Perché l’American Community Survey è importante

Negli Stati Uniti, il partito repubblicano sta combattendo una battaglia per l’abrogazione dell’American Community Survey, una rilevazione del Census Bureau che produce a cadenza annuale dati con un buon dettaglio territoriale.

L’American Community Survey è considerato universalmente (repubblicani esclusi, naturalmente) un grande successo e un modello da seguire. Se ne è discusso anche in Italia, come una prospettiva da adottare dopo il Censimento generale del 2011.

In questo video, il professor William Frey dell’Università del Michigan spiega perché abrogare l’American Community Survay sarebbe un errore.

Chi siede davanti? Shotgun!

Ogni bambino (qualche che sia la sua età anagrafica) sa che il posto più ambito per un viaggiatore su un’auto è quello davanti, vicino al guidatore. E sa anche che conquistarsi quel privilegio è difficilissimo: non solo ci si deve scontrare con gli altri rivali tra i coetanei (spesso con la tentazione o la necessità di passare alle vie di fatto), ma spesso si deve subire l’ingiustizia che un adulto pretenda di avere una specie di diritto acquisito a quel posto.

Una delle tecniche più importanti per evitare la violenza del conflitto che il processo di civilizzazione ci ha insegnato (ne parla diffusamente Steven Pinker nel suo The Better Angels of Our Nature, che ho recensito qui, e soprattutto Norbert Elias) è quello di stabilire delle regole. In questo modo, l’eventuale conflitto viene portato a un livello superiore, quello della definizione delle fattispecie cui le regole si dovranno applicare, piuttosto che a quello dei casi concreti. E poiché i casi concreti sono più numerosi e più frequenti, il livello della conflittualità scema. Almeno nella maggior parte dei casi, quelli situati nella “parte centrale” dell’insieme cui le regole si applicano, perché le regole soffrono dello stesso problema di fuzziness dei confini di cui soffrono i metadati (di cui abbiamo parlato più volte, e da ultimo qui).

Ecco allora che qualcuno ha pensato di codificare queste regole e chi le va a cercare sul web ne trova almeno 2 formulazioni rivali: quella proposta da shotgunrules.com (The Official Shotgun Rules) e quelle proposte da bored.com (Shutgun Rules).

Io manterrò un approccio eclettico, ma poiché le seconde mi sembrano presentate in modo più ordinato mi atterrò sostanzialmente alle regole di bored.com (certamente tra le 2 scuole di pensiero ci saranno dissidi insanabili e in questo preciso momento mi starò facendo una barca di nemici).

Titolo I – Regole generali

  1. La prima persona che grida “SHOTGUN” si siede davanti.
  2. I posti posteriori restanti possono essere assegnati allo stesso modo chiamando “posteriore destro” e così via.
  3. La parola “shotgun” deve essere pronunciata a voce abbastanza alta da essere udita da almeno un testimone. Se non ci sono testimoni, o se 2 persone hanno chiamato “shotgun” simultaneamente, l’ultima parola spetta al conducente: probabilmente la macchina è la sua [nota: se la macchina non è sua, e il proprietario è presente, l’ultima parola è la sua, a patto che sia sobrio; in caso contrario la decisione finale spetta al conducente].
  4. Sono vietate le prenotazioni. Prima che si possa chiamare “shotgun” tutti gli occupanti del veicolo (incluso il conducente) devono essere fuori e diretti alla macchina. Chiamare “shotgun” dentro un edificio è severamente vietato. Per semplicità, parcheggi e garage sono considerati “fuori” anche se sotterranei.
  5. Si può chiamare “shotgun” soltanto per una tratta del viaggio. È vietato chiamare “shotgun” all’interno del veicolo o quando si è ancora tecnicamente in viaggio per la prima destinazione. Ad esempio, non si può uscire un momento da veicolo e chiamare “shotgun” per il viaggio di ritorno.
  6. In base al principio di eguaglianza (“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”), gli uomini hanno gli stessi diritti delle donne quanto al posto anteriore del passeggero; in altre parole, le donne non hanno il privilegio di quel posto.
  7. Ognuno può sedere al posto anteriore del passeggero tutte le volte che ha chiamato “shotgun” con successo. Questo diritto è strettamente personale e non cedibile: non si può chiamre “shotgun” a favore di un amico più lento, a meno che questi abbia un conclamato svantaggio mentale o di fonazione che gli impedisce di chiamare “shotgun”.
  8. Il conducente ha l’ultima parola in caso di chiamate simultanee o dispute, l’ultima parola spetta al conducente (salve le eccezioni di cui all’art. 1). Il conducente può anche sospendere o rimuovere i privilegi di “shotgun” da uno o più partecipanti.

Titolo II – Casi speciali

Le eccezioni alle regole generali presentate nel seguito devono essere considerate in ordine; il caso presentato per primo prevale su tutti i casi sottostanti, qualora applicabili; e così via.

  1. Nel caso in cui il regolare conducente del veicolo sia ubriaco o comunque temporaneamente incapace di svolgere i suoi doveri di conducente, gli spetta di diritto di sedere al posto anteriore del passeggero.
  2. Nel caso in cui il proprietario del veicolo non stia guidando, gli spetta di diritto di sedere al posto anteriore del passeggero, salvo rinuncia esplicita.
  3. Nel caso in cui nel gruppo sia presente il/la sposo/a, compagno/a, partner o escort temporaneo/a del conducente del veicolo, al/la sposo/a, compagno/a, partner o escort temporaneo/a spetta di diritto di sedere al posto anteriore del passeggero, salvo rinuncia esplicita.
  4. Nel caso in cui uno dei passeggeri abbia un attacco di mal d’auto tale da far temere una crisi di vomito, gli è concesso di sedere al posto anteriore del passeggero.
  5. Nel caso in cui soltanto uno dei passeggeri conosca la strada per raggiungere la meta del viaggio e lo stesso conducente ne sia ignaro, allora viene designato navigatore del gruppo e come tale gli spetta di diritto di sedere al posto anteriore del passeggero, salvo rinuncia esplicita.
  6. Nel caso in cui uno dei passeggeri sia troppo alto o grasso per sedere confortevolmente dietro, il conducente ha facoltà di provare pietà per questo “scherzo di natura” e concedergli di sedere al posto anteriore del passeggero. Qualora non eserciti questa pietosa facoltà, lo “scherzo di natura” starà seduto dietro e gli altri passeggeri potranno tormentarlo a loro piacimento.

Titolo III – Casi bastardi: la sopravvivenza del più forte

  1. Il conducente ha facoltà di dichiarare in vigore la regola della sopravvivenza del più forte. In tal caso tutte le regole dei Titoli I e II sono sospese, salvo l’art. I.8 e il posto anteriore del passeggero può essere preso con la forza.
  2. Il conducente deve annunciare l’entrata in vigore della regola della sopravvivenza del più forte con ragionevole anticipo, al fine di contenere i danni al veicolo e lo spargimento di sangue.
  3. Per eventuali fattispecie non coperte dalle regole seguenti, fate ricorso alle previsioni dell’art. I.8.

Seguono alcune norme transitorie e finali, che non mette conto di riportare.

Vale la pena di segnalare quale sarebbe l’origine del termine shotgun. Pare sia questa: nelle carovane del Far West, il conducente teneva le redini del tiro di cavalli sedendo su una panca fissata sulla parte anteriore esterna del carro. Accanto a lui, di norma, sedeva un uomo armato di fucile a canne mozze (shotgun) come deterrente per eventuali imbvoscate e rapine. Lo stesso accadeva per le diligenze, dove anzi l’assenza dell’uomo armato era un segnale che avvertiva trattarsi di un veicolo per passeggeri, privo di cassaforte portavalori.

Le pagelle d’epoca fascista in un articolo di Salon.com

Salon riprende oggi, 8 giugno 2012, un articolo di Steven Heller originariamente pubblicato su Imprint.

Belle e curiose le immagini, che per noi italiani di una certa età sanno soprattutto di vecchia burocrazia: le nostre pagelle non erano poi tanto diverse, a parte le icone della propaganda.

Fascist report cards – Salon.com

 

Pagella 2

Pagella 4

Don’t worry, be happy: Bobby McFerrin, Maria Popova, Valeria Pini e la cialtroneria di Repubblica.it

La Repubblica di oggi, 8 giugno 2012, nella sezione Scienze (!!!) pubblica un articolo dedicato a un’analisi della famosissima canzone di Bobby McFerrin “Don’t worry, be happy”:

“Don’t worry, be happy”
Questa canzone ci salverà

Il brano di McFerrin, uscito nel 1988, da più di 20 anni è un vero “inno alla felicità”. La rivista scientifica Brain Pickings svela per la prima volta quali sono i punti di forza di questo testo che trasmette impulsi positivi al nostro cervello e agisce quasi come un medicinale per l’umore

di VALERIA PINI

Il resto dell’articolo lo potete leggere qui: “Don’t worry, be happy” Video Questa canzone ci salverà – Repubblica.it.

Intanto, è comunque un’occasione per riascoltare la canzone di Bobby McFerrin:

Perché questo articolo mi sembra un esempio preclaro di cialtroneria? Proverò a spiegarlo per punti, aiutandomi con qualche citazione dal testo dell’articolo e da altre fonti.

Maria Popova

motherjones.com / Maryana Ferguson

  1. Cominciamo dall’occhiello: «La rivista scientifica Brain Pickings» – che i lettori abituali di questo blog dovrebbero ormai aver imparato a conoscere – non è affatto una rivista scientifica: è un blog che ha anche (non: è identiacemnte eguale a) una newsletter settimanale che viene inviata agli abbonato ogni domenica via e-mail e che contiene i migliori post della settimana (secondo il parere della curatrice, Maria Popova). Non è necessario essere giornalisti investigativi per scoprirlo: basta leggere il colophon del sito.
  2. «Maria Popova, neurologa e direttrice del giornale statunitense Brain Pickings»: che Brain Pickings non sia un giornale lo abbiamo appena visto. E allora, non dovrebbe nemmeno stupirci che Maria Popova non sia una neurologa. Nata in Bulgaria 27 anni fa, lei stessa si autodefinisce sul suo profilo twitter @brainpicker «Interestingness hunter-gatherer obsessed with combinatorial creativity». Luisa Carrada, che cura il blog del mestiere di scrivere, segue da tempo la Popova e il 22 dicembre 2011 ha pubblicato un bel post biografico che vi invito a leggere. Per i più pigri riporto l’essenziale: «È arrivata negli Stati Uniti dalla Bulgaria per fare l’università, ma invece di prendere l’MBA, come sognavano per lei i suoi familiari, si è districata tra mille lavoretti. Ha ancora un visto e fa ancora molti lavori, anche se migliori e sicuramente più remunerati di prima. […] Content curator, dicevamo. La Popova scova, naviga, legge, assembla e segnala. Quello che facciamo tutti in rete, dai post ai tweet. Quello che ci mette lei è quella che chiama la “creatività combinatoria”, cioè la sua capacità di assemblare in un solo post cose anche molto diverse, ma con un filo, uno sguardo, una prospettiva particolare che le unisce. E di saperle raccontare attraverso la scelta di immagini bellissime e un linguaggio evocativo, personale e raffinato. […] è considerata la regina della content curation e grazie al successo di Brain Pickings scrive oggi su testate come The Atlantic e Wired.» Una lunga intervista a Maria Popova, di cui anche Luisa Carrada è (esplicitamente) debitrice è comparsa sul numero di gennaio/febbraio 2012 di Mother Jones: Maria Popova’s Beautiful Mind. Ammetto che per scoprire questo occorreva un quid in più di buona volontà e di giornalismo investigativo.
  3. Un lettore frettoloso potrebbe avere l’impressione che Valeria Pini si sia data da fare per parlare direttamente con Maria Popova, magari non sollevando il suo colloso posteriore, ma almeno con una telefonata. All’inganno contribuiscono le numerose virgolette e frasi come «dice Popova», «spiega Popova», «conclude Popova». Quanto alle frasi tra virgolette, non si tratta di citazioni letterali (ancorché in traduzione) del post originario di Brain Pickings, ma di un abile e fantasioso montaggio prossimo ai cut-up di William Booroughs.
  4. Ma la cosa che trovo in assoluto più stupefacente è che il post di Maria Popova da cui Valeria Pini prende spunto per il suo articolo odierno è del 23 settembre 2011, 9 mesi fa! Se volete leggerlo in versione originale, ecco qui il link: Bobby McFerrin’s “Don’t Worry, Be Happy”: A Neuropsychology Reading. Così giudicate da soli (dal momento che, a detta della stessa Popova, la creatività è combinatoria) anche quanto l’intervento di Valeria Pini abbia aggiunto e quanto abbia sottratto all’originale.

Lascerò il commento finale a Cochi e Renato (e Jannacci) [l’avevo già pubblicato il 13 ottobre 2009, ma là il link a YouTube è stato rimosso]:

Poteri forti: la prima volta

La locuzione “poteri forti” non è sempre esistita. L’ha inventata Pinuccio Tatarella, deputato di Alleanza nazionale, all’epoca del 1° governo Berlusconi, di cui era vice-presidente del consiglio, il 10 agosto 1994:

I poteri forti sono: la Corte Costituzionale, il Csm, Mediobanca, i servizi segreti, la Massoneria, l’Opus Dei, Bankitalia, i gruppi editoriali con le loro intese, la grande industria privata.

Il contesto è un’intervista realizzata da Dario Cresto-Dina e pubblicata su La Stampa. La potete leggere integralmente qui: Archivio – LASTAMPA.it.

Archivio - LASTAMPA.it

Omaggio a Ray Bradbury: 11 citazioni

  1. Love what you do and do what you love. Don’t listen to anyone else who tells you not to do it. You do what you want, what you love. Imagination should be the center of your life.
  2. We have our Arts so we won’t die of Truth.
  3. If you know how to read, you have a complete education about life, then you know how to vote within a democracy. But if you don’t know how to read, you don’t know how to decide. That’s the great thing about our country — we’re a democracy of readers, and we should keep it that way.
  4. That’s the great secret of creativity. You treat ideas like cats: you make them follow you.
  5. [S]tarting when I was fifteen I began to send short stories to magazines like Esquire, and they, very promptly, sent them back two days before they got them! I have several walls in several rooms of my house covered with the snowstorm of rejections, but they didn’t realize what a strong person I was; I persevered and wrote a thousand more dreadful short stories, which were rejected in turn. Then, during the late forties, I actually began to sell short stories and accomplished some sort of deliverance from snowstorms in my fourth decade. But even today, my latest books of short stories contain at least seven stories that were rejected by every magazine in the United States and also in Sweden! So … take heart from this. The blizzard doesn’t last forever; it just seems so.
  6. Ours is a culture and a time immensely rich in trash as it is in treasures.
  7. I want your loves to be multiple. I don’t want you to be a snob about anything. Anything you love, you do it. It’s got to be with a great sense of fun. Writing is not a serious business. It’s a joy and a celebration. You should be having fun with it. Ignore the authors who say ‘Oh, my God, what word? Oh, Jesus Christ…,’ you know. Now, to hell with that. It’s not work. If it’s work, stop and do something else.
  8. I’ve never worked a day in my life. I’ve never worked a day in my life. The joy of writing has propelled me from day to day and year to year. I want you to envy me, my joy. Get out of here tonight and say: ‘Am I being joyful?’ And if you’ve got a writer’s block, you can cure it this evening by stopping whatever you’re writing and doing something else. You picked the wrong subject.
  9. I never consciously place symbolism in my writing. That would be a self-conscious exercise and self-consciousness is defeating to any creative act. Better to get the subconscious to do the work for you, and get out of the way. The best symbolism is always unsuspected and natural. During a lifetime, one saves up information which collects itself around centers in the mind; these automatically become symbols on a subliminal level and need only be summoned in the heat of writing.
  10. Even at [age eleven], I was beginning to perceive the endings of things, like this lovely paper light. I had already lost my grandfather, who went away for good when I was five. I remember him so well: the two of us on the lawn in front of the porch, with twenty relatives for an audience, and the paper balloon held between us for a final moment, filled with warm exhalations, ready to go.
  11. Everyone must leave something behind when he dies, my grandfather said. A child or a book or a painting or a house or a wall built or a pair of shoes made. Or a garden planted. Something your hand touched some way so your soul has somewhere to go when you die, and when people look at that tree or that flower you planted, you’re there.

Adesso potete (dovete) fare 2 cose:

  1. scegliere quali delle citazioni vi piace di più
  2. andare a leggere su Brain Pickings (Remembering Ray Bradbury with 11 Timeless Quotes on Joy, Failure, Writing, Creativity, and Purpose | Brain Pickings), da cui le ho estratte, l’esatto riferimento all’opera o all’articolo o all’intervista da cui sono tratte
  3. meditare

Buon divertimento e buona meditazione.

Ray Bradbury

wikipedia.org

E a te addio, vecchio gufo.

Il vegano e il talebano: errori di scienza, di logica e di etica

Oggi mi è capitato di leggere (grazie a Facebook: e poi scrivono che il web e i social network ci fanno leggere e frequentare soltanto persone e idee eguali alle nostre!) un articolo che mi ha letteralmente fatto infuriare. Ma poi, dopo un bel respiro profondo, ho provato a pensare e adesso provo a condividere con voi le mie riflessioni.

Intanto, giusto per darvi un idea, il titolo e l’occhiello dell’articolo e il link alla pagina dove potete andarvelo a leggere per intero:

Terremoto in Emilia: “io il Parmigiano Reggiano non lo compro”

Il terremoto che ha messo in ginocchio l’Emilia ha colpito anche i magazzini di Parmigiano Reggiano. Negli ultimi giorni si sono dunque moltiplicati gli appelli per salvare il formaggio ‘terremotato’ e sostenere i caseifici che producono il prestigioso parmigiano. Eppure c’è chi, come Filippo Schillaci, ha deciso di non rispondere a questo appello, in nome di “una solidarietà di ordine superiore”, quella verso il pianeta. (ilCambiamento.it)

Parmigiano

ilcambiamento.it

Non conosco Filippo Schillaci (e non ho neppure tanta fretta di conoscerlo, per la verità), ma l’ho googlato e posso condividere con voi quel poco di autobiografico che scrive qui:

È nato a Messina nel 1960. Lavora in part time alla seconda università di Roma. Dal 1996 vive in campagna nei dintorni di Roma autoproducendo buona parte del proprio cibo e utilizzando le risorse rinnovabili del luogo (acqua piovana, energia solare).
Collabora con il Movimento per la Decrescita Felice nel cui ambito si occupa di impatto ambientale dell’alimentazione. I suoi interessi teorici sono orientati prevalentemente sulla critica dell’antropocentrismo e sulla nonviolenza.

Il ragionamento che sviluppa Schillaci è abbastanza lineare (se non vi fidate del mio riassunto – che vi risparmia ad esempio la facile trappola emotiva che equipara il parmigiano-reggiano ai SUV – andate alla fonte):

  1. In nome della solidarietà con i produttori danneggiati dal terremoto vi si chiede di comprare e consumare il parmigiano-reggiano.
  2. La solidarietà verso i terremotati sarebbe anche una buona cosa, relativamente parlando.
  3. Ma non lo è più quando contrasta con una «solidarietà di ordine superiore», «quella verso il pianeta» [il grassetto è di Schillaci].
  4. «Il male, diceva Lanza del Vasto, consiste semplicemente nell’operare per il bene di una parte.» [se, come me fino a qualche minuto fa, avete le idee confuse sui detti di Giuseppe Giovanni Luigi Enrico Lanza di Trabia-Branciforte vi invito a farvene almeno un’idea su wikipedia e sui link raggiungibili da lì].
  5. «Parliamo innanzi tutto di impatto ambientale: produrre qualsiasi cosa costa, no, non in termini economici ma in termini di sottrazione di risorse alla biosfera.» [il grassetto è sempre di Schillaci].
  6. L’industria casearia «è fra tutte le attività umane una di quelle che più stanno devastando la Terra.»
  7. Per di più, il formaggio fa malissimo: «mangiare formaggio significa letteralmente sciogliere le ossa nelle urine.»
  8. Convertitevi al veganesimo, o comunque si chiami, e andate poi a predicarlo come sto facendo io adesso [lo ammetto, non sono le parole letterali di Schillaci, ma un riassunto di quello che scrive nella seconda metà dell’articolo. Hanno se non altro il vantaggio di parafrasare Marco 1, 20: «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”.»)
  9. La conclusione merita di essere riportata integralmente: «E cosa fare allora per i poveri caseificatori che hanno subito un così duro colpo? Ho una modesta proposta: potremmo fare una colletta per aiutarli a convertire le loro aziende in qualcosa di più sostenibile. Ad esempio una fabbrica di SUV. Sì, proprio quelle orrende, mastodontiche, grottesche cassapanche a motore che costituiscono la più recente, ridicola ed estrema degenerazione del consumismo su gomma. Faranno ancora danni producendo SUV, certamente, ma di meno.»

Non la voglio fare troppo lunga e mi soffermerò su alcuni punti che, spero, contribuiranno a chiarire il titolo che ho voluto dare a questo post.

Errori di scienza. Scrive Schillaci: «produrre qualsiasi cosa costa, no, non in termini economici ma in termini di sottrazione di risorse alla biosfera.» Qui si confondono 2 piani, che invece sarebbe meglio – per chiarezza – tenere distinti. Il primo è quello fisico, quello che Schillaci chiama piano della sottrazione di risorse alla biosfera. Su questo non c’è scampo. È scientificamente provato dal secondo principio della termodinamica (“In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo” o, come diceva qualcuno, “è facile fare una frittata rompendo le uova, molto più difficile rifare le uova a partire dalla frittata”): la tendenza generale può essere invertita soltanto localmente, in contesti lontani dall’equilibrio, ma al costo comunque di un aumento dell’entropia complessiva del sistema. Questo è esattamente quello che fanno gli esseri viventi: nuotare per un po’ contro la corrente dell’entropia sottraendo risorse alla biosfera. Quando si smette di farlo si è tecnicamente morti. Quindi: anche i vegani vivi sottraggono risorse alla biosfera. Forse meno di me, questo lo posso ammettere (ma non concedere).

Dunque, quando si parla di termodinamica (cioè di pianeta, di risorse, di energia e di “biosfera”) il gioco non solo non è a somma nulla, ma è a somma negativa. Quando si parla di economia il discorso è diverso: la grande invenzione dell’economia, che ha cambiato la storia umana (e anche la storia della vita sulla terra) è che sono possibili giochi a somma positiva. Più esattamente, che alla radice dello scambio economico c’è un guadagno per entrambi i giocatori: se io so fabbricare gli ami ma sono una pippa a pescare, e tu sai pescare ma non sai fabbricare gli ami, piuttosto che farci ognuno gli ami e la pesca da sé (“producendo” tot ami e tot pesci), ci conviene scambiare ami contro pesci e staremo meglio entrambi (più ami e più pesci di prima da dividere tra noi). Questo, in sé e per sé, non c’entra nulla con la sottrazione di risorse alla biosfera (comunque inevitabile). Quello che misura il calcolo economico (la vituperata crescita e il vituperato PIL) è l’aumento di “cose consumabili” (pesci, ami, beni, servizi, tutto il cocuzzaro con cui anche Schillaci vive e prospera) reso possibile dal “combinato disposto” di divisione del lavoro e scambio.

Certo, nell’operare economico (divisione del lavoro + scambio) si consumano risorse (quello che Schillaci chiama sottrazione di risorse alla biosfera, e che è dizione imprecisa, perché anche la biosfera – come insieme dei viventi – sottrae risorse alla parte non-biosfera del “sistema isolato” Terra): ma questo è vero di qualunque processo biologico. Il problema, come ci hanno detto fino alla noia, è quello della sostenibilità: cioè il consumo di risorse deve trovare un limite nella capacità del sistema di riprodursi. Fin qui siamo, penso, tutti d’accordo. Il che non toglie che confondere questi 2 piani è un errore di logica.

OK. Andiamo avanti però. Il formaggio è una brutta cosa (oltre che perché scioglie «le ossa nelle urine») perché l’industria casearia, e quella zootecnica su cui si basa, sono attività umane tra le più devastanti per l’ambiente. Sono anche, però, tra le attività umane quelle – assieme all’agricoltura – che ci hanno permesso, quasi 10.000 anni fa, di passare da una specie di cacciatori-raccoglitori, a una specie di agricoltori-allevatori. Cosa evidentemente bruttissima, almeno per la metà allevatori, ma che ci ha dato la possibilità di crescere da qualche decina di migliaia di uomini del paleolitico ai 7 miliardi di oggi. E anche le città, la scrittura e – in ultima istanza – l’elettricità e il computer su cui Schillaci scrive. A meno che non abbia uno schiavo o un servo che gli trascriva tutto quello che pensa e detta. E non è una battuta: il progresso c’è stato, e non è solo quantitativo (la crescita demografica) ma anche qualitativo (oggi ci sono tante diseguaglianze di fatto, ma almeno in linea di principio siamo tutti eguali e dotati di pari opportunità; non così, nella maggior parte dei Paesi occidentali, ancora 200 anni fa: curioso che i nostalgici dell’arcadia del Settecento inglese si vedano sempre signorotti locali e mai contadini indentured).

E già che ci siamo a fare esercizi di ucronia distopica, vale forse la pena di accennare che – secondo alcune ricostruzioni accreditate dell’evoluzione umana (per una estremamente sintetica si può vedere il capitolo 5. di The Social Conquest of Earth di Edward O. Wilson) – il genere Homo si è separato dai suoi antenati come l’Ardipithecus quando la sua dieta è diventata parzialmente carnivora. Proprio perché la carne contiene più energia per grammo dei vegetali, una volta che un carnivoro ha individuato evoluzionisticamente una nicchia ecologica, mantenerla costa meno energia. E meno energia per sopravvivere significa più energia per “scoprire” quello che via via ci ha fatto umani: la cooperazione nella caccia, il gruppo plurigenerazionale, il fuoco e la cottura del cibo, il rifugio stabile e via via tutto quello che ci fa umani.

La nostra evoluzione sarebbe dunque basato su un “peccato originale”, quello di cominciare a consumare carne. Produrre carne, ci ricorda Schillaci, “costa di più in termini di sottrazione di risorse”. Ma attenzione, anche un vegano produce carne: la propria. Trasforma quello che mangia, al netto di quello che elimina con il metabolismo, in muscoli, ossa, tessuti animali. È un lavoro: costa tempo ed energia. Quello che fa il carnivoro è “esternalizzare” parte di questo processo produttivo: lo fa fare all’erbivoro e si appropria dei pregiati elementi nutritivi della sua carne, pregiati perché meno costosi per il carnivoro. Il che significa, per il carnivoro, risorse di tempo ed energie liberate dalla necessità di brucare dalla mattina alla sera (ecco perché le mucche ruminano dalla mattina alla sera e il vostro gatto passa il tempo a poltrire).

Si può tornare indietro e scegliere à la carte? Mi prendo l’evoluzione da Ardopithecus a Homo ma senza toccare carne? Mi prendo la vita di gruppo ma non le rivalità tribali sanguinose tra maschi e tra gruppi? Mi prendo l’agricoltura ma non l’allevamento? Mi prendo l’Arcadia ma non la scrofola e il rachitismo? Temo proprio di no. Temo che, ancorché non preordinata da nessun grande piano divino, la strada che abbiamo seguito nel “labirinto dell’evoluzione” (ancora Wilson) sia un processo ergodico.

E l’etica – dirà qualcuno – avevi promesso di giustificare il titolo del post. L’etica entra in gioco quando entra in gioco il proselitismo (di Schillaci, in questo caso, ma più in generale dei vegani, e dei vegetariani, e dei propugnatori più o meno felici della decrescita). Perché io sono tollerante, e chi non vuol mangiare la carne o il parmigiano è liberissimo di farlo. Ma quando mi dice che dovrei farlo anch’io e dovrebbero farlo tutti un po’ mi infastidisco. E penso alle conseguenze. Siamo 7 miliardi di Homo sapiens sapiens (OK, chi sta bene e chi sta male, chi ha e chi non ha, obesi e denutriti: qui stiamo parlando di una popolazione, non a rischio di estinzione e anzi in crescita) e lo siamo perché c’è stato quello che prima ho chiamato progresso economico. Compresa l’agricoltura intensiva (ancora di recente la rivoluzione verde) e la zootecnia intensiva. Facciamo un esperimento mentale. Diamo retta alla proposta di eliminare i metodi produttivi più costosi in termini di sottrazione delle risorse. Fatto. Meno produzione agricola e niente carne e formaggio ( e anche niente pesce). Fatto. Non c’è da mangiare per tutti. Chi si sacrifica? Facciamo una grande lotteria? O lasciamo che decida l’economia, che tanto si sa già chi perderebbe?

A proposito, se i vegani volessero chiudere un occhio, in questa fase di transizione in cui alcuni miliardi di umani sono destinati a morire d’inedia, ci sarebbe la soluzione del cannibalismo. È già successo, sapete, anche se soltanto su piccola scala, quando in alcune isole del Pacifico (come Mangaia) la produzione agricola e il pescato divennero insufficienti.

Quanto all’esperimento che Schillaci propone nella conclusione del suo articolo – trasformare i caseifici in fabbriche di SUV – sappiano i lettori che qualcosa di simile fu tentato, nella Cina maoista: costò, si stima, tra i 14 e i 43 milioni di morti per fame. Sintetizzo da Wikipedia.

Grande balzo in avanti è anche il nome che in origine fu dato al secondo piano quinquennale, previsto per gli anni 1958-1963. Dopo il suo fallimento, il nome si riferisce ai primi tre anni del periodo. […]
L’idea centrale consisteva in uno sviluppo rapido e parallelo di agricoltura e industria, in modo da evitare l’importazione dall’estero di macchinari pesanti, finanziando il settore industriale attraverso uno sfruttamento di massa del lavoro a basso costo, garantito dall’enorme disponibilità di manodopera contadina.
Gli appezzamenti privati furono aboliti e furono introdotte mense collettive. Il Politburo si riunì ad agosto e stabilì che le comuni sarebbero diventate la nuova forma di organizzazione economica e politica della Cina rurale. Per la fine del 1958, furono create 25.000 comuni, ognuna delle quali contava in media 5.000 famiglie. Le retribuzioni in denaro furono sostituite con punti lavoro. Le comuni erano relativamente autosufficienti: a fianco dei campi agricoli, sorsero piccole industrie, scuole e organizzazioni militari.
Mao considerava il grano e l’acciaio come i pilastri portanti dell’economia e dichiarò che la Cina avrebbe raggiunto l’Inghilterra in 15 anni, nella produzione di acciaio. Il Politburo stabilì che la produzione di acciaio sarebbe dovuta raddoppiare in un anno, soprattutto grazie all’introduzione di piccole fornaci “da cortile”.
Zeng Xisheng, primo segretario provinciale dell’Anhui, mostrò a Mao nel settembre del 1958 una di queste fornaci presso Hefei. L’unità dichiarò che l’acciaio così prodotto era di elevata qualità (sebbene fosse stato probabilmente prodotto altrove). Mao incoraggiò la creazione di piccole fornaci in ogni comune e quartiere cittadino. Enormi sforzi furono richiesti a contadini, operai e singoli cittadini, al fine di produrre acciaio a partire da rifiuti e scarti di metallo. L’energia necessaria per alimentare le fornaci fu ricavata tagliando gli alberi.
Per raggiungere le quote di produzione stabilite, la pressione sulla popolazione fu molto elevata, soprattutto sui contadini: gli oggetti più svariati, dalle reti dei letti agli utensili da cucina (ritenuti ormai inutili a causa dell’obbligo di mangiare alla mensa comune) furono requisiti e destinati alla fusione, mobili, porte e finestre furono sottratti per essere bruciati. Decine di milioni di contadini (60 milioni secondo alcune fonti) furono allontanati dai lavori agricoli per produrre acciaio, così come gli operai, gli insegnanti e addirittura il personale degli ospedali.
Come avrebbe potuto prevedere un qualunque tecnico con minime nozioni di metallurgia, l’acciaio prodotto nelle fornaci “da cortile” si rivelò inutilizzabile. Ad ogni modo, la mancanza di fiducia negli intellettuali, allontanati nel 1957, e la fede ideologica nel “potere delle masse”, condussero Mao a spingere verso un progetto sconsiderato senza consultare tecnici ed esperti. L’esperienza della Campagna dei cento fiori impedì ogni accenno di dissenso.
[…] Secondo il suo medico privato, Li Zhisui, Mao visitò una tradizionale acciaieria in Manciuria nel gennaio del 1959 e constatò che solo una grande fabbrica alimentata a carbone è in grado di produrre acciaio di qualità. Egli decise comunque di non bloccare il progetto delle piccole fornaci per non soffocare l’”entusiasmo rivoluzionario delle masse”. […]
Fra il 1959 e il 1962 ebbe luogo una gravissima carestia che colpì l’intero paese provocando decine di milioni di morti. La cifra ufficiale riconosciuta in Cina è di 14 milioni, ma gli studiosi forniscono stime dai 20 ai 43 milioni. Nei primi anni ’80, Judith Banister, impiegata del Governo USA, pubblicò un influente articolo in “China Quarterly”, diffondendo fra i media statunitensi le sue stime di 30 milioni di morti.
Sia all’interno del Partito Comunista che fra gli studiosi cinesi e occidentali, esistono due linee di pensiero che attribuiscono la principale causa della carestia rispettivamente ai disastri naturali o alla politica del Grande Balzo.
Il periodo 1959-1962 fu inizialmente conosciuto come “I tre anni difficili” o “I tre anni di disastri naturali”, nome attribuito dal Partito per sottolineare l’attribuzione di responsabilità alle condizioni climatiche, assolvendo il Partito stesso. Numerosi ufficiali locali furono uccisi in esecuzioni pubbliche per aver diffuso informazioni errate. […]
Successivamente, numerosi autori hanno considerato l’errore umano come principale causa della carestia. Un articolo del Times pubblicato il primo dicembre 1961 attribuì le cause della carestia, così definita da molti giornali occidentali mentre Mao parlò di semplice “periodo di scarsità”, alla pianificazione politica invece che alle condizioni climatiche. Il 27 giugno 1981, il governo cinese ha precisato che la carestia fu dovuta “alla cattiva comprensione delle leggi dello sviluppo economico e dei fondamentali essenziali dell’economia cinese […] al fatto che il compagno Mao Zedong insieme a molti compagni dirigenti … avevano perso la testa per i successi riportati […] e volevano ottenere risultati immediati e portare all’estremo, il ruolo dei fattori soggettivi“.
La dislocazione di milioni di contadini per la produzione di acciaio e per le opere idrauliche, provocò in alcune aree l’abbandono dei raccolti. La campagna di eliminazione dei quattro flagelli e in particolare l’eliminazione dei passeri, causò lo sviluppo di parassiti che danneggiarono i raccolti.
Sebbene i raccolti si fossero ridotti, i quadri locali, sotto le forti pressioni dalle autorità centrali, affinché riportassero esiti positivi del Grande balzo, entrarono in competizione fra loro nell’annunciare raccolti eccezionali ed esagerati. […]
La razione alimentare giornaliera fu ridotta, sia nelle campagne che nelle città, ma fu nelle campagne che si raggiunse un livello di carestia gravissima. La distribuzione geografica della carestia fu sensibilmente diversa rispetto a quella delle carestie di origine naturale che storicamente colpivano la Cina. Nel 1960, furono colpite le province che adottarono le direttive di Mao con maggior enfasi (Anhui, Gansu, Henan); il Sichuan, una delle più popolose, conosciuta come “il granaio del cielo” per la sua fertilità e raramente colpita dalle carestie, soffrì il maggior numero di morti a causa dello zelo con cui il leader provinciale Li Jinquan promosse il Grande balzo.

Tra i 14 e i 43 milioni di morti per fame.

Potremmo finire qui, ma ho un’ultima cosa, un ultimo sassolino da togliermi dalla scarpa: Quella frase di Lanza del Vasto, così isolata, non significa nulla. Se io, operando il bene di una parte, non ne danneggio nessun’altra, non faccio il male. Anzi, Nella vita reale, le situazioni in cui si può migliorare la condizione di una parte senza peggiorare quella di nessun altro sono da perseguire attivamente, finché si giunge a un’allocazione delle risorse tale che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di almeno un altro (noi economisti le chiamiamo di ottimo paretiano). Una fàcilata, sotto il profilo etico. I problemi cominciano, nell’imperfetta vita reale, quando si è costretti a scegliere tra un bene e un male, o tra due mali di diversa entità, o di diversa natura. Per questi casi, ogni aiuto è ben accetto. Come quello proposto nel 1939 da una coppia di economisti, Nicholas Kaldor e John Richard Hicks, con il loro criterio di efficienza (o di compensazione), che può essere applicato anche nei casi in cui un ottimo paretiano non esiste: una modificazione nell’allocazione delle risorse è efficiente se il benessere ottenuto da alcune componenti supera le perdite di benessere subite da altri componenti, ed essi sono compensati delle perdite subite da coloro che sono stati avvantaggiati dalla nuova allocazione.

Il coprifuoco dei gatti giapponesi

Una delle poche parole giapponesi che so è neko, che significa gatto. E so anche che i giapponesi adorano i gatti: anche Hello Kitty (ハローキティ Harō Kiti) è nata lì, nell’ormai lontano 1974.

Con tutto questo, a Tokyo non è facile poter tenere un gatto in casa: gli appartamenti sono piccoli e gli affitti esosi; spesso si lavorano orari impossibili, cui si aggiungono tempi dedicati al tragitto casa-lavoro-casa per noi inconcepibili; per di più, spesso i contratti d’affitto vietano esplicitamente di tenere animali domestici in casa.

Ecco allora nascere i cat café (猫カフェ): il primo apre a Osaka nel 2004; un anno dopo, il primo di Tokyo è il Neko no Café. Secondo il Ministero dell’ambiente nipponico, i cat café sono attualmente 150 in tutto il Paese, e almeno 25 a Tokyo.

Cat café

theatlanticwire.com

Andare in un cat café e giocare con i gatti costa 1500 ¥ l’ora (circa 15 €) – caffè e bevande non incluse.

I cat café sono un po’ come i locali dove operano le entreneuse: i gatti hanno tutti un nome, e sono elencati su un book con tanto di fotografia. I clienti hanno delle preferenze esplicite, e possono comprare loro dei croccantini al posto dello champagne. Non si possono prendere in mano o in braccio i gatti, ma se loro vengono da te e si strofinano o ti vengono in grembo li puoi lasciar fare. I minorenni (per la verità, i bambini e le bambine con meno di 13 anni) non possono entrare. I gatti (come le entreneuse) fanno perfino i turni: al Calico Cat Café, aperto dal 2009 nella centrale Shinjuku di Tokyo, in una tipica serata 53 gatti si mescolano ai clienti nei due piani del locale, mentre altri 40 riposano nel giardino sul retro.

Ma tutto questo è destinato a finire. Il 1° giugno è entrata in vigore la Legge per la gestione e il benessere degli animali, che vieta di vendere ed esporre animali, compresi cani e gatti, dopo le ore 20: il timore è che gli animali, chiusi in piccole gabbie ed esposti al caldo e alla luce abbagliante, possano soffrire gravemente. La lobby dei cat café è riuscito a ottenere 2 ore di più, fino alle 22. Ma finora erano aperti fino all’1 di notte, e si riempivano soltanto la sera, con una clientela composta soprattutto di giovani impiegate. Adesso, si teme che il coprifuoco possa portare alla chiusura dei cat café e alla crescita del randagismo.

La fonte di questa storiella sui gatti è un articolo di Atlantic Wire (Goodnight Kitty: Curfew Curtails Tokyo’s Cat Cafés).

Il magico mondo delle entreneuse ce lo ricordano invece, a modo loro, I Gufi:

Si chiamava Ambroeus
e faceva l’entreneuse
in un trani con balera
proprio in fondo a Via Marghera

Aprire una bottiglia di birra con un giornale

Le istruzioni vengono, tramite Lifehacker (Open a Beer Bottle with a Newspaper.) dal sito Instructables (How to open a beer bottle with a newspaper).

Si tratta di piegare ripetutamente un foglio di giornale, fino a farne una specie di piede di porco di carta.

Aprire la birra con il giornale

instructables.com

Aprire la mbirra con il giornale 1

instructables.com

Aprire una birra 2

instructables.com

Aprire 4

instructables.com

Io ci ho provato, ma posso ben dire di non esserci riuscito.

Aperta?

gawkerassets.com

D’altronde, ve lo avevo confessato di essere ambisinistro.

Plutone non è un pianeta: le prove schiaccianti

Una breve animazione di C. G. P. Gray (prossimamente altri video di questo bravo autore), segnalata ancora una volta dal bel sito di Maria Popova:

Is Pluto a Planet? An Animated Explanation Sets the Record Straight | Brain Pickings