Il principio antropico

Una digressione che avevo promesso nella recensione di The Weight of Numbers.

Mi districherò in questa storia complicata utilizzando le parole di Richard Dawkins in The God Delusion.

“The anthropic principle was named by the British mathematician Brandon Carter in 1974 and expanded by the physicists John Barrow and Frank Tipler in their book an the subject. The anthropic argument is usually applied to the cosmos, […] [b]ut I’ll introduce the idea on a smaller, planetary scale. We exist here on Earth. Therefore Earth must be the kind of planet that is capable of generating and supporting us, however unusual, even unique, that kind of planet might be.

[…]

Two main explanations have been offered for our planet’s peculiar friendliness The design theory says that God made the world […] and deliberately set up all the details for our benefit. The anthropic approach is very different, and it has a faintly Darwinian feel. The great majority of planets in the universe are […] not suitable for life. None of that majority has life. However small the minority of planets with just the right conditions for life may be, we necessarily have to be on one of that minority, because here we are thinking about it.

It is a strange fact, incidentally, that religious apologists love the anthropic principle. For some reason that makes no sense at all, they think it supports their case. Precisely the opposite is true. The anthropic principle, like natural selection, is an alternative to the design hypothesis. It provides a rational, design-free explanation for the fact that we find ourselves in a situation propitious to our existence. I think the confusion arises in the religious mind because the anthropic principle is only ever mentioned in the context of the problem that it solves, namely that we live in a life-friendly place. What the religious mind then fails to grasp is that two candidate solutions are offered to the problem. God is one. The anthropic principle is the other. They are alternatives“.

Se vi viene da grattarvi la testa, non preoccupatevi: il ragionamento è solido, ma controintuitivo.

Un altro esempio può servirvi da ponteggio per arrampicarvi sul principio antropico.

Avete mai pensato che, per quanto strano possa sembrare, siete i discendenti di una catena ininterrotta di progenitori che sono sopravvissuti abbastanza a lungo da mettere al mondo dei figli, a loro volta vissuti abbastanza a lungo da mettere al mondo dei figli, e così via, in linea diretta da Adamo ed Eva (o da Lucy) fino a vostro padre e a vostra madre?

C’è stata la peste nera raccontata dal Boccaccio e quella dei Promessi Sposi. La mortalità infantile era spaventosa fino a 100 anni fa. Niente! A voi è andata bene: i vostri avi sono sopravvissuti abbastanza a lungo per riprodursi. Credete nella verità letterale della strage degli innocenti ordinata da Erode? Niente paura, è certo che non discendete da nessuno di quei morti in tenera età. Cecilia (“scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…”) è morta vergine? sicuramente non siete suoi pronipoti!

Milioni di rami secchi nell’albero genealogico di Adamo ed Eva (o di Lucy), ma voi siete sicuramente su un virgulto verdeggiante…

The Weight of Numbers (Il peso dei numeri)

Ings, Simon (2007). The Weight of Numbers. New York: Black Cat (Grove/Atlantic). 2007.

Ings, Simon (2007). Il peso dei numeri. Milano: Il Saggiatore. 2007.

Non un capolavoro, ma un’interessante sorpresa. Simon Ings non scrive in modo brillante o travolgente, e il libro ha dei momenti morti. Ma la storia che racconta, e come la racconta è molto interessante. Lo consiglio.

Quello che è difficile è raccontare di che parla il libro. Quello che c’è scritto sulla copertina, ma anche gran parte di quello che ho letto in giro, porta fuori strada, secondo me. Proverei a metterla così: ci crediamo, noi umani voglio dire, i padroni del mondo e del nostro destino. Quanto al secondo aspetto, l’idea è stata ridicolizzata molte volte, ed è la trama segreta di moltissimi bei romanzi. Basti per tutti uno dei più antichi che conosciamo, Gilgamesh, dove l’eroe eponimo – dopo essere arrivato letteralmente ai confini del mondo ed essersi immerso nell’abisso più profondo per recuperare la pianta dell’immortalità (è la pianta dell’irrequietezza!) – si addormenta sfinito sulla spiaggia e ne viene derubato da un serpente (morale: i serpenti, cambiando pelle, sono immortali, e noi no). Ma il destino di cui parla Ings non è quello confezionato da un dio benevolo o maligno, né da qualche sua versione immanente (la storia, lo spirito del mondo…); il destino di Ings è quello del peso dei numeri: siamo sospinti nella vita e nelle nostre azioni da innumerevoli piccoli eventi, dall’interazione di persone che non conosciamo e che ci cambieranno la vita, da incontri e circostanze casuali. Un moto browniano, in cui noi siamo i granelli di polline mossi dagli urti con le molecole del fluido in cui siamo immersi. Tutto è profondamente casuale.

Forse c’è anche qualcosa di più, che fa riferimento al primo aspetto: siamo i padroni del mondo? Anche qui, c’è un’idea di progresso che è stata ridicolizzata (Voltaire batte Hegel 1-0). Anche il mio amato Leibniz (almeno quello dell’armonia prestabilita) non sta benissimo. Il progresso che è stato ridicolizzato è quello fondato sul presupposto che noi siamo il fine della storia. Ma c’è un’altra accezione in cui l’idea di progresso non è tanto peregrina: il nostro mondo si è mosso verso la complessità informativa.

Per gran parte del XX secolo, l’idea ottocentesca di progresso, applicata alle società umane, è stata screditata. Mentre le teorie evoluzionistiche di Darwin applicate alla biologia – anche grazie a Mendel prima, e alla scoperta del Dna negli anni Cinquanta – si sono progressivamente affermate nel corso del Novecento, la convinzione che inevitabili forze storiche fossero alla base di un progresso sostanzialmente lineare nell’or­ga­niz­za­zio­ne della società umana, pur condivisa da pensatori distanti tra loro come Karl Marx, John Stuart Mill e Herbert Spencer, è stata a lungo considerata non soltanto infondata, ma ideologicamente pericolosa. Più di recente, il dibattito sulla “direzionalità” della storia umana si è riaperto, su basi nuove, grazie a Nonzero. The Logic of Human Destiny, un fortunato libro di Robert Wright (1999): Wright associa il concetto di evoluzione culturale a quello di crescita della complessità e vede nell’esistenza di giochi a somma non-nulla il meccanismo propulsore.

Partendo da qui, possiamo ipotizzare che il progresso che apparentemente ha condotto fino a noi (una versione debole del principio antropico? – ma questa è una digressione che ci porterebbe lontano) possa proseguire lasciandoci indietro. Lo intuisce Anthony Burden – uno dei protagonisti – a pagina 398 dell’edizione americana:

“The net has been cast. Anthony Burden can see this. […] He knows about these places and how they work: how the till talks to the stock control computer, which talks to the email generator, which talks to the supplier’s mainframe, and on and on and on. He can see, as though it was etched on the air, the self-stitching net that has been thrown over the world. He can see the struggles of people trapped within that net. He knows where the dreams of his youth have led.

As the boy struggles through his robot day, Anthony Burden realizes it has been given him, in this final years of his much-travelled and impecunious life, to witness something important. Here now, in a Portsmouth burger bar, he is witnessing the birth struggles of a world he has always dreamed of: a pre-wired, pre-fabricated world that has no need of peolpe. A world already in control of itself”.

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8 maggio

Oggi è il compleanno della Coca Cola (è anche il giorno in cui in tutta Europa si festeggia la fine della seconda guerra mondiale e il compleanno di un mio maestro).

Nel 1886, l’8 maggio, ad Atlanta, il farmacista John Pemberton inventò casualmente la bevanda. Pemberton era stato volontario nella cavalleria sudista durante la guerra di secessione (tanto perché sia chiaro che la Coca Cola è di destra!). Ferito in battaglia e perseguitato dai dolori, divenne morfinomane. Per combattere la dipendenza, decise di preparare un analgesico a base di foglie di coca e noci di cola (se avesse provato con la canapa, adesso le canne sarebbero una componente essenziale dell’American way of life, e i dolori gli sarebbero passati). Già dal 1885, vendeva a suo nome un infuso alcolico – cocawine – copiato dal Vin Mariani del corso Angelo Mariani. Ma più tardi, in quell’anno, Atlanta introdusse una legislazione proibizionista (dell’alcool, non della coca!).

Quel fatidico 8 maggio 1886, un assistente di Pemberton aggiunse per errore acqua di seltz allo sciroppo: era nata la Coca Cola. Pemberton vendette i diritti e morì due anni dopo.