando alla roulette russa con una pistola a tamburo a 6 colpi carica con una pallottola sola: un gioco che non penso nessuno di voi farebbe, anche se magari tra voi c’è qualcuno che gioca al Superenalotto (dove la probabilità di fare 6 è una su 622.614.630).

È la probabilità di trovare una sorpresa speciale nell’ovetto kinder:

Ma come è possibile che nella pubblica amministrazione italiana un dirigente su 5 sia in eccesso? Già mi sembra sconvolgente che il governo (cioè la pubblica amministrazione stessa, che per il governo e per suo ordine ha istruito il provvedimento) abbia detto che un dipendente pubblico su 10 è di troppo. Mai tra i dirigenti il numero raddoppia. Quali perversi meccanismi hanno operato per arrivare a questo risultato disastroso?

Vorrei provare a fare 2 ragionamenti.

Ma prima un disclaimer e una confessione: nella vita vera, fuori dal web voglio dire, sono un dirigente pubblico. Quindi non aspettatevi da me un’assoluta neutralità.

Demetrio Pianelli

wikipedia.org

Primo ragionamento.

Ammettiamo per un attimo che l’assunzione nella pubblica amministrazione non risponda mai a nessun criterio virtuoso. Ci sono, è vero, i concorsi pubblici per titoli e/o per esami. Ma è tutta una burletta. Nessuno ha mai funzionato, se non perversamente. Hanno invece operato il nepotismo, la raccomandazione politica e non so quale altro meccanismo di selezione avversa, come dicono gli economisti. Risultato? 1 su 10 è indegno di fare parte della pubblica amministrazione? Può essere. Ma non abbiamo modo di affermarlo con certezza. Può darsi che il meccanismo di selezione, pur non avendo operato nel senso sperato (separando i migliori dai mediocri) non abbia nemmeno operato del tutto nel verso opposto (selezionando i peggiori): se nella popolazione di partenza gli incapaci fossero 1 su 10, il procedimento di selezione avrebbe alla fin fine operato in modo neutro.

Quindi non può essere questa, razionalmente, la motivazione del provvedimento. Se il provvedimento ha una ratio, allora, è quella che un dipendente pubblico su 10 non è abbastanza produttivo, è un lusso che non ci possiamo permettere in questi tempi cupi, e per questo lo mandiamo a casa.

A questo punto mi viene un dubbio. Perché un tasso di disoccupazione del 10% è giudicato altissimo (infatti il tasso di disoccupazione più recentemente diffuso dall’Istat, e relativo al mese di maggio 2012, era del 10,1% e ha suscitato vasto e giustificato allarme), mentre distruggere il 10% dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione è cosa buona e giusta? Perché la nostra pubblica amministrazione è troppo costosa e i nostri dipendenti pubblici sono troppi, no?

No. Dati Eurostat relativi al 2010, citati dall’Istat in Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, edizione 2012:

Peso del settore pubblico. La rilevanza del comparto pubblico sul complesso dell’economia dei paesi occidentali può essere misurata in termini di spesa per abitante. Ne emerge un quadro che, in rapporto agli altri paesi europei, ridimensiona fortemente il ruolo delle Amministrazioni pubbliche (Ap) nel nostro Paese. Nel 2010, la spesa pubblica ammonta a circa 13 mila euro per abitante. Questo valore colloca l’Italia poco sopra la media europea. […].
L’Italia presenta livelli di spesa per abitante inferiori alle principali economie dell’Unione. Nel 2010, la pubblica amministrazione italiana spende poco meno di 13 mila euro per abitante e si colloca al dodicesimo posto nella graduatoria europea, subito dopo la Francia (16.878 euro per abitante), la Germania (14.503) e il Regno Unito (13.833). Ai vertici della graduatoria si trovano il Lussemburgo con oltre 33 mila euro per abitante, la Danimarca e l’Irlanda con oltre 23 mila euro seguite dagli altri paesi nordici. Tra le grandi economie dell’Unione, solo la Spagna spende meno dell’Italia con poco più di 10.400 euro per abitante. A molta distanza, infine, quasi tutti i paesi di nuova adesione.

Per quanto riguarda i dipendenti del settore pubblico i dati non sono così aggiornati e dobbiamo andare all’edizione 2010 di Noi Italia, che utilizza dati Eurostat riferiti al 2008.

Occupati del settore pubblico.
In calo il peso occupazionale del settore pubblico
UNO SGUARDO D’INSIEME
L’importanza del comparto pubblico nel complesso dell’economia dei paesi occidentali è da tempo al centro dell’attenzione. Il peso occupazionale del settore pubblico misura, da un lato, il ruolo delle Amministrazioni pubbliche (Ap) negli equilibri del mercato del lavoro; dall’altro – ancorché indirettamente – la capacità di erogare servizi alla collettività.
In Italia nel 2008 il settore pubblico rappresenta il 14,4 per cento della forza lavoro impiegata, con una dinamica in costante calo fin dal 1990.
[…]
L’ITALIA NEL CONTESTO EUROPEO
Nel 2008, il peso occupazionale del settore pubblico è del 20 per cento nel complesso dei paesi dell’Unione europea e risulta in calo di 1,7 punti percentuali rispetto al 2000. L’Italia, con il 14,4 per cento, si colloca al ventitreesimo posto della graduatoria europea, poco al di sopra della Germania.
Il contesto europeo si caratterizza anche per una forte variabilità tra i paesi. Nelle economie di nuova adesione il peso del settore pubblico è ancora molto elevato, anche se in forte riduzione. Svezia e Danimarca, paesi dove lo stato sociale è fortemente radicato, si attestano rispettivamente al 33,9 e al 32,3 per cento. Sul versante opposto, in Austria e in Lussemburgo il peso occupazionale del settore pubblico è il più basso d’Europa (11,8 e 10,8 per cento, rispettivamente).
Quasi tutti i paesi europei presentano inoltre dinamiche di riduzione più o meno accentuate, con alcune eccezioni di rilievo: il Regno Unito (+1 punto percentuale tra 2000 e 2006), Grecia (+1,2) e Svezia (+0,2 tra 2000 e 2007).
LA SITUAZIONE NAZIONALE
[…] Nel complesso, il comparto pubblico è in costante riduzione, sia in valori assoluti sia rispetto al totale delle unità di lavoro. Tra il 2000 e il 2008 si rileva una diminuzione dello 0,8 per cento delle unità di lavoro delle Ap, mentre la riduzione rispetto all’inizio degli anni Novanta (-4,8 per cento) è ancora più consistente.
Andamento analogo ha il peso delle Ap rispetto al totale dell’occupazione: si passa dal 16,2 per cento del 1990 al 15,5 per cento del 2000, per arrivare al 14,4 per cento del 2008. La diminuzione tra il 1990 e il 2008 ammonta quindi a 1,8 punti percentuali (la maggiore riduzione si rileva nel periodo 2000-2008, con 1,1 punti percentuali).

Non voglio tanto attirare la vostra attenzione sul fatto che nessuno ha citato questi numeri. Vorrei piuttosto che rifletteste sulla circostanza che nessuno ha presentato dati di sorta, nemmeno che smentissero questi. Nessuno ha bisogno di dire che i dipendenti pubblici sono troppi o troppo pagati. Nessuno – a fronte di provvedimenti su cui le diverse parti politiche hanno variamente sentito il bisogno di far registrare il proprio dissenso (Alfano, PdL: «Da mesi diciamo: ‘Meno spesa, meno debito, meno tasse’»; Bindi, PD: «È un’altra manovra: il Paese la regge? È quello che ci vuole?»; Zaia, Lega: «Sono assolutamente convinto che la Spending review così, com’è impostata, sia incostituzionale»; Di Pietro, IdV: «È un rimedio peggiore del male») e persino Confindustria ha alzato la voce abbastanza da far scattare la reprimenda del premier (Mamma, lo vedi Paolino che fa salire lo spread?) – ha sentito il bisogno di sostenere con qualche argomentazione o con qualche dato la correttezza della scelta di far perdere il lavoro al 10% dei dipendenti pubblici. È una verità autoevidente come quelle richiamate dal preambolo della Dichiarazione d’indipendenza americana del 1776 o la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni unite. I dipendenti pubblici sono troppi, improduttivi e troppo pagati. I genovesi sono avari. I torinesi falsi e cortesi. Le ferraresi versate nell’arte della fellatio.

Grosz Gray Day

wikipaintings.org/

Secondo ragionamento.

Perché i dirigenti meritano una decurtazione ancora più severa, in effetti il doppio più severa di quella già importante inflitta agli altri dipendenti pubblici? Sono, verrebbe da dire, doppiamente in eccesso, doppiamente improduttivi, doppiamente troppo pagati?

Dev’essere così per forza. Ma per essere così, dev’essere successo qualcosa di ancora più perverso nel processo di selezione dei dirigenti pubblici: tutto il processo di carriera, di scelta dei dirigenti e di conferma dei loro incarichi deve aver operato nella direzione di far avanzare sistematicamente i più improduttivi e inefficienti tra la platea di improduttivi e inefficienti che costituivano la base su cui operare la scelta. Soltanto così si può passare da una concentrazione di improduttivi e inefficienti del 10% (tra i dipendenti pubblici nel complesso) a una del 20% (tra i dirigenti pubblici)

Per non annoiarvi ulteriormente, ripetendo e ampliando quanto ho già detto con riferimento al caso generale, voglio qui citare come evidenza aneddotica il racconto che mi ha fatto un collega, che mi ha chiesto di rispettare il suo anonimato:

Non ho lavorato sempre nel settore pubblico. Ho lavorato anche come dipendente privato e come libero professionista, per 15 anni. Ho scelto (sì, almeno in parte ho avuto il privilegio di scegliere) la carriera nella pubblica amministrazione anche per una motivazione deontologica: l’Italia aveva attraversato la crisi del 1992 ed era ancora in difficoltà; c’era, anche allora, un governo “tecnico”; con Cassese c’erano spinte per l’ammodernamento della pubblica amministrazione; io avevo passato i 40 anni. Partecipai a un concorso per dirigente, direttamente per la posizione più elevata prevista in quella amministrazione. Era un concorso per titoli, in cui sono stato giudicato soltanto sulla base di quanto avevo prodotto, in modo documentato, nei 15 anni di attività precedenti. Non lo dico per autoincensarmi, ma per far capire che le possibilità di truccare la partita erano abbastanza poche, o meno dell’ordinario. Almeno spero. Per di più, ero uno che veniva da fuori e concorreva con persone che in quell’amministrazione ci lavoravano da anni e avevano un percorso di carriera tutto interno. Un outsider.

Ho vinto. Meritatamente? Io penso di sì, ma non è essenziale per gli sviluppi della storia.

Dopo 6 mesi mi è stata affidata la responsabilità di una struttura. Dopo 6 anni sono diventato un direttore (si poteva essere direttore a due livelli, e io lo ero al livello più basso; ma ero comunque nei top twenty di un’organizzazione di oltre 2.000 persone), e lo sono ancora adesso. Ma non sono stato abbarbicato al mio scoglio come una patella. Il contratto privatistico che mi veniva fatto periodicamente firmare era a tempo determinato (2 o 3 anni, mai di più) e l’amministrazione avrebbe potuto interromperlo ad nutum (cioè senza dovermi spiegare il perché) anche soltanto perché si riorganizzava. Ma non l’ha fatto. Nei 12 anni intercorsi dalla mia promozione a direttore, il contratto è stato valutato e rinnovato più volte: l’amministrazione, cioè, pur rinnovandosi e ristrutturandosi, e pur ritenendo di affidarmi aree di responsabilità diverse, mi ha sempre confermato come direttore. Inoltre, fin dall’inizio una parte del mio stipendio era legato alla valutazione della mia performance: all’inizio di ogni anno mi venivano (e mi vengono tuttora) formalmente assegnati degli obiettivi e il loro conseguimento veniva (e viene tuttora) valutato da un Organismo indipendente per la valutazione. Ho sempre conseguito il massimo. Una burletta, direte voi. Possibile; ma una valutazione regolata dalle leggi di questo Paese e, quella sì, al di fuori della mia responsabilità.

Adesso che abbiamo visto un caso particolare, allarghiamo lo sguardo all’insieme dei dirigenti delle altre amministrazioni pubbliche sottoposte al procedimento di decimazione, o meglio di “quintazione”: hanno tutti storie simili da raccontarvi. Da una quindicina d’anni, infatti, dalla riforma Bassanini in avanti, si lavora così nelle posizioni di responsabilità della pubblica amministrazione.

Comunque sia gestita, questa operazione – su cui nessuno ritiene di dover sprecare un commento o una lacrima – sarà sommamente ingiusta.

Anche perché, ditemi: perché mai una pubblica amministrazione che ritenete sia stata incapace di selezionare dei dirigenti efficienti, dovrebbe miracolosamente essere capace di selezionare correttamente quelli inefficienti?

Le acciughe hanno ragione

La vita è una dura maestra (o quella era la storia? o la luna?). Insomma, in genere non è molto clemente: se fai uno sbaglio, te la fa pagare duramente. A volte, per fortuna, l’errore è virtuale e le conseguenze che paghi sono minime. [Uno scherzo nello scherzo: è stato il romanzo di Robert Heinlein, The Moon Is a Harsh Mistress, a rendere popolare l’acronimo TANSTAAFL!, There Ain’t No Such Thing As A Free Lunch! – era il 1966.]

Tanstaafl

wikipedia.org

Ma andiamo con ordine. Da qualche giorno gironzola viralmente per la rete (io l’ho vista su Facebook) questa vignetta:

Don't Panic, Organise

media.tumblr.com

L’altro ieri, dopo averla vista, commentandola, mi sono messo a polemizzare. Mi sembrava che l’organizzazione della seconda vignetta non fosse un’organizzazione vera, ma un’organizzazione soltanto apparente. In altro parole: sembra un pesce più grosso di quello che scappa, ma non lo è realmente. Basta che il predatore ora in fuga rifletta un secondo, che si gira e ti si mangia i pescetti in un boccone.

Pensavo di avere ragione, influenzato anche dal poeta che ammonisce che sì, “le acciughe fanno il pallone” ma che il tonno non si fa ingannare e se non sei veloce con la rete “non te ne lascia una.”

Le acciughe fanno il pallone
che sotto c’è l’alalunga
se non butti la rete
non te ne lascia una

alla riva sbarcherò
alla riva verrà la gente
questi pesci sorpresi
li venderò per niente

se sbarcherò alla foce
e alla foce non c’è nessuno
la faccia mi laverò
nell’acqua del torrente

ogni tre ami
c’è una stella marina
amo per amo
c’è una stella che trema

ogni tre lacrime
batte la campana
passano le villeggianti
con gli occhi di vetro scuro

passano sotto le reti
che asciugano sul muro
e in mare c’è una fortuna
che viene dall’oriente

che tutti l’hanno vista
e nessuno la prende
ogni tre ami
c’è una stella marina

ogni tre stelle
c’è un aereo che vola
ogni tre notti
un sogno che mi consola

bottiglia legata stretta
come un’esca da trascinare
sorso di vena dolce
che liberi dal male

se prendo il pesce d’oro
ve la farò vedere
se prendo il pesce d’oro
mi sposerò all’altare

ogni tre ami
c’è una stella marina
ogni tre stelle
c’è un aereo che vola

ogni balcone
una bocca che m’innamora
ogni tre ami
c’è una stella marina

ogni tre stelle
c’è un aereo che vola
ogni balcone
una bocca che m’innamora

le acciughe fanno il pallone
che sotto c’è l’alalunga
se non butti la rete
non te ne lascia una
non te ne lascia una
non te ne lascia

Poesia, poesia, “perché di tanto inganni i figli tuoi?”

Dopo essermi incaponito a vilipendere la virale vignetta e chi me l’aveva mandata, tornato sobrio sono andato ad abbeverarmi alla più affidabile scienza, e mi sono dovuto ricredere: la strategie delle acciughe funziona.

Ecco che cosa ho trovato, sull’archivio di Tuttoscienze, inserto scientifico de La Stampa.

SCIENZE DELLA VITA. STRATEGIE DIFENSIVE
Acciughe, argento vivo
Banchi compatti contro i predatori
di Matteo Perelli
17 dicembre 1997

ERO a 15 metri sotto la superficie marina quando all’improvviso fui colpito dal luccicare di una massa argentea che si muoveva davanti a me. Non era un sommergibile nucleare né un grosso mammifero marino e nemmeno un grosso squalo bianco ma semplicemente un banco di acciughe. Mi tuffai allora dentro quella nuvola argentata, costituita da almeno un migliaio di individui, nel tentativo di toccarne qualcuna. Il banco di acciughe cambiò però rapidamente direzione e si dileguò lasciandomi a mani vuote. Come potevano tanti pesci spostarsi contemporaneamente così da costituire un unico insieme indivisibile sia nella forma sia nei movimenti?
Le acciughe sono pesci dalle abitudini gregarie che trovano il loro meccanismo difensivo nel rimanere uniti in modo da confondere i predatori; il gioco di luci che si viene a creare sui loro corpi è uno spettacolo meraviglioso, ma tentare di fissare lo sguardo su una sola creatura in questa massa scintillante è quasi impossibile. I predatori rimanendo così confusi non riescono a catturare un singolo individuo perché non sanno scegliere la loro vittima.
Il colore argenteo è prodotto da microscopiche lamelle rifrangenti che ricoprono le loro squame. Esse sono formate da iridociti, sorta di cristalli opachi composti da un materiale chiamato Guanina (composto chimico presente anche negli acidi nucleici, come Dna ed Rna, comuni alle cellule di tutti gli esseri viventi). Questo cristallo riflette la luce in vari modi, tanto che a volte conferisce al pesce un colore argenteo mentre altre volte il colore è bianco. L’unione di diversi strati di Iridociti ad uno strato di pigmento normale, in cui si mescolano anche alcuni di questi cristalli opachi, produce l’iridescenza. Non è ancora ben chiaro come la luce è riflessa, ma probabilmente gli strati sovrapposti di cristalli permetterebbero ad alcune lunghezze d’onda, o colori, di essere riflesse con un angolo particolare, mentre altre verrebbero assorbite. L’acciuga (Engraulis encra sicholus) appartiene all’ordine dei Clupeiformi, pesci apparsi nel Cretaceo comprendenti le principali famiglie dei Clupeidi e degli Engraulidi. Ai Clupeidi appartengono specie come l’aringa (Clupea harengus), la sardina (S. pilchardus sardina), l’alaccia (Sardinella aurita) e l’alosa (Alosa alosa) con la quale non dobbiamo confondere invece l’acciuga. In particolare viene infatti spesso confusa dal profano con la sardina. Anche se si tratta di pesce azzurro, esistono alcune particolari diversità per le quali è pressoché impossibile incorrere nell’errore. È presente in tutto il Mediterraneo, nell’Oceano Atlantico, nonché nel Baltico e nel Mare del Nord.
L’acciuga, chiamata anche alice, ha il corpo affusolato, poco compresso, con la superficie ventrale liscia. L’occhio è grande e circolare. La bocca, apparentemente piccola, è in effetti molto grande. Il colore del dorso è azzurro-verdastro quando è ancora viva ma dopo pescata assume una colorazione bluastra. Fianchi e ventre sono argentati. Può raggiungere una lunghezza totale di 20 cm. La sardina invece ha una corporatura più massiccia con il ventre leggermente carenato, presenta varie macchie nere non ben definite dietro l’opercolo branchiale, che è nettamente striato. Inoltre ha il dorso verde oliva e lungo i fianchi corre una striscia bluastra. […]

Sull’argomento torna, due settimane dopo (nel numero del 31 dicembre 1997), Isabella Lattes Coifmann:

SCIENZE DELLA VITA. STRATEGIE DEI PESCI PICCOLI
La salvezza è nel branco
E tanti sistemi per comunicare
di Isabella Lattes Coifmann
31 dicembre 1997

SI è parlato recentemente su queste pagine dell’esperienza di un biologo che, durante un’immersione, capita in mezzo a una miriade di acciughe. Un’esperienza affascinante, perché mette l’uomo a contatto diretto con quella che si può definire una delle più efficienti strategie difensive della natura. Al fenomeno del “banco di pesci” ha dedicato anni di ricerche una biologa americana, Evelyn Shaw della Stanford University. Cos’è il banco? E’ la forma più semplice di raggruppamento sociale. Non è una vera e propria società, come potrebbe essere quella delle api o dei babbuini, in cui c’è un ordine gerarchico e una suddivisione del lavoro. Non esiste un leader, un capofila che guida lo sciame, ma i pesci che nuotano in prima linea si scambiano frequentemente il posto con quelli che si trovano in posizioni arretrate. È come se i componenti del banco rispondessero a una misteriosa parola d’ordine: “Attenzione! Mantenere le distanze. Nuotare paralleli ai compagni di destra e di sinistra. Pronti a virare se gli altri virano. Sempre compatti e all’unisono in tutti i movimenti”. È la strategia vincente per sopravvivere in un mondo, come quello acquatico, popolato da predoni affamati. La adottano i pesci piccoli, come quei graziosi pesciolini giallo-rossi lunghi una decina di centimetri che rispondono al nome di Anthias squamipinnis, ma la adottano anche pesci più grossi come le acciughe, le aringhe, i merluzzi, i tonni e tanti altri. Sono banchi costituiti da esemplari di dimensioni pressoché identiche e quindi presumibilmente della stessa età, che possono contare anche milioni di individui e ricoprono allora superfici immense. Si è accertato che l’attrazione reciproca si basa su stimoli visivi. È l’immagine del conspecifico che determina la reazione dell’individuo e lo fa adeguare immediatamente alla posizione degli altri. Una così perfetta sincronia di movimenti si evolve durante lo sviluppo. Negli esperimenti fatti in laboratorio dalla ricercatrice americana sui piccoli pesci argentei del genere Menidia, è apparso evidente che le larve di questi pesciolini, che alla nascita misurano quattro millimetri e mezzo, incominciano a formare banchi riunendosi in gruppo soltanto quando raggiungono gli undici o dodici millimetri di lunghezza. Man mano che crescono, l’istinto gregario si fa sempre più accentuato e i banchi diventano più compatti.
Indubbiamente il gruppo ha un effetto deterrente sul predatore, un banco di pesci piccoli che procede compatto simula un pesce grosso e la sua vista generalmente scoraggia il predatore. Ma anche nel caso che non raggiunga lo scopo di intimorirlo, riesce tuttavia a ridurre le perdite al minimo. Perché tutto quel turbinio di pesci che si muovono all’unisono intorno a lui, quel balenio di riflessi argentei finiscono per confonderlo. Non riesce a mangiarne che una minima parte, mentre ne mangerebbe assai di più se nuotassero isolati.
[…]
Per tutt’altro scopo si coalizzano le inoffensive e graziose donzelle (Coris julis). Non hanno nessuna intenzione di commettere un’azione teppistica come quella degli Zebrasoma. Vogliono semplicemente unire le proprie forze per scacciare un visitatore importuno. Lo fanno per esempio per mettere in fuga un grosso polpo che tenta d’insediarsi nella loro tana, oppure per cacciar via un barracuda che vorrebbe stabilirsi nel loro territorio. Queste coalizioni di creature inermi per combattere un nemico assai più forte di loro prende nome di “mobbing“. E’ un termine inglese che si può tradurre: ” raggrupparsi in bande”. Una strategia abbastanza diffusa nel mondo animale.
[…]
La straordinaria coesione del banco di pesci presuppone che esista un sistema di comunicazione tra i suoi membri. Qualche volta si tratta di una vera e propria comunicazione vocale a base di fruscii, di strofinii, di crepitii, in barba al detto che i pesci sono muti. Un altro canale di comunicazione è quello chimico. Come gli insetti e i mammiferi, anche i pesci emettono messaggi odorosi, i cosiddetti feromoni, che trasmettono messaggi di vario tipo. E infine vi sono pesci che comunicano mediante l’elettricità. Come i mormiridi africani che producono debolissime scariche elettriche. Non appena si profila all’orizzonte la sagoma di un predatore, l’avvistatore passa parola (elettrica, naturalmente) ai compagni che nuotano in ordine sparso e in men che non si dica si aggregano tutti a simulare un pesce grosso che tiene il nemico a distanza. La salvezza, dunque, sta nel numero.

[In entrambi gli articoli, i corsivi sono miei]

Il senso dell’ingiustizia tra le scimmie cappuccine

Frans de Waal – probabilmente il più grande primatologo vivente – riproduce in questo breve filmato un esperimento fatto da lui e dai suoi collaboratori più di 10 anni fa.

Frans de Waal

wikipedia.org

A due scimmie cappuccine, esposte per la prima volta a questo esperimento, viene dato un semplice compito: restituire un sasso che la sperimentratrice le ha dato. Se lo fa (e lo fa con grande facilità) riceve un premio una fettina di cetriolo.

Scimmia cappuccina

wikipedia.org

Fin qui tutto bene: nella prima replicazione dell’esperimento, entrambe le scimmie – che sono fianco a fianco in una gabbia trasparente e quindi si vedono tra loro – fanno l’esercizio e ricevono la loro fettina di cetriolo in premio.

Ma dalla seconda replicazione in avanti, la scimmia di sinistra continua ad avere il cetriolo, mentre la seconda viene premiata con un acino d’uva.

Guardate voi stessi che cosa succede:

Chiunque di voi abbia subito il trattamento del cetriolo, ormai proverbiale, sa la rabbia che si prova.

Fransiscus Bernardus Maria de Waal, conosciuto semplicemente come Frans de Waal (‘s-Hertogenbosch, 29 ottobre 1948), è un etologo e primatologo olandese. La sua attività scientifica verte principalmente sullo studio comportamento sociale dei primati, in particolare scimpanzè e bonobo. È professore di Primate behavior (comportamento dei primati) presso la Emory University, direttore del Living Links Center presso lo Yerkes National Primate Research Center e membro della Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen e della National Academy of Sciences. È inoltre autore di molti libri divulgativi su bonobo e scimpanzè. [dalla voce di wikipedia]

Qui sotto, se volete, l’intera conferenza:

Fornero e l’Inps: quale accountability senza libertà d’informazione?

Non sono molto interessato a discutere il merito delle polemiche tra ministro Fornero e vertici dell’Inps sulla questione del numero degli “esodati” (orrendo neologismo) e sulle modalità di divulgazione delle diverse stime. Va da sé che ho una mia personale opinione, ma se la esprimessi distrarrei me e voi da quello che considero il punto di maggiore sostanza della vicenda.

Che secondo me è questo: il documento redatto dall’Inps deve essere pubblico o no?

Elsa Fornero

wikipedia.org

Provo a riassumere la vicenda, per quello che sono riuscito a ricostruirla:

  1. l’11 giugno 2012, alle 17:27, l’ANSA “apprende” che l’INPS stima il numero degli “esodati” in 390.200 e – poiché è una notizia-bomba – la pubblica:
    «I lavoratori esodati che potrebbero avere diritto ad andare in pensione sulla base delle vecchie regole secondo il decreto Salva Italia e il Milleproroghe sono 390.200: è quanto emerge – secondo quanto apprende l’ANSA – dalla Relazione INPS al ministero del Lavoro inviata prima della firma del decreto che fissa a 65.000 la quota dei salvaguardati.»
  2. Nella giornata di ieri (12 giugno) si è registrata la reazione di Elsa Fornero (si va dalla semplice “irritazione” al “forte disappunto”) per la divulgazione del documento dell’Inps, di cui si dice – ma è evidente la contraddizione – che non avrebbe dovuto essere diffuso sia perché “parziale e non spiegato” (Fornero su tutti i quotidiani e su questo lancio ANSA), sia perché qualche regola o procedura lo vietava («Se fossimo in un settore privato questo sarebbe un motivo per riconsiderare i vertici. Siamo in un settore pubblico, ci sono le leggi e c’è il parlamento e tutte queste procedure vanno rispettate». Così secondo un articolo del Corriere della sera di oggi, 13 giugno 2012).

La prima delle motivazioni mi sembra veramente debolissima. Sul numero degli esodati si discute da quando è stato varato il decreto SalvaItalia, cioè da dicembre dell’anno scorso. La relazione incriminata dell’INPS ~ a quanto è dato sapere – è datata 22 maggio 2012 ed è stata trasmessa, oltre che al Ministero del lavoro, anche alla Presidenza del consiglio dei ministri, al Ministero dell’economia e alla Ragioneria generale dello Stato. L’esecutivo avrebbe avuto, secondo me, tutto il tempo di spiegare e di completare le stime del documento INPS, se davvero lo riteneva “parziale e non spiegato”.

Ma a me preoccupa molto di più la seconda. Non so se esistano davvero norme o procedure che facciano divieto all’INPS di divulgare documenti tecnici, anche se su materie delicate. Penso piuttosto che ci sia qualche prassi in questo senso: è noto che nella culla del diritto le norme sono state soffocate dalla prassi, come i passerotti gettati fuori dal nido dal piccolo cuculo).

Se è così, come purtroppo temo, questa è un’occasione da cogliere: per dire al ministro Fornero e a tutto il governo che quello che vogliamo è la trasparenza, non la tutela. Che i cittadini non sono sudditi ignoranti, e non devono essere protetti da nessuna informazione, neppure da un dato giudicato “parziale e non spiegato”. Vogliamo tutte le informazioni e gli strumenti per poterne valutare l’attendibilità da soli: o meglio, con l’aiuto della discussione pubblica e aperta degli esperti e delle parti in causa.

Il movimento degli open data va in questa direzione. Il manifesto degli open data (l’articolo di Robinson,Yu, Zeller e Felten del 2008] affermava che l’obiettivo primario del governo come editore online avrebbe dovuto essere di pubblicare dati facili da (ri)usare per tutti, piuttosto che di aiutare i cittadini a usare i dati in un modo particolare o in un altro. Questo obiettivo, però, negli Stati Uniti è raggiungibile (e in buona parte raggiunto, grazie all’Open Government Initiative dell’amministrazioe Obama e all’Open Government Directive dell’8 dicembre 2009) perché lì vige dal 4 luglio 1966 (!) il Freedom of Information Act (FOIA), che «impone alle amministrazioni pubbliche una serie di regole per permettere a chiunque di sapere come opera il Governo federale, comprendendo l’accesso totale o parziale a documenti classificati. Il Freedom of Information Act ha aperto a giornalisti e studiosi l’accesso agli archivi di Stato statunitensi, a molti documenti riservati e coperti da segreto di Stato, di carattere storico o di attualità. Il provvedimento è un punto importante che garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino (nello spirito di considerarlo quanto tale e non quanto suddito), e il diritto di cronaca e la libertà di stampa dei giornalisti.» [Wikipedia].

Due precisazioni:

  1. Il FOIA è stato emendato per normare l’accesso ai documenti elettronici (Electronic Freedom of Information Act – E-FOIA).
  2. Il principio generale è quello della libertà di informazione, mentre le esclusioni (che sono soltanto 9) sono specificate dettagliatamente.

Molti Paesi, oltre agli Stati Uniti, hanno una legislazione sulla libertà d’informazione. Trovate qui un quadro completo e aggiornato. Per il caso italiano (limitato all’accesso agli atti amministrativi) vi rinvio qui.

Per questo ritengo essenziale, proprio per dare realtà al movimento open data, che anche l’Italia si doti di un suo FOIA e per questo ho aderito a una campagna in tal senso. Chi fosse interessato la trova qui.

Vi segnalo anche l’articolo scritto da Valentino Larcinese e Riccardo Puglisi su LaVoce, Per un “Freedom of Information Act” italiano.

Il vegano e il talebano: errori di scienza, di logica e di etica

Oggi mi è capitato di leggere (grazie a Facebook: e poi scrivono che il web e i social network ci fanno leggere e frequentare soltanto persone e idee eguali alle nostre!) un articolo che mi ha letteralmente fatto infuriare. Ma poi, dopo un bel respiro profondo, ho provato a pensare e adesso provo a condividere con voi le mie riflessioni.

Intanto, giusto per darvi un idea, il titolo e l’occhiello dell’articolo e il link alla pagina dove potete andarvelo a leggere per intero:

Terremoto in Emilia: “io il Parmigiano Reggiano non lo compro”

Il terremoto che ha messo in ginocchio l’Emilia ha colpito anche i magazzini di Parmigiano Reggiano. Negli ultimi giorni si sono dunque moltiplicati gli appelli per salvare il formaggio ‘terremotato’ e sostenere i caseifici che producono il prestigioso parmigiano. Eppure c’è chi, come Filippo Schillaci, ha deciso di non rispondere a questo appello, in nome di “una solidarietà di ordine superiore”, quella verso il pianeta. (ilCambiamento.it)

Parmigiano

ilcambiamento.it

Non conosco Filippo Schillaci (e non ho neppure tanta fretta di conoscerlo, per la verità), ma l’ho googlato e posso condividere con voi quel poco di autobiografico che scrive qui:

È nato a Messina nel 1960. Lavora in part time alla seconda università di Roma. Dal 1996 vive in campagna nei dintorni di Roma autoproducendo buona parte del proprio cibo e utilizzando le risorse rinnovabili del luogo (acqua piovana, energia solare).
Collabora con il Movimento per la Decrescita Felice nel cui ambito si occupa di impatto ambientale dell’alimentazione. I suoi interessi teorici sono orientati prevalentemente sulla critica dell’antropocentrismo e sulla nonviolenza.

Il ragionamento che sviluppa Schillaci è abbastanza lineare (se non vi fidate del mio riassunto – che vi risparmia ad esempio la facile trappola emotiva che equipara il parmigiano-reggiano ai SUV – andate alla fonte):

  1. In nome della solidarietà con i produttori danneggiati dal terremoto vi si chiede di comprare e consumare il parmigiano-reggiano.
  2. La solidarietà verso i terremotati sarebbe anche una buona cosa, relativamente parlando.
  3. Ma non lo è più quando contrasta con una «solidarietà di ordine superiore», «quella verso il pianeta» [il grassetto è di Schillaci].
  4. «Il male, diceva Lanza del Vasto, consiste semplicemente nell’operare per il bene di una parte.» [se, come me fino a qualche minuto fa, avete le idee confuse sui detti di Giuseppe Giovanni Luigi Enrico Lanza di Trabia-Branciforte vi invito a farvene almeno un’idea su wikipedia e sui link raggiungibili da lì].
  5. «Parliamo innanzi tutto di impatto ambientale: produrre qualsiasi cosa costa, no, non in termini economici ma in termini di sottrazione di risorse alla biosfera.» [il grassetto è sempre di Schillaci].
  6. L’industria casearia «è fra tutte le attività umane una di quelle che più stanno devastando la Terra.»
  7. Per di più, il formaggio fa malissimo: «mangiare formaggio significa letteralmente sciogliere le ossa nelle urine.»
  8. Convertitevi al veganesimo, o comunque si chiami, e andate poi a predicarlo come sto facendo io adesso [lo ammetto, non sono le parole letterali di Schillaci, ma un riassunto di quello che scrive nella seconda metà dell’articolo. Hanno se non altro il vantaggio di parafrasare Marco 1, 20: «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”.»)
  9. La conclusione merita di essere riportata integralmente: «E cosa fare allora per i poveri caseificatori che hanno subito un così duro colpo? Ho una modesta proposta: potremmo fare una colletta per aiutarli a convertire le loro aziende in qualcosa di più sostenibile. Ad esempio una fabbrica di SUV. Sì, proprio quelle orrende, mastodontiche, grottesche cassapanche a motore che costituiscono la più recente, ridicola ed estrema degenerazione del consumismo su gomma. Faranno ancora danni producendo SUV, certamente, ma di meno.»

Non la voglio fare troppo lunga e mi soffermerò su alcuni punti che, spero, contribuiranno a chiarire il titolo che ho voluto dare a questo post.

Errori di scienza. Scrive Schillaci: «produrre qualsiasi cosa costa, no, non in termini economici ma in termini di sottrazione di risorse alla biosfera.» Qui si confondono 2 piani, che invece sarebbe meglio – per chiarezza – tenere distinti. Il primo è quello fisico, quello che Schillaci chiama piano della sottrazione di risorse alla biosfera. Su questo non c’è scampo. È scientificamente provato dal secondo principio della termodinamica (“In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo” o, come diceva qualcuno, “è facile fare una frittata rompendo le uova, molto più difficile rifare le uova a partire dalla frittata”): la tendenza generale può essere invertita soltanto localmente, in contesti lontani dall’equilibrio, ma al costo comunque di un aumento dell’entropia complessiva del sistema. Questo è esattamente quello che fanno gli esseri viventi: nuotare per un po’ contro la corrente dell’entropia sottraendo risorse alla biosfera. Quando si smette di farlo si è tecnicamente morti. Quindi: anche i vegani vivi sottraggono risorse alla biosfera. Forse meno di me, questo lo posso ammettere (ma non concedere).

Dunque, quando si parla di termodinamica (cioè di pianeta, di risorse, di energia e di “biosfera”) il gioco non solo non è a somma nulla, ma è a somma negativa. Quando si parla di economia il discorso è diverso: la grande invenzione dell’economia, che ha cambiato la storia umana (e anche la storia della vita sulla terra) è che sono possibili giochi a somma positiva. Più esattamente, che alla radice dello scambio economico c’è un guadagno per entrambi i giocatori: se io so fabbricare gli ami ma sono una pippa a pescare, e tu sai pescare ma non sai fabbricare gli ami, piuttosto che farci ognuno gli ami e la pesca da sé (“producendo” tot ami e tot pesci), ci conviene scambiare ami contro pesci e staremo meglio entrambi (più ami e più pesci di prima da dividere tra noi). Questo, in sé e per sé, non c’entra nulla con la sottrazione di risorse alla biosfera (comunque inevitabile). Quello che misura il calcolo economico (la vituperata crescita e il vituperato PIL) è l’aumento di “cose consumabili” (pesci, ami, beni, servizi, tutto il cocuzzaro con cui anche Schillaci vive e prospera) reso possibile dal “combinato disposto” di divisione del lavoro e scambio.

Certo, nell’operare economico (divisione del lavoro + scambio) si consumano risorse (quello che Schillaci chiama sottrazione di risorse alla biosfera, e che è dizione imprecisa, perché anche la biosfera – come insieme dei viventi – sottrae risorse alla parte non-biosfera del “sistema isolato” Terra): ma questo è vero di qualunque processo biologico. Il problema, come ci hanno detto fino alla noia, è quello della sostenibilità: cioè il consumo di risorse deve trovare un limite nella capacità del sistema di riprodursi. Fin qui siamo, penso, tutti d’accordo. Il che non toglie che confondere questi 2 piani è un errore di logica.

OK. Andiamo avanti però. Il formaggio è una brutta cosa (oltre che perché scioglie «le ossa nelle urine») perché l’industria casearia, e quella zootecnica su cui si basa, sono attività umane tra le più devastanti per l’ambiente. Sono anche, però, tra le attività umane quelle – assieme all’agricoltura – che ci hanno permesso, quasi 10.000 anni fa, di passare da una specie di cacciatori-raccoglitori, a una specie di agricoltori-allevatori. Cosa evidentemente bruttissima, almeno per la metà allevatori, ma che ci ha dato la possibilità di crescere da qualche decina di migliaia di uomini del paleolitico ai 7 miliardi di oggi. E anche le città, la scrittura e – in ultima istanza – l’elettricità e il computer su cui Schillaci scrive. A meno che non abbia uno schiavo o un servo che gli trascriva tutto quello che pensa e detta. E non è una battuta: il progresso c’è stato, e non è solo quantitativo (la crescita demografica) ma anche qualitativo (oggi ci sono tante diseguaglianze di fatto, ma almeno in linea di principio siamo tutti eguali e dotati di pari opportunità; non così, nella maggior parte dei Paesi occidentali, ancora 200 anni fa: curioso che i nostalgici dell’arcadia del Settecento inglese si vedano sempre signorotti locali e mai contadini indentured).

E già che ci siamo a fare esercizi di ucronia distopica, vale forse la pena di accennare che – secondo alcune ricostruzioni accreditate dell’evoluzione umana (per una estremamente sintetica si può vedere il capitolo 5. di The Social Conquest of Earth di Edward O. Wilson) – il genere Homo si è separato dai suoi antenati come l’Ardipithecus quando la sua dieta è diventata parzialmente carnivora. Proprio perché la carne contiene più energia per grammo dei vegetali, una volta che un carnivoro ha individuato evoluzionisticamente una nicchia ecologica, mantenerla costa meno energia. E meno energia per sopravvivere significa più energia per “scoprire” quello che via via ci ha fatto umani: la cooperazione nella caccia, il gruppo plurigenerazionale, il fuoco e la cottura del cibo, il rifugio stabile e via via tutto quello che ci fa umani.

La nostra evoluzione sarebbe dunque basato su un “peccato originale”, quello di cominciare a consumare carne. Produrre carne, ci ricorda Schillaci, “costa di più in termini di sottrazione di risorse”. Ma attenzione, anche un vegano produce carne: la propria. Trasforma quello che mangia, al netto di quello che elimina con il metabolismo, in muscoli, ossa, tessuti animali. È un lavoro: costa tempo ed energia. Quello che fa il carnivoro è “esternalizzare” parte di questo processo produttivo: lo fa fare all’erbivoro e si appropria dei pregiati elementi nutritivi della sua carne, pregiati perché meno costosi per il carnivoro. Il che significa, per il carnivoro, risorse di tempo ed energie liberate dalla necessità di brucare dalla mattina alla sera (ecco perché le mucche ruminano dalla mattina alla sera e il vostro gatto passa il tempo a poltrire).

Si può tornare indietro e scegliere à la carte? Mi prendo l’evoluzione da Ardopithecus a Homo ma senza toccare carne? Mi prendo la vita di gruppo ma non le rivalità tribali sanguinose tra maschi e tra gruppi? Mi prendo l’agricoltura ma non l’allevamento? Mi prendo l’Arcadia ma non la scrofola e il rachitismo? Temo proprio di no. Temo che, ancorché non preordinata da nessun grande piano divino, la strada che abbiamo seguito nel “labirinto dell’evoluzione” (ancora Wilson) sia un processo ergodico.

E l’etica – dirà qualcuno – avevi promesso di giustificare il titolo del post. L’etica entra in gioco quando entra in gioco il proselitismo (di Schillaci, in questo caso, ma più in generale dei vegani, e dei vegetariani, e dei propugnatori più o meno felici della decrescita). Perché io sono tollerante, e chi non vuol mangiare la carne o il parmigiano è liberissimo di farlo. Ma quando mi dice che dovrei farlo anch’io e dovrebbero farlo tutti un po’ mi infastidisco. E penso alle conseguenze. Siamo 7 miliardi di Homo sapiens sapiens (OK, chi sta bene e chi sta male, chi ha e chi non ha, obesi e denutriti: qui stiamo parlando di una popolazione, non a rischio di estinzione e anzi in crescita) e lo siamo perché c’è stato quello che prima ho chiamato progresso economico. Compresa l’agricoltura intensiva (ancora di recente la rivoluzione verde) e la zootecnia intensiva. Facciamo un esperimento mentale. Diamo retta alla proposta di eliminare i metodi produttivi più costosi in termini di sottrazione delle risorse. Fatto. Meno produzione agricola e niente carne e formaggio ( e anche niente pesce). Fatto. Non c’è da mangiare per tutti. Chi si sacrifica? Facciamo una grande lotteria? O lasciamo che decida l’economia, che tanto si sa già chi perderebbe?

A proposito, se i vegani volessero chiudere un occhio, in questa fase di transizione in cui alcuni miliardi di umani sono destinati a morire d’inedia, ci sarebbe la soluzione del cannibalismo. È già successo, sapete, anche se soltanto su piccola scala, quando in alcune isole del Pacifico (come Mangaia) la produzione agricola e il pescato divennero insufficienti.

Quanto all’esperimento che Schillaci propone nella conclusione del suo articolo – trasformare i caseifici in fabbriche di SUV – sappiano i lettori che qualcosa di simile fu tentato, nella Cina maoista: costò, si stima, tra i 14 e i 43 milioni di morti per fame. Sintetizzo da Wikipedia.

Grande balzo in avanti è anche il nome che in origine fu dato al secondo piano quinquennale, previsto per gli anni 1958-1963. Dopo il suo fallimento, il nome si riferisce ai primi tre anni del periodo. […]
L’idea centrale consisteva in uno sviluppo rapido e parallelo di agricoltura e industria, in modo da evitare l’importazione dall’estero di macchinari pesanti, finanziando il settore industriale attraverso uno sfruttamento di massa del lavoro a basso costo, garantito dall’enorme disponibilità di manodopera contadina.
Gli appezzamenti privati furono aboliti e furono introdotte mense collettive. Il Politburo si riunì ad agosto e stabilì che le comuni sarebbero diventate la nuova forma di organizzazione economica e politica della Cina rurale. Per la fine del 1958, furono create 25.000 comuni, ognuna delle quali contava in media 5.000 famiglie. Le retribuzioni in denaro furono sostituite con punti lavoro. Le comuni erano relativamente autosufficienti: a fianco dei campi agricoli, sorsero piccole industrie, scuole e organizzazioni militari.
Mao considerava il grano e l’acciaio come i pilastri portanti dell’economia e dichiarò che la Cina avrebbe raggiunto l’Inghilterra in 15 anni, nella produzione di acciaio. Il Politburo stabilì che la produzione di acciaio sarebbe dovuta raddoppiare in un anno, soprattutto grazie all’introduzione di piccole fornaci “da cortile”.
Zeng Xisheng, primo segretario provinciale dell’Anhui, mostrò a Mao nel settembre del 1958 una di queste fornaci presso Hefei. L’unità dichiarò che l’acciaio così prodotto era di elevata qualità (sebbene fosse stato probabilmente prodotto altrove). Mao incoraggiò la creazione di piccole fornaci in ogni comune e quartiere cittadino. Enormi sforzi furono richiesti a contadini, operai e singoli cittadini, al fine di produrre acciaio a partire da rifiuti e scarti di metallo. L’energia necessaria per alimentare le fornaci fu ricavata tagliando gli alberi.
Per raggiungere le quote di produzione stabilite, la pressione sulla popolazione fu molto elevata, soprattutto sui contadini: gli oggetti più svariati, dalle reti dei letti agli utensili da cucina (ritenuti ormai inutili a causa dell’obbligo di mangiare alla mensa comune) furono requisiti e destinati alla fusione, mobili, porte e finestre furono sottratti per essere bruciati. Decine di milioni di contadini (60 milioni secondo alcune fonti) furono allontanati dai lavori agricoli per produrre acciaio, così come gli operai, gli insegnanti e addirittura il personale degli ospedali.
Come avrebbe potuto prevedere un qualunque tecnico con minime nozioni di metallurgia, l’acciaio prodotto nelle fornaci “da cortile” si rivelò inutilizzabile. Ad ogni modo, la mancanza di fiducia negli intellettuali, allontanati nel 1957, e la fede ideologica nel “potere delle masse”, condussero Mao a spingere verso un progetto sconsiderato senza consultare tecnici ed esperti. L’esperienza della Campagna dei cento fiori impedì ogni accenno di dissenso.
[…] Secondo il suo medico privato, Li Zhisui, Mao visitò una tradizionale acciaieria in Manciuria nel gennaio del 1959 e constatò che solo una grande fabbrica alimentata a carbone è in grado di produrre acciaio di qualità. Egli decise comunque di non bloccare il progetto delle piccole fornaci per non soffocare l’”entusiasmo rivoluzionario delle masse”. […]
Fra il 1959 e il 1962 ebbe luogo una gravissima carestia che colpì l’intero paese provocando decine di milioni di morti. La cifra ufficiale riconosciuta in Cina è di 14 milioni, ma gli studiosi forniscono stime dai 20 ai 43 milioni. Nei primi anni ’80, Judith Banister, impiegata del Governo USA, pubblicò un influente articolo in “China Quarterly”, diffondendo fra i media statunitensi le sue stime di 30 milioni di morti.
Sia all’interno del Partito Comunista che fra gli studiosi cinesi e occidentali, esistono due linee di pensiero che attribuiscono la principale causa della carestia rispettivamente ai disastri naturali o alla politica del Grande Balzo.
Il periodo 1959-1962 fu inizialmente conosciuto come “I tre anni difficili” o “I tre anni di disastri naturali”, nome attribuito dal Partito per sottolineare l’attribuzione di responsabilità alle condizioni climatiche, assolvendo il Partito stesso. Numerosi ufficiali locali furono uccisi in esecuzioni pubbliche per aver diffuso informazioni errate. […]
Successivamente, numerosi autori hanno considerato l’errore umano come principale causa della carestia. Un articolo del Times pubblicato il primo dicembre 1961 attribuì le cause della carestia, così definita da molti giornali occidentali mentre Mao parlò di semplice “periodo di scarsità”, alla pianificazione politica invece che alle condizioni climatiche. Il 27 giugno 1981, il governo cinese ha precisato che la carestia fu dovuta “alla cattiva comprensione delle leggi dello sviluppo economico e dei fondamentali essenziali dell’economia cinese […] al fatto che il compagno Mao Zedong insieme a molti compagni dirigenti … avevano perso la testa per i successi riportati […] e volevano ottenere risultati immediati e portare all’estremo, il ruolo dei fattori soggettivi“.
La dislocazione di milioni di contadini per la produzione di acciaio e per le opere idrauliche, provocò in alcune aree l’abbandono dei raccolti. La campagna di eliminazione dei quattro flagelli e in particolare l’eliminazione dei passeri, causò lo sviluppo di parassiti che danneggiarono i raccolti.
Sebbene i raccolti si fossero ridotti, i quadri locali, sotto le forti pressioni dalle autorità centrali, affinché riportassero esiti positivi del Grande balzo, entrarono in competizione fra loro nell’annunciare raccolti eccezionali ed esagerati. […]
La razione alimentare giornaliera fu ridotta, sia nelle campagne che nelle città, ma fu nelle campagne che si raggiunse un livello di carestia gravissima. La distribuzione geografica della carestia fu sensibilmente diversa rispetto a quella delle carestie di origine naturale che storicamente colpivano la Cina. Nel 1960, furono colpite le province che adottarono le direttive di Mao con maggior enfasi (Anhui, Gansu, Henan); il Sichuan, una delle più popolose, conosciuta come “il granaio del cielo” per la sua fertilità e raramente colpita dalle carestie, soffrì il maggior numero di morti a causa dello zelo con cui il leader provinciale Li Jinquan promosse il Grande balzo.

Tra i 14 e i 43 milioni di morti per fame.

Potremmo finire qui, ma ho un’ultima cosa, un ultimo sassolino da togliermi dalla scarpa: Quella frase di Lanza del Vasto, così isolata, non significa nulla. Se io, operando il bene di una parte, non ne danneggio nessun’altra, non faccio il male. Anzi, Nella vita reale, le situazioni in cui si può migliorare la condizione di una parte senza peggiorare quella di nessun altro sono da perseguire attivamente, finché si giunge a un’allocazione delle risorse tale che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di almeno un altro (noi economisti le chiamiamo di ottimo paretiano). Una fàcilata, sotto il profilo etico. I problemi cominciano, nell’imperfetta vita reale, quando si è costretti a scegliere tra un bene e un male, o tra due mali di diversa entità, o di diversa natura. Per questi casi, ogni aiuto è ben accetto. Come quello proposto nel 1939 da una coppia di economisti, Nicholas Kaldor e John Richard Hicks, con il loro criterio di efficienza (o di compensazione), che può essere applicato anche nei casi in cui un ottimo paretiano non esiste: una modificazione nell’allocazione delle risorse è efficiente se il benessere ottenuto da alcune componenti supera le perdite di benessere subite da altri componenti, ed essi sono compensati delle perdite subite da coloro che sono stati avvantaggiati dalla nuova allocazione.

Festa della Repubblica e parata militare

È partita dalla blogosfera (o facebook-sfera, non so) ed è poi stata raccolta da alcuni partiti la proposta di non fare la sfilata militare celebrativa del 2 giugno a via dei Fori imperiali a Roma. Quasi subito, il Quirinale ha detto che la sfilata ci sarà, ma sarà sobria. Ecco la dichiarazione ufficiale (che trovate qui):

“Le celebrazioni del 2 giugno per rafforzare la fermezza e la fiducia con cui affrontare problemi di oggi e di domani, a cominciare da quelli del terremoto”

Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati e il Presidente del Consiglio per un ampio informale scambio di opinioni su problemi di comune interesse e urgenza istituzionale: in primo luogo quelli connessi alla condizione dei territori e delle popolazioni dell’Emilia su cui si è abbattuto un violento e distruttivo evento sismico, e relativi all’esigenza del massimo impegno delle forze dello Stato e della più ampia solidarietà nazionale per un’efficace risposta a bisogni acuti di assistenza e a prospettive di rapida ricostruzione. Tale impegno e solidarietà avrà modo di esprimersi ancora in occasione delle imminenti celebrazioni dell’anniversario della nascita della Repubblica.

Le tradizionali celebrazioni saranno improntate a criteri di particolare funzionalità e sobrietà, sia per i limiti entro cui si svolgerà la rassegna militare, sia per i caratteri che assumerà l’incontro in Quirinale con i rappresentanti del Corpo Diplomatico, di tutte le istituzioni e di significative espressioni della società civile. […]

Già prima di lasciare Pordenone, anticipando il rientro a Roma per il confronto istituzionale, il Presidente Napolitano aveva sottolineato perché la Repubblica non possa rinunciare a celebrare l’anniversario della sua nascita: “Credo che anche in questo momento la Repubblica, lo Stato e le Istituzioni debbono dare prova di fermezza e di serenità : non possiamo soltanto piangerci addosso. Una cosa è abbracciare le famiglie che piangono per i loro lutti; altra cosa è piangerci addosso come italiani e come istituzioni. Questo non possiamo farlo: abbiamo il dovere di dare un messaggio di fiducia, e ci sono le ragioni per poter dare questo messaggio di fiducia”. […]

Con tutto il rispetto e la deferenza, mi permetto di fare 2 osservazioni.

La prima è di carattere generale, e vuol essere un invito a riflettere sul significato del binomio Festa della Repubblica e parata militare. L’istituzione della Repubblica può essere celebrata in molti modi, e la parata militare non è certo l’unico. Peraltro, la forma repubblicana fu scelta per pacifico e democratico referendum popolare, e non propiziato da una sollevazione del popolo in armi (come fu in Francia per il 14 luglio 1789) o, peggio, imposta da un putsch militare. Questo basterebbe a rendere la scelta di incentrare le celebrazioni su una imponente sfilata di uomini e mezzi sull’ex-via dell’Impero piuttosto curiosa. A meno che – come spesso accade nei tortuosi ma non del tutto incomprensibili meandri della politica – la scelta non sia stata a suo tempo motivata dalla necessità di cooptare le forze armate (tradizionalmente fedeli alla monarchia savoiarda) alle neonate istituzioni repubblicane.

2 giugno

wikipedia.org

Resta il fatto che, personalmente, l’idea della parata militare mi sembra inopportuna, oltre che ripugnante, quando la Costituzione repubblicana afferma con palmare chiarezza il ripudio della guerra:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. [articolo 11]

A conclusione di questa prima osservazione, mi sembra condivisibile il punto di vista presentato da un altro blogger, metilparaben, nel suo post del 30 maggio 2012:

Bellezza e necessità

Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
iò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un’alzata d’ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.

La seconda osservazione è di carattere storico. Stanno provando a farci credere (ahimè, anche il Quirinale, e un bel po’ di organi d’informazione e di forze politiche, anche di sinistra o sedicenti tali) che la sfilata militare del 2 giugno c’è sempre stata e che sospenderla quest’anno sarebbe un insidioso precedente. Per nostra fortuna, l’agenzia giornalistica AGI racconta (anche se in modo un po’ confuso, che potete andare a leggere qui, “la tormentata storia della parata militare“). Provo a semplificare e a mettere in ordine cronologico, avvalendomi anche di wikipedia.

  • La prima parata si tenne il 2 giugno 1948 su via dei Fori imperiali.
  • Nel 1949, con l’ingresso dell’Italia nella NATO, si svolsero 10 sfilate in altrettante città d’Italia.
  • Nel 1950 la parata fu inserita per la prima volta nel protocollo delle celebrazioni ufficiali.
  • Nel 1963, papa Giovanni XXIII sta malissimo (morirà il 3 giugno) e la sfilata viene sospesa.
  • Nel 1976 – come ormai sanno anche i sassi – viene sospesa dal Ministro della difesa Arnaldo Forlani “a seguito della grave sciagura del Friuli e per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.”
  • Nel 1977 (egge 5 marzo 1977, n.54), soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica è spostata alla prima domenica di giugno (data in cui, curiosamente, durante la monarchia si celebrava la festa nazionale dello Statuto albertino) e una sobria celebrazione delle Forze armate si svolge a piazza Venezia.
  • Nel 1978, nel suo discorso d’insediamento al Quirinale, Sandro Pertini pronuncia l’ormai celebre frase: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.”
  • Dal 1983, però, le sfilate riprendono, in tono minore e non su via dei Fori imperiali (salvo che nel 1984).
  • Nel 1989 La parata militare è sostituita da una Mostra Storico Rievocativa in Piazza di Siena.
  • Nel 1990 e 1991 si torna a Piazza Venezia.
  • Nel 1991, nuova sospensione.
  • Nel 1992 il neo-eletto Oscar Luigi Scalfaro assiste alla sfilata su via dei Fori imperiali (ma senza cingolati per proteggere i monumenti: l’Italia ipocrita è anche questa!).
  • Ma poi è lo stesso Scalfaro a fermare la parata, sostituita dall’apertura alla popolazione dei giardini del Quirinale.
  • Nel 2001, il presidente Carlo Azeglio Ciampi la ripristina.

Nel 1976 Ugo Tognazzi è un tragicomico “generale in ritirata”.

… e adesso è ora che io vada …

Perché il Bayern ha perso la finale di Champions’ League

Olaf Storbeck è il corrispondente da Londra dell’Handelsblatt, il principale quotidiano economico tedesco, e l’autore (insieme a Norbert Häring) di Economics 2.0: What the Best Minds in Economics Can Teach You About Business and Life (tradotto anche in italiano: Economics 2.0).

Dopo la sconfitta subita dal Bayern di Monaco nella finale di Champions’ League contro il Chelsea ha pubblicato un articolo sul suo blog Economics IntelligenceAn economic explanation of Bayern’s failure – cercando di capire le ragioni economiche della sconfitta della squadra tedesca (e anche le ragioni della sua previsione errata: sempre ricorrendo al ragionamento economico, aveva infatti previsto, pochi giorni prima, la vittoria del team bavarese – The Economics of Success – Why Bayern Munich will beat Chelsea).

La prima previsione era stata basata su una stima della forza relativa delle due squadre: il valore di mercato dei giocatori del Bayern era circa del 30% superiore a quello del Chelsea (291 contro 203 milioni di euro). La metodologia in questione era già stata adottata con successo dal think-tank tedesco DIW, che in questo modo aveva previsto i vincitori degli Europei del 2008 e dei Mondiali del 2006 e del 2010.

Penalty

wikipedia.org

Il pensiero economico, per fortuna, ha più di una freccia nella sua faretra. Oltre a spiegare perché il Bayern avrebbe dovuto vincere, può spiegare anche perché abbia perso.

Secondo la teoria proposta da Thomas Dohmen, un economista tedesco che insegna all’Università di Maastricht nei Paesi Bassi, il Bayern ha perso ai rigori proprio perché giocava in casa. In un suo paper del 2005 (Do Professionals Choke under Pressure?), Dohmen ha analizzato 3.619 rigori tirati tra il 1963 (1ª stagione della Bundesliga) e la stagione 2003-2004 nel massimo campionato tedesco. In media, non vengono realizzati 26 tiri dal dischetto su 100 (19 sono parati dal portiere, 7 mancano lo specchio della porta). Nella finale di coppa, il Bayern ne ha sbagliato la metà (3 sui 6 tirati, 1 nei supplementari e 5 nella “lotteria dei rigori”).

Questo, secondo Dohmen, è un problema tipico della squadra di casa, ed è particolarmente evidente nei casi in cui il rigore è tirato fuori o si stampa sui legni:  succede nel 5,6% dei casi alla squadra in trasferta, ma nel 7,5% dei rigori tirati dalla squadra che gioca in casa. In altre parole, i professionisti soccombono alle aspettative dei tifosi.

Penalty

Dohmen 2005

Argomenta Dohmen:

The evidence suggests that the social environment has an impact on the performance of individuals. In particular, players of the home team are more likely to choke. This is a very robust finding in the data. It provides evidence against the social support hypothesis, but in support of the hypothesis that positive public expectations induce choking.

E conclude:

The finding, which is consistent with the hypothesis that positive public expectations or a friendly environment induce individuals to choke, has ramifications for questions of workplace design and performance measurement. The empirical result of this paper implies, for example, that workers who might feel being observed, especially by well disposed co-workers or spectators, perform worse than they otherwise would.